PANDEMIA E MILONGHE CLANDESTINE. GLI ALIENATI DEL TANGO

E’ da qualche tempo che leggo di sedicenti milonghe clandestine.

Sono una forma particolare di incontro che esiste da parecchi anni (in Italia almeno), una specie di movimento “underground”- si fa per dire- che coinvolgeva gli amanti del genere. La clandestina o “milonga illegal” di solito era organizzata in luoghi che non fossero sale ufficiali da ballo/milonga, era un movimento di tangueros che amavano incontrarsi in particolare in luoghi all’aperto, nella più totale libertà.

Ad alcune, negli anni passati, ho partecipato, apprezzando in particolare, l’incredibile amalgama di gruppo, l’amicale coinvolgimento dei partecipanti, lo spirito goliardico improntato al piacere di stare insieme, di ballare, di mangiare e bere in un contesto non convenzionale.

Queste erano le “clandestine” nella nostra vita precedente. Poi arriva lo sciagurato virus e la vita di tutti, specie quella di relazione, cambia in modo shoccante e … si smette di ballare.

Passano i mesi, circa tre, e piano piano si ritorna alla normalità che, allo stato, significa “solo” poter uscire di casa liberamente, seguendo un corollario di divieti assolutamente inimmaginabili fino a poco tempo fa, di cui il peggiore – probabilmente – è il distanziamento sociale.

Manca pochissimo e potremo anche riprendere a viaggiare, sempre seguendo criteri di attenzione severissimi.

Anche al mare si deve rimanere a distanza, TUTTA la nostra vita si deve vivere “a distanza”.

Poi ci sono loro, gli alieni, ma preferisco chiamarli “alienati” che se ne fottono del casino che è successo e che decidono, in modo assolutamente arbitrario, di organizzare “MILONGHE CLANDESTINE”.

E’ da un po’ che ne sento parlare da più parti e da più fonti. Non mi piace seguire il chiacchiericcio e meno che meno il pettegolezzo ma… quando se ne parla con una certa insistenza, da qualche parte c’è sempre un fondo di verità, allora decido di scrivere questo post.

Cari Alieni Alienati, se esistete per davvero e se avete deciso di colonizzare questa terra martoriata, vi chiedo di smetterla, di non farlo, di aspettare il momento giusto, quel momento in cui, con un buon margine di sicurezza, ballare il tango argentino, tutti quanti insieme, in milonga, non metterà a rischio nessuno.

Ci sono maestri, professionisti, imprenditori nel settore della danza che, con una fatica assurda, stanno cercando di non soccombere allo stop forzato. Pensate a loro, al fatto che non possono guadagnarsi da vivere e che, con intelligenza, dedizione, fatica e spirito di adattamento, offrono almeno lezioni on line, sulle mille piattaforme a disposizione.

Pensate anche a noi, la gente normale ma estremamente appassionata, ai limiti della pura dipendenza da tango che, ligi e tristissimi, hanno appeso le scarpette al chiodo, disdetto viaggi, camere di alberghi, weekend di puro piacere tanguero per senso di responsabilità civica e rispetto delle regole.

TUTTA la comunità tanguera è sotto pressione, stanca di aspettare, in crisi di astinenza ma RESISTE.

Cari Alieni Alienati, siete solo voi quelli che credono di avere l’immunità, di essere i più fighi, quelli che tanto a me non succede e, comunque, me ne fotto.

Vi dico solo una cosa se vi scopro vi denuncio, senza passare dal via.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

Copio il testo del comunicato pubblicato oggi da numerose scuole di tango argentino del Nord Italia:

