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IL MIO PENSIERO PER NATALE

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Il periodo natalizio ci vede un po’ tutti tornare bambini. Chi ama decorare casa, chi cucina dolcetti particolari, chi si occupa dei regali.

Il Natale, da che mondo e mondo, è una delle feste familiari per eccellenza. Ricordo i miei dell’infanzia e della giovinezza. Mio padre, in particolare, associava il momento al suo ritorno a casa, posto che, per la maggior parte della sua vita, lavorava all’estero, molto lontano dalla sua famiglia.

Il rito del vischio sotto il quale scambiarsi baci augurali, e l’albero. Quello era sacro. Mio papà, da buon torello, non voleva sentire le ragioni di mia madre che proponeva ogni anno di fare l’albero finto: meno lavoro per lei, maniaca della pulizia, senza tutti quegli aghi che si spargevano a terra.

Il pater familia non ne voleva sapere della plastica, lui che lavorava in paesi desertici ed era un profondo amante della campagna, del verde, della montagna.
Da ragazzina ricordo perfettamente la descrizione del tempo della sua pensione: immaginava se stesso e mia madre in uno chalet di montagna dove, tra prosciutti, salami e formaggi della cantina (era un grande buongustaio), avrebbe passato il tempo a scrivere il suo libro, a leggere, a cucinare circondato dalla sua famiglia, figli e nipoti e a Natale a far festa in un bel soggiorno con il caminetto, l’albero gigantesco e la neve fuori. Il destino non lo ha premiato, portandocelo via troppo, troppo presto… ahimè.

Diceva che amava tornare a casa e sentire il profumo di pino. E così, ogni Natale il rito si ripeteva uguale. Con la gioia di noi ragazzi e i piccoli malumori, per fortuna molto brevi, di mia madre.

Natale, per me, ha questo profumo di dono. Dono esistenziale. Se mio papà non avesse tanto stressato per fare festa e ritrovarsi, noialtri, chissà se avremmo, oggi, ricordi così belli da conservare.

I miei genitori hanno lasciato qualcosa in questo mondo. Figli a parte, per loro il dono più prezioso, ci hanno regalato RICORDI. Hanno saputo confezionare per noi quei fili sottili che ci porteremo sempre dietro e che tesseranno, fino alla fine, la trama di quel “chi siamo”.

Il pensiero che ho oggi è proprio questo: quale è o quale sarà il mio dono nel mondo, il mio lascito esistenziale? Quel sogno realizzato che resterà di me, nella mente o nel cuore di qualcuno?

Se non si hanno figli, è più difficile. Ma si possono avere talenti o sogni, o, meglio, entrambe le cose.

Ecco, il dono che voglio fare a me stessa per natale è questo: che cosa posso “donare” al mondo.

Pimpra

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LA DOLCEZZA DEL PASSERO

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Oggi provo una grande emozione. Oggi, uno di quei giorni che ti mettono di fronte agli occhi una realtà che, in fondo al tuo cuore, speri sempre di non dover vedere. Oggi ho visto la mia mamma in tutta la fragilità di un passerotto.

Un piccolo intervento chirurgico che poteva essere molto meno invasivo se lei non avesse scelto di non vedere, di mettere la testa sotto la sabbia, tutte le volte che le dicevo di andare dal dottore. Nulla di grave, per fortuna, ma, a 70 anni e oltre, anche un modesto disequilibrio nelle abitudini quotidiane, diventa una montagna difficile da scalare.

Mia mamma, oggi, delicata come un uccellino, fragile nelle sue emozioni vissute troppo intensamente, sperduta, a volte, nei suoi ricordi, insofferente ai consigli, testarda nelle sue convinzioni dannose.

Ho parlato io con i medici, quando, da bimba lo faceva lei per me.

L’ho rassicurata, le ho preparato la dose delle medicine da prendere, aiutata a tranquillizzarsi.

Un fragile uccellino. Lei che ha sempre spostato le montagne, ha ribaltato la casa, si è occupata di tutti, fuorché di se stessa.

Il problema dei pochi giorni di riposo che le sono stati prescritti è che viene meno ai suoi doveri di nonna. Un problema che le crea angoscia su angoscia. Venire meno ai suoi doveri, stare male, non è previsto nella tabella di marcia.

