LA BOLLA. #ditantointango

Di Brocken Inaglory. The image was edited by user:Alvesgaspar – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3779509

Fine anno, è tempo di bilanci. Un 2024 estremamente ricco per quel che riguarda la mia attività tanguera, ho preso la valigia molte volte partecipando a numerosi eventi.

Dato per scontato il piacere di viaggiare e, ovviamente, di incontrare persone, come ballerina sono cresciuta.

Scambiare abbracci sempre nuovi mi ha permesso di affinare l’ascolto, imparare a prendere nuove forme nel corpo, percepire tantissime diverse musicalità restituendo a mia volta l’interpretazione. Tutti stimoli necessari per modificare, ampliare, migliorare il mio tango.

Ho finalmente raggiunto la consapevolezza che mi permette di esprimere in libertà chi sono, ballo “nuda”, non ho più il pudore di mostrare nell’abbraccio ciò che sento, ballo al 100%.

Aprire la porta delle emozioni legate alla musica e all’abbraccio mi ha resituito, molte volte, uno stato di grazia che definisco “la bolla”.

Quando la musica entra e disegna all’interno della coppia arabeschi fiammeggianti che pulsano dall’uno all’altro corpo, rispondendosi in totale affinità, la pista, le altre coppie, i rumori di fondo, le luci, il pavimento, i dolori del corpo, magicamente spariscono perchè si balla nella bolla.

Per entrarci è necessario aprire tutti i canali che il tango chiede e chiuderne uno: il pensiero razionale, quello che non sente, non ascolta ma pensa. Dopo che la tecnica è dentro di noi, lavora per noi, il cervello non serve più, il corpo sa già cosa fare.

Le volte in cui sono entrata nella magia della bolla con i leader, entrambi abbiamo concordato che la tanda aveva un sapore speciale, diverso, più intenso, unico. Difficile da definire. Forse la bolla rappresenta la massima espressione della connessione, forse è qualcosa in più. Credo si tratti di una connessione di anime che si guardano, si toccano, senza filtri, senza inganni, in totale verità.

Ho ballato tandas meravigliose che posso definire gioiose, sensuali, ritmiche, a volte semplicemente ginniche ma, seppure il divertimento non mi fosse mancato e neppure il piacere, non c’era quell’ingrediente segreto che solo la bolla regala.

Sono sempre più convinta che ballare e ballare bene richieda una grande dose di coraggio. Solo se siamo disposti a mostrarci veramente, a vivere il “qui e ora” come se fosse l’ultimo istante della nostra vita, dando al momento un valore enorme, ecco, in quel caso si creerà con il nostro partner quell’alchimia unica capace di creare la dimensione bolla.

La mia esperienza mi dimostra che una follower che entra nella bolla possa anche mettere in crisi il leader, perchè gli arriva un sacco di roba e, riceverla, gestirla, assumerla, non è per tutti. Lo stesso discorso vale al contrario ovviamente. Purtroppo siamo abituati a vivere sulla superficie delle cose, crediamo di sviluppare potenti relazioni umane ma, in realtà sono solo conoscenze superficiali, così non siamo più abituati a mostrarci a dare e a ricevere l’altro.

Ho avuto il piacere e l’opportunità di ballare con fior fiore di ballerini che mi hanno offerto musicalità, un sacco di tecnica ma dei quali percepivo quella porta chiusa: qui non si entra. Tande bellissime, per carità, ma prive di quella carica di vita che solo la bolla può creare.

Quest’anno di tanto tango mi ha vieppiù confermato che ballare tantissimo è la sola strada per crescere. Studiare sempre, mettersi in discussione, osservare quello che accade in pista, come si muovono i giovani, dove sta andando il tango, sono elementi essenziali per mantenere vivo il proprio linguaggio di tanguer*.

Mi auguro di continuare ad essere coraggiosa, mettendo la mia anima a nudo dentro l’abbraccio che mi cingerà, fidandomi della riposta che riceverò, di un’altra anima che si specchia nella mia.

La bolla, in fondo, è il cerchio di un abbraccio che tende all’infinito.

Pimpra

AMARCORD WELCOME BACK HOME. #ditantointango

immagine di Sandra Milena

La donna con la valigia, questo fine settimana si è fermata nella ridente e grassa Bologna, accolta da giornate che sembravano primavera inoltrata non i primi di novembre.