“Ciao,
siamo i vostri insegnanti di Tango Argentino ed organizzatori di Milongas, il Tango è la nostra passione e il nostro lavoro.
Ci teniamo ad una precisazione in questo momento storico: dichiariamo la nostra totale estraneità a qualsiasi forma di milonga clandestina che venga organizzata in questo momento (si anche il garage con quattro coppie di amici).
Il motivo è molto semplice, se pur molte restrizioni siano state allentate non è permesso il contatto fisico tra le persone, per evitare la diffusione del virus sappiamo ormai benissimo essere necessario il distanziamento fisico. Una qualsiasi illegal non garantirebbe nessuna sicurezza per le persone. Men che meno il ballare con altre persone.
Va da sè che purtroppo, per ora, non ci è concesso ballare se non con le persone con cui già stiamo vivendo. Corriamo il rischio che atteggiamenti troppo leggeri alla “ma si, siamo solo noi quattro” faccia slittare sempre più in avanti la ripartenza a pieno regime delle nostre attività.
Siamo i primi a soffrire (e non poco) per questa mancanza e a voler riaprire il prima possibile le milongas, sono il nostro lavoro!
Ma lo faremo nel momento in cui potremo garantire la sicurezza di tutti i partecipanti e la nostra, non prima.
Chiediamo la collaborazione di tutti, siamo fermi completamente da tre mesi e non ce la faremo a resistere ancora per molto. Contribuiamo tutti in modo responsabile a farci ripartire il prima possibile!

Firmato:

-Asd Deep in Tango Scuola Stabile & Milonga El Garufa(Eva Di Rienzo, Fabio Martimbianco, Luciano Mamprin)
-Cochabamba 444 (Marta Lorenzi, Alberto Muraro)
-Alma Negra Tango Club (Chiara Del Savio)
-Asd El Abrazo (Roberta Buligan)
-Asd Arrabal Scuola Stabile di Tango Argentino (Simone Pradissitto)
-Gato Negro Tango Club Asdc (Ilario Bailot, Elisa Gabrielli, Marina Martin, Massimo Marchetto)
-Asd Contatto Club Spinea (Silvana Miotto, Gilberto Peguri)
-Asd La Balera Brescia (Grazia Bo)
– Picaflor Asd Marghera (Michele Sottocasa, Diana Trevisanato, Lucio Giraldo)
– Asd Un toco de tango ((Nicola Cimmino, Sabrina Almada)
– Molo 5 (Stefania Brisi)
– Tango Ritual Vicenza (Gianni Tonello)
– Milonga Tangheria Industrial Padova (Antonella Bere alle, Paolo Pescado)
– Asd TimeforTango (Andrea Joschi, Alexandra Lioubova)

Se sei un insegnate e/o organizzatore e vuoi unirti scrivici nome dell’associazione e nome e cognome al 3273771516 e ti aggiungeremo al comunicato. “

MALINCONIA TANGUERA

Questa è solo la minima parte del mio personale parco scarpette da tango. Queste sono le bimbe che, attualmente, mi seguono nelle peregrinazioni sulle piste.

Ho sbagliato tempo dei verbi: devo usare il passato remoto.

Ci passo davanti ogni giorno, le accarezzo con lo sguardo, ogni paio mi ricorda momenti fenomenali della mia vita, ore di piacere, di gioia, a volte anche di cocenti delusioni, di dispiacere.

Le mie scarpette da tango raccontano la mia vita, quella degli ultimi 15 anni.

Ogni giorno mi osservo i piedi, li vedo senza lividi, senza calli, senza unghie rotte, dovrei essere contenta, invece ci leggo il segno della pausa, della sosta obbligata a cui siamo stati costretti.

Ammiro molto gli amici e i maestri che, determinati, hanno continuato a ballare, ad allenarsi a distanza, a perfezionare la tenica.

Io faccio fatica, perché mi prende come un dolore dentro, vivo una sorta di lutto, perché mancano gli abbracci, come non mai.

Ho letto che in alcune regioni d’Italia, con prudenza, stanno riaprendo le scuole di ballo, ed è una cosa meravigliosa. Da me, nel lontano nord est ancora vige il divieto, ma sono e voglio restare ottimista.

Ho una grande paura: riuscirò a ballare ancora? Sarò in grado? Il corpo non allenato, rimasto per mesi in quasi totale inattività fisica, recupererà?

Sono sopraffatta dal desiderio e dal timore, dal bisogno di riprendere e dalla paura di non farcela.

Le mie scarpette sono lì, mi guardano e continuano a ricordarmi come ero e come era bello ballare.

Non metto più i tacchi da tantissimo tempo, perché se non posso ballare, è come se la mia “donna” portasse l’abito del lutto.

Ma il tango tornerà ed è bene farsi trovare pronti.

