UNA DOMANDA ME LA FACCIO: PERCHE’?

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Sta per concludersi la prima settimana in zona rossa che, nel mio immaginario, significa: tutti a casa. Si sta in smart working, si esce solo per necessità motivate e con certificazione. Si sta “isolati”.

Poi, la realtà: dinnanzi agli occhi, rosso rimane solo il conto in banca di coloro che, a causa delle ripetute chiusure/aperture di questo ultimo anno, hanno visto fallire la loro attività imprenditoriale o hanno perso il lavoro o non ne hanno mai trovato uno.

La realtà racconta di famiglie con figli che non sanno più dove sbattere la testa, cercando di fare la gincana di incastri tra il tetris delle sedute di DAD e il lavoro smart, quando ancora ne hanno uno.

La realtà mostra i più giovani accumulare rabbia e frustrazione che talvolta si esprimono in atti violenti verso gli altri o nei confronti di loro stessi, attraverso comportamenti autolesionistici.

La realtà di intere fasce di popolazione che stanno lentamente scolorendo, in preda alla morsa della depressione.

Guardo alla finestra e mi pare che questo gioco al massacro di colorare l’Italia, non porti i benefici effetti sperati. Le varianti del virus stanno correndo e i comportamenti della cittadinanza ESASPERATA , forse, non contribuiscono a limitare i danni.

A me pare che stiamo dentro a una pentola a pressione difettosa, pronta, in un attimo, a fare un grande botto.

Guardo alla finestra e sento prepotente la primavera penetrare i pori della pelle e ho voglia di vita, anzi, la vita mi prende e mi spinge per essere vissuta.

Mi comporto bene e sono ligia alle regole. Ho pure scritto da qui parecchi sermoni, l’anno scorso, sul fatto di tenere duro, mantenere alte le difese e seguire le regole.

Sono una brava cittadina, continuo a stringere i denti ma, francamente, non ci credo più.

Pimpra

RIPROGRAMMARSI

Mi ero illusa, come molti, che prima o poi, nel giro di qualche mese, saremmo tronati alla nostra vita di sempre. Magari con qualche restrizione e taluni limiti ma nel complesso alla nostra VITA.

Cambia il governo ma non cambia la musica perché la pandemia, burlandosi dell’uomo, modifica le sembianze e ci costringe – ancora – ad assoggettarci alle sue volontà.

Speravo, se non di riprendere a ballare l’amatissimo tango, almeno di frequentare la palestra. Per me il tempio del mio equilibrio mentale, luogo di sfogo e scarico di tutti gli scarti metabolici del corpo e – soprattutto?- della mente.

Niente da fare. Non si vede ancora la luce.

Onore e merito a tutte le strutture che si sono organizzate per fornire ai soci servizi usufruibili da casa, in mancanz adi meglio. Vi dico bravi e vi stimo tantissimo per la resilienza, ma con me – purtroppo – non funziona.

Io ho bisogno di uno spazio grande, dedicato con millemila attrezzi e pesi e macchinari di tutti i tipi. E’ un mio clamoroso limite e ne sono ben consapevole, ma tant’è.

Siccome sono altresì ben conscia che i veri problemi della vita sono altri, non di certo il mio giro fianchi aumentato, ho deciso che qui bisogna iniziare a … riprogrammarci!

Con la primavera alle porte, la luce del giorno che accarezza ogni giorno un minuto prima le nostre finestre, posso darmi una mossa e fare una corsetta morbida, finalizzata al risveglio muscolare, all’ossigenazione di mente e tessuti, prima di andare al lavoro. Trenta minuti dedicati, dalle 7 alle 7.30 del mattino, doccia e via in ufficio, magari a piedi. Alla sera, con minor senso di colpa se mi viene la stanchezza o la pigrizia, gli esercizi ginnici mirati.

Più facile da scrivere che da fare, ma credo che sia la sola possibilità che ci rimane per fronteggiare i paletti di NO che siamo costretti a vivere.

