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A fine evento Ale Parise mi ha detto: «Cerco di imparare dai miei errori e di fare meglio». Se questo è il metro, l’ultima edizione di 800 Tango Party l’ha vinta: meglio della precedente in ogni dettaglio.
Tre giorni di festa nell’ex Teatro Verdi di Ferrara, una sala circolare con la pista al centro — non il luogo più ovvio per mirada e cabeceo, ma con buona volontà si trova sempre il modo.
Per la mia seconda edizione ho scelto di posizionarmi sulla scalinata che porta alla pista, osservando dall’alto. Da lì, l’onda che si gioca in pista arriva con un riverbero amplificato, l’energia dei ballerini si espande raggiungendo i punti più lontani.
Ho ignorato il cartello che indicava “via di fuga,” perché, se so muovermi a razzo in pista, so anche sgomberare una scala. (Un’auto-giustificazione che nessun addetto alla sicurezza accetterebbe, ma che mi ha permesso di godermi al meglio le serate).
La formula collaudata della due giorni si è arricchita del venerdì, traghettando il “party” in una piccola maratona.
Valentina Ialacci — napoletana verace — ha acceso la milonga del venerdì: il suo set mi ha regalato le prime vesciche ai piedi e un entusiasmo contagioso. Dalla mia “piccionaia” non ho visto volti delusi: l’energia ha roteato luminosa per tre giorni.
Così è partita questa brillantissima edizione migliorando la sua già rodata e funzionante macchina organizzativa.
C’entra anche il cibo? Molto probabile! Tra una prelibatezza e l’altra, abbiamo condiviso tandas e litri di sudore, perché la “settembrata” ferrarese ha raggiunto temperature africane.
Questo lunedì mi pesa le ore non dormite sono tutte dipinte sul mio volto, ma nonostante questo resta quella speciale beatitudine che il tango ti sa dare.
Le pause servono, hanno sempre un senso se si usano nel modo giusto. Dopo la pandemia è la seconda volta che ho smesso di ballare prendendomi un mese sabbatico.
Luglio mi è scivolato dalle mani: al mattino ho nuotato nella piscina all’aperto, sono stata ad un concerto, ho fatto un weekend a Veglia – da cui mancavo da tantissimi anni- una gita bellissima in mare, un’altra gita a Pirano arrivandoci in battello. E ho passato molto tempo da sola, in silenzio, tra me e me.
La pausa dalla vita sociale e dai social che oramai ne fanno parte, mi ha permesso di ritrovare il filo che unisce le mie parti più profonde, a volte anche oscure, ma integranti.
Ok, questa è la premessa. Poi, agosto è ripartito alla grande con una bellissima milonga a Parma: Violetas.
Una milonga molto conosciuta in un crocevia ideale per il centro- nord Italia, Friuli Venezia Giulia escluso: per noi 3-4 ore di macchina sono una costante.
È stata la mia seconda Violetas. La prima non è andata benissimo. Non ho quasi ballato, nonostante conoscessi -di vista e non solo- praticamente tutti i partecipanti.
Così, spinta da una certa voglia di riscatto (e anche dalla correttezza degli organizzatori), ho deciso di tornare. E ho imparato che le seconde chances vanno sempre concesse.
La seconda Violetas, anche per me, è stata come me l’avevano sempre descritta: una bellissima festa.
La location è incantevole: si balla in uno spazio al coperto ma senza le pareti, arioso e piacevole. La struttura che ospita la milonga è un ristorante attrezzato per matrimoni e banchetti e, a cena (fa parte del biglietto d’ingresso), si viene coccolati con un’offerta alimentare ricca, varia e di grande qualità.
L’unico neo è il pavimento di piastrelle che a fine serata si fa sentire su piedi e articolazioni. Ma tutto non si può avere.
I padroni di casa sono stati davvero molto gentili, augurandomi una bella pomeridiana. Così è stato. E sono rimasta davvero molto soddisfatta.
A Violetas si incontrano tangueros emiliano romagnoli, ovviamente, ma anche milanesi, toscani, veneti e non solo un mix stimolante e irrinunciabile. La formula pomeriggio+notte è assolutamente vincente, soprattutto per chi viene da lontano: si può fare una scorpaccitata di ottimo tango.
Dall’esperienza Violetas ho tratto una lezione che conoscevo molto bene, ma che ho dovuto ripassare: se non balli la colpa sei tu.
