IL GIOCO DELLE FINESTRE

Quando ero una bimba innocente, gli anni meravigliosi dell’asilo e delle primissime classi delle elementari, come tutti i bambini della mia generazione, mi dilettavo a disegnare.

Le più belle sperimentazioni che io ricordi erano quelle con gli acquerelli, di cui amavo, più che la resa su carta, il gioco della loro preparazione con il bicchiere d’acqua e i pennelli che regolarmente facevo tracimare sul foglio, in uno tsunami colorato.

Amavo le onde che si creavano sulla superficie, mi piacevano così tanto che continuavo a inzuppare la carta fino a che non si bucava.

Gradivo meno le tempere perché l’odore della vernice non mi piaceva particolarmente, al contrario dei pastelli che una volta provai addirittura ad addentare, tanto ero golosamente attratta dal loro profumo di cera.

I soggetti dei miei disegni erano ricorrenti, se fossi stata mia madre qualche domanda me la sarei fatta, la mia invece si limitava a dire che erano orrendi, ma questa è un’altra storia. Disegnavo solo una casa con il giardino, il vialetto di ingresso, un albero o tre alberi, il sole e le nuvole. Oppure il mare. Animali e ogni altro soggetto non erano di mio interesse e neppure insiti nelle mie capacità espressive.

Torniamo alla casa, aveva sempre un dettaglio di finestre. Non le facevo mai uguali, le spostavo nella facciata, ne mettevo molte o poche, ci disegnavo le tende. Se a mio giudizio riuscivano bene le finestre, l’intera composizione guadagnava una dignità artistica che chiedeva solo il placet materno che puntualmente non arrivava, ma anche questa è un’altra storia.

Perché oggi sto surfando nell’onda di ricordi così tanto lontani? Perché nulla in me è cambiato, nel senso che, anche nella mia piccola passeggiata dell’ora di pranzo, cammino a naso all’aria e … osservo le finestre sulle facciate dei palazzi. Ovviamente non disegno più da allora.

Oggi capisco bene perché la mia produzione d’infanzia ne fosse così ricca: oggi apprezzo il neoclassico del salotto buono del centro cittadino.

Le giornate di sole di questo giovane autunno, aiutano a scandire il racconto delle linee verticali e orizzontali quando non curve delle finestre che si susseguono come note appoggiate in una partitura musicale.

Un piacere per me godere del gioioso trillo architettonico di uno stile apparentemente così severo.

Il neoclassico cittadino è solo il mantello sobrio che nasconde l’animo sbarazzino e monello della città. Per goderselo bisogna tornare bambini e camminare con il naso all’aria.

Pimpra

UN TÊTE À TÊTE, TRA ME E ME

Pensieri del 2015 che sento sempre attuali.

PIMPRA

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L’autunno porta pensieri, si sa.

L’alternarsi delle stagioni posa lo sguardo su un limite più vicino, si osserva la vita da una distanza ravvicinata, potendone quasi sentire l’odore.

Le caldarroste tra poco compariranno, il loro profumo caldo ed invitante sferzerà le giornate sempre più corte, più fredde e melanconiche.

E la polaroid che mi rimane in mano parla chiaro, qualcosa è cambiato.

Le serate di questo autunno improvviso mi hanno trovata preparata, a non farmi sorprendere dalla solitudine, a non lasciarmi travolgere da quell’onda di sottile depressione che, fino a poco tempo fa, entrava impregnando di sè l’essere.

Tanto mi aveva fatto paura la solitudine quanto sto imparando ad amarla. Tanto mi sentivo una disadattata per non essere stata capace di costruire un nulla famigliare, di coppia, di progetto di vita, quanto la libertà di cui godo è – finalmente – vissuta come il più grande dei regali.

Non ho…

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CORPO, BODY SHAMING E CERVELLO.

Fotografo: Carlos Caicedo –  @Cacecada
Modella: Jenny Hedberg – @byjennyyyy

Viviamo in un mondo a tratti stupefacente e terribile, fatto di straordinarie possibilità e di prigioni incredibili, un mondo, o meglio una società che celebra e seppellisce le persone a velocità supersonica.

Credo sia la storia dell’umanità rotolare in discesa verso una meta indistinguibile, rimestare le carte in gioco, modificare le regole, aumentare la velocità.

Il racconto di questa corsa verso il nulla è tempestato di miti che ogni modernità ha affisso nel suo tempo.

Il corpo, nostro motore, fonte di esistenza fisica, è divenuto sempre più significante improprio di un significato in continua trasformazione. Corpo che dovrebbe essere racconto personalissimo e unico con cui l’essere umano celebra il suo vivere, invece…

Ricordo perfettamente la mia adolescenza senza social ma con le riviste di moda che imponevano un’ideale di fisicità/femminilità siderale.

Ricordo lo scoramento che provavo dinnanzi all’evidenza di come fossi divergente da quei modelli imposti, ricordo le prese in giro per il mio fondo schiena abbondante e le tette piccole. Ferite mai rimarginate.

Nel mal di vivere o forse nel vivere male in quanto bersagli di messaggi sbagliati, forse i giovani di oggi hanno una possibilità in più per far sentire la loro voce. A fronte degli odiatori che, a sensazione, sono molto presenti in fasce di età più adulte – il che sembra essere una contraddizione, i giovani, o almeno molti di loro, ritagliano e difendono con forza la loro identità “differente”, scegliendo di allontanarsi dai condizionamenti sociali.

Molti ragazzi esplorano liberi la loro sessualità, non facendo mistero se essa sconfina i canoni tradizionali, giocano con il loro aspetto, rivendicando una libertà che diventa anche potere espressivo.

Numerosi adulti, penso in particolare a quelli dai 45 in su, covano un grande risentimento, un rancore, una gelida rabbia come se tutto ciò che nella loro vita non ha funzionato, meritasse di ricadere sugli altri. Leggiamo spesso di liti sui social scaturite da commenti ignobili scagliati contro altri esseri spesso sconosciuti, come se deridere, distruggere, infamare, seppellire l’altro, fosse il solo modo per risolvere i propri conflitti interiori.

La splendida Vanessa Incontrada posa nuda a difesa del suo e dei nostri corpi, rivendicando la libertà di essere se stessa, nel suo unico canone, ovviamente inverso rispetto a quanto la società attuale disegna.

Siamo sempre più vetrina aperta al mondo e così fragili dinnanzi agli altri e a noi stessi. Forse dovremmo fare un passo indietro e riconoscere che la sostanza migliore di cui siamo fatti è il cervello, con buona pace di tutti gli odiatori seriali.

Coltiva il pensiero e nutri il tuo corpo chissà non sia questa la strategia per vivere finalmente sereni.

Pimpra

INSEGNANTI, MAESTRI, ALLIEVI E TANGO ARGENTINO

L’odioso virus ha colonizzato tutti gli ambiti della nostra vita lasciandoci pochissimo margine di azione e di libertà di essere e di fare come e ciò che vorremmo.

L’essere umano è nato per adattarsi e così sia, sebbene con le ossa rotte e l’umore a terra, stiamo tutti imparando a vivere di nuovo in modo diverso.

Il mondo del tango è tra quelli più colpiti dai nuovi divieti legati alla pandemia. Dopo lo choc iniziale di vedermi costretta ad appendere le scarpette al chiodo, ho sfruttato il periodo per riflettere su alcuni aspetti.

Ripensavo a quanti maestri ho incontrato nei miei anni di studio. Tanti, sicuramente, ricordo gli stage seguiti con professionisti famosissimi, gli innumerevoli corsi, le lezioni private che ho frequentato.

La distanza obbligata a cui la situazione contingente mi costringe, ha fatto luce su un criterio che, in precedenza, nella scelta di percorsi/corsi/stage, non avevo valutato con sufficiente attenzione.

Immagino il maestro come colui che ducit et docet, mi aspetto che egli/ella oltre alla competenza di materia che – ovviamente – gli riconosco, ci metta un ingrediente in più.

Per me il maestro vuole essere generoso del suo sapere, poiché il suo successo passa attraverso il percorso di crescita del suo allievo.

Ho quindi ripercorso tutti gli anni in cui ho studiato, rendendomi conto che tante volte ho incontrato insegnanti che fingevano di essere maestri poiché il dono che facevano del loro sapere arrivava solo fino ad un certo punto.

Insegnare una materia come la danza ha evidentemente mille sfumature, ma resto della mia idea che insegnare, richieda in primis generosità. Si fa dono di se stessi, del proprio percorso, della propria esperienza all’allievo che, a sua volta, evidentemente, elaborerà con i suoi strumenti e le sue capacità, quanto ricevuto.

Mentalmente ho risposto all’obiezione che più volte ho sentito ribattere, ovvero “io non posso/non voglio plasmare a mia immagine e somiglianza l’allievo”. E su questo sono d’accordo ma, senza imporre la mia visione del mondo come unica e assoluta, ciò non vieta all’insegnante di aprire la sua valigia di esperienza e di condividerla.

Questo maledetto periodo, alla fine, qualcosa mi ha insegnato: adesso so chi andare a cercare.

Pimpra

SIX.Q intervista con il professionista. ALESSANDRA JANOUSEK Professional Organizer

Sarà accaduto anche a voi di provare una sorta di disagio, un’emozione negativa non ben identificata, entrando nel vostro ufficio o, peggio, nella vostra casa.

Ambienti che normalmente avete sempre percepito come amici, luoghi nei quali vi sentivate a vostro agio che ad un certo punto, diventano ostili.

Se siete tra coloro che si sentono così, dovreste valutare di farvi aiutare a risolvere il mistero di questa sensazione di disordine da un professionista.

Ho il piacere di proporvi la SIX.Q di oggi con una Professional Organizer, figura ancora poco conosciuta in Italia che può aiutarci a trovare soluzioni organizzative alla nostra vita quotidiana.

Il vantaggio di affidarsi a un professionista qualificato è apprendere il metodo e farlo diventare parte della nostra routine quotidiana, così, senza sforzo, le attività della nostra vita lavorativa e personale diverranno fluide e lievi donandoci un benessere che avevamo dimenticato.

***

SIX.Q INTERVISTA AL PROFESSIONISTA.

1. Alessandra Janousek è una Professional Organizer possiamo intuire di cosa si tratta, vuoi chiarire meglio in che cosa consiste la tua attività?

La mia attività di Professional Organizer consiste nell’affiancare chi chiede il mio supporto nella propria organizzazione personale, con l’obiettivo di ottimizzare la gestione delle proprie risorse in vari ambiti (privato/personale, domestico, lavorativo), per acquisire maggiore consapevolezza dei propri spazi, energie e relazioni, e migliorare il proprio stile di vita e la quotidianità.

L’organizzazione è una competenza che può essere appresa e affinata e nel mio lavoro, con strumenti organizzativi su misura per ciascuna esigenza, accompagno le persone nel loro percorso di alleggerimento e benessere, in particolare nei momenti di transizione.

La figura del Professional Organizer (non esiste una denominazione ufficiale in italiano, ma si può rendere come professionista/consulente dell’organizzazione) è diffusa da molti anni all’estero, in particolare negli Stati Uniti, dov’è nata, e in Nord Europa. In Italia si sta diffondendo, e dal 2013 opera l’Associazione Professional Organizers Italia (APOI), di cui faccio parte.

Io ho scelto di occuparmi in particolare di quella che io definisco l’“arte di governare la carta”, e il mio cavallo di battaglia è la riorganizzazione di archivi, biblioteche e documenti.

Mi occupo inoltre di assistere le persone in particolare dopo un lutto, nella malattia, nella terza età o a causa di eventi importanti, quando affrontare adempimenti e ricordi è ancora più impegnativo e la necessità di alleggerirsi diventa prioritaria.

Nel frattempo, mi sto specializzando in disorganizzazione cronica e disturbo d’accumulo, ambiti molto specifici.

Esistono molti altri ambiti di intervento: domestico, gestione familiare e bambini, pubblica amministrazione, gestione del tempo.

Quest’ultimo punto in realtà è molto trasversale ed è un elemento importante che emerge spesso: riorganizzare le proprie risorse si traduce spesso in un notevole risparmio di tempo (e anche di denaro!).

2. Il mondo moderno è caotico per definizione, come interviene e quali vantaggi reca nella nostra vita l’intervento di un Professional Organizer?

È proprio perché il mondo moderno è così caotico, che è emersa l’esigenza di un professionista che si occupa di organizzazione personale!

Il Professional Organizer entra nella vita delle persone, osserva con rispetto le modalità di “azione” e di gestione del quotidiano, instaura un rapporto molto stretto di fiducia, e opera nella massima riservatezza, proponendo soluzioni organizzative personalizzate. APOI assicura inoltre che i propri associati aderiscano al codice etico.

Solitamente si inizia con un sopralluogo e un colloquio conoscitivo, si definiscono con il cliente gli obiettivi dell’intervento, si formula una proposta di piano d’azione e un preventivo. Successivamente si procede con l’intervento vero e proprio, che è sempre svolto in stretta collaborazione con il cliente.

I vantaggi che si ottengono con l’intervento di un Professional Organizer sono molteplici: l’acquisizione di metodi e strumenti di risoluzione per mantenere i benefici dell’intervento, che si traduce in un miglioramento della qualità della vita e della quotidianità.

3. Quando, secondo te, è giunto il momento di affidarsi a un professionista dell’organizzazione?

Il momento di affidarsi ad un P.O. è estremamente soggettivo, non c’è una regola: quando una situazione crea particolare disagio e la persona si rende conto che non è in grado di far fronte autonomamente alla risoluzione del problema organizzativo, è il momento di chiedere il sostegno di un Professional Organizer.

Non è invece utile (né eticamente corretto) un intervento imposto da altre persone (familiari, colleghi, amici), perché non produrrebbe effetti efficaci, se non condivisi e concordati, in particolare in situazioni di disorganizzazione cronica.

4 Il cambiamento nella vita e nelle abitudini di coloro che si affidano a un Professional Organizer è definitivo e facile da mantenere oppure le ricadute dentro il caos e la disorganizzazione sono frequenti? Se lo sono, secondo te, perché accadono? (ops queste sono due domande!)

Eh sì! queste sono 2 domande! 😉 Ma ovviamente sono strettamente connesse!

L’obiettivo dell’intervento del Professional Organizer è proprio quello di trasmettere un “metodo” organizzativo, non di agire in sostituzione del cliente; questo permette di mantenere i benefici a lungo termine. Inoltre, il cliente viene comunque seguito a distanza di tempo per mantenere un rapporto di fiducia e un contatto costante.

5. A chi ti obietta che nel suo “caos calmo” si trova perfettamente a suo agio, cosa rispondi?

Infatti questa è spesso una (legittima!) obiezione! Se il “caos” non crea disagio, non c’è motivo di intervenire, anche se spesso “assaggiare” qualche spunto di riorganizzazione personale, convince anche i più scettici. L’organizzazione regala molti margini di miglioramento, anzi, come ha detto una mia cliente, regala “libertà”!

6. Per concludere la SIX.Q in modo provocatoriamente allegro, raccontaci, sono più disordinati gli uomini o le donne?

Non credo ci sia una questione di genere in questo ambito…o per lo meno, io non l’ho notata!

Vero è che spesso sono le donne che principalmente si rendono conto di avere la necessità di un supporto in ambito organizzativo, probabilmente perché sono maggiormente gravate da carichi di diversa natura nella loro quotidianità e hanno difficoltà a conciliare famiglia, lavoro, tempo per sé stesse.

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Per contattare Alessandra Janousek:

cell: 360799898

mail: ciao@alessandrajanousek.com

Facebook: Alessandra Janousek Professional Organizer

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Ringrazio moltissimo Alessandra per aver accettato di partecipare all’intervista e… avermi aperto gli occhi su un mondo che non conoscevo.