Che fatica. Che frustrazione.

Ripenso alla terribile primavera dello scorso anno, alle meravigliose giornate che abbiamo vissuto chiusi in casa, godendo dei colori e dei profumi da dietro le finestre.

In ottica positiva, almeno quest’anno, saremo fuori, di certo mascherati e distanti ma, almeno, liberi.

Io parto da qui, riprogrammo le attività fisiche. E voi, come la state gestendo, come vi sentite?

Il mio abbraccio virtuale e forza cerchiamo di resistere!

Pimpra

COME STIAMO VIVENDO IL CAMBIAMENTO

Oramai ci siamo, stiamo per compiere il primo (e speriamo pure l’ultimo) giro di boa di un cambiamento epocale che ha colpito tutti noi, senza esclusione. Un anno fa, nel nostro mondo pulsante di modernità, si è diffuso un virus che ha completamente modificato le nostre abitudini, sparigliando le carte della socialità, della vita professionale, fin dentro la profondità delle nostre anime.

Cambiamento, come cita la Treccani , può investire gli ambiti più diversi:

cambiaménto s. m. [der. di cambiare]. – 1. Il cambiare, il cambiarsi: c. di casa, di stagione, di temperatura; fare un c., un gran c., spec. nelle abitudini, nel carattere e sim.; c. di stato d’aggregazione della materia; c. di stato civile, ecc.; c. di scena, nelle rappresentazioni teatrali e sim. (spesso in senso fig., mutamento improvviso di situazione, di uno stato di cose); c. di indirizzo politico; c. di mano, nella circolazione stradale, lo spostarsi di veicoli o persone da un lato all’altro della via (è anche nome, in equitazione, di una figura di alta scuola). In sociologia, c. sociali e culturali, quelli che determinano trasformazioni nella struttura sociale e culturale di un gruppo. 2. Nella scherma, azione con cui si cerca di deviare il ferro dell’avversario dalla linea di offesa

e possiamo tranquillamente affermare che la disgraziata pandemia non ci abbia risparmiato nulla.

Ciò che mi interessa indagare è come abbiamo affrontato questa onda anomala che ci ha travolto, quali segni ha lasciato su noi stessi come individui e come comunità.

Dopo il primo periodo di choc mi sembra che, in generale, ci siamo adattati alla nuova realtà mutata delle nostre vite. Di certo nessuno di noi l’ha fatto senza opporre una qualche resistenza interiore, chi più chi meno, ma in massima parte, abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco imparando a convivere con questo nuovo modo di stare al mondo.

Penso ai bambini nati all’inizio del 2020 a come gli risulti naturale vedere gli adulti mascherati, stare distanziati, evitare – se possibile- di toccarsi, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Personalmente ho vissuto un momento di indagine profonda dentro di me, cercando di leggere meglio la mia vita fino a quel momento, mi sono depressa, sono andata giù giù giù in un crinale scivoloso che mi ha portato in acque scure e profonde, a tratti anche molto spaventose. Ad un dato attimo, dolcemente, è ripresa la salita, motivata da una scelta precisa: non lasciarmi andare passivamente.

Oggi, finalmente, trovo il sole dietro le nuvole e in una giornata di pioggia: i miei occhi sanno riconoscere quella luce.

Camminando per strada mi accorgo di come siamo diversi, così mascherati, di come ci perdiamo le espressioni, i micromovimenti del volto che tanto ci raccontano su chi abbiamo di fronte. Evitiamo di sfiorare anche le persone che amiamo di più, penso ai nostri genitori, per timore di poterli contagiare che non si sa mai.

Le attività che davamo per scontate come fare sport, frequentare luoghi di cultura, cinema, teatri, mostre, viaggiare, ballare, banalmente andare a cena alla sera, ci sono preclusi. Ancora non si può e non si sa per quanto sarà così. Le nostre serate scadono alle 22.00, ogni giorno.

Tutto questo, come ci ha cambiati?

