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Mi ricordo di un’immagine che vidi tantissimi anni or sono, in una vacanza sulle isole della Croazia. Un piccolo faro, arroccato su uno scoglio poco più grande di lui.
Un piccolo promontorio, dove l’odore di salsedine si mescolava a quello della salvia selvatica, dell’elicriso e della terra rossa.
Gli scogli, quando si riscaldano al sole, hanno un loro aroma minerale e salino, all’imbrunire entra una nota verde di alghe, mista all’odore dei mitili che vivono sui loro costoni.
Il mare delle zone meno battute, rimaste naturali e selvagge: quello è il mio lido. Diventare sasso insieme alle rocce circostanti, trasformarmi in schiuma tra le onde del mare, brezza salmastra e luce, all’imbrunire, nel ritmico accendersi della lanterna.
Mi ritrovo lì, anche se fino a pochi istanti prima scorrazzavo nel mercato locale a fare incetta di frutta e verdura, dentro un tripudio di colori e profumi e suoni che mi risvegliano i sensi.
Il vento e il faro sono indissolubili. Legati dal loro senso di esistere.
Nella mia vita di adulta mi sono imposta di cercare l’aspetto positivo in ogni situazione che avrei vissuto.
E’ una fatica bestiale specie quando gli occhiali con cui guardi al mondo sono resi opachi dalla tristezza, dalla frustrazione o dal dolore, ma, nonostante tutto, ci provo con tutta me stessa.
Le prime settimane di quarantena sono state durissime, la privazione delle libertà fondamentali, l’incertezza della situazione hanno provocato anche su di me una profonda sensazione di disagio che faticavo a contenere.
Poi, ci si abitua a tutto, anche ad uscire con quella fastidiosa mascherina. Non mi abituerò mai alle file per fare la spesa o per entrare in qualsiasi negozio, di questo sono certa.
Leggendo in termini positivi la contingenza mi ha aiutato a risparmiare, cosa che prima non mi accadeva mai. Cerco di restare in questa modalità anche quando le maglie della quarantena si faranno più allentate.
Oltre alla mente, il corpo ha pesantemente risentito della clausura casalinga. La fame chimica, quella che ti arriva dal cervello per stress, depressione, ansia, a tratti è stata difficilissima da gestire. Complice l’inattività fisica, le tenebre della depressione si sono affacciate.
La tecnologia per stavolta ci è venuta in aiuto e, a suon di app per il fitness e gruppi di ginnastica casalinga spesso “home made”, siamo riusciti a resistere fino ad oggi.
Nella mia regione le misure di restrizione si stanno facendo di poco più morbide, consentendo l’attività fisica all’aperto. Detto fatto ne ho approfittato immediatamente. Alla prima uscita camminando, sono rientrata all’ovile con le gambe tremanti, in totale choc per la mia situazione fisica a scatafascio. Grazie al cuore sportivo però mi sono rimboccata le maniche e ho deciso di camminare, prima a tempo, poi a percorso.
Morale della favola ho scoperto le gioie della marcia.
Marciare, quando ero un’atleta che correva sulla pista, da un lato mi affascinava per la fluidità dei movimenti, dall’altro mentalmente avevo classificato tale attività sportiva tra quelle per “anziani”. La stupidità e l’arroganza dei giovani: la marcia è in primis una dimensione dell’anima, un po’ come la corsa dei maratoneti, pone la mente in stato meditativo. In secundis l’impegno atletico è dato dalla frequenza dei passi che, tradotto significa, si può andare molto veloce e fare moltissima fatica.
Ho iniziato timida e terribilmente legata nei movimenti, ma tale e tanto è stato il benessere che ne ho ricavato che, immediatamente, marciare mi è entrato nel sangue.
Ogni giorno dedico almeno 40′ alla marcia.
Finito il percorso mi sento bene, come se l’ansia, i pensieri negativi, le frustrazioni si fossero disciolte nel mio respiro, diluite nel ritmo regolare dei battiti, dissolte nel sudore.
Se poi l’effetto collaterale è perdere qualche grammo, evviva evviva evviva la marcia!
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