NELLE MIE MANI. #vitavissuta

Domani alle 13.00 iniziano le ferie.

Due settimane senza il pc. Tempo per me.

Si fa per dire.

Organizzazione della vita materna, numerose incombenze impediscono di vivere questo tempo come una bolla tutta mia.

Nessuno con cui aprire il pentolone dei miei pensieri e svuotarlo.

Mica facile.

Sfuggo la gente, io che sono sempre stata la regina della socialità. Non voglio sguardi, persone. Non voglio mostrare al mondo la faccia che si aspetta da me. Di fingere non ho più la forza e nemmeno la voglia.

Solitudine. La conosco bene, è diventata una presenza. Ci parlo, con lei sì, ogni giorno. Mi tiene silenziosa compagnia, come i miei gatti.

C’è un pericolo nell’imparare ad amarla: non ho più voglia di parole inutili, di sorrisi fasulli, di rapporti vuoti.

Divento una quercia. Il tronco nodulato e le radici ben affondate a terra.

Non so se le querce a volte piangono, io non lo faccio. Mi commuovo per apparenti stupidaggini, ma piangere no. E poi perché, per la vita che mi sono scelta? Non sarebbe coerente.

Mancano poche ore, e il tempo sarà nelle mie mani. E pure io sarò nelle mie mani. Non mi resta che vivermi.

Pimpra

L’ESTATE, LO SPECCHIO E LA CARNE. #ditantointango

L’estate addosso. Fin troppo. E non mi riferisco al caldo soffocante che attanaglia il bel paese. Penso al corpo che in questo periodo dell’anno esce allo scoperto.

Oggetto e strumento che ci definisce, così come la nostra personalità. Diventa bersaglio e non semplice destinatario dello sguardo altrui. Ma anche del nostro.

In questi ultimi tre anni, la mia vita fisica è cambiata moltissimo. Dall’avere un corpo asciutto, quasi maschile, con muscoli definiti, poche curve, sono diventata una donna più morbida, più piena, più vicina a un’immagine femminile che non avevo mai abitato. Adesso ho il seno che prima era solo accennato.

Un cambiamento epocale.

Scoprire centimetri di pelle e ritrovarmi così diversa, mi costringe a un lavoro di cesello sulla mia autostima che, fino ad oggi, si basava sulla leggerezza del mio fisico voluta e cercata a qualsiasi costo.

A un certo punto le ragioni della natura hanno preso il sopravvento. Ci sono stagioni della vita che arrivano con la forza tranquilla dell’inevitabile e chiedono soltanto di essere attraversate.

Il cambiamento ha influenzato tutta la mia vita. Dal modo di guardarmi allo specchio a quello in cui mi presento al mondo. Anche il tango ne è stato toccato.

L’armadio tanguero non mi corrisponde più. Gli abiti non scivolano come un tempo. Non sono più quella donna, fisicamente e psicologicamente.

È un duro lavoro da fare su me stessa, quello di cercare la nota armonica della mia nuova me. Risuonare con garbo dentro al mio corpo più soffice cercando di amarlo e onorarlo come merita.

Ho passato una vita intera a rincorrere l’ideale di un aspetto che non era il mio, fino al momento in cui la natura ha detto che era ora di smetterla e di accettare la realtà di quella che sono veramente.

Affrontare la milonga, oggi, mi crea un piccolo disagio. I pochi abiti che ancora indosso sono pieni, in punti dove fino a qualche anno fa erano comodi. Immagino me stessa vista da fuori e riesco a vedere solo un fisico abbondante. Qualcosa dentro si rompe.

L’immagine che avevo si è frantumata in mille pezzi e fatico a riconoscermi.

Smettere o continuare? Me lo sto chiedendo spesso e, a volte, mi convinco che appendere i tacchi al chiodo possa essere la sola possibilità.

Poi però la donna che vive in me si alza e mi riprende:

«Fino a che riuscirai a dare una buona connessione, un abbraccio accogliente e i tuoi piedi saranno reattivi, resta. Il tuo valore va oltre lo sguardo del tanguero di passaggio.»