A nessuno piace ammalarsi, a me per prima. Ma a volte bisogna fare una sosta. Fermarsi per farsi aiutare.

“Grazie Miki, grazie, mi spiace se non ti ho ascoltato, avevi ragione tu, dovevo andare prima, ho sbagliato. Adesso la mia faccia è bucata, sono preoccupata…”  e tu, come figlia, benché avresti voglia di strozzarla per quanto è stata testarda, con amore e tranquillità, la convinci che tutto andrà bene e che tornerà bella come prima.

Gli uccellini volano, come loro anche i nostri amati genitori.

Non sono pronta a immaginare, un lontano giorno, la mia vita senza di lei. Non sono pronta, eppure questa è la vita. Questo è il cerchio della vita.

Chiedo solo di avere tutta la pazienza necessaria per non arrabbiarmi, tutto l’amore che le devo per l’amore che ha per me.

Adesso le parti sono invertite. E’ il mio turno di prendermi cura di lei. Mi auguro solamente che renda il compito più semplice, che fare i conti con la loro vecchiaia è, mentalmente, emozionalmente già tanto difficile, speriamo il carattere non si metta in mezzo.

Ti voglio bene, mammuzza mia, anche se sei testarda peggio di un mulo.

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO: C’E’ ANCORA MARGINE DI INNOVAZIONE/CREAZIONE?

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Ci pensavo ieri sera, mollemente distesa sul divanetto, copertina e gatta sulle gambe, come una vecchia prozia della letteratura inglese di fine 800. La domanda, mentre mi sgranchivo gli occhi ammirando numerosi ballerini professionisti su You Tube, è questa “E’ già stato detto/fatto/danzato tutto o, nel tango, esiste ancora margine di creazione?”

Probabilmente questa rientra di prepotenza tra le domande “E’ nato prima l’uovo o la gallina?” ma tant’è. Me la sono posta.

Nel pensarci ho fatto un immediato collegamento alla moda, arrivati a un certo punto di “evoluzione”, gli stilisti, hanno obbligatoriamente ripreso quanto altri, prima di loro, avevano creato, per riproporre successivamente, in chiave più moderna, attuale, concetti/linee/stili divenuti pietre miliari. Ecco che, a seconda degli anni, i couturier si sono ispirati agli anni 50, ai rivoluzionari 60, ai 70 e via andare. Tanto per dirla tutta, pure gli anni 80 fanno già parte di una rilettura della moda moderna, e pensare che, all’epoca, ero un’adolescente…

Il tango, segue un po’ questo tipo di vague? Di cicli e ricicli storici?

Partendo dal tango tradizionale, dei primi anni del secolo scorso, abbiamo assistito alla sua magica evoluzione. Dalle marcette ai tanghi più moderni, fino ad arrivare alle punte di quelli elettronici per poi, più o meno, assestarsi a un tango multietnico, variopinto, classico e meno classico. Ma questa è la musica.

Come si balla?

Esiste una “tendenza”, un modo particolare nel quale la comunità di danzatori sente di appartenere? Se è così, perché ciò accade? E’ un fattore legato alla “moda” o un nuovo/diverso/attuale modo di sentire.

Da un certo punto di vista, temo che, buona parte del mood tanguero segua, ahimè, anche un’esigenza di tipo “commerciale”: i maestri sono costretti a vendere un prodotto sempre diverso ad allievi che chiedono novità, senza per questo essersi dati il tempo necessario ad apprendere profondamente quanto loro insegnato. Una corsa insomma a trovare “l’accessorio, il colore, la forma” nuova per soddisfare una sorta di esigenza consumistica dell’acquirente/studente.

Così va il mondo. E pure gli insegnanti devono campare.

In tutto questo, sarebbe bello vi fosse una spinta alla ricerca, dapprima concettuale, poi fisica, di un’interpretazione artistica ancora innovativa, se possibile.

Qui bisognerebbe confrontarsi con i danzatori di altre discipline che vanno dalla classica alla moderna a tutte le sfumature che ci passano in mezzo, per capire se e come vi possa essere contaminazione.

