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INVECCHIARE IN TEMPO DI SOCIAL

Ci penso da un po’ a come sta cambiando la vita di relazione, la socialità, il rapporto tra il singolo e il resto del mondo, a come si diventa grandi oggi, ma, soprattutto, a come si invecchia.

Cerco di non uscire dalla modernità, perché spero, in questo modo, di continuare a capire il mondo anche se, come tutti i “giovani attempati”, molto spesso, il richiamo al tempo passato, a come si stava meglio, arriva a fior di labbra.

Sono presente sui social, mi faccio grandi scorpacciate di foto, di storie. Ho desiderio di capire, di leggere cosa racconta la società dei giovani, di quello che sono stata anche io, qualche anno fa.

Per certi versi trovo la modernità di relazione assolutamente spaventosa. Noi tutti, in potenza, disponiamo di mezzi atti a disegnare delle finestre di realtà “verosimile”, ovvero costruita, immaginata, creata ad arte su quanto noi vorremmo essere. C’è sempre una base di verità, poiché, lo esprime perfettamente il termine stesso “verosimiglianza”, quella siamo noi. Poi c’è la creazione, l’immagine che vogliamo offrire a chi ci guarda.

Facendo un salto quantico alla mia adolescenza degli anni 80, credo si possa far partire da lì l’inizio del culto dell’immagine della persona a discapito della persona nel suo complesso. Ricordo i fenomeni dei paninari e di tutte le categorie di giovani che indossando la loro divisa, facevano parte del loro clan, esprimevano l’appartenenza a una classe sociale.

Ora come allora, l’ambizione anche inconscia, era quella di fare parte del ceto agiato, ovvero di coloro che potevano permettersi di “griffare” loro stessi con gli stilemi del benessere.

Già a quel tempo, benché avessi frequentato il liceo dei fighetti, oggi definibili radical chic, facevo parte di quella parte fluida e non precisamente identificata di giovani che non rientravano di preciso in nessuna delle giovanili classificazioni.

Sin da allora ho amato essere parte per me stessa, mi chiedo se per vero sentire o per necessità ma, tutto sommato, poco importa, fino a giungere, coerente a me stessa, alla mia età adulta.

La riflessione che mi si impone attualmente è come si invecchia in tempo di social, dal momento che, da quanto posso osservare, la “vecchiaia” è la peggio malattia, ha perso tutta l’aura di esperienza, di saggezza e di rispetto che ha rappresentato nei secoli.

Non esiste più la saggezza dei nonni, poche volte ci si riferisce a un Maestro anziano e saggio. L’immagine brucia l’essenza delle persone che, come un buon vino, invece, migliora con il tempo.

Faccio fatica a vivermi con leggera armonia questo passaggio di vita e ho pure un po’ di timore del contesto in cui mi trovo, dato che, come Natura prevede, il mio corpo esprime con onestà il mio percorso di vita, il tempo.

La mente torna ai giovani, a come se la vivono la loro età se, poco poco non rientrano nella categoria di quelli “fighi“, quelli che hanno un sacco di “follower“, quelli con il successo a pixel.

La gioventù è un bacino meraviglioso di potenzialità. Resto positiva e credo che i ragazzi sapranno trovare il loro senso, oltre i like.

Quanto a me, chi può dirlo, è la prima volta che invecchio!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

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AUTOCITAZIONE

aurea mediocritas

Di  sono riuscita a fare un pensiero decente che voglio postare anche qui.

AUREA MEDIOCRITAS

Pimpra

 

 

IL CALORE TENUE DELLA SOLITUDINE

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3° giorno di detox dal mio social preferito.

Mi sono svegliata serena, anche se, come un vero tabagista o tossico di altro genere, la manualità non è ancora dimenticata: mi ritrovo spesso ad avere lo smartphone tra le mani sperando di trovare notifiche che non ci sono.

Finalmente ieri sera ho guardato un film per intero. Mi distraggo molto meno, anche se, dentro, qualcosa mi rode, come se mi sentissi “esclusa” e, di fatto, lo sono. Il mondo aperto e sconfinato non è più alla mia portata.

E’ chiaro che se non ci sei, non esisti più e ti devi rassegnare al fatto che nessuno è necessario per nessun altro. Punto. Tanto vale mettersela via.