Oggi indosserò il paio da studio e muoverò i primi passi, in fondo la vita è questo: RICOMINCIARE.

Pimpra

GLI OLANDESI LA CHIAMANO “HUID-HONGER”, NOI “FAME DI TANGO”

Pochi giorni fa, durante una mini passeggiata nei pressi di casa, mentre ero completamente immersa nei miei pensieri, ho avuto come l’istinto di sollevare lo sguardo.

L’immagine che ho avuto dinnanzi agli occhi è quella che vedete, ho afferrato il cellulare per immortalarla.

Rientrata nella quarantena domestica, mi è parso chiaro come, sempre più forte e intensa, sto provando quella che gli olandesi definiscono: “huid-honger” che tradotto potrebbe più o meno significare “fame di pelle”.

Ne parlavo via mail con il mio amico Michiel, l’olandese appunto, si discuteva su come il distacco forzato dal tango ci provocasse queste curiose sensazioni.

Mi piace immaginare il giorno in cui, come queste dolci rondinelle della foto, anche noi tangueri impenitenti, potremo finalmente tornare agli amati lidi e riprendere le nostre danze.

Penso anche a come cambieranno gli approcci alla tanda, il modo di ballare, e pure se dovremo farlo “mascherati”.

Sono pensieri che, dopo due mesi di congelamento dovuto allo choc pandemico, cominciano piano piano a riaffiorare alla mente, come se i primi spiragli di riapertura delle attività quotidiane, ci permettessero nuovamente di sognare.

E’ chiaro che, nostro malgrado, il tango sarà l’ultima delle ultime attività a cui potremo dedicarci in futuro e che, questo stesso futuro, rimane estremamente incerto e, di sicuro, piuttosto lontano nel tempo, ma tant’è la mente non si ferma.

Così, continuo a perdermi nella dolcezza del volo di queste rondinelle immaginando la gonna svolazzante rincorrere i miei movimenti nella prima tanda post epidemia.

Sognare, ne sono certa, fa bene allo spirito.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

MI RIPRENDO LA MIA UMANITÀ SBAGLIATA

Dopo un mese esatto di lockdown casalingo, oggi ho rimesso un filo di trucco.

La conference call del pomeriggio è stata la scusa per presentarmi meno sciatta al mio interlocutore, nel tentativo di non apparire esattamente alla stregua del cassonetto che visito con grande piacere ogni giorno.

La casa che mi ospita è piena di specchi, oramai non ci faccio più caso ma prima, passando davanti a uno di essi, ho visto il mio volto diverso, avendo la sensazione di indossare una maschera. Non ho riconosciuto più me stessa, per quel filo di rossetto e di matita sugli occhi.

Mancava l’unicità di un volto naturalmente segnato, lo sguardo meno brillante, la bocca meno sensuale.

Sono rimasta colpita dall’effetto che ho fatto a me stessa e la mente è tornata al periodo pre epidemia, in cui, la faccia che davo al mondo era sempre piuttosto truccata, oggi direi “artefatta”.

L’umore non sta andando bene nell’ultimo periodo, mi sto lentamente ma inesorabilmente inabissando. Non trovo l’allegria, non percepisco gli stimoli, sono buttata nella mia giornata come fossi una pianta.

Oggi volevo fare un passaggio al supermercato per dei piccoli acquisti, arrivata davanti, ho girato sui tacchi perché c’era la fila.

Non ho pazienza, non ho desideri, elettroencefalogramma piatto.

E sono costretta a fare i conti con me stessa, con la noia che mi corrode e che non so gestire, con l’umanità che vorrei intorno e dalla quale vorrei anche stare lontana. Non sto bene, questo è. La salute, quella, per fortuna, è a posto ma la testa non gira, è piantata nella melma e sta lentamente affondando.

Vorrei non essere come sono.

Vorrei prendermi cura di me, ricordarmi di farmi bella, cercare di passare questo tempo solitario, investendo in attività che mi facciano crescere.

Vorrei, ma non posso.

Come se le ruote dell’ingranaggio si fossero di colpo fermate e io stessi in attesa di essere riparata.

Vorrei, ma non posso.

