PREDICO BENE E RAZZOLO MALISSIMO!

Tocca fare atto di pentimento, lo devo fare proprio.

Excusatio non petita, accusatio manifesta.

Ad essere spietatamente sincera, forse è stata una scodata di Narciso.

I FATTI:

Scrivo un post che mi pare decente, ovvero, contenutisticamente accettabile e lo leggo a una persona molto speciale per me. Lo faccio io dal momento che il soggetto in questione non vuole leggere i pezzi che scrivo. Prova fastidio, non condivide che io mostri me stessa al mondo, così, senza filtri, senza selezione di contenuti e/o di destinatari. Un po’ come fanno le meretrici di strada che si danno al cliente senza sceglierlo.

Sto in questa casa virtuale perché mi diverte farlo, il blog offre la possibilità di comunicare ed interagire con un pubblico potenzialmente universale, geograficamente illimitato, di qualunque età, nazionalità, sesso. Potenzialmente ho detto, la realtà è molto diversa ma, resta, comunque, una finestra aperta sul mondo e, ovviamente, su di me.

Scrivo perché ci sono volte in cui mi prende il guizzo di commentare qualcosa, oppure perché ho vissuto un’esperienza particolare o, semplicemente, perché mi sento rapita dal cazzeggio.

Scrivo, potrei tacere o fare altro è certo.

Tornando ai fatti, mi viene rimandato, con un atteggiamento più fisico,
di particolare distacco e supponenza, che verbale che il post in argomento sì, era divertente. Ne sarei stata felice, non fosse che il commentatore ha fatto grande fatica a tenere gli occhi aperti mentre glielo leggevo (erano le 21.00 e non aveva appena concluso il turno in miniera).

Piccola discussione successiva e il mio Calimero, da color panna, è tornato tutto nero e mi sono sentita come un’oca bionda senza speranza.

Narciso mio non era affatto contento, ha pesantemente accusato il colpo: “magari devo smettere, perché non credo di essere una donna così decerebrata ma se questo è ciò che traspare dai miei scritti… dovrei farci un pensierino”.

Parte il sondaggio social, fatto con umiltà e coda tra le gambe, “Amici miei, che faccio chiudo?” e i commenti, anche troppo benevoli, mi hanno fatto riprendere il timone.

LA MORALE:

Proprio io che tanto professo l’amore per se stessi, sono stata la prima a non volermene. Sticazzi.

Questo spazio mi è caro, i miei post leggeri e senza pretese mi rappresentano, sicché questa sono, non è finzione.

Grazie a voi ci ho pensato, alla fine scelgo me, le mie passioni, i miei colori sgargianti, la leggerezza dell’essere. Punto.

Quanto all’Amore mio che non approva questo tipo di attività pazienza, dovrà farsene una ragione. Questa sono gli piaccia o no. Gli piacerà mai? Chissà…

La predicatrice dei miei stivali vi saluta con un grande inchino, abbiate pazienza, sarà l’età… 😉

Pimpra

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50 SONO I NUOVI 30.

Arriva il giorno in cui, uno scrittore francese, tale Yann Moix, decreta che le donne a 50 anni non sono più… trombabili
(mi si passi l’eufemismo)  “Mai a letto con una 50enne” (cit.).

Lui di anni ne ha 50 e dichiara che le donne coetanee non sono visibili le sole da tenere in considerazione sono le 25enni dai corpi superlativi.

Mi fa male sprecare anche una sola parola per definire un soggetto che, nella sua totale libertà di pensiero/espressione, attacca un’etichetta così drastica a tutta una categoria di persone. Le generalizzazioni sono un errore di principio.

Apprestandomi a entrare nel dorato mondo degli “anta anta”, non posso che verificare come, una volta di più, le età della donna vengano malamente colpite, quasi a voler annientare la forza interiore che, noialtre, crescendo, abbiamo acquisito.

Pertanto, se da un lato la suggestione del signor Moix mi scivola di dosso, dall’altro una riflessione si impone.

Ma io, come mi sento adesso? Questa fatidica soglia segna così negativamente una donna o è solo un numero sulla carta di identità?