Ne parlavo con la mia più cara amica che a forza di lavorare a casa, oramai è spaventata dalle persone, associa la gente per strada (e non parlo di un assembramento vero e proprio) ad un potenziale pericolo. In molti sono caduti in questa rete di paura, tanti altri, al contrario, sfidano le norme con comportamenti decisamente inappropriati per il periodo.

Voi, dove siete? Come vi sentite?

Da un giorno all’altro è come se l’intera umanità fosse piombata dentro una guerra silenziosa e letale, senza preavviso alcuno, senza proclami, senza la possibilità di prepararsi, almeno psicologicamente.

E’ passato il primo anno di pandemia.

Siamo ancora qui.

Speriamo di intravvedere i primi fotoni di luce alla fine del tunnel, nel frattempo credo che la strategia migliore sia adattarsi, assecondando le raffiche che quasi ogni giorno, provano a buttarci a terra.

Pimpra

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E BORA FU

foto dal web

L’aspettavo. Senza nemmeno rendermene conto. Una chiamata dal profondo, la mia personale nota d’inverno.

Trieste senza bora perde uno dei suoi colori più brillanti, i triestini la amano di un sentimento ondivago, a tratti scolpito da un profondo fastidio, per dimenticarsene poco dopo.

Mancano una manciata di giorni alla fine di questo anno orribile e ci stiamo chiedendo come ci destreggeremo tra i mille ostacoli dei DPCM che, come caselle del calendario dell’avvento, tracceranno la strada verso le festività.

Personalmente non ne faccio un problema, non fosse il fatto che gli spostamenti sono vietati e non sarà possibile ripetere il natale al sud dell’anno passato, uno dei più belli di questi ultimi anni.

L’importante è scollinare il 2020, credo sia il sentimento di tutti, in un modo o nell’altro, ritrovarsi nell’anno nuovo per ricominciare a sperare di avere una vita, se non proprio uguale a prima, almeno molto somigliante.

Credo che il 2020 sarà immediatamente rimosso dalla mia memoria, non c’è una cosa che voglio ricordare, non una.

Non amo guardare indietro, perciò mi sto preparando ad immaginare lo scenario migliore, quello più bello per l’anno a venire. Lo voglio positivo, risolutivo, pieno di carica vitale, radioso, brillante. Lo voglio immaginare così, senza soffermarmi sul dolore, sui problemi, su tutto quello che non va.

Finalmente bora fu.

È lei che ripulisce i miei pensieri, elimina la negatività, mi fa tornare la gioiosa bambina che amava stare all’aperto a sfidare le raffiche.

Aspetto la spruzzatina di neve per chiudere il cerchio in bellezza.

Pimpra

TANGO E TECNOLOGIA

Ormai ho perso il conto dei giorni, stare a casa ovatta il senso del tempo. Mi accorgo dello scandire delle giornate osservando il piumaggio di foglie del carpino che domina il giardino. E’ lui che funge da calendario.

Come molti di noi, lavoro da casa e, se possibile, sono più iperconnessa di prima. Nel carosello di pixel che fiammeggiano quotidianamente dinnazi ai miei occhi, sto notando un grande cambiamento “adattativo” riservato a noi, i “droGatti” tangueros.

Molti professionisti (e non) si sono affacciati alle piattaforme virtuali per continuare a mantenere vivo il rapporto con i loro allievi e, perché no, non perdere completamente la fonte del loro reddito.

Una delle piattaforme che vanno per la maggiore è Zoom, ma sicuramente ve ne sono altre di validissime.

Personalmente non mi sono ancora mai iscritta a uno di questi webinair, ma conto di farlo prima o poi. So di molti amici che seguono lezioni di ogni tipo in modalità on line, da quelle più tipicamente “intellettuali”, i classici corsi di formazione per capirci, a vere e proprie lezioni che implicano il corpo.

Ecco che mi chiedo come cambierà il mondo tanguero, anche alla luce di queste possibilità offerte dalla tecnologia moderna.