Per fare “innovazione” sono sempre più convinta che, di base, sia necessario dapprima possedere una profonda conoscenza della “grammatica” tradizionale del tango argentino, una volta assimilata, può risultare fattibile un percorso di rinnovamento.

Poi mi faccio la fatidica domanda: “Ma te, Pimpra, che cosa vuoi esattamente?” e mi rispondo “Conoscere perfettamente quella grammatica di base, perché mi piacerebbe esprimermi in una lingua il più possibile “perfetta”.  Sarebbe già un risultato enorme, per me. ”

Poi, lascio ad altri talentuosi musicisti e ballerini, di aprire nuove strade – se ce ne sono –  dove potersi incamminare, se ci va.

Lunga vita al tango. Olè.

Pimpra

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UNA FINESTRA DI CITTAVECCHIA

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Lunedì 4 dicembre. Primo pomeriggio, sto per rientrare in gabbietta dopo il veloce caffè al solito posto. Di caffeina, non ne abbiamo mai abbastanza.

Il corpo è piacevolmente lasso, la ginnastica lo ha allungato, fatto respirare, ha mobilitato le masse muscolari attive e quelle silenti. L’umore segue, sereno e trasparente. Vuol dire che sto bene, mi sento in armonia.

Cammino sempre a naso all’aria, anche se ricalco fedele i miei passi, mi piace fare lo stesso percorso, non so neppure io il perché. Anzi lo so bene.
Scelgo la via più veloce o quella più bella o evocativa, la mia mappa giornaliera è disegnata, scelgo unicamente  i passaggi che preferisco.

Non è noia o abitudine è ricerca delle sfumature di scenario. Il paesaggio, così come la vita, muta con il mutare degli elementi che lo compongono. Ecco perché non esiste la noia, se si sa ben guardare. Ecco perché ogni vita è piena di vita. Basta saperla cercare.

I panni stesi di una casa di Cittavecchia, hanno rubato il mio sguardo. Non è una novità vedere camicine, biancheria, magliette messe ad asciugare alla luce di quel poco sole che bacia la via. Eppure, oggi, un’atmosfera particolare, mi ha colta. Ho osservato, ladra, cosa pendeva senza anima dal filo al di fuori la finestra. Le camicie con il colletto di pizzo, la sottoveste mi hanno raccontato di una signora piuttosto in avanti con gli anni, metodica, precisa. Ogni capo era ben teso, ordinato e graduato per tipologia.

Non compariva abbigliamento maschile, mai l’ho notato da quella finestra. Ho immaginato una storia, solo osservando i panni umidi.

Quanto raccontano gli oggetti di uso comune del proprietario, quanto ci dicono della sua storia, di chi è, di come vive.

Quella finestra su città vecchia, prospiciente a una viuzza stretta e pedonale, quei panni colorati che acquerellavano la parete rossa della casa, oggi, per me, hanno avuto un sapore come di te e di cannella, un profumo di intimità manifesta eppur celata, di storia e di vita. Un dicembre lontano dallo sfavillio scintillante delle feste, ma dolce, velato e caloroso come biscotti appena sfornati.

Uno scatto rubato, mi sono voltata e ho ripreso la mia strada.

Pimpra

FOTO MIA

DI TANTO IN TANGO: tutto quello che le donne non dicono ma pensano e poi si lamentano.

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Chi mi conosce lo sa, a me piace dire quello che penso.

Oggi affronterò un tema spinoso, giustamente stimolato dalla domanda di un amico “Ma le donne, quando ballano, cosa si aspettano?”

Che dire, una gran bella domanda.

Ne ho parlato con più di una ballerina e, di seguito, esporrò quanto ne ho ricavato.

PREMESSA

Prima di partire con qualsiasi disquisizione è necessario accettare il postulato che, nel tango come nell’amore e nel sesso i gusti sono molteplici, come le sensibilità e le aspettative personali. Perciò tentare di definire o dare una visione apparentemente “universale”, “generalista” di quanto una ballerina si aspetta è comunque una visione parziale, affatto neutrale,  o super partes.

Perciò, vi racconterò che cosa  mi aspetto io e le Amiche Giaguare come me.