Difficile rispondere, secondo me. Da un lato c’è la società che etichetta per cui, volenti o nolenti, siamo nella schedatura del “in fase di scadenza/quasi scaduto”, dall’altro lato però, se abbiamo lavorato bene con noi stesse, credo si possa parlare finalmente di un giardino che ha preso la sua forma, i suoi colori, la sua massima espressione di bellezza.

Il nodo centrale, al solito, è sempre lì: la bellezza del corpo.

La giovinezza domina sull’altra bellezza, quella dell’essere che, all’opposto, migliora e si arricchisce con il tempo e non corre rischi di sfiorire.

Come affrontare dunque il momento? Di certo non dando peso alle parole di un uomo qualunque.

Conosco molti amici che la pensano allo stesso modo e vedo, da sempre, accompagnarsi a donne giovanissime. Per loro è una ricerca senza fine, la forbice della differenza di età con le partner aumenta all’aumentare dei loro anni, producendo coppie sgraziate in cui l’uomo da compagno diventa padre quando non nonno. Si vedono andare abbracciati alle loro “bambine” che li guardano con occhi carichi di meraviglia e loro gonfiano il petto di orgoglio per questa giovinezza di riflesso che li accompagna.

Non giudico le scelte di nessuno che sono e devono restare libere. Non accetto però etichettature e date di scadenza, ognuno è come è, ognuno vive e ama e scopa come meglio gli pare e con chi preferisce.

Purtroppo, il peso sociale che porta la perdita della gioventù rimane a carico delle donne, l’uomo, invecchiando, migliora. Tradotto potrebbe leggersi che – forse – diventa meno coglione (quanti eufemismi oggi!). Ma la regola non vale per tutti, sia chiaro. La donna non ha chances, su di lei l’invecchiamento biologico fa perdere ogni charme, ogni interesse, ogni carisma perché domina esclusivamente il fattore corpo.

Credo fermamente che tutte queste siano solo gabbie mentali, credo che il valore, la bellezza assoluta di ognuno di noi sia un mix plurivalente di elementi, di esperienze, di sfumature.

Mi accingo a varcare la soglia con il sorriso e con la consapevolezza di chi sono. Certo, guardo agli anni verdi con un delicato ricordo e una spruzzatina di malinconia perché, la donna che sono diventata oggi, se li sarebbe goduti molto di più.

Ingrediente essenziale di “gioventù” è l’amore per noi stessi. Senza siamo già vecchi a 20 anni.

Quindi, per celebrare coerentemente questo lungo panegirico, vado in palestra perché gli edifici d’epoca, richiedono maggiore manutenzione.

Olè.

Pimpra

BUONI PROPOSITI 2019. Come impone la blogger_tradizione

Come tradizione vuole ecco sfornato il post sui buoni propositi per l’anno che verrà.

Stavolta, strano a dirsi, mi vien giù facile: “continua così” auguro a me stessa.

Al di là delle ovvietà che non sono neanche più annoverabili nei “buoni propositi” come mettermi a dieta, condurre uno stile di vita sano, fare sport (…) credo varrà la pena di provare a realizzare un sogno nel cassetto, uno di quelli che ti sei sempre detto “Tu non puoi, figurati se ce la fai”.

Se la vita è fatta di cicli è bene capire a che punto siamo e… assecondare il cambiamento in atto.

Sono sempre più convinta che sia “cambiamento” la chiave di volta che sostiene, sorregge e dinamizza le nostre esistenze.

A ben guardare dalla Natura in poi ogni cosa cambia, muta e diviene.

Se lo facciamo anche noi, consapevolmente, assecondando le situazioni difficili non opponendo resistenza ma flessibilità, se seguiamo la corrente della nostra vita con pienezza, sono certa che si compie il miracolo: siamo vivi e vibranti, circondati di cose belle e buone per noi.

Alzo quindi il mio calice per brindare al nuovo, a ciò che non conosco, al colore che devo ancora scoprire, all’emozione che avevo dimenticato.

Brindo a voi, Amici miei, che mi riempite la vita di affetto e vi prendete il pacco dono senza sconti.

Brindo all’allegria dell’intelligenza, alle passioni brucianti, al giorno che devo ancora vivere.

Brindo a noi due, alle Gattonzole adorate e a me.

Che sia un anno di quelli proprio belli, da ricordare, per tutti!

EVVIVA!

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. Ciò che è mio è anche tuo.