Devo ammetterlo: il mood energetico del ballerino, uomo o donna che sia, influisce pesantemente sulla scelta del partner.
L’energia che mettiamo nell’aria, pur in modo inconsapevole, non ci lascia scampo, parla per noi: se è negativa ci penalizza. Punto.
Credevo di essere di ottimo umore la prima volta. Ero curiosa, entusiasta di partecipare a una milonga che mi avevano tanto decantato. Invece qualche pensiero sotterraneo mi ha offuscato pesantemente. Morale: sono rimasta seduta a lungo.
Nella vita e nel tango è importante farsi un’analisi critica, evitando di dare colpe che spesso sono nostre, al di fuori.
Ho ancora il sapore di buono, quella vivacità e quella gioia che le belle tande ti lasciano addosso.
E pure una graziosa vescica sotto il piede, testimonianza fedele di ore ballate senza fermarmi.
A Parma il tango profuma di buono.
Le Violetas lasciano un segno delicato e profondo di tandas perfette.
Tra il popolo tanguero anziano che frequenta ancora FB sta spopolando, in queste ore, un video che ritrae una giovanissima donna mentre balla con un costume che definire succinto è un eufemismo.
La location del misfatto è una milonga pomeridiana a bordo piscina, in quel mondo fuori dal mondo che è rappresentato dal Mediterranean Summer Tango Festival.
Un vero e proprio shitstorm sta colpendo il corpo marmoreo, l’incredibile fondoschiena dell’ignara ballerina in erba (mi azzardo a dire).
Alcune femministe radicali molto incazzate che mettersi nude così non fa altro che esporre il corpo della donna come oggetto dell’istinto animale dei maledetti uomini.
Sedicenti portatori del verbo della tradizione tanguera argentina che urlano allo scandalo per il mancato rispetto del Signor Tango e del povero Biagi, la musica ballata in quel frangente.
AHO! ripigliatevi!
Punto primo. IL CONTESTO.
Milonga estiva, con canicola ai massimi, a bordo piscina. Come mi devo vestire se non in costume da bagno o poco più?
La ragazza in questione, per sua insindacabile scelta personale, indossa un costume estremamente succinto, mostrando al mondo la splendida rotondità del suo sedere perfetto. Che male c’è? Io aggiungo BEATA LEI!!! Difficile vedere dal vivo tanta bellezza! Quindi, perchè non mostrarla?
Punto numero due: IL TANGO
Che si trattasse di tango, di lindy hop, di salsa, di mazurka, di samba che differenza fa? Perchè condannare a priori la gioia di ballare, di condividere un momento di festa, di “pasturare” senza pudore per azzeccarsi uno o più partner potenzialmente anche sessuali? Ma dove sta il problema?
Punto numero tre: IL CORPO
Perchè continuiamo ad accanirci contro i corpi degli altri e nostro? Che male vi hanno fatto? Perchè giudichiamo l’uso che ognuno di noi fa del proprio corpo? Chi siamo Catone il censore?
Vi dico come la penso.
Magari avessi vissuto con libertà il corpo che la natura mi ha donato, nel bene e nel male. Celebrando la sua bellezza, per il fatto solo di ESISTERE. Per anni l’ho torturato con diete, allenamenti estremi, l’ho coperto che non mi sembrava andasse mai bene.
Non ho mai fatto la giaguara che si va a prendere gli uomini per il puro piacere del corpo, sia mai!
E mi ritrovo ora, una arzilla signora di cinquant’anni, a mangiarmi le mani per tutte le possibilità che non ho creato e/o che non ho saputo cogliere.
Dentro di me il giudizio, la ricerca di una perfezione da giornale patinato che era semplicemente impossibile da raggiungere (per me almeno). E poi? Come mi sarei sentita? Probabilmente come quelle donne bellissime che si trovano sempre un difetto!
Invece il corpo va onorato, in tutte le sue forme, in tutte le stagioni della vita, ogni singolo giorno. E’ il compagno che ci accompagna in tutta la vita, e che vogliamo fare? nasconderlo? martirizzarlo? negarlo?
Allora ben venga la sua celebrazione, anche in contesti che stridono, se alla base vi è il rispetto per se stessi e per l’altro.
Avete mai pensato ai prima e dopo della vostra vita? Quei passaggi epocali per cui, dopo, qualcosa cambia profondamente dentro di voi.