Pimpra

DOLCE SETTEMBRE

E’ un mese particolare, un po’ come gennaio, settembre segna la ripresa.

Riaprono scuole, l’Università, corsi di ogni genere, la vita riprende a fluire ritmata dagli impegni che ne scandiscono i giorni.

Anche i corsi di tango ripartono in presenza con tutte le dovute cautele del caso. Tutti noi cerchiamo la normalità per riacciuffare il nostro equilibrio.

Settembre sono fiammate di gialli, di rossi e arancio. Non immagino più l’autunno come la stagione che mette fine all’estate, è molto di più: è inizio.

Ci trasformiamo cambiando sembianze interiori e questa mutazione, prima di compiersi, attraversa più fasi. L’autunno è una di queste, forse quella più interessante poiché dallo splendore estivo urlato dalla natura, si volge a un canto roco e profondo, carico di promesse, fatto di luci ed ombre.

Mi accingo a trasformarmi insieme alle foglie, pronta per lasciare andare ciò che sono stata e iniziare la creazione di quella che verrà.

Ascoltando il canto melanconico di giornate sempre più brevi accolgo la dolce luce della sera.

Vi auguro una buona rinascita.

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE. Focus su: il tango è donna, il tango e la donna. CAMILLA CURATOLO

L’ho vista ballare un giorno, per caso, in una pista affollata. Si vedeva solo lei, la sua dinamica fluida e veloce, scattante ed eterea, il tango attraversava il suo corpo come corrente elettrica, elegante e bellissima.

Potevo farmela sfuggire? Certo che no!

Sono felice di proporvi la Six.Q tango intervista di oggi con Camilla Curatolo, buona lettura!

***

SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza
    Camilla Curatolo – Milano

2. Dal tuo punto di vista di artista, professionista e insegnante, quanto incide nella tua danza, la femminilità della donna che sei fuori dalla pista e, al contrario, quanto ti è di ostacolo?
La mia femminilità trova nello spazio-tempo di un brano di tango ballato abbracciati le condizioni perfette per esprimersi:
l’atmosfera creata dalla musica, il contatto della pelle, la connessione e lo scambio con l’altra persona. E’ una questione molto intima la femminilità,
che a mio avviso si traduce nel tango in armonia e naturalezza dei movimenti. Ha poi una forte componente istintiva e necessita come presupposti
equilibrio e comodità che io ritrovo ai massimi livelli indossando scarpe basse. La sfida per me, quando si tratta di ballare di fronte al pubblico,
sta nel coniugare l’estetica di una scarpa con tacco alto alla potenza espressiva che ottengo in scarpe da ginnastica
.
La dicotomia che sperimento tra essenza e apparenza (in senso statico) ed il fatto che dia spesso precedenza alla prima ha ostacolato il mio
“successo” nel tango professionale? Può essere, ma d’altra parte il mio ballo è molto sincero e l’espressione è necessità e ragione stessa dell’atto.
Nell’insegnamento utilizzo la mia idea e percezione di femminilità per spronare le persone a sperimentare ed esprimere la propria in modo autentico.

3. Quando insegni quale è il cambiamento psicologico, se avviene, che noti nelle allieve?
Nel tango le persone si mettono in gioco mentre sperimentano un modo tutto nuovo di muoversi e relazionarsi.
Coloro che si appassionano, prendono man mano confidenza con se stessi, affrontano tante paure e insicurezze, si creano obiettivi e aspirazioni:
il cambiamento psicologico è inevitabile.
Dal mio punto di vista trovo stupendo e superappagante riuscire a facilitare lo sblocco di quelle tensioni che si riflettono sul corpo ma che
derivano in realtà dal profondo. Vedere allievi che si avvicinano sempre più all’idea che si sono fatti di se stessi ed accompagnarli nel processo

è il massimo.

4. La follower moderna non è più legata al sesso femminile. Lo stesso vale per il leader. Nel caso specifico della/del follower, elenca quali sono, secondo te, vizi e virtù dello studio di ruoli non tradizionalmente riconducibili alla coppia Maschio/femmina.
Penso che tutti dovrebbero cimentarsi anche nello studio del ruolo opposto al proprio (che per altro non deve essere necessariamente legato al sesso),
non vedo alcuna controindicazione bensì innumerevoli spunti di riflessione e miglioramento. Ovviamente gli allievi devono essere guidati in modo corretto durante il processo, bisogna sicuramente evitare atteggiamenti caricaturali dei vari ruoli e gli insegnanti devono essere di esempio in questo ed all’altezza del compito.
Lo stereotipo per cui le donne che studiano da leader poi diventano ingestibili nel ruolo di follower secondo me è assolutamente falso,
penso semplicemente che ci siano alcune donne il cui ruolo più spontaneo sia quello di leader.
Fino a qui ho parlato di studio (lezioni e pratiche). Quando si tratta invece di ballo in milonga trovo perfettamente legittimo che le persone non intendano
cimentarsi nel ruolo opposto e/o non vogliano ballare con qualcuno del proprio sesso: il ballo deve essere inananzitutto piacere
ed ognuno deve poter seguire le proprie inclinazioni liberamente
.

5. Secondo te il tango fa bene alle donne? Nel corpo ma, soprattutto nello spirito? Aiuta le donne a ritrovare se stesse, la loro femminilità,
ad esaltarla, a farci pace… ? Hai avuto riscontri in tal senso dalle tue allieve?

Il tango fa bene e fa male. Ho visto donne sbocciare, deprimersi, arrabbiarsi, sciogliersi, affrontare i propri demoni, buttarsi a capofitto alla ricerca di sé o di un ballerino, morire di invidia, sopportare i tacchi, amare i tacchi, scoprirsi, vincere la timidezza, abbracciare per la prima volta, sentirsi indipendenti all’interno di una coppia. Ho visto donne scomode, scomodissime ed altre lucenti.
Ho visto donne sopportare, accontentarsi, vincere, fare amicizia, innamorarsi, sentirsi forti, scegliere, fare un salto di qualità.
Ho visto e vissuto esperienze contrastanti, ognuno arriva al tango con il proprio bagaglio ed i propri sogni
.
Come sempre nella vita ci vuole anche un pò di fortuna nell’incontrare le persone giuste con cui condividere il cammino.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.
Per rimanere in tema con l’intervista chiudo come segue (chi mi conosce di persona probabilmente mi ha già sentito pronunciare frasi simili).
In generale, la maggioranza numerica ed il fatto che gli uomini studino poco possono rendere il ruolo femminile frustrante. Vedere uomini mediocri che appena mettono due passi in fila si sentono superman è ancora più frustrante e squallido. Forza donne, restiamo unite e sosteniamoci a vicenda con gioia.
Valorizziamo noi stesse e gli uomini che se lo meritano ;P Viva il tango.

***

Per studiare e per contattare la Maestra:

Contatti personali: fb Camilla Curatolo – cell. +39 340 710 7123
Corsi regolari presso A.S.D. TangoZeroDue a Spazio Lambrate, viale delle Rimembranze di Lambrate 16, Milano
Sito web: tangozerodue
Pagina fb: tangozerodue

***

Ringrazio molto Camilla per aver partecipato all’intervista!

Pimpra

SIX.Q intervista con l’autore. DENIS MURANO “RISORSE INUMANE. Diario segreto di un direttore del personale”

Sono davvero orgogliosa di aprire un nuovo capitolo di SIX.Q “interviste con l’autore”, ospitando uno dei best seller dell’estate “Risorse inumane. Diario segreto di un direttore del personale”.

Seguo da tempo i post di Denis Murano su Linkedin, ogni giorno uno stimolo, uno spunto di riflessione, quando non addirittura una piccola consolazione alla mia giornata “in gabbietta” (ufficio ndr).

Di certo la mia realtà professionale è distante anni luce dalla sua, brillantissimo e giovane manager delle risorse umane, ma poco importa, il testo che ci offre parla a tutti, a tutti i livelli della/e scale gerarchiche, di aziende, piccole realtà imprenditoriali, private o pubbliche.

La vita professionale di ognuno di noi è costellata di una serie di sfumature che ci accomunano. Il pregio di questo delizioso libro è di parlare schietto, senza censure, senza sconti.

Lo consiglio caldamente, si legge d’un fiato.

Attenzione: crea dipendenza e ne chiederete subito un altro!

Godiamoci quindi la Six.Q intervista con l’autore Denis Murano!

***

  1. Cosa l’ha spinta a scrivere il libro “Risorse Inumane. Diario segreto di un direttore del personale”?

Lavoro da decenni nell’ambito delle risorse umane ed ero stanco di leggere quei librettini di management in cui viene descritta l’azienda ideale. In cui si parla di leader illuminati, colleghi in cui brucia il sacro fuoco del rispetto e della collaborazione, e imprenditori più caritatevoli del messia.

Più libri leggevo e più pensavo fossero delle puttanate. Nella mia esperienza non ho mai visto niente di quello che veniva raccontato. Per carità magari sono io uno sfigato, ma vi assicuro che ho lavorato in tantissime aziende, anche molto famose, e niente, la storia era sempre la stessa. Tutti i giorni avevo a che fare con Manager incapaci, imprenditori con visioni miopi ed egocentriche, e persone che non facevano altro che rompere i coglioni. Il mito dell’azienda perfetta non reggeva di fronte alla realtà che è fatta di dinamiche molto umane anzi spesso INUMANE. Preso da questa immensa ispirazione ho buttato giù un po’ di esperienze e mie riflessioni. 

Non pensavo potesse diventare un libro, e non pensavo che tantissime persone mi avrebbero contattato per farmi i complimenti e per dirmi che quello che avevo scritto era tutto vero, che era successo anche a loro e nelle aziende in cui lavorano

2. Quali sono, secondo lei, le differenze sostanziali tra i manager pubblici e quelli privati, i vizi e le virtù di entrambi.

Sinceramente non ho mai lavorato nel pubblico e quindi non vorrei scadere in banali stereotipi. Penso che sia nel pubblico che nel privato si possano trovare manager pessimi o bravissimi. Oggettivamente il contesto è molto diverso e penso questo faccia una grande differenza. I manager nel privato lavorano a scopi di “lucro”, vengono formati e catechizzati verso il raggiungimento dell’obiettivo annuale o di quarter. I Manager nel pubblico lavorano per il bene comune, con l’obiettivo di fare il meglio per la comunità. Il loro obiettivo è meno tangibile ma non meno importante. Purtroppo il settore pubblico per anni è stato il bacino da utilizzare come moneta di scambio. Per dare lavoro in cambio di favori, voti, ecc. Ma questo è un problema culturale del nostro paese. Checco Zalone docet.

3. La paura di cambiare è una delle ancore più incagliate nelle grandi realtà aziendali e non. All’inno di “abbiamo sempre fatto così” le aziende falliscono e le PA deludono il loro cliente: il cittadino. Secondo lei, da dove si dovrebbe iniziare per portare il coraggio del cambiamento in seno agli uffici?

L’essere umano resiste al cambiamento. E’ un dato di fatto. Siamo tutti con il freno a mano tirato e quindi cambiare non è facile. Mai. Per aiutare il cambiamento bisogna creare il contesto giusto per fare in modo che il cambiamento avvenga. Siamo troppo bravi a trovare il colpevole e tralasciamo sempre le cause. E’ molto più facile e divertente giocare alla caccia alle streghe piuttosto che trovare le origini dei problemi. Bisognerebbe invece promuovere una sana cultura dell’errore. Chi sbaglia ci sta provando e quindi non andrebbe punito ma aiutato.

4. Nel libro, Alice è la giovane assistente che lei seleziona per il suo team: determinata, desiderosa di imparare e di mettersi in gioco, preparata e curiosa. Secondo lei, si può ritrovare o trovare per la prima volta la propria “Alice” anche dopo molti anni di lavoro alle spalle?

Alice per me è un simbolo, e non a caso è una donna. Ho lavorato con tanti manager e le migliori erano donne. Alice è il simbolo della genuinità e del modo corretto di approcciare al lavoro. Non è come il Dott. X ormai corrotto dal sistema. Alice ha un sano ottimismo nei confronti del lavoro, ed ha dei valori e dei principi sani. Ecco ritrovare la propria “Alice” secondo me significa ritrovare i propri valori e principi e lavorare in maniera coerente con essi. Non è facile perché spesso l’ambiente ti porta ad adattarti a dinamiche molto più torbide.

5. Risorse Inumane ha un riscontro editoriale enorme ed è quasi introvabile in libreria. I suoi lettori sono trasversali a ruoli e attività professionali. Come si spiega la natura di questo grande successo, a quali interrogativi ha dato voce con tanta spudorata sincerità?

Sinceramente non pensavo di scrivere un libro e non pensavo che la gente lo avrebbe comprato. A me piace leggere e una cosa che odio è iniziare un libro che poi non mi piace. Quando succede lo lascio a metà e lo rimetto in libreria. Ecco io volevo scrivere un libro che non venisse lasciato a metà. Un libro onesto, divertente e che ti faceva venire voglia di finirlo. E l’ho scritto senza pretese, non voglio insegnare niente a nessuno, ma solo raccontare delle esperienze da un punto di vista di una persona che fa un lavoro che, mi sono reso conto, non tutti conoscono.

6. Six.q si chiude, per tradizione, con la stessa domanda: dica quella cosa che non hanno mai osato chiederle.

In realtà tanti mi chiedono chi io sia. Beh non lo dirò mai.

***

Una verve ironica, sottile, tagliente, la spudoratezza della verità senza veli vi aspetta tra le pagine di un testo che vi suggerisco assolutamente di leggere.

Ringrazio ancora Denis Murano per aver accettato l’invito alla SIX.Q intervista con l’autore.

Pimpra

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SIX.Q TANGO INTERVISTE. Focus su: il tango è donna, il tango e la donna. FRANCESCA BRANDI

La Six.q di oggi si sposta a nord Ovest per incontrare un’artista che ho visto più volte esibirsi apprezzandone i gesti sinuosi e la grande capacità tecnica, vi presento con piacere Francesca Brandi!

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza
    Francesca Brandi – Genova

2. Dal tuo punto di vista di artista, professionista e insegnante, quanto incide nella tua danza, la femminilità della donna che sei fuori dalla pista e, al contrario, quanto ti è di ostacolo?


E’ una domanda a cui ho pensato tanto prima di rispondere. Ho pensato a me all’interno dell’abbraccio e ho cercato di paragonarlo al mio modo di essere al di fuori del tango, all’immagine che gli altri possono avere di me! In realtà dovrebbero essere quelli che mi conoscano bene a rispondere ! Io credo che coincidono anche se non in tutto o meglio, forse quando ballo prevale la parte di me della mia femminilità che nella vita di tutti i giorni tengo un pò nascosta. Nell’abbraccio sono molto di più accondiscendente, accogliente, cerco una soddisfazione che arrivi passando dall’accontentare l’altro, dal riuscire a soddisfare le richieste, il desiderio di chi mi sta abbracciando. La magia accade quando anche l’altro la pensa come me. Credo che ci voglia molta generosità nell’abbraccio, molto ascolto, è quello che io vedo come femminilità, del resto io sono molto di più un maschiaccio. La femminilità come seduzione serve nella ricerca della sicurezza in se stesse, bisogna stare bene con il proprio corpo e con il proprio io per ballare bene. Da qui secondo me non si scappa.