Che bella sensazione la sveglia di oggi, per la verità agita dalle amate Gattonzole poiché, quella vera, il mio orecchio l’ha bypassata alla grande.

Assonnata, ricoperta da fusa gorgheggianti e strusciate sulle gambe, ho iniziato la mia giornata stanca ma lieve. In una parola: felice.

Ieri sera, per la prima volta, insieme al mio compagno, abbiamo tenuto un laboratorio di tango. Non si tratta di una lezione, perché non siamo insegnanti e ci guardiamo bene dall’immaginarci tali, è stato semplicemente una condivisione di esperienze con altri tangueros.

Ripenso ai miei esordi, a quando, all’epoca dei primi passi, avrei dato non so che cosa per avere più informazioni che mi aiutassero nello studio. 

C’è molta differenza tra una lezione e un “laboratorio”. Nel primo caso si lavora su strutture, si costruiscono le basi, si impara la grammatica.

Nel secondo, si ascoltano le esperienze di ballerini, di come hanno affrontato il loro percorso, di come hanno superato gli ostacoli del “cammino di Santiago tanguero” (mi si passi questa similitudine).

Chi ci è già passato, secondo me, può davvero dare una mano a chi è all’inizio del percorso. Rispondere a domande e a dubbi che tutti attraversano, condividere le strategie adottate per risolvere criticità.

Di sicuro, nel tango, non vi è una Verità Assoluta, credo però fermamente, che le esperienze di altri, possano dare ispirazione e motivare la ricerca di ognuno.

Oggi mi porto dentro l’energia che ho ricevuto dalla classe, le domande che hanno fatto, la curiosità e l’attenzione che ci hanno dedicato.

Mi sento più ricca, come ballerina e come essere umano.

Nel mio mondo ideale dovrebbe esistere sempre il piacere dello scambio. Non perdo nulla se ti dono ciò che ho imparato, anzi.

Saper raccontare il proprio percorso, riuscire a far provare nel corpo di chi ti ascolta ciò che cerchi di definire, è un esercizio grandissimo.

Spiegare significa avere in sé totale consapevolezza. Significa lavorare sul proprio movimento per renderlo chiaro a chi deve capirlo. Quindi un esercizio a due vie: per chi espone e per chi ascolta.

Ringrazio gli amici Maestri che ci hanno coinvolto in questa esperienza e tutti coloro che, con fiducia e curiosità, hanno partecipato. 

Il grazie più grande al mio amatissimo Tango che colora di sfumature sempre nuove la mia vita.

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. Una (delle tante) seghe mentali tanguere

Ci penso da un po’, ascoltando il chiacchiericcio degli amici, i commenti su questa o quella coppia di ballerini professionisti, sulle coppie che si vedono in pista, su chi balla come/cosa/perché.

In una parola, mi sono persa pure io dentro una tipica “sega mentale tanguera”. La mia si sofferma su “L’estetica del tango”. 

Rivolgo la riflessione al popolo del tango, ovvero a quelli che non ne hanno fatto, a nessun titolo, mestiere.

Mi chiedevo quindi, cosa mi piace dell’estetica di questo ballo e cosa cerco io.

Iniziamo con il definire “estetica” facendosi aiutare dalla Treccani dove si legge che si tratta di: “(…) Letteralmente, dottrina della conoscenza sensibile (sign. che il termine ha ancora in E. Kant: Etrascendentale). (…) la dottrina del bello, naturale o artistico, e quindi l’esperienza del bello, della produzione e dei prodotti dell’arte. (…)  la parola è passata anche nel linguaggio comune per indicare l’aspetto e i caratteri soprattutto esterni di oggetti, prodotti, operazioni suscettibili di essere considerati esteticamente. (…)”

Prendiamo la parte in cui si fa riferimento a “la teoria del bello”. Ora, senza perdermi nei meandri di una riflessione filosofica più grande di me, mi limito a calare questo concetto sul movimento del tango.

Ne ho visti tantissimi esibirsi, insegnare, o semplicemente ballare. Dopo tanti anni di amore mai messo in discussione per questo meraviglioso mondo espressivo, finalmente, sono giunta alla mia conclusione.

Nel rispetto totale, assoluto, dei gusti personali e della ricerca stilistica di ognuno, il tango che esteticamente mi piace è quello ballato da persone (così li comprendo tutti, dai professionisti ai semplici amatori) che “non fanno il compitino”.

