ABBRACCI SUDATI E SERE D’ESTATE

A volte dimentico perché il tango è entrato, così prepotente, nelle trame della mia esistenza. Lo dimentico perché è parte di me, come fosse un’appendice al corpo stesso, fa parte dell’insieme, dell’essenza.

A volte mi allontano, cedendo alle lusinghe di altri stimoli o persa in routine che avvizziscono la voglia di sorridere, certa che tanto il mio tango c’è, c’è sempre. Non è così. Proprio come un amore non coltivato, affievolisce.

La prima milonga in riva al mare, nell’amato Cantera. Un caldo africano che sudavo a stare ferma, adrenalina in crescita e timore perché in sosta forzata da un mese.

Pensieri in testa “Tornerà il mio tango, lo sentirò, gli risponderò, sarò capace di trasmettergli, di interpretarlo?” Rimetto i piedi e il cuore in pista dentro un abbraccio amico, di quelli che hanno il potere di connetterti alla serenità, a ciò che sei e sai di positivo, lieve. Il corpo piano piano si risveglia, riprendo a sentirne le parti, percepisco la musica scorrere dentro di me, le fibre rispondere all’unisono.

Così come il sudore ha iniziato a bagnarmi il corpo, la gioia ha ripreso possesso di me. Non ho più sentito il ginocchio dolorante, il piede dolorante, la schiena a pezzi, inondata dalla ferocia gaudente della vita che riprendeva il suo gaio scorrere nelle mie vene.

Il tango è tornato a farmi visita ieri sera, bagnato come un naufrago, gonfio di vita, generoso di stimoli. Ieri sera mi sono ricordata perché sono una ballerina di tango.

Pimpra

L’immagine originale, a colori, è di Alessio Rettaroli che ringrazio.

La gestione dei liquidi corporei in milonga

Lo so, lo so già il titolo fa schifo e avete ragione. Però, parliamone, perché il problema è reale.

Quando Giove Pluvio deciderà – finalmente – di togliersi di mezzo e giugno sarà giugno e non giugnembre, la grande comunità tanguera potrà dedicarsi con vigoria alle milonghe estive, all’aperto, in riva al mare, sul cocuzzolo di una montagna, vicino a un lago. Insomma ovunque.

Godremo della luna che ci guarderà dall’alto, favoleggeremo di abbracci sotto le stelle, tutto meraviglioso, tutto bellissimo ma… dove le collochiamo le litrate di sudore che – consapevoli o no – ci scambieremo?

Una divertente provocazione letta sul Galateo della milonga dove viene citato un articolo in cui si racconta del party erotico-copulatorio che certi acari compiono sulla nostra faccia.

Ora, nessuno è così sprovveduto da non aver mai pensato che, ballando stretti stretti, qualche prodotto biologico ce lo scambiamo, ma vedere l’aspetto di questi piccoli mostri… beh, inquieta vieppiù!

Ora rinunciare ad abbracciarci, giammai!, però alcuni provvedimenti dovremmo necessariamente adottarli.

Anche io sudo molto in faccia, quindi mi metto in prima fila, quando vado in milonga mi piace sentirmi elegante, perciò mal mi ci vedo con una fascia elastica sulla fronte modello Mc Enroe dei tempi d’oro, atta a contenere le mie scalmane liquefatte…

Per non parlare degli uomini che, geneticamente, di solito sudano pure più di noi…

Ebbene la crociata milonguera del 2019 sarà quella di trovare una soluzione attraente al problema del sudore. Almeno sulla faccia!

Chiamo a raccolta gli amici stilisti per offrire una soluzione che soddisfi le necessità di entrambi i sessi. Personalmente, sono disposta a fare da testimonial! 🙂

E sempre BUON TANGO A TUTTI!

Pimpra

IMAGE CREDI DA QUI

GENIUS LOCI.

Più passa il tempo, più apprezzo le cose semplici, naturali, poco manomesse dall’intervento umano. Si tratti di creme per il viso o di pietanze da gustare, la naturalezza sta divenendo, per me, ingrediente irrinunciabile.

Hai presente quando addenti una piadina fatta bene? La croccantezza del pane a sfoglia, la scioglievolezza delicata dello stracchino raccolto dalla rucola ed esaltato dal salato del prosciutto? Ecco, una compilation di sapori semplici ma estremamente efficaci.