3. Quando insegni quale è il cambiamento psicologico, se avviene, che noti nelle allieve?


Insegno oramai da più di 15 anni, ho visto un grande cambiamento nell’approccio delle allieve al mondo del tango. I primi anni arrivavano con molte meno aspettative, erano più pazienti, crescevano insieme al proprio compagno di ballo , a volte lo “aspettavano” essendo il ruolo di leader sicuramente più complesso.Si approcciavano alla milonga con meno aspettative, coscienti che ci fosse un percorso da rispettare e gustandosi comunque quello che il perso riservava nelle sue tappe. Con il tempo le ho viste diventare un pò più pretenziose, convinte che la vetta si dovesse raggiungere con un balzo. Forse troppa aspettativa ha portato avanti più frustrazione e delusione.
Banale dire che dal punto di vista fisico , ovviamente riscontro, come del resto è successo anche a me, a un ritornato piacere al tacco alto , in un’epoca di sneackers dipendenza , della gonna e delle armi seduttive classiche. E questo è sicuramente positivo, secondo me se fosse anche accompagnato a un ritorno alla lentezza vero, del resto con i tacchi non si corre bene ;-)) sarebbe perfetto per gustarsi appieno quello che il tango può dare.

4. La follower moderna non è più legata al sesso femminile. Lo stesso vale per il leader. Nel caso specifico della/del follower, elenca quali sono, secondo te, vizi e virtù dello studio di ruoli non tradizionalmente riconducibili alla coppia Maschio/femmina.


Credo che lo studio nei due ruoli possa diventare un’arma a doppio taglio. E’ bello, ma molto difficile da gestire. Nel ruolo della donna follower c’è una buona dose di istintività, data da un ruolo un poco più passivo (permettetemi di dirlo senza uccidermi!!!) che possa venire “inquinato” da una troppa consapevolezza tecnica

Vizi per la follower : perdere in spontaneità, perdere in ascolto, rischio di saltare il sottile filo fra la proposta e la conduzione, perdere in femminilità, perdere la piacevole sensazione di abbandonarsi all’ascolto senza coinvolgere la testa .Quest’ultimo punto ho sentito di provarlo io nel momento che ho iniziato ad insegnare e quindi gioco forza ho dovuto far entrare di più la testa codificando movimenti che per me erano spontanei.
Virtù per la follower : consapevolezza di quello che si fa e soprattutto di quello che non si dovrebbe fare!! A scuola, per esempio, provando nell’altro ruolo si può capire davvero bene quale sia il confine fra la risposta all’input del ballerino e partire per i cavoli propri e quindi anticipare :-)) come il corpo debba essere “sostenuto”, quali siano le caratteristiche piacevoli di una brava ballerina.

Vizi per il leader : non mi vengono in mente, non credo ci siano.
Virtù per il leader : consapevolezza dell’importanza della connessione, consapevolezza del confine fra la giusta marca e la violenza ;-))) importanza di un abbraccio deciso ma piacevole, ascolto dei tempi di risposta
, comprendere l’importanza che ha una guida chiara e soprattutto sicura.
Per tutti i ruoli direi può aiutare alla comprensione e alla tolleranza evitando i chi te l’ha chiesto? Non me l’hai detto, mi anticipi, non mi ascolti, quello mi porta meglio, quella mi abbraccia meglio, quello mi dice che sono bravissima, quella mi dice che con me si diverte…ecc..ecc.. ;-))

5. Secondo te il tango fa bene alle donne? Nel corpo ma, soprattutto nello spirito? Aiuta le donne a ritrovare se stesse, la loro femminilità, ad esaltarla, a farci pace… ? Hai avuto riscontri in tal senso dalle tue allieve?

Il tango fa bene a tutti. Attiva una trasformazione profonda, o meglio riporta ad un ascolto di noi stessi, del nostro corpo, del nostro istinto, del nostro io a volte sommerso, dimenticato o lasciato da parte. A me ha aiutato ad aprirmi agli altri soprattutto a superare le mie barriere fatte di timidezza e riservatezza. Il più grande scoglio da superare, l’ho provato io e lo riscontro nelle allieve , è l’abituarsi al contatto fisico così intimo, all’abbraccio che mette quasi a nudo il tuo corpo e il tuo modo di essere Mi ricordo una volta un ballerino mi disse alla fine di una tanda, tu non ti lasci mai andare fino in fondo, arrivi fini ad un certo punto e poi torni indietro. Questo mi fece molto riflettere, aveva proprio ragione, ero io. Quando le donne riescono a superare questo scoprono il piacere dell’affidarsi, di sentirsi protette, del dialogo che può avvenire anche senza le parole attraverso il corpo. Non è un caso che in questo periodo di distanziamento sociale, dove il contatto fisico è stato ridotto o addirittura eliminato, abbiamo avuto tutti più bisogno delle parole, quasi a colmare il vuoto che riempivamo con i gesti , gli abbracci, le carezze.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.


Mi sa che ne ho dette già troppe ! 😉 Mi piacerebbe ricordare perchè mi sono innamorata del tango….mi ha affascinato molto vedere come la differenza generazionale fosse tranquillamente annullata nella fusione di un abbraccio che funziona, un abbraccio che supera la differenza di età , di ceto, di bellezza, di credo….come certe barriere fra le persone vengono superate velocemente da una passione comune, quante volte ho pensato che quell’uomo sconosciuto a cui mi abbracciavo se mi avesse avvicinata in un bar per offrirmi un caffè mi avrebbe fatta allontanare :-)) w il tango!

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Per studiare e per contattare la Maestra:
Sede e indirizzo della scuola: Corsi presso Circolo Matteotti Via del Fossato 2 canc. Genova – Cus Genova Via Montezovetto, 21 a Genova
Sito web: www.sergioyfrancesca.com
Pagina fb : Sergio Y Francesca – Scuola stabile di tango argentino

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Ringrazio molto Francesca Brandi per aver partecipato alla SIX.Q tango intervista.

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE Focus su “Il tango è donna, la donna e il tango”: Marianna Carpene

L’ho vista ballare e non ho potuto togliere gli occhi dai movimenti di questa libellula tanguera.

Godiamoci l’intervista a Marianna Carpene!

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza

Marianna Carpene, vengo dalla città di Verona

2. Dal tuo punto di vista di artista, professionista e insegnante, quanto incide nella tua danza, la femminilità della donna che sei fuori dalla pista e, al contrario, quanto ti è di ostacolo

Nella sua espressione più autentica credo che la danza (come parte del più grande mondo dell’Arte, chiaramente) sia un canale potentissimo di trasmissione della propria individualità, che va molto oltre la propria femminilità!

E la costruzione – al di là degli aspetti tecnici universali – di un proprio stile di insegnamento, di performance o di ballo sociale è strettamente legata allo sviluppo della personalità e alla presa di coscienza delle potenzialità del proprio modo di muoversi nello spazio, della propria “attitudine”.

Ma tutto è parte di un processo di ricerca e scoperta, quindi come tale è incostante e in continuo cambiamento.

Di conseguenza anche la percezione che abbiamo di noi stesse, del nostro corpo, della nostra emotività e femminilità è mutevole. Per questo motivo ogni volta che balliamo ci sentiamo diverse…una delle tante magie del Tango, per fortuna.

3. Quando insegni quale è il cambiamento psicologico, se avviene, che noti nelle allieve? 

Nella nostra disciplina è quasi inevitabile il confronto con sé stesse: dalla riscoperta del proprio corpo, del modo in cui “esistiamo” nello spazio, di quello che possiamo trasmettere e percepire quando balliamo

Sono tutti aspetti introspettivi che nella vita quotidiana quasi sempre ci vengono preclusi. Quante ore passiamo mediamente guidando, sedute ad una scrivania al lavoro, ad occuparci della casa, della famiglia, di noi stesse? In tutta questa frenesia – e per il tipo di società in cui viviamo oggi – è oltremodo facile dimenticare quale sia il nostro stadio naturale…come si cammina, come si respira, come si può essere attivi e presenti senza essere per forza in tensione.

Soprattutto per noi donne contemporanee è molto difficile “lasciare andare”, aspettare, fidarsi, concentrarsi su una dimensione più interiore per migliorare o perfezionare il nostro modo di muoverci.

E’ come essere obbligati a guardarsi a fondo in uno specchio…non piace a tutti, ci sono reazioni molto diverse, dalla gioia, alla commozione, allo sconforto o alla fuga addirittura.

L’importante però è che ogni donna possa vivere questo percorso secondo i propri tempi e credo che questo sia un compito molto importante per chi insegna. Se riusciamo a rispettare ed accompagnare le esigenze ed i timori di ognuna delle nostre allieve il risultato è sempre una crescita reciproca.

4. La follower moderna non è più legata al sesso femminile. Lo stesso vale per il leader. Nel caso specifico della/del follower, elenca quali sono, secondo te, vizi e virtù dello studio di ruoli non tradizionalmente riconducibili alla coppia Maschio/femmina.

A dir il vero trovo più vizi che virtù nella possibilità di sperimentare un ruolo diverso da quello tradizionale – che poi di tradizionale non so quanto ci sia visto che il tango si ballava originariamente tra uomini

In ogni caso, qualsiasi cosa stimoli la nostra curiosità ed arricchisca la nostra conoscenza non può che far bene al nostro ballo e al nostro essere!

Nuove sensazioni, nuove prospettive e nuove difficoltà spesso aprono strade di esplorazione inaspettate e ci permettono di capire meglio noi stesse e l’altro durante il ballo.

Ci sono coppie leader/follower maschio/femmina assolutamente divine, ma ce ne sono tante altre con ruoli invertiti o con ballerini dello stesso sesso che sono altrettanto incantevoli…insomma l’Arte è Arte e la Bellezza è Bellezza. In tutte le sue forme e sfaccettature.

L’unica cosa che conta è rimanere fedeli al proprio modo di essere e al proprio modo di esprimersi.

5. Secondo te il tango fa bene alle donne? Nel corpo ma, soprattutto nello spirito? Aiuta le donne a ritrovare se stesse, la loro femminilità, ad esaltarla, a farci pace… ? Hai avuto riscontri in tal senso dalle tue allieve?

Come dicevo prima la scoperta di sé stesse è un percorso quasi obbligato per molte donne che si avvicinano al mondo del Tango, è un po’ come andare in terapia o ricevere della consulenza psicologica! Solo che molto spesso siamo allo stesso tempo le dottoresse e le pazienti.

Curiamo noi stesse e affrontiamo a tu per tu le nostre insicurezze e le nostre paure durante il nostro percorso di studi, ballando o imparando la tecnica poco importa.

Ogni volta che siamo in movimento ci mettiamo in gioco e facciamo emergere le nostre forze e le nostre debolezze.

Credo comunque che il Tango faccia bene a tutti, non solo alle donne!! Sono molto paritaria in questo senso ☺

La crescita personale serve sempre, ad ognuno di noi

Diciamo che forse, a differenza di altri aspetti della società in cui la figura femminile è esaltata prevalentemente per le proprie caratteristiche estetiche, nel Tango la donna brilli, incanti o emozioni soprattutto per il proprio carattere, per la propria personalità e per la propria “onda”.

Non mancano di certo gli esempi di ballerine straordinarie ed emozionanti con corpi più che normali.

Il nostro ruolo di ballerine ed artiste è quello di essere veicolo di emozioni, di sensazioni e soprattutto di energie. Tutto questo ha poco a che vedere con la nostra struttura fisica.

In questo senso quindi sì, è sicuramente un ambiente in cui ogni donna può trovare ed esprimere una sua bellezza unica ed irripetibile (che meraviglia!) 

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

Dico sempre tutto, anche se non me lo chiedono…ahimé!! ☺

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Per studiare e contattare la maestra:

Sede e indirizzo della scuola: Verona c/o Centro Polisportivo Don Calabria

Sito web: Nueva Onda Milonguera

Pagina fb: Nueva Onda Milonguera 

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Ringrazio molto Marianna di aver accettato l’invito a partecipare alla SIX.Q sul tango femminile.

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE. Focus su “Il tango è donna, la donna e il tango”: MIMMA MERCURIO

Sono molto felice di presentarvi la SIX.Q di oggi con Mimma Mercurio, un’insegnante che ho sempre ammirato da lontano.

Godetevi la sua testimonianza frutto di anni di passione tanguera sempre vissuta con intensità, serietà e dedizione.

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza

Mimma Mercurio, sono una siciliana trapiantata a Roma.

2. Dal tuo punto di vista di artista, professionista e insegnante, quanto incide nella tua danza, la femminilità della donna che sei fuori dalla pista e, al contrario, quanto ti è di ostacolo 

Mentre danzo, viene fuori qualcosa di intimo e sottile della mia personalità. L’essere donna, l’armonia e il fluire delle emozioni si mescolano e in qualche modo influenzano la sinuosità dei miei movimenti. Il seguire ed interpretare il movimento dell’altro, aggiungendo la mia energia e la mia personalità e’ la cosa che più mi affascina del tango. Ho sempre apprezzato del ballare tango la non ostentazione della femminilità, ma la naturalezza del movimento femminile, la grazia, la dolcezza, l’irruenza e l’eros che da questo ne scaturisce in maniera non forzata e finta. L’essere sensuale senza voler essere a tutti i costi sexy. Aborro la sfrontatezza, gli abiti esageratamente succinti ed appariscenti, che se pur scollati e corti a mio parere “coprono“ la vera bellezza di una donna. Diventano una “corazza”, una maschera. Per me ballare e’ scoprire l’anima, lasciare scorgere qualcosa di intimo e personale. Danzare e’ essere eleganti e allo stesso tempo semplici. E’ come un fiore che sboccia e poi si richiude, che mostra la sua bellezza, i suoi colori, al suo partner. Ma non spiattella la bellezza, non ostenta. E’ uno schiudere l’anima e mostrarsi “nudi” e forti e fragili allo stesso tempo. Non sono una “pantera” nella vita e non credo di esserlo nel tango, ma mi riconosco una forza vibrante e una capacità di lasciarmi andare all’abbraccio accogliente e generoso dell’altro, che penso renda femminile il mio danzare. Mi piace ascoltare e rispondere, sorprendere, aderire, svelarmi e nascondermi, un gioco, un dialogo e non un monologo. Inseguo una simbiosi che riesca a mettere in evidenza il mio essere donna, non omologata alle altre. Perché mi piace pensare che siamo tutte diverse, e che ballando contribuiamo a creare bellezza, ora nel movimento sinuoso, ora nel movimento secco, forte, debole, morbido, spigoloso, basso, alto, fragile, determinato. La femminilità ha tanti colori e sfumature, e attraverso il movimento nel tango abbiamo la possibilità di farli esplodere e brillare.

Se devo rimproverarmi qualcosa, forse un po’ più di faccia tosta e di spavalderia, avrebbe giovato

3. Quando insegni quale è il cambiamento psicologico, se avviene, che noti nelle allieve? 

Spesso incontro allieve che nella vita hanno ruoli di prestigio, di comando, e che fanno fatica a connettersi con l’altro. Prevale la loro spinta a “comandare”, ma quando riescono a cambiare sguardo, a trovare la fiducia nell’altro, a chiudere gli occhi, ritrovano una femminilità ed una sensualità impressionante. 

Di contro mi ritrovo anche allieve molto timide, impacciate, che fanno fatica a indossare una gonna o un top scollato. Mi è capitato di vedere sbocciare queste allieve e diventare delle vere milonguere. Lo vedi da come si vestono, da come tengono i capelli. Poi magari finita la serata, ritornano a essere le timidone di sempre. Il tango ha permesso loro di far emergere il loro lato sensuale.

Devo dire che riscontro anche molta “paura” di affidarsi all’altro, non è così ovvio e semplice abbracciarsi. Il contatto fisico fa paura. Il non fidarsi dell’altro, credo che questa cosa in questo tempo storico, la dice molto lunga.

Altro atteggiamento è l’essere snob, -“con quello non ci ballo, quello non mi piace”, insomma esageratamente schifiltosi, in entrambi i ruoli, non solo le donne

Ballare è esserci per l’altro, è un gesto di altruismo. Ballare è dare, è darsi. Quindi essere generosi. Ecco quando succede questo, si balla bene e con piacere. E a volte questo accade.