Poi leggo, osservo, ascolto le voci degli altri e mi pare che dietro ai sorrisi che decidiamo di dedicarci, ci sia più un intento di farci un coraggio collettivo, più che vera allegria. Allora mi dico che stiamo a pezzi, e questi pezzi sono piccoli e sono tantissimi e che per rimetterli insieme ci vuole una santa pazienza e molto tempo.

Allora mi dico va bene così, oggi, ieri, domani non sarò brillante, non riuscirò a sorridere probabilmente, sarò torva, forse arrabbiata o indolente e accetterò queste sfumature sbagliate, così poco social e sociali ma tant’è.

Perchè in questo delirio almeno una cosa mi è chiara: quando passo davanti a uno specchio voglio vedere me, non una maschera.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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TANGO E TECNOLOGIA

Ormai ho perso il conto dei giorni, stare a casa ovatta il senso del tempo. Mi accorgo dello scandire delle giornate osservando il piumaggio di foglie del carpino che domina il giardino. E’ lui che funge da calendario.

Come molti di noi, lavoro da casa e, se possibile, sono più iperconnessa di prima. Nel carosello di pixel che fiammeggiano quotidianamente dinnazi ai miei occhi, sto notando un grande cambiamento “adattativo” riservato a noi, i “droGatti” tangueros.

Molti professionisti (e non) si sono affacciati alle piattaforme virtuali per continuare a mantenere vivo il rapporto con i loro allievi e, perché no, non perdere completamente la fonte del loro reddito.

Una delle piattaforme che vanno per la maggiore è Zoom, ma sicuramente ve ne sono altre di validissime.

Personalmente non mi sono ancora mai iscritta a uno di questi webinair, ma conto di farlo prima o poi. So di molti amici che seguono lezioni di ogni tipo in modalità on line, da quelle più tipicamente “intellettuali”, i classici corsi di formazione per capirci, a vere e proprie lezioni che implicano il corpo.

Ecco che mi chiedo come cambierà il mondo tanguero, anche alla luce di queste possibilità offerte dalla tecnologia moderna.

Facendo un salto nel passato, ripenso ai miei esordi a metà del 2000, ricordo perfettamente come molti tangueros dell’epoca facevano indigestione di video di esibizioni per carpire i movimenti dei professionisti. Poi si presentavano in pista e usavano l’inconsapevole ballerina/o quale strumento di verifica dei loro progressi. Inutile dire che per il 90% di loro gli effetti erano nefasti.

Ma torniamo ad oggi, come cambia, se cambia, la didattica on line? Il fatto che io veda il mio maestro effettuare dei movimenti, spiegarmeli, mi permette comunque di apprendere? Il maestro, via etere, ha la possibilità di osservare i movimenti degli allievi e di offrire le sue correzioni?

Oppure le lezioni on line poggiano piuttosto sulla condivisione con l’aula di esercizi che vengono dettagliatamente spiegati alla classe che poi, in autonomia, li riproduce?

Si possono fare domande? I maestri interagiscono o il rapporto è “one to many“?

Non nascondo che questa possibilità di apprendimento, non solo mi incuriosisce, ma mi pare un’ottima ancora di salvataggio sia per i professionisti, gravemente privati della possibilità di lavorare, sia per gli allievi che si sentono mancare i loro punti di riferimento.

Ancora, come si può rendere questo strumento il più efficace possibile, in modo che, una volta l’emergenza risolta (accadrà prima o poi!), non ci si ritrovi in pista completamente a digiuno dei movimenti, con tutti i nostri punti deboli in esaltazione?

La domanda è rivolta sia ai maestri che avranno il piacere di rispondere, sia agli allievi che hanno esperienza del metodo.

Ad ogni buon conto e a prescindere da tutto, apprezzo la voglia di trovare soluzioni, di reagire a una situazione drammatica, all’arte di arrangiarsi che, messe insieme, ci faranno rialzare la testa e riprendere le nostre vite.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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LA FASE 2

La smart band che indosso mi offre quotidianamente il grafico del sonno, quanto sono durate le fasi profonde, leggere, quelle Rem, i risvegli, poi dà un voto alla qualità del mio riposo e del respiro.

Pare che sia estremamente positivo per la creatività e per il cervello in generale, aumentare la durata della fase Rem.