Credo che la mia positiva vibrazione con un ballerino arriva se, da subito, capisco che ASCOLTIAMO il brano con lo stesso orecchio. Che vuol dire con la stessa sensibilità e, passatemi il neologismo, “SESSIBILITA‘”.

L’ascolto è la leva prima che ci fa muovere sulle assi di legno di una pista a raccontare di noi, della nostra coppia, delle nostre Anime danzanti, di quanto succede, delle emozioni che scaturiscono in quel momento.

Il mio ballerino ideale MI BALLA. Che significa che cerca di capire chi sono, che indole ho, la mia sensibilità, l’energia, la femminilità e con questi elementi si connette con i suoi: la sua virilità, la sua sensibilità musicale, la sua emozione.

BALLARMI non vuol dire USARMI come palo per una sua esibizione di qualità tanguere di taglio onanistico.

Ça va sans dire.

Voglio un ballerino NUDO. Un uomo con così tanto coraggio da farsi “leggere” nel tango, senza paura, per quello che è.

L’ho detto più volte che l’abbraccio non mente, però, per non scoprire le segrete dell’animo del danzante, può diventare estremamente tecnico e freddo, proprio perché non vuole comunicare. Ecco, a me, di ballare con un iceberg, nemmeno ad agosto. No grazie.

Mi piacerebbe moltissimo trovare un ballerino CORAGGIOSO di quelli che non vogliono proporre solo loro, ma che amano la sfida civettuola della donna che sa proporre, in modo lieve, il suo punto di ascolto e quindi di interpretazione.

Mi piace il ballerino che sa essere INTENSO, INTIMISTA E PASSIONALE quando ci vuole (ovvero quando la musica chiama), mi piace il ballerino DIVERTENTE, GAIO, ALLEGRO quando ci vuole.

Amo le sfumature di colore, di densità di senso, di interpretazione.

I MIEI NO.

Non credo di averne moltissimi.

Il primo, fondamentale e assoluto è che non voglio il BALLERINO-PADRONE, quello che “non deve chiedere mai” che ti marca anche il respiro che devi fare e quando, lo psicomaniaco del controllo quello che nell’abbraccio ti regala una gabbia.

Per me, no grazie. Ma ci sono donne che amano il genere, a conferma della premessa in testa di articolo.

No anche al contrario, ai ballerini ETEREI a quelli che non ti toccano neanche. A me sembrano uccellini spauriti, caduti dal nido e, oltre a spegnermi tutto il sacro fuoco tanguero, mi restituiscono una vibrazione negativa sul mio corpo. Con loro mi sembra di pesare una tonnellata, di essere “troppa, tanta, abbondante” sia fisicamente, sia energeticamente.

Per chiudere con una bella immagine che mi ha regalato la Eva, dico anche io che, un bel tango riuscito è quello che ti fa sentire come se “(cit.) ti trovassi sul divanetto, vicino vicino, a guardare un bel film, in compagnia, condividendo la stessa copertina”.

Direi che con questo ho detto tutto… 😉

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

DI TANTO IN TANGO: MA TU, PERCHÉ BALLI?

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Sembra una domanda banale posto che la sottoscritta calca il parquet da due lustri abbondanti. Invece…

Molto spesso intorno a me sento dare delle motivazioni che trovo così distanti dal mio modo di pensare che mi è venuto voglia di scriverci su.

Il tango è una danza popolare, nata nei sobborghi di Buenos Aires in un periodo storico particolare e, sotto certi aspetti, molto difficile, in un paese affascinante quanto distante dall’Europa. La genesi del tango è e rimarrà sempre la terra di Argentina, poi il mondo si è accodato, da Parigi che lo ha fatto conoscere in Europa al globo intero.

Ma la carne, la polpa, il “sangue e arena” resta il fuoco argentino.

E tutti noialtri non possiamo che essere semplici seguaci, amanti affettuosi o pure passionali ma NON saremo MAI argentini. Nel bene e nel male, ovviamente.

Tutto ciò premesso, la magia del tango sta proprio nella sua universalità che ha fatto sì potesse diventare una sorte di esperimento sociale riuscito di un “esperanto della danza”, un linguaggio universale, noto a tutti.

Perché ballo.