Così, con questa gustosa immagine, ricordo il mio fine settimana a Riccione, dove, abbracci, sorrisi, benessere totale, hanno regalato momenti di puro svago.

Credo che di “Genius loci” si tratti perché dentro le sale del centro congressi, nel cuore di Riccione, traspirava la tipica accoglienza e convivialità delle persone che ci vivono.

La Romagna, non è un’opinione. E’ certezza. I romagnoli sono calorosi, accoglienti, sorridenti, sanno come farti sentire a casa, sempre.

La seconda edizione di “Romana porteña” tango marathon è stata pure meglio della prima, che sembrava già difficile bissare, invece sono andati oltre.

E’ un fatto accertato, oramai, lo spirito della festa lo regalano i padroni di casa, puoi fare i salti mortali carpiati ma se sei “freddo”, “altero”, “snob”, l’incontro prenderà quella sfumatura di atmosfera.

Beh, in Romagna questo rischio non si corre, per fortuna.

Nemmeno la pioggia di questo maggembre infestato è riuscita a creare una falla nell’armonia contagiosa degli abbracci tangueri.

Per i cercatori di maratone “lievi” (di calviniana memoria), divertenti, dal mood rilassato e gioioso, segnatevi questa. Ne vale la pena!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

NE VALE LA PENA?

Stamane maggio si è presentato con l’abito svolazzante a fiori con il quale siamo abituati a riconoscerlo a braccetto di un tiepido sole che ha fatto capolino dopo giorni di umido grigiore.

Scivolare per le strade in scooter, percependo i sottili aromi che erbe, alberi, gemme fiorite rilasciano nell’aria, mi mette sempre il buonumore.

Il cavallo d’acciaio ha bisogno del suo fieno liquido e mi fermo alla pompa di benzina. Mi serve Luca, un ragazzone alto e muscoloso, già abbronzato per le lunghe ore trascorse all’aperto. Ha gli occhi azzurri come una piscina, oggi particolarmente liquidi.

“Sei stanco Luca? Ti sei allenato tanto?”

“No, non è quello, è un periodo giù”

“La tua compagna fa la matta?” affermo scherzando, inconsapevole di aprire il vaso di Pandora.

“Se finisce male ho chiuso”.

“Ma che dici mai? Sei giovane, non puoi chiudere all’amore”.

“Lei è la donna che ho sempre cercato. Non ci sono dubbi. Se va male, ho chiuso per sempre”.

L’ho esortato a pensare positivo, illudendolo e illudendomi che l’amore vince sempre su tutto.

Nella nostra esistenza troviamo un “ne vale la pena?” e noi lo siamo per qualcuno?

Sembra una banalità ma forse non lo è.

Quante volte ci accovacciamo in una comfort zone che ci allontana dai sapori pieni della vita?

Il pensiero che mi ha ispirato la sosta benzina di oggi è questo: estirpare le mie comfort zone e scoprire quello che succede.

Sticazzi.

Pimpra

TANGO E COMPETIZIONI.

Da quanto ho visto si è appena conclusa la fase regionale dei campionati di tango metropolitano. Ho visto tantissime foto di coppie felici con la loro medaglia, la coppa, riconoscimento tangibile delle ore di allenamento e di studio.

A tutti il mio plauso. Apprezzo l’impegno di coloro che hanno una passione e vi si dedicano anima e corpo.

Non nascondo che, da qualche parte dentro di me, lo spirito sportivo e agonista di cui sono portatrice sana, scodinzola alla sola idea di poter sperimentare ancora l’adrenalina da gara. Ma un’altra parte di me, non contempla affatto questa possibilità.

La domanda è: perché affrontare una gara di tango argentino?

Il quesito può sembrare strano, specie se posto da chi, come la sottoscritta, ha gareggiato sempre, in tutte le specialità sportive in cui si è cimentata, in tutte, meno che nel tango argentino e le proposte per farlo non sono mai mancate.

Se da un lato apprezzo e comprendo i competitori dei balli “standard”, caraibici e quanto altro, faccio molta fatica ad immaginare una gara di tango argentino.