Facendo un salto nel passato, ripenso ai miei esordi a metà del 2000, ricordo perfettamente come molti tangueros dell’epoca facevano indigestione di video di esibizioni per carpire i movimenti dei professionisti. Poi si presentavano in pista e usavano l’inconsapevole ballerina/o quale strumento di verifica dei loro progressi. Inutile dire che per il 90% di loro gli effetti erano nefasti.

Ma torniamo ad oggi, come cambia, se cambia, la didattica on line? Il fatto che io veda il mio maestro effettuare dei movimenti, spiegarmeli, mi permette comunque di apprendere? Il maestro, via etere, ha la possibilità di osservare i movimenti degli allievi e di offrire le sue correzioni?

Oppure le lezioni on line poggiano piuttosto sulla condivisione con l’aula di esercizi che vengono dettagliatamente spiegati alla classe che poi, in autonomia, li riproduce?

Si possono fare domande? I maestri interagiscono o il rapporto è “one to many“?

Non nascondo che questa possibilità di apprendimento, non solo mi incuriosisce, ma mi pare un’ottima ancora di salvataggio sia per i professionisti, gravemente privati della possibilità di lavorare, sia per gli allievi che si sentono mancare i loro punti di riferimento.

Ancora, come si può rendere questo strumento il più efficace possibile, in modo che, una volta l’emergenza risolta (accadrà prima o poi!), non ci si ritrovi in pista completamente a digiuno dei movimenti, con tutti i nostri punti deboli in esaltazione?

La domanda è rivolta sia ai maestri che avranno il piacere di rispondere, sia agli allievi che hanno esperienza del metodo.

Ad ogni buon conto e a prescindere da tutto, apprezzo la voglia di trovare soluzioni, di reagire a una situazione drammatica, all’arte di arrangiarsi che, messe insieme, ci faranno rialzare la testa e riprendere le nostre vite.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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LA FASE 2

La smart band che indosso mi offre quotidianamente il grafico del sonno, quanto sono durate le fasi profonde, leggere, quelle Rem, i risvegli, poi dà un voto alla qualità del mio riposo e del respiro.

Pare che sia estremamente positivo per la creatività e per il cervello in generale, aumentare la durata della fase Rem.

Durante la quarantena, ho notato che l’incremento del Rem ha avuto una crescita lenta ma costante.

Non so se si tratta di suggestione o di scienza, ma sta di fatto che quando quella fase supera l’ora, la testa viaggia più veloce e mi arrivano idee e, in particolare, ho più voglia di scrivere.

Sull’onda quindi di una bella dormita, mi sono messa a favoleggiare su quella che oramai chiamiamo “FASE2” dell’epidemia ovvero il momento in cui, con grande cautela e regole nuove, potremo nuovamente uscire di casa.

Ci penso molto spesso, immaginando una lista di cose che voglio fare per prime, le metto in ordine di priorità e di piacere.

Negli occhi mi si presenta un’immagine nuova, di noi che viviamo con la mascherina sul volto, sempre. Penso al caffè sorseggiato prima di entrare in ufficio, alla pausa pranzo, all’interazione con i colleghi. Sarà tutto molto diverso, strano anche.

Chissà se il “distanziamento sociale” così rigido, come quello che stiamo vivendo ora, sarà mantenuto, se dovremo continuare a fare la fila fuori dal supermercato perché gli ingressi saranno contingentati. E come sarà entrare nei negozi per fare shopping? Si potranno ancora provare i vestiti? E quando mi servirà un nuovo rossetto? La signorina di KIKO potrà farmelo provare, almeno sul dorso della mano?

So bene che quelle appena citate non sono di certo le domande ontologiche per eccellenza ma fanno parte del vivere quotidiano che è la cosa che riguarda da vicino noi tutti.

Qualche idea me la sono fatta, non sempre positiva, ma non voglio pensarci adesso.

Vi propongo un gioco di condivisione: scrivetemi le tre cose che farete il primo giorno in cui potrete uscire di casa senza divieti stringenti.