Nella vita ne esistono parecchi, sono pietre miliari, penso al percorso degli studi, al lavoro, ai cambi di lavoro, quando si lascia la casa genitoriale, la convivenza, il matrimonio i figli, l’arrivo del primo animale domestico. Gli esempi sono davvero infiniti.
Poi c’è il tango. Dal primo abbraccio ad oggi, quanto siamo diversi, cambiati.
Ci pensavo tornando dall’ultima maratona. Ho fatto mente locale a quante persone, per lo più estranee, ho abbracciato in questi ultimi vent’anni.
Adesso mi sembra una cosa assolutamente normale, anzi “naturale”, me lo avessero chiesto vent’anni fa avrei risposto “Ehhh abbracciare un estraneo? Non se ne parla!”. Oggi non solo li abbraccio senza provare alcun pudore, ma non mi scompongo minimamente ad appoggiare la mia guancia alla loro, in un atto che, oggettivamente, può essere letto come “intimo”.
L’abbraccio del tango, per me, è stato ed è tuttora, terapeutico.
Studi scientifici dimostrano che abbracciare qualcuno per più di un minuto sviluppa ossitocina, l’ormone del legame, del benessere, figuriamoci quanto ne produciamo nel corso di una sola serata di tango!
Eppure non è solo questo.
Abbracciare significa fidarsi, aprirsi all’altro che non si conosce, dare una possibilità a un incontro senza paracadute. Anzi il paracadute c’è eccome, la fine della tanda. Di sicuro nell’abbraccio del tango il controllo non esiste (balleremmo tutti malissimo), la mente si libera e si connette con parti profondissime che, troppo spesso nella vita quotidiana, restano nascoste, marginali, silenti.
Gli abbracci mi hanno fatta rinascere tante volte, sempre in modo diverso ma altrettanto struggente e profondo.
L’abbraccio del tango, l’ho scritto numerose volte, ha permesso alla mia donna di nascere veramente, di uscire allo scoperto senza che la mia volontà potesse nulla, puro istinto, pura verità.
Quante cose dell’altro si percepiscono in un solo abbraccio, sottilissime sfumature che, se colte, lo avvicinano a noi come essere umano. Difficile fingere, difficile farlo a lungo, la verità dell’essere si svela.
Mi piacerebbe poter contare tutte le persone che mi sono passate tra le braccia, credo che in una vita “normale” non ne avrei mai avuto la possibilità e penso alle emozioni, alle sensazioni che sono scaturite da questi scambi.
Molti si innamorano, non fatico a capirlo, come se il terreno fosse fertile per un incontro che si spinge oltre a una condivisione di passi.
Gli abbracci tornano indietro, ci pensate? Tanto si offre all’altro, tanto si ottiene, a volte anche molto di più, ricevendo una sorta di “affetto particolare” dal nostro partner, in quella tanda. Un calore che entra e, da qualche parte, ci cura.
Ci sono giorni in cui non succede niente. Non un pensiero brillante, non un desiderio, non un sogno da fare ad occhi aperti.
L’estate finalmente brucia sulla pelle, ma tu non sei sintonizzata su quell’onda calda.
Telefonate lunghe, confidenze sussurrate. Ti rendi conto che la tua vita è uguale a quella di mille altri. Rincuora ma fa pensare.
La noia si abbatte dentro ore bruciate di sole. Una voce ti rimprovera e ti dice così non va bene.
Da sola mi sento un gigante. La libertà che ho nelle mani esplode in scintille di godimento. No non posso ridurmi a vegetare, voglio vivere.
L’acqua è di un tenue azzurro, riflette le piastrelle chiare del fondo della piscina. La luce è così potente che trafigge le pupille. Respiro il delicato aroma del cloro. Ascolto il canticchiare dell’acqua mossa da mani asincrone. Mi connetto. Indosso la cuffia, gli occhialini scuri e salto dentro il liquido.
Bracciata dopo bracciata il pensiero svanisce, la mente si libera. Uno due uno due. I punti di leva del mio corpo si fanno caldi e morbidi. Il corpo prende la forma dell’acqua.
Non sono più un’atleta, il mio ritmo è lento e inesorabile.
Uno due, uno due.
Non c’è più nulla intorno, solo lo sciabordio dell’acqua, la luce che riverbera forte, il respiro ritmato e il cuore che accompagna questa danza.
Come per la scuola, anche per le milonghe si apre la stagione estiva e con essa si lasciano le sale da ballo al chiuso per godere di spazi all’aperto.