Amarcord è tornata alla sua location storica, l’UNA Hotel fiera, dopo un’edizione ospitata presso la casa di quartiere “Katia Bertasi” (il post qui), indossando nuovamente l’abito di maratona stanziale, per me il preferito.

Impagabile scendere in flip flop e recarsi in sala, risalire anche per prendersi una mezz’ora di break, perdersi in chiacchiere negli spazi dedicati dell’hotel, avere serviti i pasti proprio quando lo stomaco e le energie ti suggeriscono di sederti e mangiare, meglio se in piacevole compagnia. Il cervello lo lasci sul comodino della stanza dell’hotel, non devi pensare a nulla, solo a divertirti e ballare.

Per me la quinta volta, una maratona che non porta i fastidiosi segni del tempo, restando sempre un evento fresco, dinamico dove il mix di età e provenienze dei partecipanti garantisce a tutti di viversi abbracci da scrivere nel taccuino dei ricordi.

Da “veterana” sono tornata a casa con un bagaglio di emozioni che resteranno con me, tande attese per anni che finalmente hanno trovato la via dell’abbraccio, tande che hanno scolpito memorie indelebili, tande giocose, tande appassionate, un caleidoscopio brillante di pura gioia.

Sarà che il luogo mi è noto, ma non mi è stato difficile individuare gli spazi dove lanciare e ricevere mirade, perchè, diciamocelo chiaro, la sala perfetta da questo punto di vista, è quasi impossibile da trovare specie se si ha necessità di fornire una serie di servizi aggiuntivi.

Le tradizioni di maratona, come la degustazione dell’ottimo parmigiano, sono state rispettate, così come si è aggiunto un pensiero dedicato ai più piccoli (e ai loro genitori) con il servizio di baby sitting. Questo è saper organizzare, mettersi nei panni di tutti e rispondere alle numerose esigenze.

Partecipare a più edizioni di un evento permette di vedere il fim della vita che scorre, coppie che si formano, bambini che arrivano, il filo del tempo che si srotola a ritmo di musica.

Resto sempre dell’idea che per far funzionare una maratona bisogna metterci cuore e tantissimo impegno, quello che non manca sicuramente all’abbinata dei suoi ideatori, Antonella e Fabio e a tutto il loro numeroso staff di aiutanti. Grazie.

Casa resta casa e noi felici di esserci ritornati.

Pimpra

TRIPLETE: BOCA TANGO VINCE ANCORA. #ditantointango

credit immagine da qui

Ha avuto luogo questo fine settimana, a Bologna, l’ultimo dei tre appuntamenti in programma di BOca TANGO.

Evento di più di 12 ore di ballo, dalle 14.00 di sabato alle 4.30 della domenica, una sorta di maratonina “very short” ma con tutte le caratteristiche della maratona vera: ottimi tj, ottimo parterre di tanguer*, ottime dimensioni di pista, piso adeguato, gioiosa e confortevole atmosfera conviviale.

Le tre donne che sono i deus ex machina ideatrici della kermesse, Antonella, Luciana e Marianna, possono davvero dire di aver vinto il triplete, e mi si passi l’orrendo paragone calcistico, ma un successo del genere è come stare in cima al mondo nel proprio settore.

La voce si è sparsa e tutti desiderano partecipare, incuriositi dalle parole di pieno entusiasmo proferite da chi ci è stato.

Ho avuto il piacere di essere presente alla prima data (leggi qui) e ho chiuso il cerchio con l’ultima, posso affermare che l’entusiasmo che io stessa ho provato la prima volta è stato superato in questo – per me – secondo appuntamento.

La sensazione che mi è rimasta e che mi ha particolarmente entusiasmato, è stata di partecipare a un “festino” all’antica maniera, ve li ricordate quelli degli ultimi anni di liceo, alla fine dell’anno scolastico quando non si vedeva l’ora di festeggiare, di ballare, di stare insieme? Ecco una sensazione del genere, il ballo di fine anno, la festa alla quale tutti vogliono essere invitati, dove però non sei uno sconosciuto ma ti ritrovi con il tuo entourage, possibilmente allargato, a fare festa, festa, festa. Per noi, condita, questa volta, con gli spitz aperol e tango a profusione.