Scrivetemi una paura che non vi abbandona.

Rispondete a questa domanda: vorreste vi fosse fornito dalle autorità competenti una sorta di vademecum di ciò che si può fare e come e ciò che resta vietato? Un manualetto con le nuove istruzioni del vivere civile.

Inizio io:

  1. vado ad abbracciare mia madre
  2. faccio un giro in città a piedi
  3. vado in palestra

Mi rimane la paura che chiunque mi possa contagiare.

Sì lo vorrei. Chiaro e specifico, così da non sbagliare e incorrere in ammende o peggio avere conseguenze penali.

VI ABBRACCIO

Pimpra

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SENSAZIONALISMO GIORNALISTICO E TRAPPOLE

Un cosa l’ho imparata, proprio ieri, dopo uno scambio su Twitter.

Un primario triestino, positivo al Covid e per questo in quarantena obbligatoria, è stato fermato e multato per essere uscito di casa con la spazzatura e sprovvisto di protezioni.

L’articolo di denuncia, apparso sul quotidiano locale “Il Piccolo” titola:

I CONTROLLI DELLE FORZE DELL’ORDINE

È infetto ma esce di casa: denunciato il primario di Geriatria al Maggiore di Trieste

L’articolo è stato più volte rilanciato sui profili FB di numerosi amici e, più me lo ritrovavo davanti agli occhi, più mi montava la rabbia.

Ho esternato, in modo sicuramente poco signorile e decisamente gratuito, quello che pensavo su Twitter. Pronta la risposta di un collega medico che, sulle prime mi ha molto fatto arrabbiare (la categoria si difende coesa), ma, successivamente, mi ha riportato a più miti consigli.

Ho imparato che un articolo di giornale non fornisce tutti gli elementi necessari per esprimere un giudizio, specie riferito a un comportamento che viola una norma. L’articolo è solo una rappresentazione, molto spesso deformata, quanto non direttamente sommaria, dei fatti.

Cui prodest una diffamazione mediatica del genere, riguardante il comportamento, presumibilmente, opinabile del soggetto in questione che va valutato, comunque, nella sua complessità di aspetti?

Ci sono caduta con tutte le scarpe, il mio sdegno, la rabbia, la frustrazione riversate sul medico che, a mio avviso, si è macchiato di un reato gravissimo. Non ero presente all’accaduto, non conosco i retroscena e neppure se egli ha agito seguendo il buonsenso.

La lezione che mi porto a casa è questa: trattenermi dal giudicare i comportamenti altrui, non cadere in certe trappole mediatiche di sensazionalismo giornalistico, specie in momenti, come quello attuale, in cui i nervi sono a fior di pelle.

Con questo post desidero pubblicamente scusarmi con il dott. Ceschia per la mia esternazione su Twitter che ha travalicato il senso civico e il buon gusto di cui, normalmente, sono sana portatrice.

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Venerdì 3 aprile, sono in quarantena dal 13 marzo, esattamente da 21 giorni. Gli scienziati dicono che dalla terza settimana in poi si apprendono nuove abitudini. Confesso che rassegnarmi alla clausura forzata mi riesce particolarmente ostico. Ma tant’è.

Accantonate le ore di lavoro dovute, le restanti sembrano interminabili. Come il delta di un fiume amazzonico che arriva al mare con il suo portato d’acqua che scorre lenta, maestosa. Così percepisco il tempo a mia disposizione, mentre severo mi osserva, suggerendomi di farne buon uso.

Ci provo, anche se il più delle volte mi perdo, non finalizzandolo virtuosamente. Dopo 21 giorni non ho più bisogno di riposare, di recuperare le energie spese nella rincorsa della vita quotidiana. Adesso è il momento di riempire le ore a disposizione in modo intelligente, sia per il corpo sia per la mente.