Molti anni or sono, rimasi folgorata dalle note di un tango che iniziava la lezione successiva alla mia di latino-americani dove lasciavo l’allegria. Il mio orecchio è stato rapito dalla feroce malinconia di un tango tradizionale, dal suo calore nostalgico, dalla sua intima poesia.

Ho chiesto alla mia insegnante di allora di farmi provare la lezione e, il mio partner (al tempo marito) ed io restammo letteralmente rapiti. Dopo pochi mesi la salsa e i latini erano archiviati e il tango, come un fiume in piena, ci aveva letteralmente travolti.

Per l’uomo sono stati anni difficili di studio, di memorizzazione, di comprensione di dinamiche nuove, di ascolto di musica e del partner, elementi di grande complessità sia fisica che emotiva.

Per me i primi tempi, in realtà anni, sono stati un’incredibile battaglia interiore. La mia personalità dominante, abituata a comandare, a gestire, doveva improvvisamente farsi da parte per quella Donna che ancora non avevo conosciuto né ancora incontrato .

Nonostante vivessi con brutalità il mio conflitto, mai, per un solo istante, ho pensato di abbandonare, di permettere a quella me del “fuori dalla pista” di uccidere la Donna che il tango argentino aveva fatto nascere. Ormai ero sua.

Nel tempo quella Lei è cresciuta, si è fatta largo con prepotenza, fino a trovare la sua perfetta collocazione nella figura della donna “Giaguara” che altro non è che il Femminile consapevole, la maturità, l’accettazione della bellezza di un ruolo, la comprensione e l’accettazione gioiosa e grata della pienezza e della “rotondità” di anima e corpo.

Ecco perché molti parlano di tango terapia. Non si tratta di una cazzata modaiola.

Ballare è, in primis, terapia dell’anima, riscoperta e ritrovamento di parti di sé a lungo nascoste (o mai emerse), connessione totale con se stessi e il proprio partner, sia che si abbia la fortuna di condividere il percorso con la persona del proprio cuore, sia lo si faccia con un/a partner di ballo. In verità, connessione è sempre, con tutti. Almeno così dovrebbe essere.

Uccidiamo il Narciso.

Ogni ballerino/a che affronti una pista, mette in mostra se stesso, è ovvio. Però, a mio parere, l’attenzione del danzante non deve mai stare fuori, al pensiero di chi lo guarda. MAI!

Muovere i passi dentro un brano, abbracciando sentitamente il partner, è la promessa di un viaggio dalle potenzialità meravigliose e, al contempo, dalle insidie tremende. Però bisogna rischiare TUTTO. Bisogna DARSI senza sconti, senza freno a mano tirato. Quando si balla il tango SI E’, nel qui e nell’ora, nella presenza e nella sostanza.

Ecco un altro aspetto della “terapia”.  Per ballare bene, di qualità, non si può pensare ad altro, distrarsi o non concedersi, ballare in percentuale: con te il 100% perché sei un figo/a , con te l’80% perché non mi va tanto, con te –  “Vabbè dai ti regalo questa tanda” – e sto al 30%.

STICAZZI.

Tangueros/as che non hanno capito NULLA. Che non saranno mai straordinari ma solo piccole imitazioni del loro potenziale che, ricordiamocelo, è sempre un potenziale UMANO e non di performance.

Mi fermo qui, per oggi, ma avrei molto altro da aggiungere… OLE’!

🙂

Pimpra

IMAGE CREDIT: VINCENZO CERATI E ARIELLA BRUSCAINI

 

FRIVOLEZZE TANGUERE: LA FIRMA OLFATTIVA

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Periodo molto positivo per il tango, quando riesco a ballare sino a sfinire il corpo, a saziare la mente, a rinfrancare lo spirito, a condividere i bei momenti con l’amata comunità di pazzi come me.

Nel corso dell’ultima maratona, nei rari attimi di pausa tra una tanda e l’altra, il piacere di scambiare quattro chiacchiere con le amiche ed ecco che, una volta ancora, esce l’argomento relativo al profumo dell’uomo (discorsi fatti con le amiche ma lo stesso credo valga anche per gli uomini).