Mi spiego meglio. 

Ce ne sono a bizzeffe di strabravi, che studiano, che hanno una tecnica sopraffina ma che, quando li guardi, ti accorgi che stanno eseguendo – perfettamente, a volte- ma non stanno ballando.

Un po’ come la differenza che passa tra “vivere ed esistere” (cit.). 

Ho notato che, più aumenta consapevolezza, studio e tecnica, più il tanguero/a rischiano di perdersi il loro DNA. Più diventano bravi/e, più diventano le copie (a volte pure migliori) del modello da cui hanno tratto ispirazione.

Quando li vedo, eseguire e non ballare, sono presa da una noia incontenibile, quando non direttamente dal fastidio di vedere un tango “made in Taiwan” spacciato per un originale “made in Italy”, non so se mi spiego.

La sensazione che mi arriva è che il “tango fotocopia” o il “tango imitazione” stia prendendo sempre più piede. 

Forse la ragione sta nel fatto che, come molti fenomeni moderni, anche il tango è stato fagocitato nell’universo delle “mode” e, come tale, si comporta.

Va di moda l’abbraccio chiuso, anche se la tua indole ti vorrebbe più giocoso/dinamico/”nuevista”*? rinunci alla tua natura, quindi all’espressione più vera, reale, ruspante di te stesso per uniformarti alla corrente, alla vague.

NON MI AVRETE.

Mi rispondete in coro: “ma chi ti vuole a te?”. Giusto. Però, riflettiamoci perché, secondo me, da qualche parte ci perdiamo, rischiamo di scolorare le nostre sfumature espressive, di perdere la nostra Anima danzante, in nome di una moda che arriva sempre da “altro da noi”.

Allora, sai che c’è? Mi rubano lo sguardo quelli “sporchi” che magari capisci che gli mancano chilometri nelle gambe, ma che hanno il cuore sotto le suole delle scarpe e dentro il loro abbraccio, quale che sia.

“Sporco” inteso non come il tanguero ignorante, perché la grammatica della lingua espressiva bisogna conoscerla per emettere il proprio tango. Sporco perché tuo, elaborato, macinato, goduto e sofferto, non perché cerchi di scimmiottare qualcun altro.

Non piacerai a tutti? E CHI SE NE FREGA.

Adesso, tiratemi pure i pomodori. Olè.

Pimpra

nuevista”*= definizione impropria ma efficace per rappresentare dinamiche in abbraccio aperto.

ABBRACCI SOTTO IL CIELO STELLATO.

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Sarà capitato a tutti voi di avere un museo o un’attrazione turistica nella vostra città e non averla mai visitata. Ecco io sono tra questi.

Lo stesso, devo dire, mi è accaduto con l’amato tango. Per troppi anni ho bypassato un Festival di tutto rispetto a un’ora di viaggio da casa. Errore madornale.

Il Festival di Lubiana è giunto oramai alla sua 13° edizione, raggiungendo una qualità nell’offerta studio e nella parte ludica delle milonghe davvero alte.

Mi ci hanno portato due amici, ieri pomeriggio, costringendomi ad abbandonare la sana mestizia domenicale novembrina, copertina e gatte, facendomi indossare le amate scarpette.

GRAZIE Amici.

Direi la pomeridiana perfetta.

Arrivi in una sala meravigliosa che ti accoglie dentro una volta stellata che ti emoziona immediatamente. Saranno le stelle, il pavimento di legno, l’atmosfera che vibra di buono e, immediatamente, il buon umore sale al volto, contagia il corpo e sorridi.

Se un tanguero/a sorride con l’anima, il suo tango non può che essere felicemente contagioso e, di coppia in coppia, cresce spontanea quella vibrazione buona che si espande, la musica, di suo, la raccoglie e ci gioca.

Ho ballato dalla prima all’ultima tanda, senza fare fatica, senza dover mettere in gioco astuzie da giaguara, è stato tutto semplice, naturale. Per me e per gli altri.

Mi chiedo sempre quale sia la profonda magia, quel particolare mistero del tango che fa sì che, dentro un abbraccio, le cose fluiscano semplici e pulite.