Cerco di ripetermelo come fosse la preghiera della sera. E di avere una fede enorme in quelle parole.

Amen.

Pimpra

IMAGE CREDIT LUDOVICA PALOMA

LA BAMBINA DELLA TERRA ROSSA D’AFRICA. #vitavissuta

L’odore penetrante del cherosene misto alla bora estiva mi accolse mentre salivo dalla poppa dell’aereo. Detestavo l’entrata dal retro, la trovavo più scomoda e rumorosa e poi non potevo sbirciare la cabina di pilotaggio.

Era agosto, tutti partivano e a Roma, l’inaspettato overbooking ci lasciò a terra. Un viaggio da incubo: tre giorni in giro per l’Europa. Una giovane madre con due figli al seguito. Uno di soli due anni. E non ero io. Prima di raggiungere la meta, Gombe in Nigeria.

Mio padre due giorni prima era lì, ad accogliere la sua famiglia per le vacanze, ma noi non eravamo arrivati e, a fine anni ’70, i cellulari non c’erano ancora.

Il nume protettore dei viaggiatori si è manifestato e, forse grazie al sorriso dolce di mia madre, un gentile padre di famiglia, con figlio a seguito e nella nostra stessa difficile situazione, ci ha aiutato a raggiungere la meta.

Gombe, ai miei occhi di bambina, era poco più grande di un villaggio, e trovare la villa dove mio padre poi ci raggiunse, non fu così difficile.

Finalmente l’incontro, le lacrime scioglievano la preoccupazione di non ritrovarsi più e il morso di un babbuino sul pannolino di mio fratello per chiudere la scena in modo ilare.

Non capirò mai l’amore per le Jeep di certe persone, perché quelle in cui ho viaggiato io nella mia infanzia erano tutto fuorché comode.

Ho ancora davanti agli occhi l’imbrunire sulla savana, l’enorme disco rosso del sole, così grande non l’avevo mai visto. La pista su cui correva la macchina, fatta a minuscole ondine di terra rossa, creava delle vibrazioni che entravano nel cervello. “Devo correre il più possibile” diceva mio padre “così le vibrazioni sono meno fastidiose”.

Mia mamma stringeva al petto mio fratello dormiente, tesa per la velocità ma finalmente al sicuro vicino a mio padre. Io stavo dietro, mi godevo il paesaggio lunare, la ritrovata unità familiare, come se improvvisamente tutto avesse nuovamente un senso.

La polvere entrava ovunque, calda e profumata di un odore unico, irripetibile.

L’arrivo al campo a tarda notte, la casa che altro non era che una scatola con due camere, un micro-soggiorno, una cucina si fa per dire e un bagno minuscolo. Di legno, ovviamente. Cemento, pietra, piastrelle: materiali quasi sconosciuti. Legno e linoleum credo. La baracca, nuova per carità, che la ditta offriva ai lavoratori bianchi.

Non mi piaceva, ovviamente, ma sin dai primi giorni era apparso evidente che la vita si svolgeva all’aperto. C’erano un sacco di bambini della mia età nel campo, così gli adulti chiamavano l’assemblamento di baracche, figli dei lavoratori del grande cantiere, la maggior parte provenienti dall’Italia del nord ovest e del centro.

Uno dei primi ricordi che mi tornano alla memoria era che mi prendevano in giro per il mio modo di parlare, per le vocali aperte. Mi vergognavo tremendamente di questo difetto e, nel giro di poco tempo, presi l’accento milanese, quello che preferivo tra i tanti proposti. Era diventato così parte di me, ho l’orecchio musicale, che perfino i miei genitori avevano notato il cambiamento. Le prese in giro le vivevo anche al contrario, quando dall’Africa tornavo a Trieste e i cugini si burlavano di me per il mio strano accento. In pratica non ero mai nel posto giusto con l’accento giusto!

