QUANDO PORTAVO I PANTALONI CORTI. II CAPITOLO.

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A volte, chissà perché, ci sono ricordi antichi che riaffiorano alla memoria.

Per fortuna, ormai, si ripresentano solo quelli belli, che emozionano con gioia, ho imparato molto bene a disfarmi di tutto ciò che rende il mio cuore ed il mio animo pesanti, poiché, tale fardello, non serve a nulla.

Quando avevo due anni e mezzo, prima di partire alla scoperta del mondo con i miei genitori, passavo le giornate con la nonna materna, la mia adorata nonna Lina, diminutivo di Natalina (ma che nome assurdo poteva essere?). La mia giovanissima mamma, mi ha avuta a 24 anni, lavorava presso uno studio notarile, perciò mi affidava alle cure di sua madre.

La nonna, non era una nonna di città, poiché, da sempre, ha lavorato nella campagna della famiglia, dove lavoravano la terra, zii, cugini, sorelle, nipoti. Alla vecchia maniera, per intenderci, quelle belle famiglie di una volta.

Il rito del mattino era la vestizione multistrato poiché, ai miei tempi, i primi anni 70, l’abbigliamento tecnico non esisteva. Ricordo perfettamente l’orrore di indossare la maglietta della salute di lana che ho sempre odiato poiché prudeva, strati di maglioncini infestati di odor di naftalina che svaniva quando arrivava la primavera e ci si preparava al cambio di stagione. Loro, ovviamente, subivano un altro tremendo trattamento.

Gli odori dell’infanzia li ho ancora nel naso.

Uscendo di casa, già da piccolissima, affrontavo una lunga camminata per arrivare alla campagna dove la nonna lavorava, perché, non si era usi accompagnare i piccoli in automobile, o, forse, la nonna non voleva, ricordo bene una sua frase “La picia ga de temprarse” (la piccola deve temprarsi). E così è stato.

Mentre mi faceva camminare, quando protestavo per la bora violenta, lei, per farmi passare il tempo e rendere il tragitto più piacevole, mi faceva cantare. Lo facevamo insieme, a squarciagola, come due pazze e ridevamo, quanto ridevamo!

Si arrivava prima in salumeria, per il “deca” di latteria,  la mortadella e il prosciutto cotto (in crosta di pane, qui al nord est è una specialità). Il salumiere mi regalava sempre una fetta di mortadella e l’oliva nera. Primo piccolo bottino che mi rendeva sempre molto felice.

Poi il piccolo panificio dove lei comprava tonnellate di pane per la grande famiglia, le “sciopete” che a me non sono mai piaciute perché troppo cariche di mollica, elemento ritenuto fondamentale da tutta la famiglia contadina, evidentemente la mollica sazia di più del pane crostoloso, mi sono detta da grande.

Poi, la latteria. Ve le ricordate? Luogo magico, profumato di un armonioso sentore di latte e formaggi, negozio sempre  piuttosto fresco a causa dei frigoriferi ma colorato di caramelle, merendine e di ogni piccola ghiottoneria da bambini.

Era il momento della passeggiata che preferivo, poiché, da un lato significava che la meta era vicina, dall’altro perché nonna Lina mi regalava le diavoline o le mentine, piuttosto che le rotelline di liquirizia (quando divenni più grandicella).

Ci sono ricordi che passano attraverso il naso, raccontati dagli odori della nostra infanzia. Basta richiamarli alla memoria e facciamo un balzo indietro nel tempo, a quando la vita era una avventura da scoprire.

Anche adesso, mentre digito sul mio pc, sento la mia fanciullezza tutta dentro di me, e, come per magia, percepisco la mano della mia amatissima nonna nella mia mano, mentre ci incamminiamo verso il nostro dove.

Pimpra

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QUANDO PORTAVO I PANTALONI CORTI

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Pausa pranzo.

Dopo una bella sciabolata di carta di credito affondata in compagnia della la mia fedele compagna di merende, incappando in modo assolutamente casuale nei saldi di un negozio fornitissimo di scarpe, ma di quelle giuste, al fine di riconfortare le nostre coscienze improvvisamente lerce come quelle di un serial killer dopo l’efferato delitto ai nostri rispettivi conti correnti, la mente, chissà perché, è partita indietro nel tempo… ma tanto indietro…

Quando portavo i pantaloni corti, era la fine degli anni ’70.

Eravamo un po’ tutti come i bimbi della foto: stessi semplici vestitini, le scarpine con gli occhi, le Superga blu e bianche, gli zoccoli di legno (vero e non di plastica), i capelli tagliati con la scodella, i calzini bianchi a metà polpaccio.

Eravamo sempre molto sporchi, d’estate, perché giocavamo all’aria aperta: chi nel cortile di casa, chi in campagna, chi per le vie del suo quartiere.