Tangueros all’ascolto sappiate che guadagnate 1000 punti se:

  • vi cambiate spesso camicia/t-shirt al fine di essere sempre freschi e puliti, come appena usciti dalla doccia
  • il vostro alito profuma di fresco, non olezzate di fumo, avete lo stomaco con qualcosa dentro, non avete mangiato aglio o cipolla a poche ore dalle tande
  • il vostro abbraccio è così accogliente che nessuna ballerina saprà resistervi
  • voi dimostrate che volete ballare con lei e per lei

e poi… e poi…

Sappiate che quando questi requisiti di massima sono soddisfatti, noi siamo già MOLTO contente, ma… potete fare di più!!!

IL PROFUMO.

Credevo di essere la sola, perduta dentro al mio universo di ricordi olfattivi, ad associare ballerino/abbraccio/profumo come una mappa genetica che rendono quell’uomo assolutamente unico e riconoscibile.

Sarei in grado di descrivere olfattivamente tutti i danzatori con cui ho avuto il piacere di ballare, e, senza esitazione, posso redigere la lista dei ballerini con il profumo che – per la sottoscritta – è super top!

Dovete sapere che, per una buona parte del pubblico femminile quando vi incontriamo nuovamente, non appena riceviamo nelle nari la vostra impronta profumata, siamo immediatamente proiettate in uno stato di grazia, ricordiamo quella bella tanda lì che abbiamo già ballato insieme a voi e pure il corpo si rilassa come fosse maggiormente accolto e la predisposizione al ballo aumenta.

Non sto scherzando, ho piena memoria di odori (fosse il profumo o, semplicemente, il candore di una camicia che sa di fresco bucato) che sono capaci di farmi andare completamente in una dimensione altra, eterea, come una sorta di bolla spazio temporale dove mi ritrovo danzante e mi perdo dentro la bellezza.

Probabilmente, per il maschio, non sarà una poesia uguale, immagino, ma, credo che per entrambi i sessi, data per scontata l’esigenza di pulizia/cura di sé (anche noi donne puzziamo, inutile negarlo e, a volte, gli abiti sintetici ci fanno un pessimo gioco…), ecco tutti noi possiamo godere di quell’attimo più magico che ci regala una bella tanda pure profumata.

Meditate gente, meditate… 😉

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

 

 

DI TANTO IN TANGO: TO TIE MARATHON

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Una cosa bella di andare in giro per maratone è che, con un atto di indiscussa volontà e una grande dose di resistenza fisica, si può anche fare i turisti.

E’ il caso di “To TIE”: Torino ha ospitato la comunità tanguera errante, offrendo il meglio di sé. Un fine settimana che sembravano i primi di ottobre, una luce morbida su tutta la città colorata delle sue sfumature profondamente autunnali.

Confesso di non avere avuto quella volontà e quella resistenza. Fortunatamente il lavoro mi ci ha portato più di una volta e, almeno a grandi linee, Torino era già nella mia memoria e nel cuore, ho quindi approfittato della squisita ospitalità di un’amica torinese  per godermi la maratona al 100%.

La location dell’evento, un contenitore perfetto per scambiarsi un weekend di abbracci, in un angolo della città che mi è particolarmente caro, nelle vicinanze di quello che il sabato e la domenica mattina diventa mercato delle pulci.

In maratona si balla come assassini e il pavimento è essenziale per la sua buona riuscita e il Fortino risponde alla perfezione al requisito di elasticità del legno. Dirò di più, nel corso di una godutissima tanda, mentre connettevo anima e corpo alle note e al ballerino, mi accorgo, nel sottofondo, di elementi ritmici che, in quel brano, non avevo mai colto. Aguzzo l’orecchio e capisco che il pavimento suonava letteralmente insieme ai tangueros che lo battevano durante la danza. Non mi è mai accaduto ed ho trovato la cosa particolarmente coinvolgente.

A Torino sono precisi, educati, accoglienti, rispettosi, dei veri Signori, i soli che – ahimè – non hanno risposto al requisito sono stati i gestori di alcuni servizi esterni alla maratona che, per evidente inesperienza, hanno un po’ penalizzato la perfetta macchina organizzativa, peraltro sempre generosa e presente, dello staff.