Durante la quarantena, ho notato che l’incremento del Rem ha avuto una crescita lenta ma costante.

Non so se si tratta di suggestione o di scienza, ma sta di fatto che quando quella fase supera l’ora, la testa viaggia più veloce e mi arrivano idee e, in particolare, ho più voglia di scrivere.

Sull’onda quindi di una bella dormita, mi sono messa a favoleggiare su quella che oramai chiamiamo “FASE2” dell’epidemia ovvero il momento in cui, con grande cautela e regole nuove, potremo nuovamente uscire di casa.

Ci penso molto spesso, immaginando una lista di cose che voglio fare per prime, le metto in ordine di priorità e di piacere.

Negli occhi mi si presenta un’immagine nuova, di noi che viviamo con la mascherina sul volto, sempre. Penso al caffè sorseggiato prima di entrare in ufficio, alla pausa pranzo, all’interazione con i colleghi. Sarà tutto molto diverso, strano anche.

Chissà se il “distanziamento sociale” così rigido, come quello che stiamo vivendo ora, sarà mantenuto, se dovremo continuare a fare la fila fuori dal supermercato perché gli ingressi saranno contingentati. E come sarà entrare nei negozi per fare shopping? Si potranno ancora provare i vestiti? E quando mi servirà un nuovo rossetto? La signorina di KIKO potrà farmelo provare, almeno sul dorso della mano?

So bene che quelle appena citate non sono di certo le domande ontologiche per eccellenza ma fanno parte del vivere quotidiano che è la cosa che riguarda da vicino noi tutti.

Qualche idea me la sono fatta, non sempre positiva, ma non voglio pensarci adesso.

Vi propongo un gioco di condivisione: scrivetemi le tre cose che farete il primo giorno in cui potrete uscire di casa senza divieti stringenti.

Scrivetemi una paura che non vi abbandona.

Rispondete a questa domanda: vorreste vi fosse fornito dalle autorità competenti una sorta di vademecum di ciò che si può fare e come e ciò che resta vietato? Un manualetto con le nuove istruzioni del vivere civile.

Inizio io:

  1. vado ad abbracciare mia madre
  2. faccio un giro in città a piedi
  3. vado in palestra

Mi rimane la paura che chiunque mi possa contagiare.

Sì lo vorrei. Chiaro e specifico, così da non sbagliare e incorrere in ammende o peggio avere conseguenze penali.

VI ABBRACCIO

Pimpra

IMAGE CREDIT BY STEFAN STEFANCIK

TANGO POST COVID. COME SAREMO?

Ho cercato in tutti i modi di distogliere la mente dall’amato tango confinandolo nel silenzio di questo tempo di epidemia.

Silenzio di abbracci e di socialità di pelle, vivo e vibrante in modalità virtuale, anche se non è la stessa cosa.

Dopo uno stop così prolungato ci riaffacceremo al nostro bel mondo in modo diverso, cambiati nel corpo e nello spirito.

Forse il corpo sarà facile da riportare a regime, riprendendo i movimenti a lungo rimasti addormentati. Come molti, anche io ho cercato di tenermi in esercizio, inserendo nella mia routine di allenamento standard anche degli esercizi utili a mantenere certe flessuosità.

Ma ballare è altro, studiare in coppia è altro, immergersi completamente è altro.

Si fa come si può e quanto si riesce, l’arte di arrangiarsi.

L’aspetto post epidemia che più mi interessa indagare è come saremo noi, la comunità di danzatori che si incontra di nuovo.

La comunità tanguera ha salutato amici che hanno perso la vita contro il virus, altri che- fortunatamente- ne sono usciti. Sono tutte ferite che lasciano un segno profondo.

Penso a me, a quanto vengo presa da una sorda malinconia nonappena le note di un tango qualsiasi lambiscono le mie orecchie, fa quasi male sentirle, di quel dolore ancestrale del distacco, come un amato da cui ci si separa senza volerlo.

Penso alla fiducia, all’abbraccio che verrà, se sarà scevro di paura, e sarò capace di abbandonarmi come prima.

Immagino ci saranno nuove regole da seguire e che l’autorizzazione di riaprire le milonghe tarderà ad arrivare.