Oggi credo si tratti di “affinità energetiche”, di quel livello di “vibrazione” che ogni essere umano ha e che porta dentro il suo abbraccio, dentro il suo tango. Per vibrare, come le corde di uno strumento musicale, anche il contenitore che ci ospita, il luogo fisico, hanno molta importanza.

Allora, prendiamo nota, l’anno prossimo, un fine settimana di novembre, potrà regalarci meravigliosi abbracci sotto il cielo stellato del Festivalna Dvorana.

Un grande plauso a Jania e a Primoš per il grandissimo lavoro.

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. AMARCORD, LA MARATONA DA LECCARSI I BAFFI!

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Ci pensavo e mi chiedevo, con tutta l’offerta di gozzoviglio tanguero, per tutti i gusti e per tutte le tasche, perché – invece di esplorare il mondo –  torno sempre negli amati luoghi?

Amarcord è una tappa annuale di quelle che non voglio perdere. Anzi che non posso perdere. Annovero questa maratona tra quelle in cui mi sollazzo maggiormente, sia in termini di socialità, sia in termini di abbracci scambiati, di sorrisi dati e ricevuti e di piacevolezze da mettere sotto i denti.

Perché mai dovrei cambiare?

C’è una magia tutta speciale a Bologna, come l’aceto balsamico sul pezzettone di Parmigiano Reggiano, come il tortellino nel brodo, per dire. Un abbraccio largo, inclusivo e sorridente che è poi quello che cerco nel mio girovagare tanguero.

Mi piace che, quando ti rivedi o ti vedi per la prima volta, permanga quella gioia allegra di condividere tango e non solo.

Amarcord garantisce questa atmosfera, questo mood particolare che lambisce di sé tutti i partecipanti.

Mi vien voglia di dire che si tratta di una maratona “adulta” perché sa bene quale è la sensazione che vuole dare, sa esattamente quale è il colore emotivo che cerca e, di anno in anno, tutto questo cresce, si espande e noialtri fortunati tangueros ne godiamo a piene mani.

Oggi è lunedì, c’è lo scirocco, fa troppo caldo per essere quasi novembre eppure, sorrido dal profondo.

Grazie Fabio e Antonella che ci mettete il cuore e avete reso possibile un’altra magia!

Pimpra

DI TANTO IN TANGO. Curve pericolose (post semiserio per soli uomini)

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Cari Giaguaroni sono sicura che anche voi, quando affrontate una pista da ballo, vi fate prendere da qualche legittima psicopaturnia che, di norma, è affare di noialtre.

Amici cari, noi donne vi cantiamo in coro un bel WELCOME! 😀

Come abbiamo più volte avuto modo di dibattere, l’invito nel tango argentino segue regole di trascendenza. Ovvero: NON SI SA, PERCHÉ’ SI’, PERCHÉ’ UNA VOLTA SI’ UNA VOLTA NO, PERCHÉ’ NO.

Inutile addentrarci in un territorio ostile e assolutamente mobile come quello del libero arbitrio dell’umana gente. Non ne verremmo fuori con una soluzione una che possa regalarci benessere dello spirito. Per tale ragione, con il consueto pragmatismo che mi contraddistingue, vi spiffererò alcuni segreti.

COSA PIACE A NOI DONNE.

Cosa ci piace trovare in un ballerino, cosa, il più delle volte, fa pendere la nostra scelta verso quella mirada e non altrove.

Premetto che quanto scriverò è frutto di brainstorming femminile, di chiacchiere da spogliatoio, di bisbigli sussurrati a fior di labbra. Comunque rimane un canovaccio interessante su cui poter riflettere e… imbastire le dovute strategie di approccio.

Dividiamo il macrosistema in tre aree tematiche: il corpo, l’energia, ciò che si vede- la prima impressione.

L’essere umano in 7” decide se qualcosa o qualcuno gli va a genio sicché…

IL CORPO.

A dispetto di quanto si è sempre ritenuto, fuori da letto, se si balla il tango, la ballerina apprezza molto la gaia accoglienza di un ventre non scolpito da addominali. Che scritto da me sembra quasi una bestemmia, io che sono la sacerdotessa dell’addominale traverso, ma tant’è.