Con quali criteri le performances dei ballerini vengono giudicate, bisogna, come nel pattinaggio artistico, portare nella propria tanda alcuni elementi obbligatori? Ci sono due distinte votazioni, una per il carattere tecnico e una per l’espressione artistica della coppia? Ecc. ecc. ma la questione di fondo, ovviamente non è questa. Le regole, le norme forse esistono già oppure si creano ad hoc, non è quello il problema.

La domanda che mi pongo sta da un’altra parte. Sta nel significato intrinseco che ha il tango come espressione di un sentire unico, sempre nuovo, senza regole scritte, peculiari, basato sulla sensazione scaturita da un abbraccio conosciuto o nuovo, dal mix di energia, feeling e connessione che nascono spontaneamente.

E’ un linguaggio universale, un po’ come l’inglese parlato nel mondo dai non nativi, una lingua che è tessuta di infiniti fili, di significati e sfumature. Per questo faccio così fatica a immaginare una gara per i non professionisti.

Altro è per chi, di mestiere, fa il ballerino e/o insegna, un campionato del mondo è vetrina incomparabile, biglietto da visita, curriculum lavorativo. La mia riflessione è rivolta a noi, gli “amatori” che è pure una categoria di gara, da quanto ho visto.

A noi, amanti cortesi del bel tango, cosa regala in più la coppa vinta? Balleremo meglio con gli altri perché ci siamo tanto allenati? Faremo un meritatissimo bagno nella saettante infiltrazione di adrenalina che la gara produce? Godremo per il solo fatto di esserci messi alla prova?
Probabilmente tutto questo e molto altro ancora, ne sono certa e, sia chiaro, rispetto le scelte dei competitori e plaudo ai loro sacrifici.

Con rispetto e massima apertura al dialogo chiedo a tutti gli amici che hanno sperimentato la competizione, di raccontarmi le loro motivazioni a partecipare, l’esperienza di gareggiare e la sensazione del dopo, a luci spente.

Personalmente continuo a sentire una vocina che mi dice che il tango è altrove, il tango scappa dai riflettori, il tango chiede il silenzio dei due respiri che si intrecciano, vuole la luce soffusa di una sala dove l’intimità racconta di emozioni sussurrate.

Pimpra

ETDS 2019. E.’ T.UTTA D.ROGA S.ANA (cit.)

E’ la prima volta che mi capita di partecipare a un evento che preveda una sfida a colpi di ingegno poetico con tanto di pubblica premiazione.

Il titolo del post riproduce la sagace lettura dell’acronimo ETDS dell’amica Gloria Miccolo, vincitrice dell’agone. Mai definizione fu più appropriata per delineare i tratti della sostanza psicoattiva che prediligiamo in moltissimi: il tango argentino!

Simona e il gruppo di Spazio Tango Bologna, anche per questa ottava edizione, ci hanno deliziato con il loro irriducibile senso di accoglienza e di humour.

Prima di ritirare il braccialetto alla reception, passi davanti a una postazione allestita per il selfie d’ordinanza, munita con tutti il necessario: da cappellini marinareschi ai baffi, financo il boa di piume colorate e la parrucca rosso fiamma. A Bologna si vive di gaiezza e questa traspare in ogni centimetro di spazio e in ogni atomo d’aria che si respira.

Oramai sono di casa, apprezzo la bella location sui colli bolognesi, la comodità di scendere dalla camera e ritrovarsi pronti in pista. E poi adoro tutti gli emiliano romagnoli (che per me non c’è differenza, non vogliatemene!), perché sono amorevoli e aperti e favoriscono la nascita di un’atmosfera piacevole e rilassata.

E’ finita da poche ore e già mi diverto a pensare cosa inventeranno per la prossima. Mi sa che la sfida a colpi di versi, anagrammi, endecasillabi è piaciuta così tanto che… siamo già pronti con la penna in mano per la prossima sfida!

“Infinity love edition” continua nel ricordo delle belle tande che sono state e il lunedì inizia con un sapore molto più dolce.

Pimpra

50 SONO I NUOVI 30.

Arriva il giorno in cui, uno scrittore francese, tale Yann Moix, decreta che le donne a 50 anni non sono più… trombabili
(mi si passi l’eufemismo)  “Mai a letto con una 50enne” (cit.).