Costruisco le mie giornate un pezzetto alla volta, riscoprendo colori che avevo perso. Adesso, quando sono per strada, ho fame di persone, guardo la gente, la osservo nei più infinitesimali dettagli. Ho bisogno di umanità, un estremo bisogno.

Questo tempo/spazio a cui mi sono costretta sta dando rimandi importanti. Per prima cosa è un bagno nell’umiltà come poche volte ho sperimentato. Tutto ciò che ho costruito in anni di virtualità, si è  – ovviamente – dissolto come neve al sole. La Pimpra non esiste più, perché non c’è, non frequenta. Che si tratti di uno pseudonimo che nasconde una umanità che vive e respira, poco importa, se non ci sei, non esisti.

La parola che si lascia nell’etere, non è quel segno profondo ed emozionale che regala la lettura di un libro. E’ solo fuffa, un millesimo di attimo nella vita di chi, per puro algoritmo, quella parola si trova davanti agli occhi. E’ questa la durissima punizione, “non essere più”.

Pimpra è morta (tiè) perché non gode più di quel fantomatico gioco di specchi che la rendevano esistente. Adesso ci sono solo io e mi relaziono con il fantoccio virtuale di me.

Che botta all’autostima. Ma quanta consapevolezza.

La solitudine che sono costretta ad accarezzare mi offre un calore tenue, come una nuova amica che conosco da poco ma che so diventerà parte importante della mia vita.

Al momento è difficile farci i conti ma lei sta dicendo che tutto andrà nel migliore dei modi e che, anche questa paura, abbandonerà mente e cuore, ci penserà il tempo.

Eccomi, finalmente, completamente a nudo davanti a me stessa. Ed è a me e solo a me che devo parlare. STICAZZI, olè.

Pimpra

 

 

 

SOCIAL DIPENDENZA.

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A primavera, insieme alle famose pulizie, noi donne in particolare, siamo avvezze a detossinare il corpo. Per la prima volta dal 2009, invece di ripulire il corpo, ho deciso di disintossicarmi da FB.

Sapevo che non mi sarebbe stato per nulla facile, come una nuova dipendenza prepotentemente entrata nella mia vita. Ci ho messo più di 10 anni, per riconoscerlo prima, ammetterlo poi. Ma tant’è.

Oggi è solo il secondo giorno di questo mio curioso detox e molte domande arrivano alla mente. Una, in particolare, mi colpisce: questa piccola pausa che ho preso è come se simulasse la mia morte sociale. Non esisto più in quel contenitore virtuale/reale che è il mondo social.

Mi ritrovo in balia di me stessa, delle  sensazioni e dei  pensieri, per troppo tempo distratti dall’uso e abuso del mio social preferito.

Alla sera, finalmente, mi addormento cullata dai dialoghi di un film, metto finalmente mano alla pila di libri che ho accumulato in attesa di “avere tempo” quel tempo che ho sempre rubato sbirciando nella vita degli altri.

Mi sento una stupida, devo ammetterlo. Ma non credo nemmeno di essere la sola ad aver ceduto al canto di sirena dei like dati e ricevuti.

Adesso devo stare in mia compagnia. Dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo e più bella del mondo. Invece sono scappata da me, per troppo tempo, perché, quello che avevo da dirmi, non volevo sentirlo.

La maturità di fronte alle dipendenze, perchè FB come il gambling, crea una vera e propria dipendenza, mi ha dato la forza di vedere che avevo un problema e di prendere il coraggio di staccarmi per un po.

La scienza dimostra come un’abitudine entra nel comportamento dopo sole 3 settimane, pertanto, me ne sono data 4, così, per sicurezza. Un tempo relativamente breve, per rimettere l’uso del social, che pure ha una utilità, nel luogo/tempo che merita. Il giusto.

Adesso devo andare alla ricerca delle persone, di quei meravigliosi esseri umani che popolano la mia vita e che sono fatti di carne ossa sentimenti profumi ed emozioni. Vado a riprendermi la vita.

Oggi è solo il secondo giorno e già mi chiedo cosa sarà del mio weekend. Ho letto che il roseto più bello della mia città è aperto per le visite, sarà l’occasione perfetta per consolare la mia solitudine tuffando il naso nel loro inebriante profumo.