Di sicuro tutto questo servirà a non dare per scontate tante cose, credo che la prima milonga in cui rimetterò piede avrà la sacralità di un momento specialissimo, di quelli da ricordare.

Saremo gli stessi tangueros di prima? Torneremo più vergini nei pensieri? Avremo più desiderio e questo sarà rivolto alla conoscenza e all’apertura verso l’altro?

Spero di sì.

Mi auguro che lo stop forzato a cui siamo stati costretti ci renda migliori mentre poseremo uno sguardo gentile su chi avremo davanti, indossando l’abito della festa felici di ritrovarci ancora.

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Siamo alla terza settimana, credo, o poco più, e comincio, mio malgrado, ad abituarmi. A pensarci bene, l’essere umano è ben progettato, questa capacità manifesta di adattarsi ci rende abbastanza impermeabili alle difficoltà. Quindi: mi adatto.

Siamo giunti a fine mese. Passando la vita chiusa in casa, mi sono imposta di provvedere unicamente a: igiene personale, cura della pelle, immancabile riga sugli occhi, una passata giornaliera di lip gloss.

Punto. Nessun altro cedimento all’effimero richiamo della vanità, non perché non vorrei caderci, quanto perché non posso farlo.

In questo nuovo modo di trascorrere le giornate ho già notato come moltissime delle mie abitudini pre-epidemia siano cambiate.

La prima, quella sicuramente molto positiva è che NON SPENDO.

A parte quelle 4 o 5 spese alimentari deliranti che ho fatto a inizio clausura, causa il profondo malumore provato che si è riversato poi sul quantitativo di generi ripetutamente riposti nel carrello, una volta a regime (ricordo che è scientificamente provato che servono 3 settimane per far propria un’abitudine), ho imparato a vivere di quello che ho.

Gli economisti all’ascolto si staranno strappando i capelli che proprio adesso in clima di crisi mondiale, in realtà bisognerebbe spendere e rilanciare i consumi, invece a me è scattato il comportamento inverso, virtuoso direi.

Di sicuro, nelle millemila ore che spendo davanti al pc, sono messa sotto assedio – e lo capisco!- da tutte le aziende che cercano disperatamente di fronteggiare la crisi, buttandosi sull’e-commerce, eppure niente, non mi faccio tentare.

Le giornate trascorse in tuta è come se avessero appoggiato il saio della rinuncia al frenetico desiderio di spendere. Abiti, scarpe, borse, accessori, profumi, belletti, creme cremine oggi, marzo 2020 di coronavirus, hanno perso tutta la loro seduzione su di me.

I primi giorni dicevo a me stessa “Evviva la tecnologia, compro tutto on line, non cambia quasi nulla”, poi, con il passare dei giorni, è come se fosse avvenuto improvviso il risveglio del Maestro interiore a dirmi “Che te ne fai di una borsa nuova? Di un paio di scarpe, di un abito che tanto ti tocca restare a casa?”

Le prime volte ho distolto il pensiero, mettendo nelle varie wishlist i desideri del mio shopping compulsivo, poi, poco a poco, ho cancellato tutti gli articoli ben consapevole che non avevo bisogno di nulla di tutto ciò.

Se mi chiedessero oggi cosa vorrei veramente comprare, risponderei senza esitazione: la mia libertà. Quella di poter uscire a godermi su Molo Audace questa violenta e giocosa bora, i mercatini primaverili di fiori, una passeggiata in riva al mare con mia madre, una cena con gli amici, una milonga…

Questa epocale batosta a qualcosa e a qualcuno servirà. Romperà gli occhiali di tutto ciò che è troppo sterile, della vanità esponenziale di cui ci siamo ammantati, del narcisismo fine a se stesso.

E chissà che le librerie/caffè non torneranno ad aprire i loro battenti, perché sarà bello leggere in compagnia, scambiare parole e pensieri guardandoci negli occhi consapevoli che una delle ricchezze più preziose sta ben incastonata nelle “piccole cose”.

VI ABBRACCIO

Pimpra

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CURA A 7. NOTE

Siamo in clausura forzata ed è molto difficile. La libertà, oggi più che mai, ha un valore primario percepito nella vita di ognuno.

Uscire, muoversi, semplicemente, respirare.