In ogni città dove si balla si effettua questo switch, vediamo, tra il serio e il faceto, vantaggi e svantaggi dell’una e dell’altra situazione.
Il tango all’aperto: poesia e imprevisti
Alzare lo sguardo e fondere gli occhi nel riflesso della luna sul mare, godere dello sbrilluccichio delle stelle, farsi accarezzare dalla brezza della sera. Che meraviglia ballare all’aperto!
Dalle mie parti ci sono almeno due milonghe che si affacciano al mare che adoro profondamente.
Certo non è tutto oro quello che luccica.
Imponenti misure di sicurezza si rendono necessarie contro le zanzare che si appassionano al tuo profumo specie se condito di sudore e ti prendono di mira come un orso il miele.
Le milonghe all’aperto spesso non agevolano il classico codice della mirada: vuoi per illuminazione carente, vuoi per quella sbagliata. Intercettarsi diventa una sfida, una specie di tiro al bersaglio, dove la mira deve essere davvero eccellente.
Se la canicola morde, il mare è lontano, ballare all’aperto è garanzia di sudate colossali, di perdita di sali minerali come si corresse una maratona. Di poesia rimane ben poco, ma il carico di t-shirt da cambiare è d’obbligo.
Le piste all’aperto spesso non sono nate come piste da ballo, perciò bisogna adattarsi a ballare su superfici dure, a volte con fughe mefistofeliche che ingannano i tacchi. Per tutti: portarsi almeno due paia di scarpe di scorta, pneumatici duri o morbidi a seconda della situazione.
Una tanda sul far del tramonto, con le luci che sfumano, rende il momento davvero speciale. Fondamentale avere tra le braccia il partner giusto o si butta tutta la poesia del momento.
Il tango al chiuso: comfort e sacralità
La sala da ballo nasce per esserlo, quindi il pavimento sarà il suo atout privilegiato, liscio e morbido come un vellutino.
L’aria condizionata ti congela i sentimenti all’arrivo, ma la benedici non appena inizi a ballare e a sudare. Impossibile sopravvivere senza.
Luci e suoni il cocktail perfetto per mirare ed ascoltare la musica senza interferenze. Se poi qualcosa comunque non funziona è chiaro: il problema sei tu.
Tipi da pista.
Avete mai fatto caso che, nel contesto di milonghe all’aperto, dove può esserci anche del pubblico di passaggio, i classici “fenomeni” danno il meglio di loro stess*? Uomini e donne che sotto lo sguardo di non tangueri sentono accendersi tutte le lampadine dell’eccitazione esibizionistica e si abbandonano alle più incredibili/improbabili evoluzioni?
Quindi dentro, nella coccola di una sala dalle luci ovattate o fuori, sotto il cielo stellato? “Tu dove godi di più?” a) Al chiuso, dove regna l’ordine e la penombra. b) All’aperto, tra stelle e imprevisti. c) Ovunque, purché con il tuo abbraccio preferito?
Con i numeri non ho mai fatto pace. Davanti a un’equazione, mi si spegne il cervello. Eppure, alla maturità del classico, portai fisica. Perché? Perché mi faceva pensare.
Se persino io sono sopravvissuta alla fisica, le linee geometriche che compongono il “muoversi in ronda”, sono alla portata di TUTTI.
Andare in ronda: girare in tondo.
Un concetto che mi sembra piuttosto elementare nella sua applicazione ma che, nei fatti, non lo è affatto.
Sempre più spesso accade, dalle milonghe sottocasa, a quotate maratone che il muoversi su pista dei ballerini segua le regole dell’entropia universale. Un’esplosione di traiettorie impazzite, come se ognuno ballasse un’apocalisse personale. La fluidità? Sparita. Il comfort? Un ricordo.
Pare che i codigos della milonga siano diventati reperti archeologici piuttosto che solide basi con le quali misurarsi.
E’ anche una questione di educazione e di rispetto, verso il proprio partner e gli altri ballerini.
Quelli che entrano in pista senza chiedere l’ok. Quelli che si lanciano in furiosi inseguimenti (a chi poi? a cosa?). Quelli che indugiano per troppo tempo prima di muoversi creando un fastidioso stop al fluire naturale della ronda.
Oramai in pista accade di tutto.
Più che uno spazio dedicato al tango è diventata l’arena dove esibire conoscenze che – di solito, non si possiedono.