La latitudine in cui un evento ha luogo, influenza la buena onda che si sprigiona tra i partecipanti. Al nord questa è più lieve, come l’aria di montagna, mano a mano che si scende nella penisola, aumenta il calore e la vivacità. A ben pensarci, per i limiti di sopravvivenza fisica, specie in soggetti non più in verde età… (eh eh), l’energia ariosa di montagna consente di… ballare pomeridiana e serale fino alla fine quando l’amato tj chiama “ultima tanda!”. Pimpra presente a testimonianza dei summenzionati taumaturgici effetti.

Che dire di più se non ringraziare gli organizzatori per la delicata e premurosa accoglienza e quella torta di mele e la crema inglese con biscotti che, lo confesso, mai mangiate di così buone!

Un augurio e un ringraziamento speciale all’anima danzante di Federica K. che, pure con la sua bimba in grembo, ha voluto essere sempre presente insieme agli altri dello staff che questa maratona è  tanto figlia sua. ❤

Pimpra

 

 

DI TANTO IN TANGO: dalla parte di lui. Riletture e considerazioni del Pimpro

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Il viaggio continua, avventuroso e stimolante nell’universo “maschio” del mio rinnovato abbraccio tanguero.

Ogni lezione è una scoperta, come il cucciolo di gatto che piano piano si stacca dalla madre e va ad esplorare il mondo.

Anche io, messi per una volta da parte i tacchi, comincio piano piano ad esplorare il mio tango, da un nuovo punto di vista.

A lezione, tra gli altri me maschi, ammetto che sono una spanna sopra. Gli amici mi dicono che è ovvio, perché ballo da anni e ho introiettato una serie di informazioni che mi tornano utili anche dall’altro lato. Sicuramente, in parte, è così ma…

COSA FA LA DIFFERENZA TRA UNA DONNA LEADER E UN UOMO LEADER.

La prima parola magica: l’ASCOLTO, la CONNESSIONE, la RICERCA del corpo dell’altro con l’intenzione di comprenderne i messaggi.

Attenzione, non dico che i leader naturali non lo facciano, anzi!, ma ci arrivano più tardi di una donna che balla da uomo.

E’ ovvio: siamo abituate a farlo quando siamo dalla “parte giusta” dell’abbraccio.

LA MAGIA.

Credo che, noi tutti, dai rodati ai principianti, a volte dimentichiamo di soffermarci su quella speciale magia che OGNI singolo abbraccio è capace di regalarci. Inizia quasi sempre così, anche se, da donna me ne accorgo perfettamente, può partire da una certa ruvidità.

Ruvido è chi non si affida, chi non si apre, chi non si dà. E, in questo movimento, uomini e donne viaggiano alla pari. Bisogna aprire quella speciale porticina che ci presenta all’altro e che accetta l’altro.

Un esempio.

Caratterialmente sarò un leader “impetuoso”, volitivo, allegro e scherzoso ma pure intenso e denso. Probabilmente la ballerina più idonea a queste caratteristiche dovrebbe avere anch’essa una dimensione umorale/fisica/caratteriale che, in qualche modo, possa corrispondere. Immagino D’Arienzo, Rodriguez, e, perché no, l’amato Pugliese ballati a strapparsi i capelli dal piacere. Piacere, per una leader femmina, di poter danzare, quindi proporre l’ascolto musicale, secondo il suo personalissimo “sentire”.

Lo schema avanzato ma nel quale già mi proietto mentalmente è quello di creare dialogo con la mia partner, diversamente, con il carattere che mi ritrovo, sarebbe solo IMPOSIZIONE, “tango-galera”, “si fa come dico io”.

E qui, vorrei aprire una parentesi e un confronto con voi, se vi fa piacere.

In pista vedo spesso danzatori assolutamente “estetici”, belli da vedere, eleganti, chic insomma quelli che rubano lo sguardo. E li guardo, estatica, perché mi piace trovare la bellezza, ovunque essa sia.

Continuo l’osservazione e, nello scorrere del brano, la bellezza che mi aveva colpito all’inizio, si trasforma in pietra gelida. Mi chiedo perché. Continuo ad osservare e la riposta arriva: si balla per essere belli, ma ognuno per sè, l’uomo balla imponendo movimenti alla sua partner senza per questo entrare mai in contatto con lei (il che sembra una grande assurdità dal momento che, chi più chi meno, ma tutti si abbracciano!).