Dio salvi la Pimpra! OLE’! 😀

Pimpra

 

UNA FINESTRA DI CITTAVECCHIA

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Lunedì 4 dicembre. Primo pomeriggio, sto per rientrare in gabbietta dopo il veloce caffè al solito posto. Di caffeina, non ne abbiamo mai abbastanza.

Il corpo è piacevolmente lasso, la ginnastica lo ha allungato, fatto respirare, ha mobilitato le masse muscolari attive e quelle silenti. L’umore segue, sereno e trasparente. Vuol dire che sto bene, mi sento in armonia.

Cammino sempre a naso all’aria, anche se ricalco fedele i miei passi, mi piace fare lo stesso percorso, non so neppure io il perché. Anzi lo so bene.
Scelgo la via più veloce o quella più bella o evocativa, la mia mappa giornaliera è disegnata, scelgo unicamente  i passaggi che preferisco.

Non è noia o abitudine è ricerca delle sfumature di scenario. Il paesaggio, così come la vita, muta con il mutare degli elementi che lo compongono. Ecco perché non esiste la noia, se si sa ben guardare. Ecco perché ogni vita è piena di vita. Basta saperla cercare.

I panni stesi di una casa di Cittavecchia, hanno rubato il mio sguardo. Non è una novità vedere camicine, biancheria, magliette messe ad asciugare alla luce di quel poco sole che bacia la via. Eppure, oggi, un’atmosfera particolare, mi ha colta. Ho osservato, ladra, cosa pendeva senza anima dal filo al di fuori la finestra. Le camicie con il colletto di pizzo, la sottoveste mi hanno raccontato di una signora piuttosto in avanti con gli anni, metodica, precisa. Ogni capo era ben teso, ordinato e graduato per tipologia.

Non compariva abbigliamento maschile, mai l’ho notato da quella finestra. Ho immaginato una storia, solo osservando i panni umidi.

Quanto raccontano gli oggetti di uso comune del proprietario, quanto ci dicono della sua storia, di chi è, di come vive.

Quella finestra su città vecchia, prospiciente a una viuzza stretta e pedonale, quei panni colorati che acquerellavano la parete rossa della casa, oggi, per me, hanno avuto un sapore come di te e di cannella, un profumo di intimità manifesta eppur celata, di storia e di vita. Un dicembre lontano dallo sfavillio scintillante delle feste, ma dolce, velato e caloroso come biscotti appena sfornati.

Uno scatto rubato, mi sono voltata e ho ripreso la mia strada.

Pimpra

FOTO MIA

TEMPO PER SE’.

Sabato mattina, quasi una magia. La sveglia è sempre piuttosto anticipata ma, di buono c’è, che sono le Gattonzole a provvedere al risveglio.

Ognuna ha il suo stile: Louby sale sul letto con dolcezza, affaccia il suo muso al mio volto per capire se sono già sveglia, fingo di no, lei si sposta verso le mie gambe e comincia a grattare sulle lenzuola, sul mio corpo, come a creare uno spazio simbolico nella terra, poi si appoggia, toccandomi ,e aspetta che la chiami, che dia un segno di vita.

Folie, invece, è molto più impetuosa. Decide che è ora, balza sul letto, si piazza con le sue zampone sul mio sterno, mi chiama, fa i panini sul mio petto, perforandomi le costole che, proprio in quel punto del corpo, non c’è abbondanza di grasso. La accarezzo, impossibile far finta di nulla, lei cerca la mia mano per strusciare il muso, lo fa per un po’ poi scende e cerca la pallina. Il secondo gioco che dovrò fare con lei.

La mia giornata è iniziata.

La colazione è più lenta, l’orologio non scandisce i minuti come un generale, sabato è il giorno d’aria, si respira, l’ufficio è lontano.

Chissà perché ma, nonostante la giornata strepitosa, non ho pianificato il mare, non lo faccio più da molto tempo, non è una priorità. Mi concedo piuttosto di fare le mie commissioni casalinghe con calma, posteggiando lo scooter piuttosto distante dal centro e godendomi così la passeggiata in città.

Trieste è bella in questo periodo, oggi in particolare. Una luce azzurro blu cobalto mandava in esaltazione il colore dominante degli edifici neoclassici. Alcuni sono stati restaurati di recente e sembrano gioielli.

Una bellezza particolare, rara, diversa dalle altre città. Si respira un che di romantico e decadente, specie quando la città è deserta e il sole splende, rallegrato da refoli di vento. Non sono sicura che oggi soffiasse la bora.