Lui di anni ne ha 50 e dichiara che le donne coetanee non sono visibili le sole da tenere in considerazione sono le 25enni dai corpi superlativi.

Mi fa male sprecare anche una sola parola per definire un soggetto che, nella sua totale libertà di pensiero/espressione, attacca un’etichetta così drastica a tutta una categoria di persone. Le generalizzazioni sono un errore di principio.

Apprestandomi a entrare nel dorato mondo degli “anta anta”, non posso che verificare come, una volta di più, le età della donna vengano malamente colpite, quasi a voler annientare la forza interiore che, noialtre, crescendo, abbiamo acquisito.

Pertanto, se da un lato la suggestione del signor Moix mi scivola di dosso, dall’altro una riflessione si impone.

Ma io, come mi sento adesso? Questa fatidica soglia segna così negativamente una donna o è solo un numero sulla carta di identità?

Difficile rispondere, secondo me. Da un lato c’è la società che etichetta per cui, volenti o nolenti, siamo nella schedatura del “in fase di scadenza/quasi scaduto”, dall’altro lato però, se abbiamo lavorato bene con noi stesse, credo si possa parlare finalmente di un giardino che ha preso la sua forma, i suoi colori, la sua massima espressione di bellezza.

Il nodo centrale, al solito, è sempre lì: la bellezza del corpo.

La giovinezza domina sull’altra bellezza, quella dell’essere che, all’opposto, migliora e si arricchisce con il tempo e non corre rischi di sfiorire.

Come affrontare dunque il momento? Di certo non dando peso alle parole di un uomo qualunque.

Conosco molti amici che la pensano allo stesso modo e vedo, da sempre, accompagnarsi a donne giovanissime. Per loro è una ricerca senza fine, la forbice della differenza di età con le partner aumenta all’aumentare dei loro anni, producendo coppie sgraziate in cui l’uomo da compagno diventa padre quando non nonno. Si vedono andare abbracciati alle loro “bambine” che li guardano con occhi carichi di meraviglia e loro gonfiano il petto di orgoglio per questa giovinezza di riflesso che li accompagna.

Non giudico le scelte di nessuno che sono e devono restare libere. Non accetto però etichettature e date di scadenza, ognuno è come è, ognuno vive e ama e scopa come meglio gli pare e con chi preferisce.

Purtroppo, il peso sociale che porta la perdita della gioventù rimane a carico delle donne, l’uomo, invecchiando, migliora. Tradotto potrebbe leggersi che – forse – diventa meno coglione (quanti eufemismi oggi!). Ma la regola non vale per tutti, sia chiaro. La donna non ha chances, su di lei l’invecchiamento biologico fa perdere ogni charme, ogni interesse, ogni carisma perché domina esclusivamente il fattore corpo.

Credo fermamente che tutte queste siano solo gabbie mentali, credo che il valore, la bellezza assoluta di ognuno di noi sia un mix plurivalente di elementi, di esperienze, di sfumature.

Mi accingo a varcare la soglia con il sorriso e con la consapevolezza di chi sono. Certo, guardo agli anni verdi con un delicato ricordo e una spruzzatina di malinconia perché, la donna che sono diventata oggi, se li sarebbe goduti molto di più.

Ingrediente essenziale di “gioventù” è l’amore per noi stessi. Senza siamo già vecchi a 20 anni.

Quindi, per celebrare coerentemente questo lungo panegirico, vado in palestra perché gli edifici d’epoca, richiedono maggiore manutenzione.

Olè.

Pimpra

DI TANTO IN TANGO. Una (delle tante) seghe mentali tanguere

Ci penso da un po’, ascoltando il chiacchiericcio degli amici, i commenti su questa o quella coppia di ballerini professionisti, sulle coppie che si vedono in pista, su chi balla come/cosa/perché.

In una parola, mi sono persa pure io dentro una tipica “sega mentale tanguera”. La mia si sofferma su “L’estetica del tango”. 

Rivolgo la riflessione al popolo del tango, ovvero a quelli che non ne hanno fatto, a nessun titolo, mestiere.

Mi chiedevo quindi, cosa mi piace dell’estetica di questo ballo e cosa cerco io.