Fin dalla prima infanzia mi accompagnava una sensazione curiosa: ovunque fossi, mi sentivo una straniera. Avevo due case, quella degli affetti che lasciavo e quella in cui andavo a vivere. Tutto era diverso. In Europa mi mancava la grande madre terra, gli spazi dell’Africa, i suoi odori, la vastità dei suoi orizzonti. In Africa ripensavo agli affetti che lasciavo a casa, le nonne in particolare, gli zii. Ricordo che quando rientravo in Italia, le prime volte- ero ancora molto piccola, chiedevo ai miei genitori “Chi sono queste persone che sono venute a prenderci?”. Non mi sono mai sentita spezzata o senza radici. Al contrario. Il mondo è la mia casa.

Ad agosto, in Nigeria, si scatenano le piogge di monsone. Uno dei ricordi più vividi che mi sono rimasti: nuvoloni temporaleschi arrivavano puntuali a una certa ora del pomeriggio. L’aria cominciava a gonfiarsi e spaventava a morte gli altri bambini; io, invece, provavo una gioia inspiegabile. Pensavo sempre: la bora è molto più forte di questa arietta. I tuoni facevano eco nel cielo, rompendosi in frammenti rumorosi sopra le nostre teste e… dopo un attimo di silenzio, arrivava prepotente lo scrosciare metallico della pioggia. Un mantello d’acqua si rovesciava sulla terra quasi scuotendola, le prime gocce alzavano la polvere, in un attimo si formavano rivoli d’acqua. In quei momenti, la percezione di essere minuscola dinnanzi alla natura eppure di farne intimamente parte, mi procurava una sensazione sublime di immensità.

Noi bambini iniziavamo le nostre corse sotto il temporale, sguazzando nelle pozzanghere che erano diventate già piccoli acquitrini, e ridevamo felici di quella corsa proibita in cui ci bagnavamo completamente.

L’acquazzone aveva una furia molto veloce, smetteva all’improvviso lasciando dietro di sé una scia profumata di terra bagnata, di legno, di erba aromatica, un odore che per tutta la vita le mie narici hanno cercato.

Allora, completamente zuppi, iniziavamo gli scavi. Ognuno con la sua paletta, a margine delle pozzanghere scavavamo delle buche per cercare l’argilla. Il nostro gioco preferito, quello che ci dava la possibilità di creare oggetti.

Non c’era molto da fare nel campo, spesso le persone litigavano, gli adulti alla sera si consolavano con dosi troppo elevate di alcol. Anche noi ragazzini facevamo colossali baruffe che spesso venivano sedate dalla mamma di turno. Tutte, tranne la mia. La regola di casa era: deve farsi le ossa. E così è stato, sono diventata la capobanda e a me, nessuno veniva a farmi i dispetti.

I fine settimana, quando gli adulti avevano la pausa, spesso organizzavano la Jeep e ci portavano a scorrazzare fuori dal campo, facendo finta di farci guidare, noi tenevamo il volante a turno, sulle ginocchia di uno dei papà.

Ricordo il senso di libertà che mi prendeva dentro, la sensazione di essere già grande, di poter prendere il mondo in mano e fare ciò che avessi voluto.

Sono stati anni incredibili, anche duri ma io ero una bambina e i bambini si adattano più facilmente e più facilmente dimenticano. Ancora oggi, se ci penso, provo quello stesso senso d’immensità che mi ha toccato mentre vivevo lì.

Sono diventata terra d’Africa. Sono diventata il profumo dell’aria dopo il temporale.

Pimpra

IL NUOVO MAZZO. #vitavissuta

Mentre la vita scorre, arriviamo a bivi decisivi: non solo scelte da fare, ma situazioni che rimescolano completamente le carte. E con quel nuovo mazzo, dobbiamo giocare la nostra manche.

Non si tratta di controllare tutto ma di arrivare preparati.

Difficilmente arriviamo pronti a fare i genitori o ad accudire chi ha bisogno.

Ci sono poi i nostri genitori che, se siamo fortunati, restano con noi fino a un’età avanzata. Ma come?