L’uomo panzuto è molto piaciuto in milonga. Sappiatelo miei prodi, accarezzatevi la panzotta e porgetela al meglio alla vostra dama. Che vuol dire siate accoglienti, morbidosi, un sofà su cui è tanto tanto piacevole sfiorare il corpo.

I palestrati, invece, quelli tutto muscoli e tutto nervi facciano attenzione che il loro abbraccio non si trasformi in una morsa letale, una presa a strozzo, dove il muscolo guizzante stringe invece che accarezzare. Fate attenzione.

Altezza è mezza bellezza. Di solito è così, ma la democrazia del tango predilige e privilegia le altezze medie. Il perché è presto detto: maggiore facilità nel dare/ricevere l’abbraccio, radicamento di solito più efficace. Quelli molto alti devono, per forza di cose, essere molto bravi per gestire ballerine tanto più piccine e lavorare su un asse che si sviluppa in molti cm di altezza. Il discorso vale se ballate nel bacino dell’Europa centro sud. Se Salite al nord, o vi spostate a est, il discorso inverte polarità, colà sono tutte/i molto (più) alti.

Evitate di invitare una donna se siete bagnati come il mocio vileda. Fate schifo così “ciumbi” di sudore, cambiatevi, profumatevi e ASCIUGATEVI SEMPRE LA FRONTE. A nessuna di noi piace fungere da grondaia della vostra traspirazione.

L’ENERGIA

Qui si apre un mondo. Per definizione, il tango è una disciplina in qualche modo assolutamente anarchica, nel senso che, nato come ballo popolare, continua a prendere vita e a trasformarsi a seconda della linfa trasmessa dai ballerini. L’energia del singolo e della coppia  è fluida anch’essa e mobile come il tango.

In senso assoluto credo che la cosa che ci risulta più appetibile, interessante è avere sentore dell’energia che quel ballerino offre, come sua cifra stilistica. Ad alcune piace un’energia morbida, coccolosa e soave, altre prediligono la verve, la sfida allegra, energia più vivace. E’ sempre questione di gusti.

Da donna, mi permetto di esprimere un solo concetto: siate voi stessi, esprimete  – in verità – ciò che siete, non scimmiottate altri, non modificate la vostra intima natura. La vostra estimatrice c’è, c’è sicuramente.

CIÒ CHE SI VEDE- LA PRIMA IMPRESSIONE

7”.

Sono decisamente pochi ma, se lo sapete, potete cercare di gestirli al meglio. Di più non aggiungo, ma “uomo avvisato, mezzo salvato”.

E adesso… TUTTI IN PISTA!

Pimpra

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ESSERE ULIVO.

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Non mi sono mai particolarmente soffermata a ragionare su quanto, nella mia vita, avessero contato i “cicli”. Ho sempre viaggiato leggera, appoggiandomi al pelo dell’acqua delle mie esperienze, senza prendermi il tempo di farmi le domande necessarie a capire, e meno che meno, a trovare le risposte di quanto stavo vivendo.

Una veloce corsa attraverso le esperienze, il tempo, il fluire di me stessa che cresceva, che invecchiava.

Si avvicina la boa d’età che, non si capisce per quale ragione, segna una tappa molto importante, poiché stabilisce e dichiara al mondo l’ingresso in una fase specialissima.

Vivere, dovrebbe essere speciale di suo.

Godere del proprio respiro, della luce che rallegra le nostre giornate, del profumo dei tigli in fiore, del frangersi ritmico dell’onda sulla roccia, del canto melodico degli uccellini, del fruscio delle chiome mosse dal vento.

Vivere è poesia. Ma, troppo spesso, non ce ne rendiamo conto.

Ripenso all’ultimo anno, a quello che è stato, alle lezioni di vita che mi sono arrivate come una mazzata.  Se volgo indietro lo sguardo vedo la sagoma oramai rinsecchita della pelle che mi conteneva.

Adesso sono libera.

Guardo a quella me che tra non molto festeggerà, grata, un nuovo inizio, perché è così che lo immagino, e mi scopro come il tronco di un olivo centenario, pieno di escoriazioni, di buchi, di nodi e di imperfezioni che lo rendono assolutamente unico.

La nuova porta che si è aperta in me, questo ha regalato, l’ulivo che sono diventata e che ho imparato, coraggiosamente, ad amare.