Le tre Signore sopra citate hanno fatto un lavoro incredibile, perchè ci vuole arte per accogliere la gente e per farla stare così bene da voler sempre tornare. E il luogo, questa grande sala a vetrate sul giardino, dove i giovani, all’esterno, a loro volta ballavano l’hip hop, ognuno con la sua danza, ma insieme, guardandosi. Mi è piaciuto tantissimo.

Per coloro che – ancora- non hanno potuto fare l’esperienza e si stanno mordendo le mani, spoilero subito che non è finita qui, è stata infatti annunciata la prossima data a settembre, perciò stay tuned che ci saranno gli annunci ufficiali a breve.

Bologna si sta confermando sempre di più un polo di grande interesse nel panorama tanguero italiano e BOca TANGO ha preso il suo posto tra gli eventi più interessanti.

Antonella, Luciana e Marianna, il triplete è vostro. APPLAUSI!

Aspettiamo la prossima.

Pimpra

TOSCA 2024. TUTTO CAMBIA, NIENTE CAMBIA. #ditantointango

Non c’è primavera senza la Tosca, “La maratona” italiana per eccellenza. I primi 2 lustri scollinati con l’agilità di una gazzella, ripropone di anno in anno una formula consolidata, rodata nel tempo e garanzia di qualità.

La location ruba ogni volta il cuore, una meravigliosa villa immersa nelle colline toscane, con una pista da ballo allestita in un pavillon con vetrate sul giardino. Vale la pena partecipare anche solo per godere del luogo.

Rimane immutata la qualità dei servizi, puntuali e rigorosi, migliorati – se possibile- per agevolare in tutto e per tutto la vita dei maratoneti. Cibo ottimo, con specialità del luogo che fanno assaporare la bellezza sensuale della Toscana anche attraverso le papille gustative.

Ho perso il conto di quante edizioni di Tosca mi hanno vista partecipare e, spero che con questa mia dichiarazione di longevità, l’anno prossimo non mi vengano chiuse le porte, ho potuto vivere i cambiamenti nella grande vague tanguera degli ultimi 12 anni.

La mia prima nel 2012, la mail di risposta con quella meravigliosa parolina “IN” mi mandò ai matti dalla felicità. Ho ballato insieme al gotha del tango europeo del tempo, insieme, non “con” perché se non eri conosciut* come ballerin* e all’altezza, nemmeno potevi pensare di avvicinarti a una tanda con i mostri. Però ballarci vicino era comunque una sensazione meravigliosa che spronava a studiare per crescere e, chissà, magari un giorno, avere la possibilità di ballarci insieme.

Gli anni passano, e così il parterre muta.

L’edizione di quest’anno è stata più che mai inclusiva, accogliendo in pista anche tangueros acerbi (in termini di chilometri di tango nelle gambe), di entrambi i sessi, coppie comprese. Per noi che siamo oramai la vecchia guardia è una novità, nel senso che la maratona è diventata meno “stressante” da un certo punto di vista. Meno ansia da prestazione, più livelli di ballo, più possibilità di divertirsi per tutti.

In assoluto è questo il cambiamento più grande che ho percepito. Meno imperatori e imperatrici irraggiungibili, nonostante non mancassero i tangueros di categoria altissima, una fascia di ballerini medio alta e pure i pulcini della pista.

Se dovessi dare un titolo alla Tosca 2024 direi “INSIEME”.

Considerato il tempo che stiamo vivendo, con ciò che intorno a noi accade quotidianamente, avere la possibilità di potersi concedere un fine settimana così delizioso, è una fortuna immensa. Poterlo fare condividendo la gioia a 360 gradi, mi pare ancora meglio.

Grazie alle Tosche che non deludono mai. Il mio cuore è con voi.

Pimpra

NO LEADER? NO PARTY! #ditantointango

La butto in caciara ma, in realtà, credo si tratti di un argomento pesante, specie per il pubblico femminile.

Non disporre di un partner di ballo. Praticamente l’80% delle donne danzanti che conosco vive questa condizione.

Non avere un parter fisso cosa comporta?