Sono tutti al mare i triestini, ammassati sulla riviera di Barcola, con i loro costumi colorati e le brandine portate in scooter, che ci piace stare comodi.

Credo fossi una delle poche a scegliere di non stare lì, sulla costa, ad abbronzare la pelle, a sguazzare felice nell’alto Adriatico.

Trieste, stamane, era mia. Solo mia.

Ogni palazzo che ho incrociato nel mio andare si faceva bello ai miei occhi, regalandomi la visione di dettagli, di intarsi, di meravigliose architetture. Lo smartphone ha fatto gli straordinari, stavolta non gigioneggiando sui social, ma riempendosi di immagini meravigliose.

Compiuta la mia esplorazione, granita di Zampolli compresa- ovviamente- (non siamo mica nati per soffrire), sono rientrata. Una sensazione di pienezza, di bellezza, di armonia con me. Niente di più rilassante di potersi concedere momenti flaneur girovagando senza una meta, nella propria città, un sabato qualunque di luglio.

Pimpra

 

VACANZA E’ UNO STATO DELLA MENTE.

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Ci pensavo in questi giorni quando, nelle mie scorribande social, mi deliziavo, a volte con sana invidia, delle foto vacanziere degli amici.

Persone che hanno la possibilità (economica) e il tempo di viaggiare molto e di farlo con grande frequenza. Inutile nascondere che un friccichino di livore per le loro possibilità mi sale al cuore ma, fortunatamente, passa presto.

Da che sono adulta e provvedo a me stessa, ho dovuto fare pace con quello che i miei desideri chiedevano e il mio conto in banca permetteva. Come dire, uno a zero per il conto in banca. Zero, appunto.

Al che le mie “vacanze” si sono come liofilizzate, so che c’è gente che sta pure peggio – perciò risparmiatevi la battuta, ma, il mio bel carattere (e qua un complimento me lo merito) ha reagito egregiamente.

Complice lo smartphone, è da molto tempo oramai che amo passeggiare fotografando ciò che vedo. Il bello di questa dimensione animistica è che si notano tantissime cose, dettagli, particolari che, prima, a desideri soddisfatti, passavano davanti agli occhi come fossero trasparenti.

Oggi, ad esempio, rientrando dal caffè, ho notato la facciata barocca di un palazzo a tre metri dall’ingresso della gabbietta. Oggi, dopo 10 anni che lavoro in zona.

Avere fame, non potersi permettere tutto, obbliga a mettere in atto strategie alternative di soddisfacimento desideri, ovviamente, low cost. Per me, fotografare, rappresenta uno di questi escamotage che mi deliziano e regalano la sensazione di viaggiare, anche se resto nella stessa città, da troppo tempo ormai.

E’ con questo spirito che vi saluto, con due cartoline da Trieste.  Olè!

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Pimpra

In foto: portone barocco di palazzo dei Conti Brigido, facciata dell’edificio della Posta Centrale.

TEMPTATION ISLAND: stiamo grattando il fondo.

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La coglioneria di massa del popolo italiano, sta raggiungendo vette esponenziali.

Attualmente su Twitter, social dei cosiddetti pseudo intellettuali, delle agenzie di stampa, dei tg, degli influencer insomma di coloro, persone o istituzioni, che hanno qualcosa da dire, è entrato nei top trend (argomenti di cui si parla) la serie Temptation island.

Per chi di voi ancora non sapesse di che cosa si tratta e a cui va tutta la mia stima, è una trasmissione in cui, coppie nella vita, vanno su un’isola dove saranno indotte in tentazione da single a caccia. Va da sè che tutti i partecipanti sembrano modelli usciti dall’ultima copertina di Vogue e che il livello medio intellettuale è prossimo allo zero assoluto.

La mia indignazione non nasce dal fatto che, se ho voglia di staccare completamente la presa del cervello dalla mia vita e dai miei problemi, una trasmissione di cotal fatta possa essere di aiuto, il dramma culturale nasce dal fatto che, di una cazzata del genere sia pieno il mondo dell’informazione e che migliaia di persone perdano tempo a parlarne, me compresa, visto il post che sto scrivendo.

Perchè, perchè, perchè stiamo diventando un popolo di decerebrati? perchè è sempre più difficile incontrare persone con le quali avere uno scambio intellettuale fatto di dialettica e di condivisione, perché le rare volte in cui questo accade ci sembra un miracolo, invece che la regola? perchè?