Il disordine incontrollato va a detrimento del buon ballo di tutta la pista.
I leader consapevoli non possono dedicare concentrazione alla musica, alla partner, all’interpretazione del ballo. E’ una una gara di sopravvivenza tra ego sovradimensionati e improvvisati acrobati del caos.
Le stesse follower che di ronda poco si interessano, non vivono bene la situazione. L’energia della pista non è omogenea, non vi è un’onda che accompagna il fluire. Il caos crea dissonanza.
Come risolvere?
Innanzitutto partire dalle basi: gli insegnanti devono insistere sul punto, la ronda serve e va rispettata.
Una volta usciti dalla scuola, ogni ballerino dovrebbe continuare a mantenere quella consapevolezza e adattare il suo stile di ballo allo spazio a disposizione, alla densità di ballerini, alla musica.
Tutti siamo stati neofiti e ci siamo fatti prendere la mano quando abbiamo imparato ad eseguire nuove strutture, la sfida sta nell’utilizzarle per “ballare” non per “performare” come se si stessero calcando le assi di un palco, durante un’esibizione.
Serve una buona educazione, di quelle che non si imparano solo a lezione, ma anche stando zitti, guardando, ascoltando la ronda come fosse una preghiera.
Non sono discorsi da vecchi, sono osservazioni tecniche.
Immaginiamo di fare invasione di campo mentre giochiamo una partita a pallavolo. Che accade? PENALITA’.
Con il tango come potremmo arginare il fenomeno dei “fenomeni” in pista?
Con coraggio. Credo non resti altro.
In eventi di una certa dimensione, se sono presenti i disturbatori seriali, dovrebbero essere prima “ammoniti” e poi, se recidivi, cortesemente invitati ad andarsene.
Fattibile?
Volendo dare una certa forma alla milonga credo sia la sola soluzione possibile. Il retro della medaglia potrebbe essere la cattiva nomea affibbiata a quell’organizzatore così severo.
Se avete altre soluzioni o idee sono ben felice di ascoltarle.
In pista, come nella vita, il rispetto delle forme genera bellezza. Non serve un genio della fisica per capirlo.
Cosa c’è di più bello di ballare una tanda legati in un abbraccio che profuma d’amore? Magari condito di una buona dose di frullato di ormoni?
Musica che soffia sul fuoco della passione, accende l’intesa, aumenta quel senso di appartenenza dell’io al tu?
Ok smettiamo di raccontarci le favole: non sono tutte rose e fiori!
Molti amici non tangueri mi chiedono come potrebbe essere iniziare il percorso di studio con il loro partner sentimentale.
Un tempo, da inguaribile romantica quale sono, avrei risposto: meraviglioso.
Oggi, da “risvegliata”, affermerei: non fatelo!
GIOIE E DOLORI DEL BALLO IN COPPIA.
Tra i vantaggi sicuramente la disponibilità del partner nell’affrontare il lungo (lunghissimo) percorso di studio.
Innegabile plus la comodità di essere coppia per partecipare ad eventi con iscrizione.
Se la coppia è fresca, giovane (sta insieme da poco), cingersi in un tango, beh, diciamocelo regala una bella botta di endorfine.
MA…
Vogliamo affrontare tutti i piccoli e grandi disagi che si presentano davanti, come minuscoli o immensi ostacoli da superare per i piccioncini che vanno a ballare insieme, coppia sentimentale.
LE REGOLE
Dopo le prime mega baruffe consumate dentro o fuori dalla pista, gli innamorati si danno delle regole, un loro cerimoniale non scritto per affrontare la serata danzante.
La prima e l’ultima tanda sono mie, tuona lei che ha bisogno di sentirsi rassicurata di essere il solo e unico soggetto di desiderio, danzante e non, presente in sala.
Non puntarmi sempre gli occhi addosso quando miro le altre, se non lo faccio non posso ballare, rincara lui che si sente dentro la casa del Grande Fratello con mille occhi addosso che registrano ogni suo movimento.
Questi sono solo due tra i tanti riti che la coppia si dà per non uscire dalla milonga con l’appuntamento dall’avvocato divorzista già prenotato.
Ma, non basta.
Tutti hanno sperimentato, da parte di lui e lei, la BLACK LIST dei ballerin* con cui vige il divieto assoluto di ballare, di mirare, di scambiare qualche parola.