Sicuramente mette in gioco ed esalta le qualità di follower: ogni uomo un abbraccio, ogni uomo una lettura musicale diversa, con ogni uomo un mix fisico diverso. [BENEFICIO]

Starci, seguire, leggere tutte le sfumature, proprio perchè non si conoscono, non sono “casa”, di certo accresce molte qualità della tanguera: sensibilità, connessione. [BENEFICIO]

Ciò detto, mi vengono in mente cose:

  1. percorso di studio: sempre più complicato trovare qualcuno con cui studiare, e penso non solo ai corsi ma agli stages, alle private…
  2. stile personale: se la follower sente dentro di sè di avere qualcosa da esprimere come tanguera, chiamiamolo uno “stile personale” un po’ più spiccato che si distingue dal tipico canone di “seguidora”, fatta eccezione per alcune follower di dichiarato talento, per tutte le altre sarà ben difficile poter lavorare ed esprimere la loro cifra stilistica più personale
  3. la fame: le vedi in sala, in attesa di quello sguardo, di quel battito di ciglia che prelude una tanda. Affamate di tango, in perenne attesa di venir soddisfatte. Molto spesso se ne tornano a casa con le pive nel sacco, perchè… non abbastanza brave, non abbastanza seguidore, non abbastanza giovani, non abbastanza qualcosa.
  4. Eventi: no leader, (quasi mai) no party. Siamo troppe e loro, sempre troppo pochi. Liste di attesa, e tantissimi no.

Da 1 a 4 solo criticità.

Poi c’è tutta la sfera psicologica che si attiva negativamente quando la follower non fa parte della/e cerchie, perchè è una cosa che si sente sulla pelle appena metti piede nella sala che “stai fuori”. Puoi essere dannatamente brava ma se non fai parte del cerchio magico, avrai poche chances di giocarti delle tandas. Come si fa a dimostrare la propria bravura se non vi è l’invito.

Non si tratta di piangersi addosso, si tratta di trovare una soluzione.

Studiare, ma stavolta da leader. Studiare da paura in versione maschia. Le migliori lo fanno già da tanto tempo, sono ballerine di livello decisamente superiore, richieste dalle loro amiche follower e pure dai leader che ne riconoscono le indubbie qualità.

Ballare il tango non è un’attività democratica, non è come fare sport che se ti alleni migliori, magari solo rispetto a te stesso.

Ballare il tango ti sbatte in faccia la realtà della vita che se non sei in equilibrio sui tacchi e con te stessa, l’energia che emani è contaminata e tutti se ne accorgono, lasciando la malcapitata a fare da sfondo alla tappezzeria.

No leader, no party.

Non scambierei comunque, per nessuna ragione al mondo, il fatto di stare nel gruppo follower, non fosse per le mie amatissime scarpe con il tacco.

No leader? I’m the party!

Pimpra

GOOD VIBES ONLY

La giornata grigia e piovigginosa di dicembre, un lunedì per giunta, non aiuta a tenere gli occhi aperti sul mondo. Sono davanti al pc dell’ufficio con il corpo, solo con quello.

Sto inseguendo pensieri colorati, girandole di emozioni vibranti, spicchi di allegria scanzonata che mi hanno accompagnato durante il weekend bolognese.

L’Emilia Romagna è sempre un bel stare. Quale che sia l’ingrediente segreto non so di preciso, ma azzardo nel dire che sta custodito negli abitanti. A Bologna c’è casa, quella che sa di tortelli, di quintalate di carboidrati che ti mettono allegria per forza, di popolosa gioventù che i miei occhi non sono abituati a trovare.

I colori stessi della città, o quantomeno del suo centro, sono caldi e terrosi, a differenza dei toni ghiacciati del neoclassico di casa mia, all’estrema periferia “dell’impero”.

A Bologna si è, in totale pienezza.

Ho rimesso piede su un parquet dopo molto tempo, con l’anima in subbuglio, in un misto di adrenalinica emozione e un pizzico di ansia. Ho legato alle caviglie i laccetti delle scarpe preferite, ritrovando, nell’affacciarsi mogano dello smalto passato sulle dita, un punto di vista familiare.

Ero pronta e tremante, vibrante di una vita rimasta troppo a lungo come sospesa.

Le prime note sono entrate potenti e, senza pensarci, una mano amica mi ha condotto nei solchi di quella musica grassa di argilla e di stelle, e il mio corpo, come se nulla fosse, si è connesso.