I più fortunati, come me, potevano spaziare in tutti questi luoghi.

La campagna delle mie zie era il mio luogo del cuore. Ogni mese aveva il suo particolare colore, il suo sapore unico.

A giugno, quando finiva la scuola, si sfogavano le gambe con grandi corse in bicicletta, si facevano infinite sessioni di nascondino in notturna che era molto più divertente. Si piantavano le insalate, si raccoglievano i cetrioli ed il radicchio.

I bambini inventavano i giochi più incredibili con niente: scatole di ferro, confezioni di lucido da scarpe, cassette di legno utilizzate per portare al mercato la verdura. Era tutto così bello e divertente, comprese le “ferite di guerra” provocate dai ruzzoloni fatti in bicicletta, o cadendo dagli alberi.

Non si perdeva tempo a disinfettare con alcol, a volte con quello rosso, se c’era, di solito, la prova da superare era quella di urlare meno possibile quando la nonna, sulla ferita aperta (e normalmente idonea a un bel passaggio di punti di sutura), riversava del succo di limone. E tutti gli amichetti vicini incoraggiavano il malcapitato a resistere e a non far rumore, perché così si diventava “grandi”.

A luglio si stava fuori alla sera e si raccontavano le storie, ascoltando il canto delle cicale e contando le stelle nel cielo. “Quella te la regalo”, “quell’altra ha il tuo nome” nelle dolci e innocenti mosse di corteggiamento che si potevano fare a 8/9 e 10 anni. E si amava, si amava davvero, anche allora.

Agosto erano i fuochi, bruciare le sterpaglie e non c’era anno in cui, la mia amatissima zia Mara, non provocava un vero incendio ed arrivavano i pompieri. E poi, una volta spento, tutti insieme a festeggiare lo sventato disastro bevendo vino di casa e mangiando prosciutto.

Erano le salite sull’albero di fico, i cui rami elastici e privi di corteccia abrasiva, accoglievano ognuno di noi e ci regalavano dolci e meravigliosi frutti.

Settembre, anche per noi bimbi, era già la stagione della malinconia. I cuginetti tornavano a Milano, la scuola riprendeva di lì a poco e bisognava completare i maledetti compiti delle vacanze, lasciati per tutta l’estate, in un angolo nascosto del cassetto.

Chissà perché, oggi, ho rivissuto questo poetico amarcord, così tanto veritiero da sentirne il profumo.

Era il tempo dei pantaloni corti e delle ginocchia sbucciate. Un tempo che resterà solo un dolce ricordo nella memoria. Felice di averlo vissuto…

Pimpra

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LA MIA AFRICA

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Ho avuto la grandissima fortuna, da bambina, di vivere in luoghi del mondo molto “particolari” e di passarci un tempo sufficiente a farne miei i colori, i profumi, i suoni, i sapori e i pensieri.

In questi giorni di caldo terribile non ho potuto non ripensare alla mia Africa, dove ho trascorso 3 anni della mia prima infanzia.

Tornano alla mente le distese senza fine della savana (ero in Nigeria), la terra rossa, l’odore di legno e erba secca, il respiro della terra dopo le piogge tropicali, le corse dentro le pozzanghere con le flip flop gialle di gomma (anche nell’Africa degli anni ’70 erano di gran “moda”).

Non ricordo di aver mai avuto “caldo” in Africa. Forse perchè, il cervello, osservando ciò che c’era, si sintonizzava spontaneamente con l’ambiente, e sopportava con tranquilla e posata dignità. Era naturale, ovvio, non sarebbe stata Africa altrimenti.

Stavo bene laggiù, in una dimensione di libertà e natura che sentivo mie. Nel bush dove vivevo, i comfort erano pochissimi eppure, addormentarmi con i ruggiti dei leoni in lontananza, con il respiro della steppa che all’imbrunire si risvegliava, ripagavano di tutti i disagi di una “modernità” che non era ancora arrivata (per fortuna!).

E poi, da adulta, mi ritrovo spiaggiata nella città di nascita, che amo – per carità- ma dalla quale avrei bisogno di separarmi, almeno a periodi.

Ma le cose adesso sono tanto diverse, non sono il piccolo frugoletto dei miei genitori che seguivo, inconsapevole, negli aereoporti più sperduti, nei paesi più “altri” che il mio dna europeo poteva conoscere.

Adesso quella valigia la devo fare da sola. E la farei molto volentieri ma… non mi è possibile per diverse contingenze.

… non resta che vivermi il ricordo che regala il caldo africano di questi giorni. Anche se, dove sono, il caldo lo sento eccome. Dove vivo, non è Africa…

* * *

BUONE VACANZE [A CHI CI VA]!

Pimpra

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