E’ così che mi ritrovo a fare nuovamente i conti con me stessa, con quelle parti di me di cui non sono precisamente fiera. Mi scopro indolente, lassa, svogliata. Posso immaginare sia normale e giustificare parzialmente questa attitudine in taluni momenti della giornata, ma confesso di esserne toccata e preoccupata.

La quarantena, specie a chi non ha persone da accudire, siano i propri figli o persone anziane o malate, costringe ogni santo momento del giorno a stare dinnanzi a se stessi. Mica facile sostenere questo confronto constante e assolutamente veritiero, specie per chi, come me, ha spesso privilegiato le vie di fuga.

Fa male. Toccare con mano la trama bucata della propria personalità, prendere piena coscienza che, se nella vita ti sono capitate delle cose, la responsabilità è tua e solo tua, poiché agendo o non agendo come hai fatto, hai provocato tutto ciò.

Al ventesimo giorno della mia personale quaresima forzata, è esplosa una congiuntivite come mai nella vita. La mente è corsa immediatamente alla possibilità di aver contratto il virus, mentre il saggio Maestro interiore, seduto sulla riva del lago della meditazione, mi guardava negli occhi suggerendomi quello che già sapevo “Tu devi continuare a guardare, con coraggio, tutto quello che hai sempre desiderato non vedere. Ti farà molto male, lo so bene, ti porterà negli abissi, ti provocherà dolore, ma è necessario farlo”. Con gli occhi doloranti, con le palpebre gonfie e violacee, ho piegato la testa alla sua saggezza rispondendo “Lo so”.

Oggi va meglio, di certo il nuovo collirio ha fatto il suo, ma credo convintamente ci sia dell’altro. la mia accettazione di entrare in quelle stanze buie da dove mi sono sempre allontanata.

Ho fatto una scommessa con me stessa: se eviterò di scappare e aprirò tutte le stanze che devo aprire, sarò presto libera dalla prigionia casalinga.

Fatemi gli auguri che ho ancora tanto da scoprire.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

DIARIO DI UNA QUARANTENA

Siamo alla terza settimana, credo, o poco più, e comincio, mio malgrado, ad abituarmi. A pensarci bene, l’essere umano è ben progettato, questa capacità manifesta di adattarsi ci rende abbastanza impermeabili alle difficoltà. Quindi: mi adatto.

Siamo giunti a fine mese. Passando la vita chiusa in casa, mi sono imposta di provvedere unicamente a: igiene personale, cura della pelle, immancabile riga sugli occhi, una passata giornaliera di lip gloss.

Punto. Nessun altro cedimento all’effimero richiamo della vanità, non perché non vorrei caderci, quanto perché non posso farlo.

In questo nuovo modo di trascorrere le giornate ho già notato come moltissime delle mie abitudini pre-epidemia siano cambiate.

La prima, quella sicuramente molto positiva è che NON SPENDO.

A parte quelle 4 o 5 spese alimentari deliranti che ho fatto a inizio clausura, causa il profondo malumore provato che si è riversato poi sul quantitativo di generi ripetutamente riposti nel carrello, una volta a regime (ricordo che è scientificamente provato che servono 3 settimane per far propria un’abitudine), ho imparato a vivere di quello che ho.

Gli economisti all’ascolto si staranno strappando i capelli che proprio adesso in clima di crisi mondiale, in realtà bisognerebbe spendere e rilanciare i consumi, invece a me è scattato il comportamento inverso, virtuoso direi.

Di sicuro, nelle millemila ore che spendo davanti al pc, sono messa sotto assedio – e lo capisco!- da tutte le aziende che cercano disperatamente di fronteggiare la crisi, buttandosi sull’e-commerce, eppure niente, non mi faccio tentare.

Le giornate trascorse in tuta è come se avessero appoggiato il saio della rinuncia al frenetico desiderio di spendere. Abiti, scarpe, borse, accessori, profumi, belletti, creme cremine oggi, marzo 2020 di coronavirus, hanno perso tutta la loro seduzione su di me.