Noi che abbiamo questo potente alleato nella nostra vita, dovremmo sempre ricordarci di onorarlo. Noi balliamo il tango, siamo dentro il flusso della sua vita che scorre, sempre, anche se a volte non la vediamo, come un fiume carsico.

Si è mostrato davanti a me, tremate e sudata, mi ha rincorso, abbiamo giocato insieme, a prenderci a nasconderci, insieme abbiamo suonato una nuova musica, la nostra, accompagnata dai diversi abbracci e dalle orchestre che creavano un prisma colorato di gioia.

Questi i doni che mi porto a casa, ebbra di me e di lui, di questo assurdo e fenomenale tango meraviglioso che mi ha sua. Per sempre.

La mia magia assoluta si chiama Amarcord. Perchè solo chi ama veramente, sa come si crea amore.

Grazie Antonella Fabio e crew per questo nuovo dono.

Pimpra

ONLYFANS. PRENDERE O LASCIARE?

Alla sera, mentre allestisco il desco felino e umano, mi diletto ad ascoltare “La Zanzara” di Cruciani e Parenzo. La deriva erotosessuale della trasmissione radiofonica, racconta sicuramente uno spaccato sociale che, volenti o nolenti, non possiamo fingere non esista.

Personalmente ritengo la sessualità di ognuno uno dei campi di maggiore espressione della libertà soggettiva nel senso che – fatta la premessa dell'”accordo tra le parti”- tra le lenzuola ognuno è padrone di viversi la cosa come meglio lo aggrada.

I tempi moderni, però, hanno portato una ventata incredibile di nuove possibilità. Se torno con la mente agli anni 80, la “formazione” dei giovani attraverso cosa avveniva? Esperienza reale, confronto con i coetanei, “giornaletti”, filmetti, credo nulla più.

Il massivo ingresso nelle nostre vite della rete ha esploso di possibilità il reperimento e lo scambio di sessualità.

Da adulta non mi pare ci sia nulla di male, non fosse che – forse- manca una certa cultura di base e un certo discernimento di fondo, ma non voglio di certo fare la bacchettona.

Arriviamo all’oggi, sono rimasta incuriosita dal fenomeno di Onlyfans, sito sul quale, ciascheduno di noi, può offrire al mercato globale una quota parte o l’intero di se stesso, declinandolo nelle mille mila sfumature che la sessualità e l’erotismo consentono, guadagnando, pare, cifre considerevoli.

La Zanzara, nelle interviste che propone quotidianamente, riferisce di giovani che sono entrati in questo mercato traendone immense soddisfazioni economiche.

Riesce incredibile pensare che esistano nel mondo persone interessate all’acquisto di contenuti virtuali di ogni sorta, ascoltate la trasmissione per farvene un’idea.

Il dibattito si accende tra i “liberali” e i “conservatori”, tra chi depreca l’uso del corpo a fini commerciali, chi – al contrario- non ci vede nulla di male.

Se fossi un genitore, e meno male che non lo sono, immaginare i miei figli impegnati a fare soldi su un sito del genere, mi creerebbe non poche perplessità, lo confesso. Ma, dal momento che non amo chiudere la mente, immagino che anche questa, possa divenire una “professione”.

Se proprio una persona sente delle pulsioni che la portano ad avvicinarsi a tale mondo, immagino che sia decisamente meglio diventare i manager di se stessi piuttosto che dipendere da altri, con le terribili conseguenze del caso. A sentire gli intervistati, avere un proprio profilo sul sito, li impegna a costruirsi anche un “piano editoriale”, a monitorare l’andamento del mercato di genere, insomma ad essere totalmente proattivi in questa attività.

In fondo, penso, che male c’è? Come tutte le leggi di mercato dove c’è forte richiesta, nasce l’offerta.

Ci stiamo perdendo qualcosa? Difficile dare una risposta che non poggi esageratamente sulle nostre tradizioni, sulla nostra morale, difficile essere imparziali il giusto per esprimere una riflessione equilibrata.

La sola cosa che mi perplime è la ricerca di strade “facili”. Penso a coloro che investono risorse e tempo sui social cercando di farne una professione (diventare “influencer”), senza prima munirsi degli strumenti culturali necessari e non mi rieferisco unicamente a Onlyfans.

