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Una goccia di poesia nella fragilità di un cristallo

Stamattina era già nell’aria, quel silenzio ovattato e speciale che solo una nevicata regala.

Davo gas allo scooter che poca voglia aveva di condurmi al lavoro, come fosse troppo infreddolito e stanco di questo inverno.

Ma quale inverno, forse abbiamo vissuto una settimana o poco più di freddo intenso, di quello che al mattino ti fa maledire la sveglia, doverti alzare, affrontare la bora pungente che ti accompagna, tendendoti i più beceri tranelli, nel percorso che ti porta in ufficio.

Una settima che si conclude con la più bella delle sensazioni, la neve che fa tornare tutti bambini, anche se in città è scomoda, e lo è di più in una città carica di saliscendi come Trieste. Eppure…

Ho regalato a me stessa del tempo, per tornare a casa prima che il manto stradale mi fosse impraticabile e godere della compagnia delle amate Gattonzole.

Gli animali lo sapevano prima ed ho scoperto che una delle due creature è, per così dire, meteoropatica, stamattina era nervosa, poi, appena i primi fiocchi hanno toccato terra, si è tranquillizzata.

La neve nobilita anche il più triste e squallido dei paesaggi, conferendo una poesia racchiusa nello scrigno di micro cristalli di ghiaccio.

E allora, sai che c’è, torniamo bambini e… tutti a far palle di neve! Olè!

Pimpra

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SETTEMBRE

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Settembre. Un mese difficile.

La malinconia incombe ad ogni mutata inclinazione della luce. Le ombre si allungano insieme all’umore che tende verso colori meno vividi.

Anche le Gattonzole si adeguano, concedendomi una pausa più lunga, insistendo con meno foga nel farmi uscire dal letto, anzi, con piacere felino, si appoggiano al mio fianco o tra le gambe, assaporando con me il tepore e l’oscurità.

Settembre è il mese del progetto, è il momento in cui si incastrano le attività invernali. E’ un bisogno fisiologico, superiore, è il mio modo di cadenzare i mesi cupi che verranno, quando la luce diverrà moneta rara e il grigio del cielo e della città ammanteranno anche l’aria.

Settembre ha il canto della poesia, il melodioso scricchiolio delle foglie di sommaco che incendiano il Carso e la bora che, presa la rincorsa sull’altipiano, si tuffa in mare con il suo mantello scomposto di refoli.

Settembre. A volte cristallino, ombroso o ostile.

Preparo la pelle alla nebbia fredda, sapendo che dietro il velo opaco si nasconde sempre il sole.

Spero…

Pimpra

 

 

 

TU ED IO. UNA POLAROID DA NORD EST

Noi due

Pausa pranzo. Aprile.

Mi accompagno ai miei pensieri che si scontrano in un tilt di emozioni, ingorgo mentale e caos assoluto.

Fa caldo, sono vestita a strati, meno male.

Musica sparata a palla nelle orecchie, a voler tacere i pensieri. Mi aiuta la vista del mare, quieto, di fronte a me.

Non è facile la solitudine, devi fare i conti con il tuo io che può essere immenso o ridotto a una briciola di pane. Era quello che stavo pensando, tra me e me, quando, dinnanzi al mio sguardo corrucciato, vedo quelle due.

Una mamma con la sua bimba, intente a discorre di chissà cosa e a guardare l’orizzonte. E’ un attimo, prendo il cellulare e scatto.

Vedo me e la mia infanzia lì davanti, le sento nella pancia, sulla pelle accarezzata dai primi raggi del sole. Sento la voce di mia madre quando rispondeva alle mie domande di bimba e, spesso, si rideva insieme.

Anche io amavo portare le codine e sedermi a terra, ad osservare il mondo.

Ho interrotto per un attimo la mia passeggiata pensante e mi sono goduta questa piccola polaroid di vita, di un giorno qualunque di aprile, all’ora di pranzo.

Pimpra

FOTO MIA

 

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