Voilà. Appare evidente che quella porticina dove dietro trovano rifugio le EMOZIONI resta chiusa, in favore di una “maschera” formale estetica che epura, raffredda e rende assolutamente neutra la dimensione animistica del tango argentino.

Allora, sai che c’è, evviva chi balla un po’ (e sottolineo po’) sporco, ma caldo, accogliente, passionale e divertito. Evviva chi sbaglia e poi ride. Evviva chi, nel silenzio di un movimento sa sussurrare all’altro “Ehi, io farei così, ti va di farlo insieme? O hai un’idea migliore?”

Ci dovrò lavorare tanto, anzi tantissimo, ma è lì, in questo dialogo virtuoso che voglio arrivare.

Pimpro

 

 

 

 

 

DI TANTO IN TANGO: SAPORE DI MARATONA – “L’AMARCORD”

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Prima o poi dovrò decidermi a contarle, per farne l’elenco, alimentare i ricordi, rivivere emozioni.

Anche stavolta mi porto a casa sensazioni che mi nutrono così in profondità da rischiarare l’orizzonte.

Perché, mi chiedo, ho bisogno di tutto questo e non riesco quasi più ad accontentarmi di frequentare le milonghe ma bramo questa “dose” così intensa e forte di tango?

Bella domanda. E’ quel fenomeno che gli anglosassoni definiscono “Addiction“= sono drogata.

Lo confesso: “Ciao, sono la Pimpra e sono dipendente dal tango”. Esistessero gruppi di psicoterapia così sono certa sarebbero molto frequentati.

Torniamo ad “Amarcord”: una letterale botta di adrenalina tanguera, ma non di quella stressante, da competizione, di quella lieve, delicata, intensa, gioiosa, gaudente e divertita. Il massimo.

Ci sono andata da sola, non immaginando come fosse la prospettiva dalla parte della ballerina “non accompagnata”. Di solito se si va insieme a un partner è meglio per entrambi: la/le tanda di presentazione della coppia di ballo e poi, di norma, si aprono gli inviti. Ma da sola?

NO PROBLEM. Basta scegliere la maratona “giusta”.

E come si fa a sceglierla?

Che posso dire, aiuta conoscere gli organizzatori, sapere quanti iperkilometri di ballo hanno nelle gambe, a quanti eventi loro stessi hanno partecipato e che persone sono: generose, aperte, cordiali… o il contrario. Io alle maratone di quelli che se la tirano, non ho voglia di andare.

Ed eccomi, pronta sulla linea di partenza della prima tanda, fare la mirada assassina ad un amico che, molto carinamente, ha aperto le mie danze. Una FOLLIA. Poi non ho più smesso.

Alla sera, a letto, ogni micro cellula del corpo smadonnava imprecando contro quella sciagurata me che non si è fermata un attimo “Uellà donna, ma te sai che c’hai un’età e che certe cose devi farle con granu salis che qui noialtri siamo tutti indolenziti??? Ma ti pare normale ballare 4-5 ore senza fermarti? Tu non sei tutta giusta!!!”

Alla mia me che mi presentava il conto di stanchezza e dolore fisico opponevo un ” Ma Ragazzi, come si poteva stare fermi che c’erano musica, onda di energia stellare e tangueros/tangueras strepitosi, generosi e desiderosi di condividere?”

La magia sta lì in quella piccola parola: CONDIVIDERE.

Dal caffè allo sprtitz aperol per costringersi a fermarsi qualche minuto, alle chiacchiere, ai discorsi anche di una certa intensità e profondità, alle matte risate e, ovviamente, a tande da SCIABADAH!

Allora, fino a che il corpo reggerà e non sarò troppo diversamente ggiovane per far parte del gruppo, sapete che c’è? NE VOGLIO ANCORA E ANCORA E ANCORA che per diventare vecchi e lamentosi c’è sempre tempo!

GRAZIE miei PRODI Fabio, Antonella Maria, Sandra, Claudia e a tutta la crew per averci regalato tanta MAGIA DANZANTE! E agli impareggiabili TJ per aver dato musica ai nostri desideri!

VI LOVVO ASSAI!

Pimpra

 

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