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DI TANTO IN TANGO. COME AFFRONTARE LA CRISI “ESISTENZIALE”

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Per chi è cronico di questa bella malattia che è il tango argentino, sa che, nel suo decorso, si attraversano numerosi momenti di crisi.

La crisi, dal greco krino, definisce anche un momento di riflessione e di valutazione che permette il miglioramento di una situazione.

Nel tango la crisi è obbligatoria per ogni ballerino degno di questo nome.

Cosa accade.

Ci sono diversi modi e piuttosto soggettivi in cui essa si manifesta, siano essi legati al singolo tanguero o alla coppia di ballo.

Si entra in crisi perché il linguaggio del corpo cerca nuove forme espressive e per trovarle deve rompere, smontare il modo precedente di danzare e percorrere così nuove vie.

Ma crisi è anche, forse più banalmente, mancanza di allenamento, di studio o di pratica o, ancora, il bisogno di cambiare il partner di ballo poiché nel percorso di crescita della coppia, si cambia e non sempre ci si ritrova.

Confesso che le mie crisi sono sempre state devastanti, hanno minato me stessa nel profondo, arrivando a toccare corde che -mai- una qualsiasi disciplina a cui ho sottoposto il mio corpo, ha raggiunto.

Sono sempre stata una ballerina “difficile”.

Agli esordi perché non ne volevo sapere di “affidarmi”, successivamente, ma parecchi anni dopo, perché nel tango, trovando una potente chiave espressiva, è uscita definita la mia personalità, senza finzione e senza sconti. Di nuovo, non facile.

Vivere fuori dal coro anche in questo campo costa fatica, è obbligatorio fare pace con il concetto che “non sei per tutti, non puoi piacere a tutti, sei per una nicchia infinitesimale”. Se nella mia vita “vera” questa idea non mi crea nessuna difficoltà, altro è viverla nell’ambiente del tango.

Il perché è presto detto: le donne si devono fare invitare e, per la legge dei grandi numeri, la proporzione fra i sessi è in totale squilibrio quindi, se pure balli per una nicchia ristrettissima di ballerini, è praticamente garantito che resterai seduta.

Problema n. 2. Meno balli, meno pratichi, meno affini, meno migliori, meno. Punto.

Quando ti arriva la crisi devastante ché un ballerino ti rimanda che hai perso quelle qualità che ti rendevano speciale e ti sono usciti dei difetti da principiante, ecco che devi fare i conti con un disagio così forte che – o reagisci – o appendi le scarpette al chiodo.

Il discorso vale per entrambi i sessi, crisi è crisi per tutti.

All’inizio ci sto cosi’ male che mi viene solo da piangere e vado giùgiùgiù in un buco di letale frustrazione che mi porta quasi ad abbandonare l’idea di ballare per sempre. Vivo il momento con un tale intensità da provare addirittura dolore fisico. Lo stato può durare da pochi giorni, a mesi, non c’è una regola.

Nel frattempo combatto dentro di me, lotto con il corpo, con i sentimenti, con le emozioni, con me stessa. E’ come mettere a soqquadro la casa cercando la punta di uno spillo.

Poi, all’improvviso, arriva la quiete. Quello stato di tranquillità quasi atarassica che si chiama rassegnazione e, da lì, dall’esatto istante in cui non hai più la forza di lottare, arriva l’alba del tuo nuovo tango, della tua nuova “te stessa ballerina”, di un nuovo colore, di una diversa pennellata.

Dopo ogni crisi, dopo ogni surfata sull’immenso dolore di non riuscire ad esprimere nel corpo quanto la mia anima danzante prova, è stata sempre una rinascita. Dura, lo è sempre di più, ma necessaria.

Di crisi in crisi, di caduta in caduta, la mia Essenza sta imparando a volare. Almeno dentro di sé.

Pimpra

FOTO MIA.

 

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23-12= 11 di detox

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11 giorni che sembrano 5 mesi.

Un silenzio che diventa un rumore assordante.

Insospettabili esseri umani chiedono come sto.

Leggerezza e pesantezza di cuore convivono in alternanza.

L’umiltà obbligata di essere tagliata fuori e provare a darsi un senso comunque.

Tempo per riflettere seriamente.

Tempo per ascoltarsi.

Tempo per stare nel “qui e ora”.

Tempo che si dilata e si espande.

Tempo da riempire di cose vere, di persone vere, di passioni vere.

Tempo per piangere in silenzio.

11 giorno di detox.

Meno 19 giorni alla nuova alba.

Sticazzi.

Olè.

Pimpra

IL CALORE TENUE DELLA SOLITUDINE

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3° giorno di detox dal mio social preferito.

Mi sono svegliata serena, anche se, come un vero tabagista o tossico di altro genere, la manualità non è ancora dimenticata: mi ritrovo spesso ad avere lo smartphone tra le mani sperando di trovare notifiche che non ci sono.

Finalmente ieri sera ho guardato un film per intero. Mi distraggo molto meno, anche se, dentro, qualcosa mi rode, come se mi sentissi “esclusa” e, di fatto, lo sono. Il mondo aperto e sconfinato non è più alla mia portata.