4. La follower moderna non è più legata al sesso femminile. Lo stesso vale per il leader. Nel caso specifico della/del follower, elenca quali sono, secondo te, vizi e virtù dello studio di ruoli non tradizionalmente riconducibili alla coppia Maschio/femmina.

Devo dire che il pregio di molte ballerine e’ quello che amano studiare, mettersi alla prova, ballare, ballare, ballare, studiare, studiare, provare, provare, provare. Studiare nel cambio di ruolo lo trovo molto importante, misurarsi e mettersi nei panni dell’altro. La prima cosa che succede nelle mie allieve che si sperimentano nel ruolo di leader è il rendersi conto di quanto sia complicato “l’altro ruolo”, di come sia difficile guidare. La seconda cosa che avviene, dopo questo primo step e’ quello di desiderare di ballare con un follower leggero (non nel solo senso di magrezza), accondiscendente, non troppo pretenzioso. La terza cosa che succede, e’ che ballando da leader comprendono meglio il loro ruolo di follower. Si rendono conto di quanto sia importante e prioritario l’ascolto, la connessione, di quanto incida ballare con il sorriso, con la leggerezza in tutti i sensi, trovare un/a partner aperta e disponibile. Perché il tango si fa in due, e senza connessione, senza l’ intenzione di volersi “parlare”, senza la disponibilità ad ascoltarsi, non c’è tango, in un ruolo o nell’altro.

Alcuni leader di buon livello che ballano anche da follower, sono veramente eccezionali, li vedi lí che chiudono gli occhi, che si concentrano nell’ascolto, che si divertono. Lavorano con la dissociazione, azzardano boleos. Devo dire che sono in minoranza gli uomini/leader che studiano seriamente da follower. Capita molto più spesso che donne/follower studiano entrambi i ruoli e ballino anche in milonga nei due diversi ruoli.

Tante donne stufe di stare in panchina in milonga, a fare tappezzeria, anziché abbandonare, o semplicemente a lamentarsi che nessuno le invita, hanno cominciato ad approfondire l’altro ruolo. La trovo una cosa bella

Perché spesso sento solo lamentarsi di ciò che non va, e non si fa nulla per migliorare se stessi e l’ambiente che si frequenta. Si addossa la “colpa” sempre a qualcos’altro fuori di sé.

Alcuni leader che si sperimentano nel ruolo di follower risultano a volte “pesanti”, o molto spesso accade che follower che sperimentano il ruolo di leader si lamentino di avere un partner non collaborativo. Frasi tormentone che mi riferiscono più spesso durante le lezioni e le pratiche:

non si sposta, e’ incollato 

ci vuole la gru, e’ un trattore, un frigorifero, un mobile….

e’ esile, ma sembra che pesa 100 kg 

non gira, non ruota, s’impunta…

vuole guidare lui, non si lascia guidare

Potrei raccontare aneddoti su aneddoti !!!

5. Secondo te il tango fa bene alle donne? Nel corpo ma, soprattutto nello spirito? Aiuta le donne a ritrovare se stesse, la loro femminilità, ad esaltarla, a farci pace… ? Hai avuto riscontri in tal senso dalle tue allieve?

Penso che il tango faccia molto bene in generale, a uomini e donne.

All’essere umano fa bene, perché lo mette in contatto con se stesso, perché permette di potersi esprimere senza le parole, ma attraverso il proprio corpo. Perché è un veicolo con cui fare passare le proprie emozioni. Perché è un’arte meravigliosa che coniuga sentimento, corpo, poesia, movimento, musica, interiorità, dialogo, comunanza, vicinanza. Perché ti apre ad una socialità, perché ti fa prendere confidenza con il tuo corpo, e si per le donne fa scoprire la propria femminilità, la valorizza, ti “abbellisce”. Perché ti riempie e ti svuota.

L’abbraccio ti riempie. La mente si svuota. La musica ti riempie.

Le emozioni circolano. Il corpo si muove e si rigenera.

Per ballare tango, ti prepari, ti vesti carina, ti trucchi, pronta per approcciare il partner sottilmente e “carnalmente”.

Ballare ti fa sognare, ti smuove dentro, ti fa incontrare l’altro. Ti fa sentire parte di una comunità. Ti fa compagnia, ti consola, ti sfida, ti mette alla prova, ti da energia, ti toglie il sonno, ti rende vivo.

In questo periodo di distanziamento sociale, il Tango e’ stato un’ancora di salvezza per molti. Sembrerebbe un controsenso, il tango, il ballo dell’abbraccio, come può essere coniugato in altra maniera? Senza abbraccio, non c’è tango. Ed è vero, ci manca, ci è mancato da matti, nell’impossibilità di andare in milonga, di ballare, di andare alle maratone, o ai festival, ai raduni, si è aperta la grande possibilità di soffermarsi sulla Tecnica, sull’ascolto musicale, sui testi poetici dei brani, ci si è potuti interessare della storia dei grandi personaggi (maestri, musicisti, poeti, cantanti, ballerini delle varie epoche fino ai giorni nostri). Tutto si può trasformare in opportunità, se non ci si arrende.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

Una cosa che mi piace dire, che nonostante siano passati 22 anni da quando ho iniziato a ballare, sento ancora dentro un grande fuoco, una grande gioia, un afflato speciale per il Tango. Non mi ha stancato, sento che c’è sempre da imparare, scoprire, conoscere, investigare. Un mare infinito, che non si esaurisce, acqua sempre nuova, fresca. A volte onde alte, altre volte acqua placida, ma mai ferma e stagnante.

Vorrei continuare a lavorare, sperimentare, gioire del e col Tango, questo è quello che interiormente sento.

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Per studiare e contattare la Maestra:

Scuola Meditango di Roma via Cupa 5.

Sito web: meditango

Pagina fb: Mimma Mercurio scuola Meditango

Profilo Fb: Mimma Mercurio

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“Ballare è esserci per l’altro” solo per questa frase Mimma ha un posto nel mio cuore, la ringrazio tantissimo di aver partecipato!

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE . Focus su “Il tango è donna, la donna e il tango”: FRANCESCA AUTERI

La carovana delle interviste SIX.Q si spinge nella bellissima Sicilia intervistando una delle numerose e incantevoli tangueras, artiste e insegnanti che popolano quella meravigliosa terra.

Godiamoci quindi l’intervista dell’amica Francesca Auteri da Catania.

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza.

Francesca Auteri, dalla sicilianissima Catania.

2. Dal tuo punto di vista di artista, professionista e insegnante, quanto incide nella tua danza la femminilità della donna che sei fuori dalla pista e, al contrario, quanto ti è di ostacolo. 

Per me essere donna e essere danzatrice, o ancora, essere una danzatrice donna, sono due elementi che s’intersecano fortemente ma senza doversi per forza contraddire l’un l’altro, anzi. Spesso nel tango la femminilità (o ciò che nell’immaginario comune è associato “all’essere femmina”) viene estremizzato e tramutato in stereotipo (forse una gabbia?) di genere. Ma l’essere donna va ben oltre il tacco 10 e la gonna con spacco inguinale; è un sentire profondo, viscerale, una connessione con ciò che di più antico esiste in noi, con la nostra ciclicità corporea, il nostro sangue, le nostre ossa. Una danzatrice donna sarà sempre donna, fuori dalla scena e in scena, quando insegnerà e quando berrà un caffè bruciato al bar; sarà donna a prescindere da cosa indosserà, da quale orientamento sessuale avrà, da cosa mangerà la sera a cena. 

3.Quando insegni quale è il cambiamento psicologico, se avviene, che noti nelle allieve? 

Il tango, come tutte le discipline degne di chiamarsi tali, è a tutti gli effetti un profondo percorso conoscitivo del sé più intimo. Quindi, in primis, ci si riappropria del corpo, della capacità di sapersi muovere da soli e in coppia; si allontana la paura del contatto con l’altro, si riscopre l’abbraccio, la diffidenza lentamente si tramuta in fiducia, il gruppo diviene momento di condivisione e socialità. E ciò riguarda tutti, non solamente il gentil sesso! Inoltre spesso si approda a questa danza dopo un momento particolarmente difficile e doloroso della propria esistenza, come un lutto o una separazione; in tal senso il tango ha indubbiamente un valore fortemente terapeutico e di “traghettamento” verso nuovi orizzonti. 

4. La follower moderna non è più legata al sesso femminile. Lo stesso vale per il leader. Nel caso specifico della/del follower, elenca quali sono, secondo te, vizi e virtù dello studio di ruoli non tradizionalmente riconducibili alla coppia maschio/femmina.

Innanzitutto la conoscenza di entrambi i ruoli è un elemento decisivo e necessario per migliorare e completare la nostra danza. Essere follower ma saper anche guidare ci regala una consapevolezza incredibilmente solida, delle possibilità maggiori di giocare con i tempi e gli spazi della musica, una sensibilità più profonda per comprendere le esigenze e i bisogni della persona con la quale stiamo danzando. In più si riconoscono con più facilità gli errori attraverso la lente d’ingrandimento costituita dall’indossare una veste nuova e dunque un nuovo punto di vista. Errore comune però, ma ciò dipende moltissimo dalla natura della danzatrice (o del danzatore, perché le mie parole hanno una valenza tanto al femminile, quanto al maschile) è il cadere nel monologo, nel non ascoltare l’altro, nell’imporsi. Ma questo è un problema di sempre (e non solo nel mondo del tango, ahinoi!). 

5. Secondo te il tango fa bene alle donne? Nel corpo ma, soprattutto nello spirito? Aiuta le donne a ritrovare se stesse, la loro femminilità, ad esaltarla, a farci pace… ? Hai avuto riscontri in tal senso dalle tue allieve?

La risposta è assolutamente affermativa, certo. Il tango aiuta a riscoprire parti di sé assopite o sconosciute, regala nuove sicurezze, insegna ritualità, rilassa e rinforza il corpo e la mente. Potrei portare infiniti esempi al riguardo, ma ricordo in particolar modo una mia allieva, vicina ai quarant’anni, rigidissima nei movimenti e nel pensiero; bene, dopo qualche anno, era un’altra donna, più rilassata, più socievole, più sorridente. Si era ritrovata, scoprendo aspetti del proprio essere prima taciuti e dimenticati

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

“Ah insegni tango…Figo! Ma che lavoro fai?”

Ecco, no, sbagliato: insegnare tango, danza, essere artista, attore, musicista, pittore, ballerino, circense, coreografo, regista, scrittore e chi più ne ha più ne metta, sono tutti lavori, dignitosi e faticosi non meno di altri. Che poi vengano sminuiti e ben poco apprezzati dai più, beh, questa è un’altra triste, tristissima, storia.

Ci vogliono anni di preparazione, grandi sacrifici, lotte estenuanti, ore e ore senza nemmeno intravedere una miserissima moneta, per portare avanti progetti di vita in questi settori già di per sé così precari e vacillanti. Vi prego, non dimentichiamocelo. 

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Per studiare e contattare la Maestra:

email: auterifrancesca.tango@gmail.com

Profilo FB: Francesca Auteri

Pagina FB della scuola dove insegna: Barrio de Tango

Sito web: Barrio de tango

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Ringrazio Francesca per aver accolto con tanto entusisamo l’invito a partecipare a questa SIX.Q tango intervista!

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE . Focus su “Il tango è donna, la donna e il tango”: SILVINA TSE

Ci sono donne che hanno una luce speciale, quando poi sono artiste, professioniste, ballerine, risplendono ancora di più.

Godiamoci questa intervista con Silvina Tse, meraviglioso connubio di oriente e occidente che, nel suo tango, esprime una sensibilità, una raffinatezza ed eleganza unici.

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INTERVISTA SIX.Q

Visioni e prospettive in breve del tango post Covid.

Focus su: il tango è donna, il tango e la donna

  1. Nome e città di provenienza

Silvina Tse un nome per il tango che sposa  le mie origini italiane e la mia metà genetica cinese. Nata e cresciuta a Bologna quindi culturalmente italiana

2. Dal tuo punto di vista di artista, professionista e insegnante, quanto incide nella tua danza, la femminilità della donna che sei fuori dalla pista e, al contrario, quanto ti è di ostacolo 

La mia vita e il tango si intersecano costantemente e ogni parte lavora sui limiti dell’altra. Il tango mi ha insegnato a rilassarmi, ad avere fiducia nella persona che sono, a liberare la mia creatività: mi ha costruito una identità e una personalità che precedentemente era nascosta dalle paure dei miei limiti e dall’insieme delle mie incertezze. La difficoltà con cui ho preso certe scelte nella mia vita hanno dato al mio tango un valore importante da sostenere quindi direi che il tango ha costruito la donna e la vita ha costruito un  ruolo per il tango. In aggiunta mi verrebbe da dire banalmente che non si smette mai di crescere e quindi di imparare: in questo modo il tango continua tutt’oggi a formare il mio carattere e la vita a riconoscere l’importanza che questa forma di espressione ha nella mia quotidianità. Il tango mi  riflette per come sono ed è la combinazione dell’umore del momento e del mio carattere di sempre. Difficilmente troverai delle diversità tra la Silvina “insegnante” e la Silvina “da aperitivo” anche perché i miei studenti diventano spesso le persone con cui mantengo una socialità al di fuori della scuola. Mi piace coltivare il gruppo dei miei allievi e prendermi cura per quanto possibile di ciascuno di loro. Nonostante questo mio “impegno sociale” mi viene comunque da specificare che d’altro canto  tengo un lato più taciturno e “asociale” che  rimane amante della solitudine e della riservatezza.

3. Quando insegni quale è il cambiamento psicologico, se avviene, che noti nelle allieve? 

Il cambiamento che il tango ti genera  deriva dal” punto di partenza” e dal” motivo” per cui scegli questo ballo (che spesso non si conosce e si scopre con il tempo). In generale mi verrebbe da dire che ogni fase di età ha i suoi cambiamenti corrispettivi perché ognuna corrisponde a certe esigenze specifiche personali. Tuttavia l’evoluzione avviene perlopiù in coloro che sono alla ricerca di questa crescita personale e hanno la flessibilità e la  predisposizione mentale ad accettare i cambiamenti. Questa crescita interiore si sviluppa attraverso i vari aspetti che compongono il tango ovvero la socialità, la musica, la tecnica, il rapporto con il partner di ballo…  Il tango ti forma se rimani abbastanza tempo da lasciare che questo ballo diventi parte della tua vita e in qualche modo allora si radica in un ruolo e lo esercita. Difficile individuare uno specifico cambiamento psicologico: l’innamoramento per il tango è lo specchio della ricerca personale, di qualcosa che ci manca nella nostra vita o nella nostra personalità. 

4. La follower moderna non è più legata al sesso femminile. Lo stesso vale per il leader. Nel caso specifico della/del follower, elenca quali sono, secondo te, vizi e virtù dello studio di ruoli non tradizionalmente riconducibili alla coppia Maschio/femmina.

Sono una grande sostenitrice dello scambio di ruoli. Qui in Italia osservo solitamente una maggiore propensione da parte delle donne a imparare il ruolo da leader rispetto al viceversa. Oltre alla curiosità, credo ci sia intrinseco un desiderio da parte delle followers di avere la possibilità di ballare anche quando non vengono invitate e un timore da parte degli uomini di perdere un po’ del proprio potere decisionale che invece esercitano appunto in quanto leaders. La disponibilità a mettersi in discussione, fondamentale per continuare a imparare, aiuta a comprendere le difficoltà dell’altro ruolo e a sviluppare una maggiore sensibilità reciproca. 

Dal mio punto di vista è fondamentale per le donne imparare a guidare per sviluppare il cosiddetto “ghost leader” che corrisponde a quella carica intenzionale da mantenere anche quando si segue il partner. D’altro canto mi piacerebbe che anche  i leaders avessero un potenziale “100% follower” ovvero una capacità di rispetto dei tempi di movimento della compagna  e di ascolto della musica anche attraverso le orecchie della  partner. A mio parere questo allenamento  renderebbe più armonioso e bilanciato il ballo con maggiore possibilità di dialogo per entrambe le parti nella creazione di un tango fatto “insieme”.