I primi giorni dicevo a me stessa “Evviva la tecnologia, compro tutto on line, non cambia quasi nulla”, poi, con il passare dei giorni, è come se fosse avvenuto improvviso il risveglio del Maestro interiore a dirmi “Che te ne fai di una borsa nuova? Di un paio di scarpe, di un abito che tanto ti tocca restare a casa?”

Le prime volte ho distolto il pensiero, mettendo nelle varie wishlist i desideri del mio shopping compulsivo, poi, poco a poco, ho cancellato tutti gli articoli ben consapevole che non avevo bisogno di nulla di tutto ciò.

Se mi chiedessero oggi cosa vorrei veramente comprare, risponderei senza esitazione: la mia libertà. Quella di poter uscire a godermi su Molo Audace questa violenta e giocosa bora, i mercatini primaverili di fiori, una passeggiata in riva al mare con mia madre, una cena con gli amici, una milonga…

Questa epocale batosta a qualcosa e a qualcuno servirà. Romperà gli occhiali di tutto ciò che è troppo sterile, della vanità esponenziale di cui ci siamo ammantati, del narcisismo fine a se stesso.

E chissà che le librerie/caffè non torneranno ad aprire i loro battenti, perché sarà bello leggere in compagnia, scambiare parole e pensieri guardandoci negli occhi consapevoli che una delle ricchezze più preziose sta ben incastonata nelle “piccole cose”.

VI ABBRACCIO

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Inutile ce la raccontiamo, la strada di quarantena che abbiamo davanti sarà ancora lunga. Nel Friuli Venezia Giulia, tutto sommato, non viviamo una situazione grave di emergenza (per fortuna), ci hanno messi a casa con cordiale lungimiranza, prima che fosse attraversata la soglia del non ritorno e del contagio esponenziale.

Anche qui i numeri ci sono, ma, fortunatamente, non siamo in alto nella graduatoria delle regioni a più alto contagio. Meno male.

I giorni scorrono tutti uguali, come un filo di seta invisibile, sul quale, equilibristi del nostro destino, cerchiamo a fatica di non cadere.

Ho definitivamente abbandonato le videochiamate, non fanno per me, fatico a vedere la mia faccia di gomma assumere le più strane espressioni quando favello. Per caso ho scovato un articolo su Repubblica on line nel quale spiegano, probabilmente alle attempate come me, come “posare” davanti all’obiettivo deformante del proprio cellulare, così da risultare meno spiacevoli agli occhi dell’interlocutore nel corso delle videochiamate.

In questi momenti, il tempo pesa come un macigno sulla vita che ci stiamo reinventando.

Bisogna metterci creatività e liberare la mente, aprendo la porta della fantasia, ove quella di casa deve inesorabilmente rimanere chiusa.

La sola nuova esperienza del periodo, almeno per quanto mi riguarda, è l’opportunità di lavorare a casa, lo smart working.

La situazione contingente ha obbligato le istituzioni più restie alla modernità a farne uso a piene mani.

Io dico: meraviglia!

Nessuna distrazione, silenzio, musica o rumore del vento, illuminazione e temperatura ideali, ambientazione preferita, Gattonzole a tenermi compagnia. I pensieri fluiscono più freschi, luminosi. Nessun essere umano a me sgradito nei paraggi, nessuna di quelle inutili e fastidiose chiacchiere da grande organizzazione, nessun leccapiedi a portata di vista e di udito.

Lo smart working è il mio piccolo paradiso.

Certo, alcuni colleghi mi mancano molto, ma, per fortuna, la tecnologia permette sia di lavorarci insieme, se serve, sia di contattarli visivamente.

Il mio mondo del lavoro ideale, quello perfetto, dove vali per quello che fai, per come lo fai, per il contributo che porti, dove tutte le cianfrusaglie relazionali di cui i mediocri si servono per emergere e per affossare gli altri, svaniscono magicamente come vampiri al sorgere del sole.

La terza settimana di quarantena sta iniziando a piacermi.

Chissà che non sia in atto la mia metamorfosi in donna/lupo.

Chissà…

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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