Nulla è più irresistibile di una regola proibitiva: alla prima occasione balleremo proprio con il pirata (o la piratessa) RED FLAG. Come si dice: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Andiamo la lezione. Territorio neutro.
Le baruffe micidiali che ho visto e vissuto sulla mia pelle con il partner sentimentale. Imparare è anche un gioco di potere dove si riaffermano gli equilibri forti all’interno della coppia, nessuno è disposto a cedere su territori faticosamente conquistati.
Capiamo bene, è un problema: rinfacciare gli errori o le inesattezze del partner con fare insistente o- peggio, insultandolo malamente, non porteranno lontano. Anzi no, spingeranno la coppia direttamente sull’orlo del baratro. Non solo tanguero.
Libertà.
Se ballo in una dimensione psicologica nella quale mi sento libero, ballerò meglio. Senza preoccupazioni di come si sente il mio partner di vita, senza sentirmi a disagio perchè lui/lei si sta divertendo massimamente mentre la mia serata non decolla.
Ci sono tantissime sfumature che possono essere direttamente letali per una coppia che non sia ben equilibrata, stabile, con basi forti.
Per tutti gli altri è come mettere la prua della nave puntando dritto dentro la tempesta.
Può essere una prova (AUGURI!), può essere un escamotage per finirla prima (epperò siete bastard*! non è meglio dirsi prima che non siamo più convinti di stare insieme?), può essere anche la celebrazione dell’amore, dell’armonia, della complicità.
Personalmente ho vissuto entrambe le possibilità: ho ballato da moglie (ora ex – guarda un po’! 😉 ), da compagna, da single.
Il tango migliore, secondo me, lo ballo da single. Nessuno mi scruta, nessuno mi giudica e vado a casa a serata finita con il cuore leggero.
Una festa dentro la notte, un farsi dell’alba stretti in abbracci indimenticabili.
A volte è maschera di un sorriso che nasconde una ferita.
Ballare -come lo sport, e forse meglio ancora- ci connette al corpo, che è la più potente medicina quando l’anima e il cuore soffrono.
Il corpo ci riporta nel qui e ora. Ci ancora alla realtà. Ci tiene vivi.
Nel 2023 il mio piccolo mondo mi è crollato in testa.
Senza fare rumore. In un silenzio peggiore di qualsiasi esplosione.
Il cuore si è sciolto, così pure le immagini che aveva creato, rivelando uno scenario squallido.
Ci sono stati momenti in cui non ho più percepito emozioni, sensazioni, ho vissuto dentro una linea piatta, fatta di routine, di gesti conosciuti e oramai meccanici, senza provare alcunchè, dolore e rabbia compresi.
La vita scivolava a gocce scolorite, così i giorni. Il corpo si muoveva come un automa. Vuoto di senso. Vuoto di stimoli. Solo vuoto.
Poi, una mattina, nella quotidiana passeggiata verso l’ufficio, la playlist del cellulare mi ha sbattuto in faccia uno dei miei tanghi preferiti. Un monito. Un richiamo. Uno schiaffo alla mia apatia.
Ho concluso il mio anno orribile andando in maratona da sola, viaggiando da sola, restando da sola. Un’iniziazione. Una consacrazione alla mia nuova me. Alla giaguara ferita, ma ancora palpitante di vita, pronta a rialzarsi.
E così è stato. Weekend dopo weekend, ho ripreso a viaggiare e a ballare. Tanto. Con tutti.
Non era una fuga, la mia, era la dimostrazione della mia resistenza ai colpi della vita, agli inganni delle persone, alla solitudine.
E sono rinata.
E il mio tango è rinato.
Anzi: è nato per la seconda volta.
Gli abbracci sono una forma di regolazione emotiva, riducono l’ansia, ricompongono la frammentazione. Pezzo dopo pezzo, il tango ha incollato i miei cocci, riassemblandomi in un insieme decisamente migliore.
Gli abbracci del tango non chiedono nulla eppure ti restituiscono tutto. Ti rimettono in mano la tua vita, la tua persona, i tuoi desideri. Riaccendono i sogni.
Le crisi oggi arrivano a onde, come la risacca. Tornano, sempre.
A vent’anni cerchi il tuo posto nel mondo.
A cinquanta ti chiedi chi sei diventato.
In tutto questo il tango. Che resta, accoglie, contiene, racconta.
Oggi, quando tocco le assi di legno della milonga mi emoziono ancora. Quel tango, quello che mi ha salvato, mi risuona dentro.