Vado a bere un caffè e non se ne parli più, ogni giorno che passa rimpiango i bei tempi andati quando c’era meno televisione/internet/annessi e connessi e si leggeva di più e si discuteva di più e  studiare non era un flagello di dio ma un piacere per l’anima.

Madonna santa come sono diventata vecchia…

#sticazzi, #olè!

Pimpra

 

AMORE 2.0

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Lo spunto mi è dato dal gossip che circola in rete: pare che Ferragni e Fedez, la coppia più social del bel mondo italiano, si sia lasciata.

Voi direte “E chissenefrega!” oppure “Ferragni chiiii?” . I personaggi, probabilmente, sono noti solo a un certo pubblico di lettori, ma poco importa, ciò che è interessante è il modo in cui, nel XXI secolo, si viva l’amore.

… Ma quale Amore… vorrei scrivere… eppure…

La relazione moderna, 2.0 appunto, nasce, cresce, arriva al suo apice e muore, a suon di pixel, al ritmo battente di esposizione social.

L’amore moderno, la relazione, non vive più nella stanza segreta del cuore, dell’intimità più profonda, quanto piuttosto nell’esposizione mediatica del proprio sé.

A seconda dell’età degli amanti, ci sarà uno o più social scelti come emblema e messaggio di amore: dal classico FB, il più trasversale per età e diffusione, ai social-video diffondenti per i più giovani (you tube, snapchat, Instagram ecc), per non parlare poi, della gestione relazionale attraverso la chat di watsup.

Trovo il fenomeno massmediologico di grande interesse sociale, non voglio darne un giudizio di merito, perché l’età di chi scrive è troppo elevata per apprezzare a fondo le sfumature di un modo di vivere la relazione così “aperto”, pubblico, universale.

Già perché le relazioni moderne sono “universali e aperte”.

Un tempo, la coppia era un bene chiuso. Al di là delle temutissime corna che ci sono sempre state e sempre ci saranno, l’intimità veniva difesa come uno scrigno prezioso.

Oggi, accade esattamente l’opposto. Piace esserci, piace mostrare e mostrarsi, in tutte le fasi evolutive della relazione, dal suo nascere alla normale mortalità. Perché gli amori 2.0 si bruciano più veloci. A ritmo di shoot fotografici e di clip video.

Nell’analisi di costi/benefici, forse, amarsi, oggi è più facile, oserei dire quasi più “naturale”. Il placet sociale alla coppia è suggellato dall’approvazione (o disapprovazione) della rete. Il suo successo, idem. Esisti se ci sei, se danno il like alle tue foto e alle vostre dichiarazioni di amore eterno (fin che dura) che vi scambiate sulla pubblica piazza virtuale.

L’intimità non è più un valore.

Bisognerebbe capire se si tratta di un atto di coraggio o di estrema superficialità.  Ma non sono qui per giudicare.

Mi affascina piuttosto il fenomeno legato allo spregiudicato uso delle chat per fare innamorare e innamorarsi, specie ad uso e consumo della popolazione più adulta (dai 25 anni in su).

Certo, scrivere non è per tutti ed anche chi lo sa fare, più o meno bene, molto spesso viene travisato nel messaggio che desiderava trasmettere. Nulla di più difficile che far fluire emozioni/sentimenti/stati d’animo attraverso una chat.

Allora perché si fa? perché gli “adulti” scelgono, molto spesso, questa via per interagire, per costruire “relazioni”?

La domanda mi incuriosisce e vi propongo il mio punto di vista: si scrive per perdersi.

Afferrare lo smartphone sperando che l’icona verde di watsup riporti la medaglietta rossa di una chat attiva, crea la magia. Chissà chi sarà, chi mi pensa, cosa mi dice questa identità dall’altro capo della chat.

Poco importa se, il più delle volte, le parole vengono massacrate, violentate, abusate da chi le maneggia con totale inconsapevolezza, senza metterci un po’ di amore nello sceglierle, animato solo dalla velocità di passare un messaggio, di qualunque natura esso sia, a chi lo riceve.