5. Secondo te il tango fa bene alle donne? Nel corpo ma, soprattutto nello spirito? Aiuta le donne a ritrovare se stesse, la loro femminilità, ad esaltarla, a farci pace… ? Hai avuto riscontri in tal senso dalle tue allieve?

La femminilità ha tanti aspetti. Alcune studentesse dopo un mese di tango hanno già comprato scarpe e vestiti e sono perfettamente immedesimate nell’immaginario collettivo della ballerina di tango. A parte il lato esteriore del cambiamento, il lavoro più a lungo termine è chiaramente nella tecnica dei movimenti, nell’interiorizzazione dei propri limiti, nella ricerca di uno stile personale. Femminilità non è solo nell’elevazione delle gambe o in chi ha il collo del piede più accentuato (anche se certamente sono dettagli/ capacità a cui dare valore); personalmente credo che la femminilità sia nel fare tesoro di quello che si è, riconoscendo e lavorando sui propri limiti: bisogna mantenersi umili e autentici verso se stessi e verso gli altri, imparare  con meno invidia  a lasciarsi inspirare da coloro che hanno ottenuto risultati a cui si ambisce. Il mio consiglio generale è di non limitarsi a perdere tempo nel tentativo di vivere la vita di qualcun altro ma di dedicarsi con costanza e motivazione ai propri sogni. Questo vale nella vita come nel tango: non è tanto il talento personale a renderti una gran ballerina ma quanto ci tieni e cosa hai da esprimere. Le difficoltà ci sono sempre ma sono ciò che ci fortificano e ci rendono più soddisfatte dei risultati ottenuti oltre a ricordarci quanto sia importante la perseveranza e la fiducia nelle proprie scelte. Concludendo mi viene quindi da dire che il tango è strettamente connesso a un processo di crescita interiore ma dipende da ciascuno di noi come reagire ed elaborare questa evoluzione: qualcuno si perde, qualcuno si trova.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

Quanto talento c’è nel mio tango? Assai poco. Dopo molti anni un ballerino che era assistente nella scuola in cui avevo iniziato mi confessò che riteneva fossi “un caso perso”. Molte persone che mi vedono oggi credono che il mio Tango derivi da tanti anni di danza classica: confesso che in realtà questi anni sono stati solo 2, fatti da adolescente una volta a settimana come era nelle possibilità della mia famiglia. Sicuramente ho avuto l’occasione di praticare davvero tanti sport e sviluppare molta coordinazione ma vi assicuro che per il tango il percorso è stato lungo, travagliato, accompagnato dall’amore per questo ballo e da molta forza di volontà. Premettendo che nel Tango non si è mai “arrivati”, alla fine parte del gioco consiste nell’accettare le proprie imperfezioni.

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Per studiare e per contattare la Maestra:

Instagram: Silvina_Tse_Tango

Pagina FB: “Free Online Tango Lessons by Michael and Silvina”

Scuola Streetango – Tango Bologna e Modena

Sito web 

www.theartoftango.club 

www.streetango.it

www.artedanzabologna.com

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Ringrazio Silvina per il suo contributo che ho tanto apprezzato.

Pimpra

AGOSTO A MILANO

Dettaglio di abito Versace. Museo Poldi Pezzoli

Fare la turista in una grande città quando i suoi consueti abitanti la lasciano per le vacanze è sempre un’esperienza da fare. Sono i palazzi, le strade, le piazze che prendono la parola, raccontando un diverso punto di vista.

Milano è austera e bellissima, provata dal recente lockdown che ha piegato e piagato la vita frenetica che è il suo marchio di fabbrica.

Ho incrociato qualche residuale colletto bianco, sempre impeccabile nonostante la calura estiva, veloce nell’andare, concentrato e teso verso una meta da raggiungere, un orizzonte da esplorare, un progetto da chiudere.

Qui c’è un’energia che altrove non si sente. Come se i milanesi fossero animati da uno speciale voltaggio di elettricità che è solo loro.

Mi sono goduta un museo che non conoscevo, con la  tranquillità necessaria ad apprezzare le opere e la mostra di abiti ospitata nel palazzo signorile. Un bel connubio che ho gradito assai.

Il caldo mi toglie la fame, così ho camminato senza sosta per ore, quasi senza bere e mangiare, in uno stato di catatonia resiliente e viva.

Sono entrata nei grandi templi dello shopping che per noi abitanti di provincia sono tappa imprescindibile, come fare un upgrade sulle tendenze, sul design, sul mood urbano che le città minori non esprimono con questo potenziale e intensità.

Continuano a rivolgersi a me in inglese, un tempo pensavo fosse per gli zigomi alti, oggi credo si tratti solo di look: non sono (mai) stata una modaiola quindi, per forza, devo essere straniera. Almeno credo…

A Milano ti senti povero, mai come questa volta ho avuto tale sensazione. Ti viene offerto il lusso ovunque, ti viene fatto vedere, ti è proposto ma per te che sei un cittadino “normale” quell’asticella è davvero troppo alta da raggiungere.

Nel tempio delle scarpe una gentile commessa mi voleva convincere che le Jimmy Choo a 369 euro erano un vero affare, sicuramente ma… idem il meraviglioso profumo a soli 250 euro, così almeno ha una fragranza unica, ne sono sicura ma… e potrei continuare l’elenco all’infinito.

Anche se ciò che posso permettermi è solo “guardare e non toccare”, questi stimoli visivi sono benzina per me, mi fanno ripartire certe rotelle arrugginite, aprono comunque nuove visioni, pensieri e immagini.

Milano vale sempre la pena, anche a 40 gradi.

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE Focus su “Il tango è donna, la donna e il tango”: LARA CARMINATI

La SIX.Q di oggi è a Lara Carminati, ex danzatrice classica, che ci regala spunti interessanti sui quali soffermarci e riflettere per esprimere al meglio la nostra essenza femminile quando siamo in pista e non solo.

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza

Lara Carminati, Monza

2. Dal tuo punto di vista di artista, professionista e insegnante, quanto incide nella tua danza, la femminilità della donna che sei fuori dalla pista e, al contrario, quanto ti è di ostacolo?

La femminilità è il focus della donna tanguera. Credo che il tango rappresenti proprio questo per noi donne, la possibilità di esprimere tutta la nostra femminilità uscendo dai ruoli che siamo obbligate a ricoprire nella nostra routine quotidiana. Il mio modo di sentirmi donna entra impetuoso nel mio modo di ballare, nel tango mi sento completamente libera di esternare tutta la sensualità che sento vivermi dentro. La mia femminilità non rappresenta mai un ostacolo, anzi è il serbatoio cui attingo per trovare creatività e personalità nel ballo.

3. Quando insegni quale è il cambiamento psicologico, se avviene, che noti nelle allieve?

Il primo segnale di cambiamento che avverto è nella confidenza che le mie allieve prendono con il proprio corpo e il proprio carattere. Insisto molto sullo sviluppo della consapevolezza del corpo e conoscenza. Dalla conoscenza di noi stesse può iniziare il meraviglioso viaggio alla scoperta della nostra femminilità. Invito a non ricercare alcuno standard di bellezza (tanguera) ma a sperimentare tutto ciò che sentiamo ci porti in contatto con la nostra anima sensuale. Cambiano nella spontaneità con cui interagiscono con me e tra loro a lezione, cambiano nella sicurezza che acquistano nei gesti e nei movimenti del corpo, che si tratti di passi di tango o semplici esercizi preparatori.

4. La follower moderna non è più legata al sesso femminile. Lo stesso vale per il leader. Nel caso specifico della/del follower, elenca quali sono, secondo te, vizi e virtù dello studio di ruoli non tradizionalmente riconducibili alla coppia maschio/femmina.

Conoscere entrambi i ruoli non può che giovare alla consapevolezza del nostro ballo, più conosciamo più ci muoviamo con cognizione di causa, esaltando tecnica e creatività in ogni movimento. Inoltre lo studio del ruolo da leader diventa un gioco che propone un po’ di leggerezza allo studio e alle serate di milonga in cui i cavalieri scarseggiano o sono troppo “timidi” per non dire altro, per invitare. E cosi possiamo sperimentare la musica come noi la sentiamo, non solo seguire ciò che ci viene proposto, possiamo costruire il nostro ballo e mentre costruiamo ed interpretiamo la musica, esprimiamo un’altra parte di noi, quella più attiva, emancipata e guerriera che pur sempre ci appartiene.

5. Secondo te il tango fa bene alle donne? Nel corpo ma, soprattutto nello spirito? Aiuta le donne a ritrovare se stesse, la loro femminilità, ad esaltarla, a farci pace? Hai avuto riscontri in tal senso dalle tue allieve?

Il tango fa benissimo alle donne!! Le fa sentire vive, femmine senza aver bisogno di ricorrere alla volgarità, le fa riscoprire donne nella sua accezione più elegante e raffinata del termine. Il tango esplora il corpo e l’animo della donna, attiva nuove sensazioni, espande le emozioni…come può non far bene? non ci sono controindicazioni. Il fisico ne trae giovamento grazie all’attività fisica assolutamente non stressante ed alla portata di tutti. Il cuore si apre all’altro per poterlo accogliere nel nostro abbraccio, il respiro ci accompagna in ogni passo portandoci a contatto con quella parte di noi che forse non avremmo mai conosciuto senza il tango. Io personalmente non mi sarei scoperta tanto femminile se non avessi incontrato il tango nel mio percorso.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

Mi sento una donna trasparente senza grandi segreti, questo anche grazie al tango che ha tirato fuori davvero tutto di me. Tuttavia se posso sfruttare questa occasione per togliermi un sassolino dalla scarpa, il mio pensiero va ad una insegnante di danza classica, che mi ha spesso demotivata, riponendo nelle mie capacità (a torto o a ragione) poca fiducia…ecco oggi con orgoglio e soddisfazione mi girerei verso di lei per dire …”Ce l’ho fatta!” e mi sento completamente appagata. Grazie per questa intervista, un’occasione per riflettere su tanti aspetti del tango e della donna in generale.

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Per studiare e per contattare la Maestra:

Pagina fb: Lara Carminati

sito web: Marco Palladino e Lara Carminati

sedi corsi: Treviolo (BG) c/o Punto Dance – Milano c/o Il principe – San Vittore Olona (MI) c/o Jacko Dance – Monza (MB) c/o Sport Village – Trezzano sul Naviglio (MI) c/o Dance Dance
Percorsi al femminile a Treviolo e Monza e on line su piattaforma zoom

SIX.Q TANGO INTERVISTE Focus su “Il tango è donna, la donna e il tango”: NICOLETTA detta “NICO” RADICE

Inizia con questo articolo, un nuovo ciclo di SIX.Q tango interviste. Indagheremo insieme ad artiste, professioniste e maestre alcuni aspetti del tango e della donna.

Per pari opportunità ma con domande diverse, rivolgeremo l’attenzione anche al mondo maschile, in articoli successivi.

Oggi ho il piacere di ospitare un’artista che rappresenta uno dei tanti incredibili e virtuosi talenti partenopei di oggi.

Godiamoci l’intervista a Nico Radice!

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza

Sono Nicoletta Radice, per tutti Nico e sono di Napoli

2. Dal tuo punto di vista di artista, professionista e insegnante, quanto incide nella tua danza, la femminilità della donna che sei fuori dalla pista e, al contrario, quanto ti è di ostacolo

Incide tantissimo. Avendo iniziato a ballare tango a 19 anni mi sono resa conto di quanto la mia danza sia maturata insieme al mio percorso di vita. L’esperienza, la sicurezza e la femminilità della donna che sono fuori dalla pista fanno la ballerina che è in pista. Non trovo che questo mi sia d’ostacolo nell’insegnamento, anzi trovo che sia sempre più d’aiuto man mano che vado avanti.

3. Quando insegni quale è il cambiamento psicologico, se avviene, che noti nelle allieve?

Il cambiamento che vedo nelle mie allieve è lo stesso che ho vissuto anch’io. Spesso si riflette nel modo di vestirsi che cambia e che manifesta una percezione differente di se stesse.

4. La follower moderna non è più legata al sesso femminile. Lo stesso vale per il leader. Nel caso specifico della/del follower, elenca quali sono, secondo te, vizi e virtù dello studio di ruoli non tradizionalmente riconducibili alla coppia Maschio/femmina.

Ho sempre pensato che mettersi nei panni dell’altro fosse un lavoro utile. Nello specifico per la/il follower può rivelarsi un percorso fondamentale per capire che seguire non è un ruolo passivo ma anzi, attivo tanto quanto quello del leader e aiuta a comprendere a fondo quali sono le potenzialità espressive di questo ruolo.

Il “vizio” che mi viene in mente è solo quello di scavalcare la linea sottile tra essere un “follower attivo” e diventare “leader” interrompendo la comunicazione e dimenticando che dall’altro lato c’è un’altra persona.

5. Secondo te il tango fa bene alle donne? Nel corpo ma, soprattutto nello spirito? Aiuta le donne a ritrovare se stesse, la loro femminilità, ad esaltarla, a farci pace…? Hai avuto riscontri in tal senso dalle tue allieve?

Questo è un argomento a cui tengo molto poiché è uno degli aspetti su cui lavoro di più con le mie allieve ed è un lavoro che ho fatto e continuo a fare su me stessa. In generale è un tipo di danza che aiuta a prendere coscienza del proprio corpo, a valorizzarne la figura e la femminilità attraverso lo studio della tecnica e la pulizia dei movimenti. Per quello che riguarda l’aspetto psicologico credo che la risposta si trovi già nelle domande precedenti. Il tango fa bene alle donne quando smettono di essere “passive”, di “subire” la milonga e iniziano ad essere “attive”. La vera presa di coscienza si ha quando si inizia a scegliere.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

Mi rifaccia la domanda! Battute fantozziane a parte credo che il tango stia subendo quello che in generale vedo un po’ in tutto il mondo della danza. C’è molta ricerca verso un’estetica perfetta e poca verso la sostanza, e nel caso specifico del tango, la comunicazione. Sempre di più si fa attenzione a ciò che si vede da fuori e a chi ci vede da fuori piuttosto che a quello che succede dentro e a chi c’è abbracciato con noi.

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Per studiare e per contattare la Maestra:

Pagina FB: Nico Radice

Profilo Instagram: nicoradice

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Ringrazio Nico per aver partecipato alla SIX.Q !

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE. CLAUDIA CAVAGNINI

La Six.Q di oggi incontra una giovane artista e insegnante bresciana che ha ballato a lungo in Argentina alla DNI di Dana Frigoli prima di far rientro in Italia.

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SIX.Q

1. Nome e città di provenienza

Claudia Cavagnini, Brescia

2. Lo stop forzato dalle milonghe ci costringe, se lo vogliamo, a praticare la tecnica. Definisci le priorità a cui prestare attenzione: piedi, gambe, asse, abbraccio…

Ascoltare la musica, ascoltare tango ( e anche altro ovviamente;)…ballare da soli, sopratutto mi rivolgo alle seguidoras, come me…

La nostra metà della mela, nel tango, spesso viene vissuta in maniera passiva, come se tutta la responsabilità di rendere bello il ballare insieme fosse di chi propone.. spesso ascolto affermazioni del tipo: “ eh ma lui mi deve marcare altrimenti cosa faccio? 🤪” …Io sono una grande sostenitrice dell’attivismo di chi segue, seguire infatti, per me, significa interpretare la proposta, sia del compagno/a sia dell’orquesta. Alleggerire la responsabilità di chi ci guida, renderci un 50 e 50 nella coppia, lasciare che il corpo si muova in maniera istintiva sulle note che ascoltiamo senza frenarlo in continuazione, lasciare che l’improvvisazione sia reale, per entrambi, sentire, sentire e ancora sentire, questo viene prima della tecnica e prima di qualsiasi sequenza tanguera e mentale. Provate a mettere a tutto volume Goyeneche con Naranjo en Flor o un bel Tanturone Castillo, secondo i gusti, ciò che più vi stimola, e ballate da soli. Lasciarsi improvvisare è la cosa più bella da praticare da soli, e quando si può in compagnia

3. Quando insegni, quale è l’errore tecnico che ritieni imperativo correggere nei ballerini/e?

Ci sono due punti chiave a cui faccio particolarmente caso se parliamo di errori tecnici, il primo è l’utilizzo del bacino (direzioni, dissociazione rispetto all’abbraccio, l’utilizzo del suo peso a terra e distribuzione di quest’ultimo sui piedi) … a parer mio al momento di ballare tango inevitabilmente abbiamo bisogno di connettere con la terra e con il/la partner, successivamente a questo dialogo, possiamo parlare di tecnica e di tanti altri stimoli, ed il secondo è il rapporto tra gamba di base e gamba libera. 