La gioia di capire che “piacere agli altri” per quello che  – si suppone – gli altri possano volere da noi, è una idiozia senza scampo. La vera libertà sta nell’essere. Se stessi, in verità.

I nodi, le asperità, i rami storti sono elementi che possiamo cercare di rendere più armoniosi per stare meglio noi e far star meglio chi ci sta intorno, ma guai a farlo per compiacere perdendosi dietro a ombre che non sono le nostre.

E non posso nemmeno esprimere che non trovo le parole, quanto mi sia lieta questa consapevolezza, quanto doni un sapore dolce, salato e piccante alla mia vita.

Con questa gloriosa baldanza saltello nelle ombre lunghe dell’autunno che piano piano si affaccia, anche se, settembre regala questi ultimi raggi che sono i più radiosi dell’estate intera. E mi faccio un selfie da adolescente per fissare il bel momento e scopro per caso il filtro “giovane, bella, senza rughe, perfettamente truccata”, scatto, osservo l’immagine di una me che non esiste… e mi tocca ripartire da zero con il mantra “Sono un ulivo imperfetto ma unico. Sono un ulivo imperfetto ma unico. Sono un ulivo imperfetto ma unico…” e maledico queste stronze di app che, per un attimo, hanno illuso di giovinezza.

Ma stavolta, ci rido su! OLE’!

Pimpra(nte)

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VIAGGIARE

 

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Ci sono tanti modi di viaggiare, così come sono tante le persone che viaggiano.

Ci sono i viaggiatori ideali, quelli che non si muovono con il corpo ma con la mente, facendosi accompagnare dalla fantasia, ci sono quelli che partono senza meta e la scoprono durante. Ci sono i metodici che organizzano ogni singolo minuto della loro assenza da casa, oppure gli avventurosi e quelli che hanno bisogno di tutti i comfort.

Il viaggio ci rappresenta, racconta molto di noi, di come viviamo, di quale è la scala dei nostri valori, i nostri ideali.

Mi definisco una viaggiatrice empatica. Quando esco dal mio territorio amo immergermi completamente nella realtà che mi ospita. Desidero sperimentare nuovi modi di vita per scoprire nuovi colori, nuove sfumature, nuovi sapori. Quando viaggio divento altro da me. E’ sempre stato così.

Il mio primo Boeing 747 lo presi che avevo 2 anni e mezzo, destinazione Nigeria centrale, in pieno bush. Mia madre, allora giovanissima ventiseienne, era la prima volta che usciva dall’Europa, mio padre, bontà sua, aveva iniziato da poco prima.

Vivere in Africa con poco, molto poco, ma tantissima natura e amici, era per me, una casa ideale. L’argilla con cui giocavo, l’indimenticabile odore della terra dopo le piogge monsoniche, la luna enorme, il sole che rendeva il suolo un manto croccante riarso e ferito di crepe. Africa, oltre ad entrare nel cuore e negli occhi di chi la vive, entra, immediatamente dal naso. Ogniqualvolta ci rimetto piede, la prima cosa che percepisco è il suo profumo, unico, potente, antico, indissolubilmente inciso nella mia memoria olfattiva.

Mi reputo una persona estremamente fortunata ad avere avuto la possibilità di crescere in altri dove che non fossero la mia terra natia. C’è stato l’Iran, maestoso, indimenticabile. La più grande ferita del cuore abbandonarlo prima dell’inizio della rivoluzione Khomeinista del 1978.

Sono la donna che sono grazie a questo meraviglioso dono che ho ricevuto, ed è presto spiegato perché, appena ne ho la possibilità, cerco di viaggiare.

Allontanarsi dal nido, dalle proprie abitudini, dalle certezze di ciò che si conosce bene, per me, è come prendere una poderosa boccata di ossigeno, far ripartire la curiosità verso il mondo e la gente che lo popola, amare la vita più di prima.

Torno da una settimana di vacanza in Grecia, in quella magica Creta che tanta storia può raccontare. E’ la mia prima “vacanza non vacanza”, nel senso che ho messo da parte lo spirito curioso restando “raccolta” all’interno di un villaggio turistico.

A parte il clima strabiliante, un mare che non ho parole per descrivere quanto fosse bello, il cielo blu blu blu, altri veri contatti con la realtà del paese ospitante non ne ho avuti.