E’ chiaro che se non ci sei, non esisti più e ti devi rassegnare al fatto che nessuno è necessario per nessun altro. Punto. Tanto vale mettersela via.

Costruisco le mie giornate un pezzetto alla volta, riscoprendo colori che avevo perso. Adesso, quando sono per strada, ho fame di persone, guardo la gente, la osservo nei più infinitesimali dettagli. Ho bisogno di umanità, un estremo bisogno.

Questo tempo/spazio a cui mi sono costretta sta dando rimandi importanti. Per prima cosa è un bagno nell’umiltà come poche volte ho sperimentato. Tutto ciò che ho costruito in anni di virtualità, si è  – ovviamente – dissolto come neve al sole. La Pimpra non esiste più, perché non c’è, non frequenta. Che si tratti di uno pseudonimo che nasconde una umanità che vive e respira, poco importa, se non ci sei, non esisti.

La parola che si lascia nell’etere, non è quel segno profondo ed emozionale che regala la lettura di un libro. E’ solo fuffa, un millesimo di attimo nella vita di chi, per puro algoritmo, quella parola si trova davanti agli occhi. E’ questa la durissima punizione, “non essere più”.

Pimpra è morta (tiè) perché non gode più di quel fantomatico gioco di specchi che la rendevano esistente. Adesso ci sono solo io e mi relaziono con il fantoccio virtuale di me.

Che botta all’autostima. Ma quanta consapevolezza.

La solitudine che sono costretta ad accarezzare mi offre un calore tenue, come una nuova amica che conosco da poco ma che so diventerà parte importante della mia vita.

Al momento è difficile farci i conti ma lei sta dicendo che tutto andrà nel migliore dei modi e che, anche questa paura, abbandonerà mente e cuore, ci penserà il tempo.

Eccomi, finalmente, completamente a nudo davanti a me stessa. Ed è a me e solo a me che devo parlare. STICAZZI, olè.

Pimpra

 

 

 

LIBERI. FINO ALLA FINE.

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E’ così strano anche solo riuscire a pensare a qualcosa di diverso, di intenso e, per certi versi, pesante, in questi giorni.

Le città sono uno sfavillio di luci, la gente corre indaffarata portando in giro quintalate di pacchetti colorati. Ci si saluta, come mai durante l’anno, quando siamo  delle figure trasparenti agli occhi del nostro prossimo.

Ma è (quasi) Natale, allora tutti a scimiottare sentimenti, comportamenti richiesti da copione.

Poi, lì fuori, c’è la Vita Vera, quella delle persone che ne vivono ogni singolo respiro e quella di coloro che stanno morendo.

Oggi, mentre surfavo leggera sui pixel, incontro, come un tronco portato dalla marea, un video. Non li guardo mai, i video, che mi annoiano, ma questo ho dovuto. Il link qui .

Dominique oggi lascerà questa dimensione, per sua scelta, aiutata da una équipe di medici svizzeri. Forse, a quest’ora, è già volata via.

Mi sono commossa davanti al pc, ascoltando la storia di questa signora che, a tre mesi dalla scoperta della inguaribile malattia, ha deciso, consapevolmente, di mettere fine alla sua vita.

I medici le aveano prospettato da 1 anno a 3 anni di aspettativa, a fronte di trattamenti chemioterapici molto forti. E Dominique  ha detto di no, che non lo voleva fare. Che tutto il dolore che avrebbe dovuto sopportare, le era troppo.

Provo un senso di reverenziale rispetto per coloro che hanno un simile coraggio, non so se ne sarei capace e, allo stesso momento, sono fermamente convinta che non sia giusto dover emigrare in altro paese per decidere di percorrere la strada dell’eutanasia.

Dovremmo poter essere liberi di morire in casa nostra o, comunque, nel nostro paese. Anche il solo viaggio per raggiungere il ponte del non ritorno in un altro dove, è una sofferenza in più che il futuro “suicida” dovrà sopportare.

“Suicida” perchè l’atto finale di staccare la presa di corrente con la vita, lo si deve attuare in assoluta autonomia.

Non mi piace questo termine, per definire chi, costretto (da una malattia inguaribile o da una depressione insostenibile) sceglie l’ultima via.

Sono persone coraggiose ed estremamente determinate che hanno saputo accettare il loro destino, la malattia, senza rimanerne completamente intrappolati.

La morte, in fondo, è solo un cambiamento di stato.

Vorrei, da cittadina del mondo, poter vedere garantita a tutti gli effetti la mia libertà personale di essere umano. Togliersi la vita in una struttura che accompagna, non è divenire peso sociale, non è tradire la civiltà, non è atto di follia premeditata. E’ pura espressione del Libero Arbitrio.

In un mondo globale inquinato di trappole che ingannano e imprigionano, vorrei poter immaginare, al contrario, la libertà di essere umano.

Libera di vivere, se riesco. Libera di morire, se non ce la faccio più.

Cara Dominique, fai un buon viaggio.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

 

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