Iniziamo con il definire “estetica” facendosi aiutare dalla Treccani dove si legge che si tratta di: “(…) Letteralmente, dottrina della conoscenza sensibile (sign. che il termine ha ancora in E. Kant: Etrascendentale). (…) la dottrina del bello, naturale o artistico, e quindi l’esperienza del bello, della produzione e dei prodotti dell’arte. (…)  la parola è passata anche nel linguaggio comune per indicare l’aspetto e i caratteri soprattutto esterni di oggetti, prodotti, operazioni suscettibili di essere considerati esteticamente. (…)”

Prendiamo la parte in cui si fa riferimento a “la teoria del bello”. Ora, senza perdermi nei meandri di una riflessione filosofica più grande di me, mi limito a calare questo concetto sul movimento del tango.

Ne ho visti tantissimi esibirsi, insegnare, o semplicemente ballare. Dopo tanti anni di amore mai messo in discussione per questo meraviglioso mondo espressivo, finalmente, sono giunta alla mia conclusione.

Nel rispetto totale, assoluto, dei gusti personali e della ricerca stilistica di ognuno, il tango che esteticamente mi piace è quello ballato da persone (così li comprendo tutti, dai professionisti ai semplici amatori) che “non fanno il compitino”.

Mi spiego meglio. 

Ce ne sono a bizzeffe di strabravi, che studiano, che hanno una tecnica sopraffina ma che, quando li guardi, ti accorgi che stanno eseguendo – perfettamente, a volte- ma non stanno ballando.

Un po’ come la differenza che passa tra “vivere ed esistere” (cit.). 

Ho notato che, più aumenta consapevolezza, studio e tecnica, più il tanguero/a rischiano di perdersi il loro DNA. Più diventano bravi/e, più diventano le copie (a volte pure migliori) del modello da cui hanno tratto ispirazione.

Quando li vedo, eseguire e non ballare, sono presa da una noia incontenibile, quando non direttamente dal fastidio di vedere un tango “made in Taiwan” spacciato per un originale “made in Italy”, non so se mi spiego.

La sensazione che mi arriva è che il “tango fotocopia” o il “tango imitazione” stia prendendo sempre più piede. 

Forse la ragione sta nel fatto che, come molti fenomeni moderni, anche il tango è stato fagocitato nell’universo delle “mode” e, come tale, si comporta.

Va di moda l’abbraccio chiuso, anche se la tua indole ti vorrebbe più giocoso/dinamico/”nuevista”*? rinunci alla tua natura, quindi all’espressione più vera, reale, ruspante di te stesso per uniformarti alla corrente, alla vague.

NON MI AVRETE.

Mi rispondete in coro: “ma chi ti vuole a te?”. Giusto. Però, riflettiamoci perché, secondo me, da qualche parte ci perdiamo, rischiamo di scolorare le nostre sfumature espressive, di perdere la nostra Anima danzante, in nome di una moda che arriva sempre da “altro da noi”.

Allora, sai che c’è? Mi rubano lo sguardo quelli “sporchi” che magari capisci che gli mancano chilometri nelle gambe, ma che hanno il cuore sotto le suole delle scarpe e dentro il loro abbraccio, quale che sia.

“Sporco” inteso non come il tanguero ignorante, perché la grammatica della lingua espressiva bisogna conoscerla per emettere il proprio tango. Sporco perché tuo, elaborato, macinato, goduto e sofferto, non perché cerchi di scimmiottare qualcun altro.

Non piacerai a tutti? E CHI SE NE FREGA.

Adesso, tiratemi pure i pomodori. Olè.

Pimpra

nuevista”*= definizione impropria ma efficace per rappresentare dinamiche in abbraccio aperto.

ABBRACCI SOTTO IL CIELO STELLATO.

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Sarà capitato a tutti voi di avere un museo o un’attrazione turistica nella vostra città e non averla mai visitata. Ecco io sono tra questi.

Lo stesso, devo dire, mi è accaduto con l’amato tango. Per troppi anni ho bypassato un Festival di tutto rispetto a un’ora di viaggio da casa. Errore madornale.

Il Festival di Lubiana è giunto oramai alla sua 13° edizione, raggiungendo una qualità nell’offerta studio e nella parte ludica delle milonghe davvero alte.