4. Il tuo esercizio preferito da fare a casa per mantenere il corpo agile e abile al tango.

Scendere tre piani di scale, dimenticarsi la mascherina in casa, salire tre piani di scale, 4 o 5 volte al giorno. 

5. I video quando si pratica a casa: sei favorevole o contraria?

Assolutamente favorevole, vedersi da fuori aiuta tanto a correggere postura e linee, se ritenute una priorità… 

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

No….Merceditas e Pescadores de Perlas non li posso sentire, mi muore la fatina Trilly del tango al sentirli 🤪

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Per studiare e contattare la Maestra

Escuela de Tango Brescia 

Via ValCamonica 19/A

FB: Escuela de tango Brescia

Instagram: escueladetango.brescia

Sito web: escuela de tango Brescia

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Ringrazio Claudia di aver accettato l’invito mentre sorrido alla tua risposta all’ultima domanda: hai diviso il mondo tanguero in due fazioni, ne sono convinta! 😀

SIX.Q TANGO INTERVISTE. MICHELE USONI E MARA MARANZANA

IMAGE CREDIT NIKA FURLANI

La SIX.Q di oggi torna al Nord Est e presenta una una coppia di maestri/artisti/professionisti che amo molto, il cui tango esprime eleganza, classe e dinamicità uniti da tocchi di profonda sensibilità.

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza 

Mara Maranzana e Michele Usoni – Udine

2. Lo stop forzato dalle milonghe ci costringe, se lo vogliamo, a praticare la tecnica. Definisci le priorità a cui prestare attenzione: piedi, gambe, asse, abbraccio… 

Al di là di quelli che possono essere degli esercizi di allenamento prettamente tecnico, che indubbiamente sono utili e necessari, atti a correggere o migliorare delle lacune, riteniamo che portare l’attenzione ad un ascolto personale, reale e globale del nostro corpo sia fondamentale prima di aggiungere elementi di maggiore complessità;  e un ascolto, a volte meramente contemplativo può aiutarci ad esplorare in maggior profondità il nostro sé.  Molto spesso basta avere coraggio, essere meno orientati verso l’esterno, fermarsi, respirare e ascoltare cosa succede nel nostro corpo, nella nostra mente e nel nostro cuore perché il nostro mondo interiore possa dischiudersi. Per noi il tango è ballo di comunicazione e dialogo. Se non siamo innanzitutto connessi con noi stessi, come possiamo pensare di esserlo con un’altra persona? 

3. Quando insegni, quale è l’errore tecnico che ritieni imperativo correggere nei ballerini/e?

A costo di essere ripetitivi: connettersi innanzitutto con se stessi, che significa avere consapevolezza di sé, del proprio corpo, delle proprie possibilità, della propria sensibilità, della propria emotività, per poter aumentare le proprie competenze individuali al fine di stabilire un dialogo con il proprio partner e di non creare una serie di movimenti anche corretti, ma non reali, perché basati solo sulla ripetizione fine a se stessa e non sull’ascolto e la comprensione. Respirare e accettare le proprie fragilità sono due fattori che raramente prendiamo in considerazione, ma fondamentali per stabile un dialogo sincero nella coppia. 

4. Il tuo esercizio preferito da fare a casa per mantenere il corpo agile e abile al tango.

Mara: Gyrokinesis 

Michele: stretching, ginnastica a corpo libero che alterni fasi cardio a potenziamento 

5. I video quando si pratica a casa: sei favorevole o contrario? 

Dipende di che video stiamo parlando. Tutto ciò che ci aiuta a migliorare e a comprendere è sicuramente utile. Il dubbio resta su quanto un video possa sviare la nostra attenzione su un gesto puramente estetico e afferito ad un ideale dato da mode o costruzioni mentali, piuttosto che sulla veridicità del movimento e sulla reale comunicazione nella coppia. La mimesi fa parte della nostra cultura e storia da sempre: ci vuole però un “bagno di realtà”: imitare senza capire equivale a farsi passare il compito dal più bravo della classe per prendere almeno la sufficienza. La domanda che dovrebbe porsi l’allieva/o per capire se il supporto video può essere utile è

“ho gli strumenti per ascoltare e praticare costruttivamente ciò che vedo?

“ho la capacità di autoascolto per migliorare da solo?

Invece i video che “raccontano” il proprio percorso di studio sono utili perché permettono di vederlo secondo una prospettiva temporale ampia, soprattutto se condivisi con i propri insegnanti che possono fornire degli obiettivi su cui lavorare.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

Cerchiamo sempre di dire quello che pensiamo con rispetto e misura. 

Ecco, forse la misura a me, Mara, a volte viene meno bene… 

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Per studiare e contattare i Maestri:

Sito web: Mara Y Michele

Sito web: Circolo Zoo Udine

Pagina FB: Circolo Zoo Udine

Arteffetto Danza Trieste

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Ringrazio con tanto affetto e amicizia Mara e Michele per aver partecipato all’intervista.

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE. PEPPE DI GENNARO E ADELMA RAGO

Faccio fatica a restare imparziale e a presentare questa coppia nel modo più neutrale possibile.

Il loro tango, per me, è il sale che va nell’acqua di cottura degli spaghetti: imprescindibile. Godetevi questa intervista, ricchissima di spunti e di consigli.

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza


Peppe Di Gennaro, di Giugliano in Campania 

Adelma Rago, Napoli.

2. Lo stop forzato dalle milonghe ci costringe, se lo vogliamo, a praticare la tecnica. Definisci le priorità a cui prestare attenzione: piedi, gambe, asse, abbraccio…


P. Credo di aver vissuto una quarantena entusiasmante. Date le circostanze, la più bella che potesse capitarmi.

Perché ero nelle condizioni di poter ballare e soprattutto praticare molto spesso. C’era questa cosa immane: il tempo.

Proprio rispetto al ballare ho avuto un tempo senza fretta, senza competizione e per certi versi senza obiettivi, se non la semplice domanda: “che succede se…?”. Lo stop forzato è stato una esperienza, qualcosa di  fondamentale per compiere un’indagine profonda su quello che sono gli strumenti dell’apprendimento corporeo, poter fare degli “esperimenti in vivo”, avere giornate intere a disposizione per riformulare e comprendere moltissimo della percezione dello spazio.

E per quello che io ritengo tra le cose più preziose, ancora un volta, fare un nuovo tentativo, provare a comprendere il Vuoto, la Caduta. Studiare entro certi limiti in che modo l’Apparato Umano reagisce rispetto a queste cose.

Quello che posso dirti, allo stato attuale delle mie conoscenze è proprio questo, di svincolarsi da un’idea per compartimenti del nostro corpo. L’Insieme, che è ben oltre la somma delle sue parti, mi piace pensarlo come qualcosa che sia ben oltre anche la moltiplicazione delle sue parti.

La priorità rimane per me, sempre la stessa, comprendere il non-equilibrio, nel senso più ampio possibile.

A. Siamo tutti consapevoli del fatto che l’essenza del tango risieda in parte nell’abbraccio, in parte nella sua forte componente sociale. Insegnando tango da qualche anno, ho appreso che non tutti coloro che si avvicinano ad esso ricercano una tecnica impeccabile per poterlo fruire e praticare. Molti ne apprezzano quasi esclusivamente il lato sociale, dedicando alla tecnica un minuscolo spazio, salvo poi lamentare intere serate trascorse a non essere invitate o ad essere rifiutati. Nessuno lo ammetterebbe mai con tanto candore, ma un abbraccio e un tango “indimenticabili” non nascono dal nulla: l’intimità e la piacevolezza di un momento, la chimica tra due corpi che si muovono nella musica, sono frutto di tanto impegno e tanto studio.

Le mie basi e il mio approccio (del tutto personale), sono il prodotto di un percorso lungo, accurato, nel quale mi sono creata la possibilità di studiare con i migliori ballerini al mondo. Gli stessi, non mi hanno mai “fatto sconti”, sono stati ligi ed inflessibili, mi hanno sempre lasciata a fine lezione con degli interrogativi e, alcuni di questi “enigmi”, il mio corpo è riuscito a risolverli solo anni più tardi. Anni…non settimane, non mesi. Anni.
In tanti apprezzano nel tango la possibilità di passare delle serate in compagnia, rilassandosi, divertendosi, chiacchierando, bevendo/mangiando insieme poi, ad un certo punto si balla e, magari, a fine serata, c’è chi è più soddisfatto e appagato e chi meno: ecco, a “chi meno” consiglio, in questo periodo, di concentrarsi tanto sulle basi tecniche in generale quanto sull’asse, in particolare. La sua conquista (in staticità e in dinamica), dà accesso a possibilità infinite e a tande davvero indimenticabili.

3. Quando insegni, quale è l’errore tecnico che ritieni imperativo correggere nei ballerini/e?

P. La paura.

Che è quanto di più tecnico ci sia, a dispetto dei sofismi emotivi.

Sono ormai otto anni che mi dedico ad una cosa che si chiama Tangoletics, all’inizio non la chiamavo così, l’avevo chiamata Brutale_T, era una cosa informe, una sorta di brodo primordiale in cui confluivano alcune discipline, anche distanti tra loro. Nata da una folgorazione quasi per caso avuta dentro al Lincoln Center in una giornata di fine dicembre 2012 mentre ascoltavo una conferenza, una retrospettiva sulla vita e l’opera di George Balanchine.

La parola greca, τέχνη, la cui traduzione inesatta è proprio Tecnica, porta con sé un bagaglio gigantesco, urgentemente da recuperare.

Intanto il senso ultra-specialistico con cui oggi si intende la Tecnica, e questo esulando dal tango chiaramente, possiede lacune che esplodono proprio in prossimità della interazione umana. Per il Greco del V secolo la τέχνη non era solo uno strumento per risolvere il problema, ma era un modo di essere, di approcciare a tutte le cose. La forza della τέχνη è di accettare l’errore, conviverci per un pò e poi eventualmente sottrarre l’errore, ma non con l’ossessività o con forzature, ma come qualcosa di inevitabile. Ecco, la sottrazione dell’errore è un fatto procedurale in cui per un pò si convive con lo stesso. Il rifiuto immediato, la non accettazione porta alla frustrazione (che può essere in certi casi, ma solo in certi casi e per un tempo limitato, motivante) ma soprattutto può portare alla confusione.

La paura dunque, quella vera, che nel Tango non è data dal non comprendere in dato momento l’esatta postura o dagli angoli di dissociazione, dalla posizione della testa o delle mani etc.

La paura è il vuoto, cadere, perdere l’equilibrio, è il non percepirsi nello spazio, smarrire l’altro, che è attaccato a noi ma pericolosamente invisibile.

Con gli esercizi di Tangoletics ad esempio si cerca in maniera graduale, (alcune sessioni possono durare 3-4 ore), di perdere l’equilibrio, da soli o in connessione, di sottrarre delle leve e recuperare l’equilibrio per non cadere.

Il fatto è che si può cadere, (non parliamo delle cadute delle arti marziali), e questa cosa, il cadere, non ha nulla di scandaloso. Il corpo umano quando è sottosto a “g” in forma libera e non prevista reagisce con una unità di crisi che nel giro di pochi millisecondi attua una serie di procedure per limitare o evitare il danno. Basti pensare alla nostra reazione quando si cade nel sonno.

Muoversi nello spazio, in due, in presenza di molte altre coppie, in una modalità che è quanto di più complesso ci sia, modalità che prevede una dominanza dionisiaca su quella apollinea (che però non cessa mai di esistere), che è data dal rapporto funzionale che le geometrie corporee hanno con la musica, un ballo che non ha nulla di “standard” e di prefigurato, proprio per il prevalere della cromaticità musicale su tutto il resto, e che prevede un numero di combinazioni praticamente illimitato come un albero frattale. Ecco in tutta questa faccenda bisogna quanto minimo convivere con la paura di sbagliare ed armarsi di tanto coraggio

Soprattutto per chi segue, anche semplicemente il camminare all’indietro richiede da subito più un atto di coraggio che di tecnica.

A. La postura e l’uso scorretto dei piedi, non soltanto nella loro forma estetica, ma anche nella loro funzione dinamica, stabilizzante, propulsiva: la stabilità ma anche il grado di dinamicità del proprio tango, a mio avviso, dipendono completamente da essi. A differenza di ciò che possono ipotizzare i malpensanti, il tango si balla “in piedi”: sembrerà una banalità ma questa espressione rivela la loro importanza per l’asse. Volendo scendere ancora di più nel particolare, l’errore che mi piace correggere è quello che io definisco “piede pigro”, o “piede dormiente”, o “piede incosciente”…un errore che mi ha accompagnata nei miei primi anni di tango. Non riuscivo a capire come fosse possibile ampliare un passo o ridurlo a seconda delle necessità, senza far variare la quota, e come mai alcune ballerine riuscissero a realizzare passi giganteschi a dispetto della loro piccola statura. La risposta giunse in seguito ad un piccolo infortunio che mi tenne due mesi lontana dal tango: in quel periodo, attraverso alcuni esercizi di fisioterapia, ebbi modo di scoprire l’importanza dell’avampiede e delle sue molteplici funzioni. 

Fu una vera e propria scoperta per me, il mio modo di ballare cambiò completamente nel giro di pochissimo tempo

4. Il tuo esercizio preferito da fare a casa per mantenere il corpo agile e abile al tango.


P. Io vivo di Ochos.

Chi mi conosce sa di questa mia ossessione.

Molte persone che oggi ballano, e che hanno studiato con me, ecco tutte queste persone hanno vissuto del tempo con me facendo Ochos. Intere giornate per alcuni mesi a fare solo questo e si esce trasformati.

Sempre in asse senza sostegno, sin dal primo giorno. In modo brutale.

L’otto all’indietro

Su una base data da un Di Sarli strumentale del 50-52, o su Canaro strumentale 28-33, per farne 1000 (senza adornos e controtempo) occorrono tra 26 e i 31 minuti. Per me questo è sballarsi.

Risale al luglio 2013 il mio record personale, quando insegnavo al mitico Mumble Rumble: 6700 Ochos Atras senza mai fermarmi in poco più di 3 ore.

A. Ho parlato dell’asse e dei piedi e, grazie a questa domanda, colgo l’occasione per parlare di un’altra parte fondamentale della tecnica di tango che più mi rappresenta: la dissociazione.

L’esercizio che amo maggiormente praticare, quello che ho indagato di più e che ha notevolmente migliorato il mio tango insieme all’improvvisazione musicale, è senza dubbio l’ocho. Avanti o atras, con scarpe basse o alte, inizialmente al muro, poi senza sostegno. Praticarlo è indispensabile, non solo come allenamento ma soprattutto per risvegliare la coscienza corporea e, quindi, capire come funziona la famosa “spirale” interna, come ogni sezione del nostro corpo, nella rotazione, segua quella che la precede, come ognuna di esse sia al tempo stesso collegata ma indipendente dalle altre.