La forbice tra le generazioni si evince particolarmente in questo: prima dei millenials si era costretti al lavoro (o intellettuale o fisico) e al sacrificio nella costruzione di una propria identità professionale anche perchè non esistevano queste possibilità alternative.

Ad oggi mi chiedo se siamo noi “anziani” ad avere perso delle occasioni per esprimere e realizzare al meglio noi stessi, oppure sono i giovani che, proiettati molto pesantemente in un mondo estremamente virtuale e non sempre virtuoso, bypassano certe esperienze importanti per la loro evoluzione personale.

In medio stat virtus, la mia risposta.

Pimpra

UN TUFFO CON NEMO

Luoghi desertici erano già nei miei occhi e nelle mie narici, il pianoro dell’Iran, l’Africa settentrionale ma il Sinai è stata la mia prima volta.

Un viaggio verso il basso, in tutti i sensi, direzione sud e sotto l’acqua.

Fortunatamente gli amici mi avevano messa in guardia: Sharm El Sheikh esiste solo per fare le immersioni. Il messaggio era chiaro: luogo completamente turistico e vabbè, ma ero certa che qualcosa di locale, di tipico, l’avrei trovato. Invece no.

Scesa dall’aeromobile attendevo di percepire il “profumo del luogo”: nulla. Niente che scrivesse le mappe degli odori dei paesi visitati, probabilmente il clima torrido, secco e ventilato, elimina qualsiasi traccia.

L’areoporto dista pochi KM dalla zona urbana che si sviluppa a margine di lunghe strade, case, complessi alberghieri, ogni costruzione è bassa, di forma semplice, con piccoli guizzi orientaleggianti, come alle finestre. Il bianco domina, così come un bel ocra aranciato della sabbia terrosa della superficie che fa da contrappunto al nero pece dell’asfalto.

Il primo tuffo è stato esaltante. Immergersi in un acquario, dai mille pesci colorati, dai coralli di forme e dimensioni incredibili. Il mare, dopo la barriera, si inabissa velocemente, provocando, a volte, la sensazione di vertigine che svanisce immediatamente lo sguardo rapito da un colore, da una forma, da un pesce particolare.

Lo squalo aveva altro da fare, per mia fortuna, così pure il pesce balestra che pare essere molto aggressivo se gli invadi il territorio mentre si prende cura delle uova. Per il resto ho salutato Nemo, nuotato con deliziosi banchi di pesci a righe, pesci dalla livrea di un azzurro elettrico, ho pinneggiato con maestosi napoleone, ho dimenticato perfino che stavo in acqua.

Il mar Rosso è salatissimo, le mie povere ascelle lo dimostrano con la pelle talmente tanto secca da squamarsi vistosamente.

I lampioni delle strade sono alimentati ad energia solare, che pare un’evidenza lapalissiana, peccato che la sabbia del deserto circostante sporchi gli specchi e la manutenzione della pulizia sia troppo costosa, sicchè spesso restano spenti.

Un discorso a parte merita la popolazione locale. Gli egiziani o, comunque, i medio orientali, sono diversi dagli “arabi” che ricordavo. Ho visto ragazzi e ragazze molto belli, dai fisici asciutti, contrariamente a quanto ricordavo di quelle popolazioni.

Le donne, se di fede musulmana, sono costrette ad indossare improbabili “costumi” che le coprono – letteralmente – da capo a piedi, capelli compresi ma le poverine, non indossano seducenti tute aderenti alla cat woman, per intenderci, bensì palandrane nere di lycra che sotto quel sole cocente con una media di 35° all’ombra ve li raccomando. Eppure, a guardarle, sono come delle principesse: il volto truccato, le sopracciglia sempre ben definite, occhi penetranti, labbra carminio. Tutto ciò che non può essere svelato, ma solo immaginato del loro corpo e della loro bellezza, esce sul volto.

I bambini, quanti ne ho visti! Amatissimi dalla popolazione, rispettati, vezzeggiati. Le famiglie ne hanno in media 3, di solito in scala ravvicinata.

I venditori. Sono sopravvissuta agli attacchi seriali dei venditori della qualunque che, con la tecnica dell’esasperazione, alla fine escono vincitori nel duello con il potenziale cliente.