Mi ci hanno portato due amici, ieri pomeriggio, costringendomi ad abbandonare la sana mestizia domenicale novembrina, copertina e gatte, facendomi indossare le amate scarpette.

GRAZIE Amici.

Direi la pomeridiana perfetta.

Arrivi in una sala meravigliosa che ti accoglie dentro una volta stellata che ti emoziona immediatamente. Saranno le stelle, il pavimento di legno, l’atmosfera che vibra di buono e, immediatamente, il buon umore sale al volto, contagia il corpo e sorridi.

Se un tanguero/a sorride con l’anima, il suo tango non può che essere felicemente contagioso e, di coppia in coppia, cresce spontanea quella vibrazione buona che si espande, la musica, di suo, la raccoglie e ci gioca.

Ho ballato dalla prima all’ultima tanda, senza fare fatica, senza dover mettere in gioco astuzie da giaguara, è stato tutto semplice, naturale. Per me e per gli altri.

Mi chiedo sempre quale sia la profonda magia, quel particolare mistero del tango che fa sì che, dentro un abbraccio, le cose fluiscano semplici e pulite.

Oggi credo si tratti di “affinità energetiche”, di quel livello di “vibrazione” che ogni essere umano ha e che porta dentro il suo abbraccio, dentro il suo tango. Per vibrare, come le corde di uno strumento musicale, anche il contenitore che ci ospita, il luogo fisico, hanno molta importanza.

Allora, prendiamo nota, l’anno prossimo, un fine settimana di novembre, potrà regalarci meravigliosi abbracci sotto il cielo stellato del Festivalna Dvorana.

Un grande plauso a Jania e a Primoš per il grandissimo lavoro.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

INCLUDERE. NON ESCLUDERE.

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Ho un sapore amaro in bocca.

Osservo quanto accade nel mondo tanguero, notando un fenomeno che sta crescendo sempre di più: l’esclusione sociale di quanto è ritenuto “diverso”.

Il tango argentino sta, ahimè, perdendo sempre di più quella connotazione “sociale” che lo deve contraddistinguere, proiettandosi in una dimensione di “esclusività” legata a gruppi coesi e socialmente bene identificati.

Ricordo ai tempi maledetti dell’adolescenza, la separazione a camere stagne dei gruppi giovanili che identificavano i propri status in vessilli musicali, piuttosto che estetici o altro.

Tristemente anche il tango del mio cuore, si sta muovendo in questa direzione: dividere invece che unire, separare invece di mixare.

Provo un dolore immenso.

L’abbraccio che è sempre trasversale ai credo di ognuno, sta diventando un altro muro tra me e te.
Nella scelta dell’amalgama sociale, che amalgama non è più, contano elementi che non dovrebbero mai entrare nella dimensione tanguera: la politica, il giudizio stilistico, il prestigio sociale (vero o presunto).

Quando ero una giovane donna, per natura e per istinto (adesso mi dico “felino”) ho sempre sentito forte la spinta alla libertà, quel sentimento profondo che mi connetteva a me stessa, alla mia assoluta unicità nel mondo e che mi ha sempre regalato gioia, curiosità  e apertura verso l’altro essere umano.

Come ballerina di tango, posso dire la stessa cosa: aborro l’omologazione in stili/gruppi/mode/status, voglio mantenere sempre aperto il mio sguardo sul mondo,  il mio abbraccio sul mondo affinché possa essere sempre inclusivo e non esclusivo.
Voglio difendere la curiosità di scoprire le differenze tra il mio modo di ballare e il tuo modo, voglio che ciò che è altro da me possa trovare una strada per parlarmi, per connettersi per raccontarmi la sua storia.
Voglio fare parte di un mondo che si incontra grazie a una musica celestiale e che vive le emozioni che ne scaturiscono attraverso l’abbraccio che unisce due corpi.

Quando ballo voglio solo la gioia. Quando vado in milonga, a un festival, a un evento, a una maratona cerco emozioni belle, scambio, sorrisi aperti, voglio sentirmi a mio agio, serena nella mia differenza, felice di cogliere tutti gli stimoli che mi verranno proposti, specie se appartenenti a un mondo che non è il mio.

Ecco.

Pimpra

 

 

 

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