Raramente, molto raramente, si ricevono messaggi in chat che si ha voglia di rileggere e magari di conservare, trascritti, sul proprio diario intimo. Di solito, on line, viaggia la spazzatura lessical/formale che ci portiamo dietro, animata dalla fretta e da un pensiero rivolto unicamente alla superficie delle cose.

Allora sai che c’è? come vorrei ricevere una bella lettera d’amore, come accadeva un tempo, scritta su una bella carta, con la grafia di chi me la invia. In modo che, oltre alle parole, nel tratto della penna sulla carta possa immaginare anche la personalità e la natura profonda di chi scrive

Un inno all’intimismo, alla supremazia della stanza segreta alla piazza, una volontà di ricerca di unicità e di personalismo da anteporre alla comunità, anzi alla community di utenti virtuali.

Ma io sono giaguara… una vecchia giaguara oramai… [sticazzi…]

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

IO SONO QUELLO CHE SCRIVO.

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Excusatio non petita, accusatio manifesta si diceva un tempo, non dare spiegazioni se non ti vengono richieste.

Invece, sai che c’è, parliamone, senza peli sulla lingua.

ARGOMENTO: essere una blogger  ti mette in pasto al gossip sociale dei tuoi lettori. Dai adito alle congetture più incredibili sulla tua vita privata. Sei percepita come un narciso uscito dal manicomio. Ma come si può essere così matti da esporsi così.

Alcune delle osservazioni che mi sono state mosse da chi non condivide il mio essere sociale. In verità, nel caso specifico va detto proprio”social”.

Rispondo così, semplicemente: anche dietro allo schermo di un pc o di uno smartphone c’è  sempre una persona. Piaccia o meno, si può inventare una bella maschera “social/e” che si indossa quando ci si manifesta sui pixel virtuali. Oppure no.

Ci sono dei veri geni nella costruzione di personalità fittizie, che usano per adescare anime semplici, come fa il ragno tessendo la sua tela. Un gioco di specchi e il povero malcapitato/a cade nella trappola. Molto spesso di ingaggio sessuale, salvo poi trovarsi di fronte un essere lontanissimo dalla fascinazione percepita nel virtuale. Cosa succeda poi, non lo so, non frequento, ma lascio immaginare a voi.

La strada che ho intrapreso io, per la personalità che mi connota, è quella di “scrivere quello che penso”. Lo faccio sempre. Dalle più vili cazzate, alle riflessioni lievemente più profonde, pur rimanendo nella mia leggerezza. Non ho presunzione di “buona scrittura”, anche se mi piacerebbe, non sono una intellettuale, semplicemente una vecchia ragazza che ama osservare la realtà, ci riflette su e ci scrive.

L’età mi ha regalato la sicurezza di poter dire “Minni futtu” del giudizio degli altri, di quello che pensano di me, tanto, che tu agisca secondo il tuo bene o meno, troverai sempre il cretino sulla tua strada che pensa esattamente l’opposto di quello che intendevi affermare tu. Sicché, perché preoccuparsi?

Quando scrivo i post, mi arrivano all’orecchio voci che mi vogliono una single agguerrita, piuttosto che una signora in pre menopausa carica di frustrazioni dovute al farsi dell’età. E mi fermo qui.

Mi piace dirvi, Amici Cari che mi seguite, che non ho paura della verità (della mia versione, ovviamente), mi piace scrivere quello che mi passa per la testa anche se a volte può essere sopra le righe, o semplicemente sciocco, leggero, senza pretese, senza filtri. Non ho paura.

Questa sono, e le parole sono amiche mie, piccole tessere che mi piace mettere insieme per creare un puzzle tutto mio che non temo di mostrarvi. Non mi aspetto che vi piaccia, e rispetto tutte le osservazioni che vorrete muovermi, le critiche che mi faranno riflettere.

Insomma chi sta qui, chi si vive armoniosamente il suo sociale/virtuale accetta le regole del gioco. Le mie sono molto semplici: dico (scrivo) sempre quello che penso.

E se vi piace ricamarci su… divertitevi pure!

[STICAZZI!] 😉

TANTE, TANTE (BELLE) PAROLE PER TUTTI!

Pimpra

Ps: se posso aggiungere, è molto liberatorio permettersi di essere se stessi, nelle proprie zone d’ombra e di luce. Schiettezza mi ha regalato persone meravigliose che ho conosciuto e che, altrimenti, non avrebbero incrociato la mia strada. Basta avere coraggio.

Coraggio!

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