È fondamentale comprenderlo, però, prima di praticarlo. Quindi, ancora una volta, si parte dal presupposto tecnico corretto e poi ci si esercita, altrimenti si rischia di accumulare degli errori e di far pratica su di essi.

5. I video quando si pratica a casa: sei favorevole o contrario?

P. Per anni avevo smesso di vederli e di farne. Da circa un anno ho ripreso ad avere curiosità al riguardo. 

In passato avevo sempre trovato stimolante vedere e rivedere quelle cose rare, fatte di potenza e rischio, irruenti ed in grado di evocare qualcosa.

Oggi mi sento più ispirato dal guardare la costruzione dell’insieme, ballare è raccontare una storia.

La vera novità è che spesso guardo anche cose che non mi piacciono, provando ove possibile, a capire perché non mi piacciono.

Riprendersi con una videocamera è un fatto molto delicato, non sempre ha senso

Dopo tanti anni trovo che abbia senso se lo si fa per lunghissime sessioni, in cui ci si dimentica dell’Effetto McLuhan. Ci vorrebbe una videocamera segreta che isoli il Medium dal Messaggio.

E’ un fatto delicato quello del riprendersi,  perchè vedere un errore, il proprio, non coincide con la sua eliminazione. Il voler eliminare un proprio errore introduce talvolta cecità rispetto al nostro partner, ed un senso di rifiuto che può avere origini che non risiedono necessariamente nel tango.

Solo quando si è disposti ad avere tolleranza verso se stessi io lo consiglio, e se ne sono capace, lo faccio.

A. In tempi di Covid li trovo una vera e propria “mano santa”, sia per chi vuole migliorare la qualità del proprio tango, sia per quanti non vogliono perdere il lavoro fatto in mesi o anni di pratica. Per questo durante la quarantena è nato “Tango Arteteca”, un piccolo canale You Tube nel quale propongo video tematici brevi (10/11 minuti), e do alcuni consigli utili per chi vuole praticare a casa divertendosi. Inoltre, sempre durante il lockdown, sono stata a disposizione delle mie allieve su Zoom: abbiamo lavorato sulla tecnica e sono riuscita a correggerle nonostante la distanza. È stata un’esperienza nuova per me, del tutto particolare. Non c’è niente da fare: l’essere umano, quando vuole, riesce ad adattarsi al nuovo, per quanto bizzarro esso sia

In ogni caso, come ho detto all’inizio, dal momento che il tango non è fatto solo di tecnica, posso comprendere anche il discorso di chi si è fermato totalmente, in attesa di tempi migliori. Ma trovo che, per alcuni, la quarantena sia stata un’occasione incredibile per colmare le lacune tecniche: spesso lamentiamo proprio la scarsa disponibilità di tempo, per occuparci di noi e delle cose che, per via del lavoro o della famiglia, tendiamo a trascurare. Chi ha speso questo tempo studiando, non solo tango ma qualsiasi altra cosa lo appassioni, ne ha fatto sicuramente un buon uso.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.


P. C’è un argomento su cui mi sono totalmente ricreduto, ma già da anni, il cosiddetto talento

“I talenti del giorno o del mese”.

C’è una statistica che ha dell’incredibile. La maggior parte delle persone a cui si dice che “sono portate”,  che sono talentuose: o lasciano il tango o smettono in breve di studiare per defluire in una mediocrità mista a supponenza.

C’è una parola che assume sempre di più una aurea magica, mai scontata, mai banale: impegno.

L’impegno è fatto di precisione, di ripetizione, di sistematicità. Parole noiose ed in disuso nell’era della noia infeconda e dell’immediatezza compulsiva.

Prima abbiamo parlato di τέχνη. C’è un termine molto caro al mondo Greco e che abbiamo ereditato solo nel suo aspetto più immediato, εὕρηκα, èureka.

E’ impensabile convivere con questo stato, quello di εὕρηκα, senza trascorrere del tempo immenso in sane opere di fallimento.

La bellezza intrinseca della quarantena, che ha dato una nobilissima abitudine a tante persone, è stata proprio quella di consentire a ciascuno di noi di prendere appuntamenti con noi stessi, ad una certa ora del giorno, svolgere il compito, fare le cose prefissate.

Cose fatte di esercizi e di ripetizioni, come un mantra. Tutti i giorni più o meno alla stessa ora, la stessa cosa alla stessa ora, senza annoiarsi.

I “talenti del giorno” nel tango sono per lo più un danno, a loro e agli altri.

A. “Cosa ne pensi del tango escenario?”
Per me adattarsi è importante, lo dicevo prima. Senza l’adattamento, l’essere umano non sarebbe sopravvissuto tanto a lungo. Eppure, trovo che il fondamento di una forte personalità sia insito soprattutto nella coerenza. La coerenza caratterizza e definisce l’essere umano che ha preso coscienza di sé, non solo delle proprie capacità ma soprattutto dei propri limiti. Ciò che adesso è ampiamente diffuso e sdoganato (il tango escenario), quindici anni fa era un aspetto del tango totalmente di nicchia, praticato da pochi, volenterosi, determinati ballerini

Personalmente, ieri come oggi, trovo che sia un tipo di tango che non mi rappresenta per nulla e che non avrei piacere ad indagare: a volte resto impressionata, come tutti, da alcune dinamiche “supereroistiche”, “aliene”, prodezze inconcepibili per chi, come me, ha ballato tango per anni cercando la naturalezza del movimento e, soprattutto, tentando nel modo più assoluto di sgombrare la mente per evitare “prefigurazioni”. Sono cresciuta sulla pista, non sul palcoscenico, perciò quello è stato, è e resterà il mio mondo.

In breve, stimo chi lo pratica ma non fa e non farà mai per me

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Per studiare e per contattare i Maestri:

Profilo FB: Peppe di Gennaro, Adelma Rago

Pagina FB: Tango Bar

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Ringrazio davvero molto Peppe e Adelma di aver partecipato all’intervista e di averci offerto molto su cui riflettere e… studiare!

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE. FABIO MARTIMBIANCO E EVA DI RIENZO

La carovana di interviste si spinge in direzione nord est andando a toccare la città di Treviso, dove incontriamo Fabio ed Eva, insegnanti presso la scuola Asd Deep in Tango.

Con Fabio, Eva e il loro gruppo condividiamo molte affinità elettive in ambito tanguero ed è sempre un piacere per me, andarli a trovare anche in milonga (quando si poteva… ).

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SIX.Q

  1. Lo stop forzato dalle milonghe ci costringe, se lo vogliamo, a praticare la tecnica. Definisci le priorità a cui prestare attenzione: piedi, gambe, asse, abbraccio… 

F. La tecnica nel tango è un pacchetto di elementi legati tra loro, nessun elemento può rendere il massimo se gli altri non sono al top. Credo che tutto vada allenato con la stessa attenzione, compreso l’ascolto della musica e la musicalità. 

E. Per me è importante partire dalla dissociazione verticale ( separare il busto dal bacino e gambe). Poi si passa alla corretta proiezione della gamba e del passaggio del peso. Questi sono i due pilastri di tecnica imprescindibili.

2) Quando insegni, quale è l’errore tecnico che ritieni imperativo correggere nei ballerini/e?

F. Correzione della postura che ci connette al partner e buon appoggio dei piedi che ci connette al terreno. 

E. La postura

3) Il tuo esercizio preferito da fare a casa per mantenere il corpo agile e abile al tango.

F. Praticare dello sport aiuta ma non è indispensabile. Per mantenere l’abilità al tango potrebbe essere un buon esercizio ballare da soli lentamente, visualizzando per ogni movimento nostro, quale sia il corrispondente che dovrebbe eseguire il partner. 

E. La corsa! tiene allenati mente e corpo. Anche per il tango, perché predispone all’attività del corpo nella sua totalità.

4) I video quando si pratica a casa: sei favorevole o contrario? 

F. I video sono buon materiale di studio se corredati di descrizione e risoluzione dei tipici errori che si possono fare. Bisogna che da parte del “video-allievo” ci sia una conoscenza di base che gli permetta di capire di cosa si sta parlando. Altrimenti potrebbe essere un semplice ritorno al “copia e…incolla male” di una volta.

E. Assolutamente favorevole. E’ anche molto utile riprendersi e riguardarsi.

5) Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

F. Credo sia importante che la comunità tanguera cresca in qualità del tango espresso e in numero di appassionati. Purtroppo ciò è limitato da un modesto impegno al migliorarsi da parte dei ballerini meno esperti e da una scarsa volontà dei veterani di aiutare la crescita dei primi.

Il primo aspetto viene avvalorato credendo che sia sufficiente saper camminare… chi si accontenta gode per carità, ma chi non si accontenta gode il doppio, il tango è anche molto altro.

Il secondo aspetto invece trova giustificazione dal fatto che si debba ballare solo con chi si senta il desiderio. Alla faccia della parola che più viene usata nel mondo del tango “condivisione”.

E. Io non mi trattengo mai in niente, sono famosa per non essere diplomatica! Quindi nessun sassolino da togliere. Lo dico sempre e lo ripeto volentieri qui: se non ballate abbastanza come vorreste, prima di accusare gli altri/e ballerini/e di essere elitari o ballare sempre con le stesse persone , chiedetevi voi cosa potete migliore nel vostro ballo. Non per gli altri , ma per divertirvi di più.

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Per studiare e per contattare i Maestri:

Sede dei corsi: Treviso e Montebelluna

Pagina FB: Deep in tango e El Garufa

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Ringrazio Fabio ed Eva per i suggerimenti e gli spunti speriamo a molto presto in pista!

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE. IRENE COCCIA

Il viaggio continua e quest’oggi ci fermiamo nelle Marche per intervistare una Maestra che è un vulcano di energia. Irene l’ho vista ballare tanti anni or sono a un Festival e non ho potuto non avvicinarmi per conoscere la personalità di questa ballerina davvero speciale.

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza 

Irene Coccia, San Benedetto del Tronto 

2. Lo stop forzato dalle milonghe ci costringe, se lo vogliamo, a praticare la tecnica. Definisci le priorità a cui prestare attenzione: piedi, gambe, asse, abbraccio…

Da premettere che per me la parte del contatto è “fondamentalissima!” Certo una buona consapevolezza del corpo e di come si muove e che impatto ha sul partner pretende un buon asse/equilibrio 

3. Quando insegni, quale è l’errore tecnico che ritieni imperativo correggere nei ballerini/e?   

Più che errore tecnico direi psicologico: la frenesia. A volte si sopravvaluta quello che si fa e come lo si fa… pur di farlo subito e veloce

4. Il tuo esercizio preferito da fare a casa per mantenere il corpo agile e abile al tango. 

Dissociaizoni. Il corpo nel tango è in continuo movimento, anche se impercettibile

5. I video quando si pratica a casa: sei favorevole o contrario?  

50%  perché riuscire a capire da un video non è facile. Puoi far bene ma puoi anche far male e poi… come faccio a dirti se sei troppo pesante, se spingi o se tiri?

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti. 

Chiedetemelo ora, è il momento giusto.

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Per studiare e per contattare la Maestra:

A.S.D. MIL PASOS San Benedetto del Tronto (A.P.)

Pagina FB Mil Pasos

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Ringrazio Irene di aver partecipato alla SIX.Q tango intervista.

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE. GIANPIERO GALDI E LORENA TARANTINO

Cari Amici, appassionati tangueros e semplici curiosi, vi invito a leggere con attenzione questa lunga intervista a due giovani professionisti e maestri, un contributo profondo e sentito, carico di spunti per tutta la nostra grande comunità di ballerini. Buona lettura!

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SIX.Q

1. Nome e città di provenienza

Gianpiero Galdi, nato e cresciuto a Salerno

Mi chiamo Lorena Tarantino, vivo a Salerno da 6 anni, ma sono originaria di Torre del Greco, città situata alle pendici del Vesuvio, in provincia di Napoli.

2. Lo stop forzato dalle milonghe ci costringe, se lo vogliamo, a praticare la tecnica. Definisci le priorità a cui prestare attenzione: piedi, gambe, asse, abbraccio…

G. Ah l’abbraccio, che nostalgia delle milonghe!

Beh, se si ha la fortuna di avere un partner con cui praticare le opzioni sono di certo più numerose e complete. Trovo però interessante supporre che non si possa ballare in coppia e, di necessità virtù, si approfitti per allenare la tecnica da soli.

Consiglio di certo esercizi di potenziamento (per i quali magari mi dilungo nella domanda 4) e di pulizia del gesto, su questi ultimi elaboro meglio: siamo soli a casa, con voglia di ballare ma anche l’innegabile fantasia di tornare al mondo sociale un po’ trasformati, che sia un taglio nuovo, un nuovo hobby, una pila di libri letti o un mucchio di film classici di cui parlare. Per il tango, ognuno di noi conosce qualche esercizio di “routine” al quale non abbiamo “tempo da dedicare” in un periodo normale. Ecco, cogliamo l’occasione!

Che gli esercizi prediletti siano ochos al muro, piroette senza sostegno, lapiz alternando le gambe… la mia raccomandazione è di applicare un po’ di metodo e consapevolezza al nostro allenamento, propongo un approccio: 

1. si definisce con precisione cosa praticare 

2. lo si prova qualche volta e si riflette su cosa migliorare a livello generale o se l’esercizio va modificato;

3. Ci si filma e se…

a. …l’esercizio va bene: “validare” la routine e ripeterla per pochi minuti ogni giorno, comparando regolarmente i video dei nostri progressi; 

b. ...non siamo soddisfatti: verbalizzare, anche con il pensiero, cosa esattamente non funziona e praticarlo lentamente ed individualmente. Fondamentale mantenere i rapporti di tempo tra le componenti (non eseguire velocemente la parte facile e lentamente quella difficile). Se l’esercizio scelto risulta troppo complesso, don’t worry! Come una costruzione di lego, scomponilo nelle sue parti fondamentali ed allenale una per una.  

L. Questa pausa trovo sia il momento ideale per riorganizzare le idee che nel tempo abbiamo raccolto ma non ancora implementato nel nostro corpo danzante.
Il nostro corpo danzante non è una somma di parti da coordinare singolarmente come una costruzione di lego, bensì un sistema complesso, dove tutte le parti sono interconnesse ed interdipendenti tra loro (se inclino la testa in avanti posso avvertire il cambiamento nella schiena e anche nei piedi).
È importante e necessario analizzare i movimenti e gli elementi corporei presi isolatamente, ma tale analisi ha senso solo se poi tutte le parti vengono ricomposte in un’unità. Quando balliamo, la specificità di ciò che esprimiamo non è definita dal singolo elemento in sé ma dal particolare collegamento tra tutte le parti del linguaggio corporeo.
Non è possibile spegnere nessuna delle componenti, come non è possibile non comunicare nessun messaggio. È nella nostra biologia interpretare l’altro ed esprimersi con il linguaggio del corpo.
Detto ciò, mi piacerebbe incoraggiare le persone a ripescare informazioni dal proprio bagaglio di studi, metterle in connessione tra loro e riordinarle in una mappa mentale che permetta al nostro corpo di reagire con efficienza ed efficacia in qualsiasi circostanza. Un po’ come mettere a posto tutti gli strumenti nella cassetta degli attrezzi, ritrovare i libretti d’istruzione e creare un indice per ritrovarli al momento giusto senza mettere tutto di nuovo sottosopra.