La parola magica che ti rivolgono sempre è “no stress” salvo poi iniziare immediatamente l’assedio a suon di parole per convincerti a comprare qualcosa.

Sono bravi con le lingue. Il russo impera, esageratamente, anche sulle insegne dei negozi e sui cartellini delle merci solo che, di questi bui tempi, di russi colà se ne sono visti ben pochi, e lo scettro dei turisti presenti è tornato in mani italiane.

Ho mangiato il migliore melone di sempre e sguazzato nella gelatina di frutta che mi ha riportato agli anni verdissimi dell’infanzia.

Come ogni turista che visita l’Egitto il pegno in diarrea è una moneta che tocca pagare. Per fortuna mi sono organizzata, potendo gestire in tempi velocissimi e con minimi effetti collaterali, il “marchio del faraone”.

Per i nordici il fattore protezione solare 50 è obbligatorio. Sono riuscita comunque a prendere un’insolazione sulla schiena e rientrare dalle ferie colorata come un latte macchiato, praticamente pallida come sempre. Ma è stato bello provarci, molto bello!

Ci tornerei?

Di sicuro, magari in una zona meno turistica, se esiste!, ma con l’obiettivo di fare le immersioni e fotografare quel paradiso di fondali.

Pimpra

ANCHE IL TACCO FA LA TANGUERA

Sto per scrivere un concetto che sicuramente cozza con quanto espresso tempo addietro, mi prendo il sacrosanto diritto di cambiare idea ma, preciso, mi piacerebbe avere uno scambio di opinione con altre donne.

Ho visto ballare il tango da tangueras in infradito, scarpe da ginnastica, scarpettine da jazz, salva piedi insomma senza indossare le tradizionali calzature con il tacco e il loro tango poteva esprimersi come se nulla fosse. Fluido dalla terra al cielo, sgorgare nel loro abbraccio, risplendere nel volto.

Anche a me è capitato di darmi a pazze danze indossando inappropriate sneakers, quando non sono stati addirittura gli anfibi, l’ho fatto, ma si trattava di puri attimi di follia o di necessità mediche.

Mi sto convincendo che la tanguera è anche i tacchi che indossa.

Quasi tutte le balleirne in erba, una volta scoperti i meravigliosi sandali dall’altissimo stiletto, sono cadute nella trappola di volerli indossare come a sancire con la loro altezza l’ingresso nel mondo della milonga. Ex (danzatrici) classiche a parte, dotate del famoso “collo del piede” formato dalla durissima disciplina, per la quasi totalità della platea di praticanti la nuova arte, i tacchi altissimi sono stati una vera e propria tortura, salvo casi rarissimi, conducendo le addette a notevole sofferenza fisica delle estremità.

Studiando e crescendo nel tango, ognuna di noi ha saputo fare i conti con i suoi limiti adattando il tacco alla ballerina e non il contrario. Aggiungo: meno male. Meno armadi appesi alle braccia del povero leader, maggiore dinamica, equilibrio e asse mantenuti con più costanza.

Ma il punto della questione non è questo.

Il tacco per la tanguera è il catalizzatore della sua “giaguara” interiore, dentro e fuori dalla pista. Essere oramai capaci di portare i tacchi e camminarci veloci, come si trattasse di indossare sneakers, perchè il corpo ha appreso l’arte di cercare il suo asse anche quando la superficie d’appoggio è più ridotta, rende la donna più sicura di sè, più elegante nell’incedere, più sexy se lo desidera.

Fate questa prova, amiche tanguere, nel corso della vostra giornata, passate da scarpe basse a un paio con il tacco e poi mi raccontate come vi sentite cambiare dentro, come se quella donna sempre presa da millemila cose da fare, pensare, organizzare, ad un tratto si fermasse mostrando attenzione a se stessa.

Un vero miracolo, una dedica d’amore rivolta a noi stesse.

E’ primavera, il cambio di stagione degli armadi è imminente, il cambio di attitudine mentale è atto dovuto: apriamo le porte a tutte le sfumature possibili delle donne che sappiamo di essere.

Buon divertimento a tutte!

Pimpra

HOBBY-TERAPIA

Per tutta la vita non ho mai smesso di indagare ciò che potesse piacermi, perché, come una folta schiera di persone, sono nata con idee poco chiare riguardo il mio futuro e i sogni da realizzare.