Da allora ho la mia playlist di preferiti, brani che sanno suonare dentro di me tutte le note delle emozioni.
247 vi dice qualcosa? Sono le leghe che separano casa mia dalla location della maratona del fine settimana appena concluso. (549 km se non avete voglia di fare il calcolo).
Una maratona di chilometri per raggiungere Alba dove alloggiavo, con l’aggiunta di altri 16 km per arrivare all’ameno paesino di La Morra, sede dell’evento.
Mentre mi trovavo in macchina, non potendone più, la mente annebbiata provocava ulteriore fastidio stuzzicandomi la testa con pensieri negativi: “varrà la pena aver fatto tutto questo viaggio? Ci sarà l’atmosfera gaia di abbracci e sorrisi che tanto piace a me? Ballerò? Mi divertirò? La musica si accorderà ai miei desideri?”.
La sala è accolta nel paesino in cima a una collina che, con il buio della sera del venerdì, mi pareva di essere finita dentro a un campionato di corsa in montagna, tra tornanti e curve e un asfalto che te lo raccomando. Ancora più martellanti e furiosi i pensieri “Ahò ma siamo sicuri che ne vale la pena?”
All’arrivo i primi sorrisi luminosi alla reception degli ospiti mentre ti annodano il nastrino rosso color barolo come fil rouge della festa, la caramellina gourmet dell’antica confetteria Converso di Bra (i dettagli fanno la differenza!) trovata nella busta dei ticket della ristorazione, e già mi è partito il primo sospiro di sollievo.
E poi i volti degli altri, più o meno stanchi del fine settimana alle spalle, chi del viaggio (ovviamente meno lungo del mio, ma tanto è un’ovvietà), ma tutti sereni, molti di loro a sorseggiare qualche bollicina che il bar in fondo alla sala ne offriva di deliziose.
Così è partita la mia prima edizione di Barolera, una maratona piemontese di cui avevo sentito molto parlare.
L’atmosfera del luogo è percepibile da subito, c’è quell’educazione e quell’accoglienza elegante che caratterizza i sabaudi e definisce i loro eventi.
Dopo un sonno ristoratore, dimenticati i km alle spalle, l’entusiasmo di trovarmi in gita tanguera si è impossessato di me e delle amiche con cui ho fatto la trasferta.
Alba ha un ridente centro storico, colonizzato da un mercatino che ne riempie le stradine ma, ancor più bello il contorno di colline e vigneti che cinge la cittadina.
I 16 km che separano Alba da La Morra, sono una delizia per gli occhi, alternando dolci colline a nocciolaie e vigneti a pastini. Un senso di pace, di armonia si è impossessato di tutta me facendomi arrivare in milonga con il migliore dei sorrisi.
Le sorprese non sono mancate, dallo zabaione home made offerto nel pomeriggio ai danzanti per ricaricare le batterie, alle meringhe, al budino specialità locale che già ho dimenticato come si chiama (il bünet, grazie Veronica Anna Federica!). Tutto parlava del territorio, la qualità parlava del territorio.
Foto credit Mauro Tonchich
Piacevolissime le coreografie di danza moderna che hanno spezzato la solennità dei tanghi ballati e dato vigore agli astanti sulle note della febbre del sabato sera e non solo, e, dulcis in fundo, la coreografia “open” dedicata ai tangueros, “appresa” in soli 20′. Con il tango ci sappiamo fare ma quanto al resto siamo piuttosto negati ma volonterosi e dotati di grande sangue freddo per esibirci insieme alle bravissime ballerine moderne!
(ps: l’anno prossimo inviateci il tutorial del brano con anticipo che almeno proviamo a prepararci! 😀 )
Una menzione speciale spetta al buffet della domenica che ha coccolato il palato con piatti deliziosi, un risotto ai porri buonissimo, e poi una scelta di ottimi affettati, formaggi del luogo, i famosissimi grissini, altri stuzzichini vari, un vero capolavoro di ospitalità!!! BRAVI!
Tra zabaione, dolcetti, caramelline, budini vari avevo il fuoco delle calorie che bruciava violento dentro di me facendomi ballare come una invasata. Che bello!
Consiglio assolutamente di venirci, anche se non amate il vino e siete astemi come me, è tutto il contorno che coinvolge, mettendo in una dimensione di relax, dentro una piacevolissima onda di allegria.
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