Dobbiamo, credo per la prima volta nella nostra storia moderna, diventare una cosa sola pure rimanendo fedeli ai propri singoli confini individuali.

Confini che oggi sono più stringenti che mai, giorno dopo giorno, le pareti di casa ci stringono sempre più. Abbiamo bisogno d’aria, di cielo, di montagne, di mare e di foreste.

La sola via di fuga praticabile è quella di un viaggio ad occhi chiusi, un volo dell’immaginazione nei luoghi a noi più cari, con le persone più care.

Sono abituata da sempre a viaggiare così, da sempre. Crescendo però ho dovuto – erroneamente – abbandonare il mio mondo onirico perché, colà originavano fantasie e aspettative, sempre positive, luminose, eteree che, al mio risveglio, mi facevano precipitare a faccia in giù nella polverosa e dura realtà. Così ho cercato il più possibile di non viaggiare con la mente, riuscendoci, indurendomi, perdendo la patina di rosa che colorava il paesaggio.

Poi arriva quest’anno così strano, pauroso, inquietante, drammatico. La mente razionale, a questo punto, mi aiuta solo a sopravvivere nella realtà della giornata, evitandomi comportamenti sconsiderati, per la salute mia e della mia comunità. E poi? Cosa resta?

Nulla ci accade per caso, nemmeno quando Sky arte (ottimo nutrimento emotivo in questi giorni bui) propone uno speciale su due giovanissimi violoncellisti che, oltre alla musica seria, utilizzano i loro archi suonando le canzonette della massa.

Ecco che le loro note sono entrate dalla porta principale lambendo tutta me, risvegliando quel motto dell’animo che mi portava lontano, sciogliendo la crosta dura della “resistenza alla realtà” che è utile, certo, ma come una corazza, va tolta quando si è al sicuro.

Il carburante del viaggio di questi tempi di spazi ristretti, di solitudini, di vuoto e di troppo pieno, di incertezza e disagio, per me è la musica.

Se avete voglia di contribuire alle mie partenze nel mondo bello dei sogni – da sveglia – proponete la vostra musica, aggiungendola nei commenti a questo post.

Grazie.

Pimpra

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PANTONE 021C

Il colore di oggi.

Tutta la penisola dentro un codice arancione perché comprendere tutta l’Italia in zona rossa è troppo inquietante.

L’arancione è il colore solare per eccellenza “è simbolo di armonia interiore, di creatività artistica e sessuale, di fiducia in sé stessi e negli altri. (…). L’Arancione, simboleggia la comprensione, la saggezza, l’equilibrio e l’ambizione.” (cit. da qui )

Siamo tutti in quarantena forzata e non ci piace per niente. Sebbene la mente razionale sia perfettamente consapevole (si fa per dire) della necessità di queste restrizioni, credo che ognuno di noi abbia patito un motto emotivo di ribellione. Io per prima.

Ho immaginato i prossimi giorni, chiusa nel mio piccolo appartamento, limitata nella libertà di uscire e, per un attimo, ho sperimentato una sensazione di smarrimento e di solitudine. Per fortuna durati un attimo.

La città comincia finalmente a svuotarsi e, i volti che si incontrano per strada, non portano la radiosa luce della primavera, come dovrebbe essere in questo momento dell’anno.

Arancione è il colore di oggi.

Più guardo il pantone più gorgoglia dentro di me quella vibrazione positiva che mi fa pensare che, pure reclusa a casa, posso trovare mille e una attività da svolgere, sport compreso.

Natura, leggete questa bellissima riflessione di Francesca Morelli qui, ci obbliga a cambiare molti punti di vista sulla vita e sui modi in cui la conduciamo, a partire da noi stessi.

Ecco perché l’arancione di una crisi si trasforma in un momento di creazione e di cambiamento positivo.

Per non perdere il focus che si sta mettendo a fuoco dinnanzi allo sguardo, sto compilando una lista di cose da fare, pensare, leggere, creare, modificare, immaginare, eliminare… che saranno la mia compagnia in questo periodo.

Speriamo che ci serva, a stare sani e a riflettere. Ne abbiamo davvero molto bisogno.

Pimpra

PS Caro Fabio B. questo è il TUO pantone, goditelo come merita! 🙂

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