Ha un che di assurdo, per una come me, ma ci sono delle situazioni che richiedono una certa pacatezza, quindi, come è mio costume, mi sono adattata.

Porto a casa un sacco di cose, comunque.

Confermo, una volta in più, quanto i greci ci siano affini. E’ una questione di pelle, si va d’accordo, anche solo con uno sguardo e un sorriso. Da qualche parte dentro di noi, continuiamo a riconoscerci, come legati da un sottile filo che si perde nell’antichità di secoli.

Natura, qualche greco e cibo locale strabuono la mia esperienza ellenica si conclude qui, però… posso dire di avere imparato un sacco di cose sugli …. italiani (all’estero).

Contesto: villaggio turistico

Trattamento: all inclusive

Animazione: presente

Target: famiglie, coppie giovani

Provenienze: nord Italia e centro

Prima osservazione: se sei in un all inclusive non smetti quasi mai di mangiare e di bere. E’ una questione psicologica. Colazione a buffet con-ogni-bendiddio, quasi impossibile fermarsi allo yogurt zero grassi, che poi non credo in Grecia nemmeno esista. Ciotolona di yogurt cremosissimo assai, aggiunta di frutta e uno squaraquaqua di miele ad amalgamare il tutto. E che una fetta di pane non ce la mettiamo? Eccerto che sì ma con la marmellata che sennò fa triste.

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Questa era la mia colazione quotidiana, dopo una 500 metri di nuotata per evitare di sentirmi troppo in colpa… ma gli altri…

Gli italiani in vacanza nel villaggio turistico sono come le cavallette: mangiano  e bevono qualsiasi cosa in qualsiasi momento della giornata. E mangiano e bevono in quantità esagerata e si vede.

Famigliole intere in sovrappeso se non ai limiti dell’obesità. Mi hanno colpito, non immaginavo che il nostro paese si stesse trasformando, in negativo, in una massa di ciccioni. Un ragazzetto con una panza da cummenda cinquantenne, lui avrà avuto sì e no 20 anni, mi ha sfidato con lo sguardo a una gara di nuoto. La sottoscritta, osservandone il giro vita, ha pensato “Ma cosa credi di fare?” e, da gentile signora, gli ha concesso 5 bracciate di vantaggio. Il ragazzotto, alla sua sesta ha cominciato a dare segni di cedimento, mentre la sfidata appena accendeva il motore. Morale: surclassato di una ventina di metri, perché, mentre lui cercava di trovare il respiro che aveva perso, io avevo ingranato la mia velocità di crociera. Normopeso 1 sovrappeso 0 e i 30 anni di differenza non li mettiamo nemmeno in conto.

Ma la responsabilità non è di questi giovani, è dei loro poco accorti genitori che, a buon esempio, a due ore dalla luculliana colazione, ingurgitavano fette di pizza alla Nutella, ben condite da bicchieri di birra. Ore 13.00 tutti a pranzo di nuovo.

Gli italiani in vacanza tendono ad essere molto rumorosi e ciarlieri come se, l’ascolto delle loro chiacchiere e dei loro strilli, fossero argomenti e note di pubblico interesse. Non è così.

Il mare della Grecia mi ha parlato da vicino. Nelle mie nuotate del mattino, a spiaggia vuota, nel più pacifico silenzio, interrotto solo dal ritmato frangersi delle onde sulla battigia al cambio di marea, ho visto le piaghe di cui è cosparso: tonnellate di rifiuti plastici, delle più disparate dimensioni, da quelli oramai ridotti a plancton, ma pur sempre plastico, alle new entry a dimensione reale: sacchetti, bottiglie ecc.

Mi ha procurato un dolore così lancinante vedere la Natura così piagata dall’incuria umana che, al mio ritorno, ho notevolmente alzato la guardia sulla mia produzione di immondizie e sul loro doveroso corretto smaltimento. Speriamo serva a qualcosa.

Tornare a casa mi lascia sempre una patina dolce amara di tristezza per quanto di bello ho scoperto e lasciato nel paese ospitante, per fortuna, ad accogliermi, ancora una volta ci sono le mie Gattonzole adorate. Carezze, strusciate di muso e una bella dormita sul lettone in compagnia non ce le leva nessuno.

Poi, si riprende la vita di sempre, un po’ più ricchi di prima.

Pimpra

 

 

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