Per lunghi anni, mentre provavo a fare questo e quello, senza mai trovare quella scintilla così potente da conquistarmi fino in fondo, invidiavo tutti coloro che, al contrario di me, avevano molti interessi.

Ho fatto di tutto. Millemila sport, ho provato a svolazzare e a sperimantarmi in molti ambiti ma… niente da fare, nulla che mi catturasse fino in fondo.

Gli adulti, percependo il mio argento vivo, che denotava sicuramente molta energia vitale ma altrettanta inquietudine, mi suggerivano continuamente di cercare un hobby, di fare meditazione che sicuramente mi sarei calmata, avrei sconfitto l’ansia e sarei stata meglio, e pure loro di conseguenza.

Niente da fare.

Il tempo passa e per mia fortuna di passioni ne ho avute molte, dall’atletica leggera dei master al mio amore infinito, il tango. Ma questi sono pezzi di cuore, parti di me, come una gamba o un occhio.

Un giorno ci colpisce la pandemia e il mondo si ferma, l’umanità intera entra dentro l’incubo, restiamo chiusi in casa, non possiamo più toccarci, baciarci, stare insieme. Cadiamo come birilli dentro noi stessi, facendo uno strike con tutti i nostri fantasmi che ci accolgono, terrorizzandoci.

Ci scopriamo fragili, spesso senza un senso, senza una direzione nella nostra vita. Ci limitiamo a dare tutto di noi stessi in una corsa verso il vuoto, davanti alla linea di un orizzonte che non abbiamo disegnato con i nostri pensieri e meno che meno con i nostri sogni.

In tanti siamo ancora così, completi incravattati che si agitano nel mondo delle abitudini, manichini svuotati e sempre più grigi, soli e tristi. Litighiamo per nulla, ogni motivo ci spinge ad odiarci gli uni contro gli altri perchè, nel profondo, odiamo noi stessi.

Siamo stati costretti a fermarci per due anni, in questa pausa non abbiamo potuto scappare, nasconderci. Eravamo lì, di fronte a noi stessi, ma non ci conoscevamo. Incontrare se stessi per la prima volta, a qualunque età ciò avvenga, è un’esperienza molto forte, anche difficile da reggere, ma necessaria.

Sono una sopravvissuta. Ho grattato tutte le superfici che ho scoperto, mi sono spaventata dal buio di certe stanze, dal calore emanato da taluni ricordi, ma non sono più scappata.

Natale arriva tra pochi giorni ma a me il regalo lo ha già portato, da qualche tempo. Ho ritrovato le mie compagne del liceo che pure loro ne hanno passate tante di vicissitudini, tante. Ci siamo ritrovate unite da un filo, di cotone prima, di lana adesso. Il Circolo Creativo si riunisce con una certa assiduità ma senza rigide regole, così come la situazione impone. Oltre all’incontro, sempre estremamente nutriente, con le donne che sono diventate, ho trovato – finalmente – il mio hobby, quello che per una vita ho cercato invano.

Mi piace usare l’uncinetto, che mi sembra di tenere in mano una penna, mi piace percepire il filo che scorre tra le dita, adoro i colori che mi passano sotto lo sguardo e la materia che piano piano prende forma. La mente entra in meditazione, uno stato di estremo relax che non è lassità come quando si galleggia inerti sul divano, è un relax attivo, la mente è vigile ma “vuota” da tutti i pensieri, le ansie, i turbamenti che la sporcano.

Mentre metto mano al mio lavoro passo il tempo in perfetta solitudine, quella che fino a poco tempo fa mi faceva così tanta paura e mi rendeva triste, adesso è mia amica, una cara e preziosa amica. La solitudine ascolta il mio cuore, risveglia i ricordi, mette in fila i pensieri, crea l’ordine in modo naturale dove prima c’era solo il caos.

Se state leggendo questo post e siete tra coloro che affermano di provare brutte sensazioni in questo tempo recente, se vi sentite irrequieti, tristi, provate, provate a cercare il vostro hobby, vi garantisco che è una potentissima terapia dell’anima.

Pimpra

Ps a Trieste i filati si comprano da Culot in via delle Torri, 2. Oltre alle lane e co. i consigli, le indicazioni della Roberta sono in assoluto il valore aggiunto.

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