Affrontare la loro vecchiaia, soprattutto quando il corpo o la mente cominciano a cedere, mette a soqquadro la nostra emotività. Ci scopriamo fragili, impauriti e spesso anche arrabbiati.

La mia povera madre sta affrontando la sua senilità con un corpo relativamente a posto ma con la mente che la sta abbandonando settimana dopo settimana.

Vederla sfiorire così velocemente, perdere le sue capacità di pensiero, dimenticare qualsiasi cosa, non essere più capace di condurre la vita indipendente che desidera, è un bivio della vita al quale non ero assolutamente preparata.

Certo, ho sentito i racconti di tanti amici che ci sono passati prima di me, eppure gestire questo cambiamento mi destabilizza nel profondo.

Mi ritrovo a vivermi “madre”, io che madre non sono, e a scoprirmi in un ruolo che non sento mio.

Come avrei voluto arrivare preparata a tutto questo, sapendo quali passi percorrere, come scegliere il meglio per lei, per rendere il suo inverno della vita più morbido possibile.

Non sono preparata, non lo sono affatto anche se cerco di fare il mio meglio.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

PER DINDIRINDINA! LA PUNTURINA NO! #vitavissuta

La punturina no!

Quando da mesi combatti con una tendinopatia al sovraspinato, arriva il giorno in cui ti arrendi all’evidenza. Ti rassegni alla sola via che ti rimane per riprenderti le funzionalità della spalla e poterti dedicare ai tuoi giochi preferiti (nuotare, lo yoga, la palestra): devi farti pungere la spalla e iniettare cortisone.

La fai facile tu, vai dal medico di famiglia, lui ti fa la prescrizione e poi prenoti. Macché, bisogna che il medico ortopedico decida se pungere, quindi prima devi passare a farti vedere da lui. Nel mentre, avevo già prenotato privatamente, per una cifra che galleggiava tra i 100 euro e non si sa, la punturina da fare privatamente.

Oggi pomeriggio mi reco dall’ortopedico, una donna, super simpatica devo ammettere. Ero convinta fosse un passaggio puramente “amministrativo”… invece no. Guarda l’eco delle mie spalle (entrambe non stanno messe benissimo), si concentra su quella che sta peggio e mi dice:

“Eh, qui dobbiamo almeno fare il cortisone”.

Penso tra me e me “Che ganza! Ha già capito tutto, adesso senza battere ciglio, mi farà l’impegnativa”.

“Venga a sedersi qui che procediamo”

“Procediamo a cosa?” chiedo smarrita

“Le faccio il cortisone!” ed inizia ad armeggiare con siringa e fiale.

“Dottoressa, eh, per la verità non me lo aspettavo! Non sono molto amica degli aghi e poi sulla spalla, mi hanno detto faccia malissimo”

Lei, continuando a preparare la siringa, con un sorriso ed un fare davvero gentile mi dice: “Non si preoccupi, non sentirà nulla. Mi dica piuttosto cosa farà dopo”.

Al che mi scatta la modalità bambina e rispondo convintamente “Di sicuro mi meriterò una pallina di gelato per il coraggio!”

Lei prende la palla al balzo: “Mi sembra un’ottima idea, mi dica a che gusto” e mentre io, con un po’ di fatica, concentro la mente e sintonizzo le papille gustative sul gelato, zac! mi punge e inietta.

Sono sopravvissuta, l’ago è entrato ma non ha dovuto infilarsi chissà dove nella mia spalla. Quindi il fastidio è stato davvero più che sopportabile.

Una volta finito, abbiamo scherzato su questo depistaggio della mente e della paura.

MORALE DELLA STORIA: inutile sopportare di avere male per mesi per la paura di una punturina.

Ovviamente per due giorni devo stare a riposo, non fare sforzi con la spalla e prepararmi ad avere piuttosto fastidio. Una reazione assolutamente normale.

La fregatura: niente tango nel weekend, niente palestra ed evitare il sole che infiamma.

Evviva.

Pimpra

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