Con questa premessa però non voglio evadere la tua domanda, da qualche parte bisognerà pur cominciare. Consiglio perciò di iniziare con esercizi per migliorare l’equilibrio in movimento. L’allenamento della capacità di equilibrio impegna tutto il corpo, ma il punto-chiave su cui suggerisco di focalizzarsi è l’appoggio del piede di base durante tutto l’arco del movimento

3. Quando insegni, quale è l’errore tecnico che ritieni imperativo correggere nei ballerini/e?

G. La mancanza di curiosità.

Lo so, ho evaso la domanda, ma per una buona ragione: qualsiasi elemento pratico, a partire dalla mia opinione su come si poggia il piede sul pavimento fino alle caratteristiche strutturali di un buon abbraccio… rimane appunto questo: solo un’opinione. Conosco tanti bravi insegnanti e ballerini che hanno opinioni molto diverse dalle mie eppure sembra funzionare tutto più che bene.

La verità è che per ogni argomento c’è un approccio comodo e poi c’è n’è uno curioso, che è quasi mai facile.

Il Tango ha l’inequivocabile pregio di essere un ballo profondamente intelligente e dalle innumerevoli potenzialità. Quando insegno, chiaramente ad un pubblico non di primo pelo, stimolo sempre la ricerca delle connessioni causali tra un elemento ed un altro: l’abbraccio in questa posizione cosa provoca e quali libertà concede? In che situazione converrebbe alterarlo? Quando una tensione o un rilassamento sono funzionali, e perché? Il tempismo nella connessione in tal figura è diverso da quello in quest’altra, in cosa?

Ogni elemento deve essere un tassello di un modello più grande ed interconnesso, coerente.

Sembra difficile? Non lo è, ti dico perché nell’ultima risposta.

L. Durante la lezione una priorità imprescindibile è sempre calibrare la   lezione o l’intervento per salvaguardare e promuovere il benessere fisico e psico-emotivo delle persone singole e del gruppo.
Per esempio può presentarsi la necessità di intervenire per modificare un accumulo di tensione, alle volte a livello muscolare, altre volte a livello emotivo. In ogni caso dipende sempre dall’individuo, dal gruppo e dal tipo di relazione che s’instaura a lezione (durante una lezione di un corso settimanale si creerà un dialogo diverso rispetto ad un seminario a cadenza annuale, altre differenze si possono evidenziare tra il rivolgersi ad un principiante o ad un ballerino più esperto).
Quando tutte le condizioni sono favorevoli, la priorità per me è intervenire per agevolare la comunicazione, o come meglio diremmo in gergo di Tango, la connessione della coppia, cercando di stimolare la consapevolezza di ciascun ballerino per i propri movimenti.

4. Il tuo esercizio preferito da fare a casa per mantenere il corpo agile e abile al tango.

G. Eccoci, in una delle precedenti risposte ho detto dell’importanza di una pratica consapevole, mirata alla coordinazione.

Ti rispondo ora più sulla condizione, prometto di non girarci intorno.

Il tango non è una disciplina fuori dal mondo e, per quanto noi tangueri possiamo fantasticare sulle caratteristiche trascendentali dell’abbraccio e la naturalezza che dovrebbe accompagnare la sua “socialità”, mi tocca spesso riportare qualcuno con i piedi per terra (figurativamente e non) ricordando che, tra le tante incognite, di certo possiamo convenire che sia una cosa che si fa con il corpo. E il corpo è fatto per usarlo.

Di grandissimo beneficio quindi: 

1. Flessibilità, che vi piaccia fare stretching o yoga o qualsiasi altro movimento di allungamento;

2. Forza un po’ in tutto il corpo, specialmente delle gambe (con particolare attenzione alla muscolatura che avvolge bacino e caviglie) per maggior equilibrio e della schiena per un bell’abbraccio (sembrerebbe controintuitivo, ma è cosi!) 

3. Resistenza, il web offre tanti spunti gratuiti per tenersi in forma. Vale la pena sottolineare che ballare tango non è certo come scalare una montagna, ma avere un po’ di cardio in più fa la differenza se vogliamo mantenere un bel movimento senza starci troppo a pensare.

L. Non posso dire di avere una routine quotidiana stabile, desidero spesso cambiare e provare nuovi esercizi, nuove forme di allenamento. Cerco di mantenere e potenziare l’agilità del mio corpo con esercizi di acrobatica, Gyrokinesis, Pilates, Yoga.
Riguardo le abilità nel Tango invece, quando non pratichiamo in coppia, mi piace ballare accompagnata dalla musica con il supporto di una parete libera. In genere inizio con degli ochos e rebotes circolari per concentrarmi e sentire il movimento nella sua interezza. Dopo un po’ di ripetizioni, mi lascio ispirare dalla musica per sperimentare modi diversi di interpretarla.
Per allenare e affinare le abilità del Tango, consiglio però di sfidare se stessi in esercizi più rigorosi. Ne presento due, i quali spesso svolgo per calibrare il corpo prima delle esibizioni:

Livello 1, “Esercizio fondamentale n 1”: senza supporto, passi in avanti ad un ritmo molto lento (es. un passo ogni 4 tempi della musica). Sforzarsi di fare una pausa in equilibrio ad ogni transizione tra un passo ed un altro, la gamba in movimento protesa in avanti e senza appoggio sul pavimento (contare 4 tempi, poi proseguire).
Al termine della musica ripetere lo stesso esercizio ma con passi indietro, pause in proiezione indietro, sempre in equilibrio.
Con tale pratica possiamo valutare quanto nel nostro ballo la gamba libera sia effettivamente “libera”.

L’obiettivo è quello di acquisire la facoltà di scegliere dove, come e quando muoversi. Abilità che credo sia tanto fondamentale per guidare che per seguire.
–  Livello 2: “super-ochos”! 🙂 praticare ochos, sia avanti che indietro, senza supporto e con le mani sollevate e perennemente parallele ad una parete di riferimento (mantenere lo sguardo su un punto fisso).
 Provare quindi, durante il pivot, a ruotare tanto da avvicinarsi alla parete quando in “ocho atrás ” ed allontanarvisi quando in “ocho adelante”. Che pivot!
L’obiettivo è quello di migliorare la capacità di equilibrio, la dissociazione tra busto e bacino, la spinta dell
e gambe, la coordinazione del gesto sulla musica: tutti elementi che quanto più allenati tanto più permettono di esprimerci e comunicare liberamente.

5. I video quando si pratica a casa: sei favorevole o contrario?

G. Favorevolissimo.

Anzi, approfitto dell’ambiguità interpretativa della domanda per rispondere a due versioni:

Favorevole a guardare video di insegnanti o ballerini, che siano di lezioni, di esibizioni o di esercizi dimostrativi. Non solo c’è sempre da imparare, ma gli spunti sono preziosi per cambiare prospettiva;

Favorevole a registrare video di se stessi quando si pratica a casa. Lo consiglio sempre a tutti: guardarsi dall’esterno è uno strumento insostituibile. Senza contare la grandissima motivazione che deriva dal vedersi migliorare.

L. Nelle sue diverse forme:
–  Video riassunti: Al termine della lezione è costume in tutto il mondo fare un video di ricapitolazione; mi auguro che qualcuno in un secondo momento li riguardi quei milioni di video!
La pratica basata sulle lezioni degli insegnanti credo svolga un ruolo nel processo di apprendimento tanto importante quanto la lezione stessa. Quest’ultima rappresenta un momento di ascolto, comprensione, sperimentazione, ma necessita sempre di un momento di riflessione, studio e ripetizione se si vuole realmente maturare nel ballo.

–  Registrare se stessi: Quando ci riprendiamo abbiamo la possibilità di monitorare il nostro percorso, motivarci a superare i nostri limiti, individuare asimmetrie del corpo di cui non si è consapevoli e perché no, collezionare dei ricordi in formato digitale.
Quelli che riprendono cadute, incomprensioni, scivolate, dopo tempo si rivelano i video più piacevoli da guardare, o perché ci mostrano che un tempo non eravamo in grado di ballare come potremmo fare oggi o magari per un po’ di sana autoironia.

– Grazie all’ausilio dei video ho constatato diverse volte mie cattive abitudini di appoggio del piede. Sembra cosa da niente, vero?  E invece mi portava a dolori articolari, disequilibrio durante il ballo, nonché fraintendimenti nella connessione di coppia. Certo il video non è la soluzione completa per questi problemi, ma resta un valido strumento d’osservazione per ricercare una soluzione più accurata. Nel mio caso mi sono rivolta ad una fisioterapista.

– Youtube: Questa domanda mi ha fatto ricordare la preparazione per l’esame di maturità: per circa un mese non andai a ballare per studiare con più costanza. In quel periodo i video di Tango di YouTube erano una gioia indescrivibile per me. Quando tornai a ballare scoprii di riconoscere molto meglio di prima i brani musicali, i testi, le particolarità; provavo a ripetere movimenti e movenze di tutte le ballerine viste in video, accrescendo così la varietà di esperienze corporee vissute e  divertendomi anche più di prima.

Dunque consiglio vivamente di riguardare riassunti di lezioni, registrarsi ciclicamente, guardare esibizioni e partecipare a video-lezioni di Tango.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.

G. Sai Pimpra, mi hai fatto riflettere alla ricerca di qualcosa di speciale tra le cose che mi piacerebbe dire, ma spesso preferisco discutere di un argomento forse banale e per questo preso sottogamba. 

Ti parlo allora del copiare

Nella nostra comunità se ne sente spesso parlare in tono negativo, peraltro è un tema che nella tradizione Tanguera assume note quasi criminali: “hai copiato, furfante!”.

Va detto che c’è copia e copia.

L’imitazione, sempre più spesso presente in ambienti a noi familiari come quello delle maratone, degli encuentros o dei campionati, è purtroppo utilizzata al minimo delle sue potenzialità rappresentando, su questo concordo, uno dei fenomeni più negativi della scena tanguera poiché ne semplifica eccessivamente il linguaggio e soffoca la creatività. 

Bisogna saper Copiare! È una delle abilità più preziose di un artista o un discente (che per molti versi sono la stessa cosa). 

Nella risposta alla terza domanda ti prometto svelare cosa semplifica il lavoro di un bravo curiosone: imitare qualcuno che troviamo interessante ci aiuterà a capire molto più profondamente di tante parole il perché di quello che fa e come si integra nell’organizzazione generale del suo ballo. Essere in grado di riprodurre i gesti di qualcun altro garantisce un panorama altrimenti inaccessibile all’interno del mondo esperienziale di un insegnante o ballerino che non potrebbe descrivere neanche il miglior didatta. Bisogna provare sulla propria pelle. La “copia” non sarà mai perfetta e, mischiata a tante altre, rappresenta un tesoro al momento della creazione originale. 

In due parole: “copia” più che puoi, fino a non essere più in grado di distinguere la fonte!

L. Molto spesso mi chiedono se abbia fatto danza classica, ma mai quanto la danza abbia potuto influire nel mio percorso di Tango.
 Credo sia opinione comune che la danza faciliti particolarmente lo studio del Tango, ma io non credo lo faccia più di qualsiasi Sport o disciplina che implichi il corpo. In ogni caso, il ballerino di Tango non necessita della flessibilità, forza, resistenza di cui un danzatore, un atleta o uno sportivo hanno bisogno. Come anche non occorre iniziare giovani a ballare, altro comune pregiudizio che scoraggia molti a provare il Tango.
Quello che impariamo studiando Tango è conoscere noi stessi e relazionarci attraverso il movimento, senza preoccuparci troppo di valicare i limiti che la nostra fisicità ci impone, piuttosto accettarli, come le speciali caratteristiche della nostra unica ed irripetibile individualità.

Ognuno, quando approccia il Tango, ha delle abilità da sviluppare e delle strutture da smussare se non addirittura rompere.
Io non ho mai avuto troppa difficoltà a mantenere l’equilibrio su di un solo piede, ma ho impiegato molto tempo e molte energie a spostare la mia attenzione dalla mia persona al partner e alla coppia. Altri potrebbero vivere l’esperienza opposta, ma è questo il bello: l’incontrarsi di vissuti molto diversi per arricchirsi reciprocamente e crescere insieme.

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Per studiare e contattare i Maestri

Profilo Instagram: lorenagianpiero

Pagina fb: Lorena & GP

mail: lorenagianpiero@gmail.com

Per approfondire: “Tangere. Manuale di base per l’apprendimento del tango”. Scritto da Gianpiero Galdi, disponibile su diversi siti on line

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Ringrazio Lorena e Gianpiero per questa ricca intervista capace di offrirci numerosi spunti di riflessione e di pratica di questa inesauribile passione che è per noi il tango argentino.

Pimpra

VUOI GODERTI LA VITA? ENTRA NEL FLOW!

Mentre il modo si congelava chiudendoci a casa in lockdown, in una sorta di castigo, per costringerci a fermarci a riflettere sulle nostre esistenze, come molti di voi, ho passato al microscopio la mia.

Sono stati mesi molto complicati ma hanno piantato un seme nella terra che inizia a germogliare.

Tempo addietro scrissi un post sull’onda di un libro che lessi “Il metodo Ikigai. I segreti della filosofia giapponese per una vita lunga e felice“, dove indagavo quale fosse il mio senso, il mio Ikigai e concludevo lo scritto con questa frase “Sii un’artigiana, una takum, cura il dettaglio e trasforma ciò che puoi in qualcosa dalla sofisticata semplicità. Il concetto mi pare molto bello e mi permette di entrare nel flusso che mi connette con il senso, con quel viaggio di cui, alla nascita, ho staccato il biglietto, ma di cui ancora non conosco la destinazione…

Ecco, vorrei vivere a lungo per scoprirlo.”

Sono passati i mesi e con essi le onde lunghe dei miei pensieri fino a che arriva il giorno in cui, l’apparente caso (anche se non credo le cose ci accadano mai per caso) mi ha messo sulla strada del mio Ikigai.

Ho finalmente trovato un hobby capace di farmi diventare cosa sola con l’attività che sto facendo, cancellando ogni pensiero dalla mente, ponendomi in uno stato di totale concentrazione mai provata, una sorta di trance. Tutto AGGRATIS senza far uso di droghe o alcol!

Dopo una vita passata a cercare invano ho scoperto un’attività che posso dire piacermi “assaissimo assai” e che posso praticare in solitaria. Dettaglio fondamentale di questi tempi in cui, l’amore mio assoluto, il tango, mi priva del piacere di poterlo praticare come piace a me: IN TOTALE LIBERTÀ.

Questo post per solleticare i miei lettori, gli amici, chiunque passi per di qua che QUELLA cosa bella da fare, da leggere, da scrivere, da inventare, da… ESISTE. ESISTE PER TUTTI, ne sono la prova vivente, dopo averci messo anni a trovarla e aver praticamente perso la speranza di scoprirla mai.

Ho imparato che non bisogna mai smettere di cercare. Mai perdere la curiosità di sperimentare cose nuove, specialmente se crediamo siano lontanissime da chi siamo noi (o crediamo di essere).

La mia me, la sportiva, volubile, indipendente, mascolina Pimpra, in realtà ha trovato una preziosa chiave che le apre porte di femminilità che non credeva immaginabili per lei, dolcezze e sensibilità da marschmallow: in una parola adoro cucire. Quasi mi vergogno a scriverlo tanto mi sembra lontano da me. Ma non è così.

Creare oggetti con la stoffa riempie un’esigenza creativa personale che, fino ad oggi, non ha trovato una strada idonea in cui esprimersi.

La creazione, di qualunque natura essa sia, è vita stessa. Dare la vita a qualche cosa, è un atto completamente rigenerante.

Entrare dentro il flusso, diventare tutt’uno con ciò che si sta facendo, mette in equilibrio il nostro essere intero. In questo equilibrio scopriamo la felicità, l’armonia, il benessere.

A voi tutti auguro di praticare ciò che vi rende “creatori”.

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE. CARLO FELLER E LUCIANA MUZIO

Le SiX.Q proseguono nel loro viaggio incontrando due giovani e brillanti maestri che risiedono a Milano. Di seguito la loro intervista, buona lettura e… prendete appunti c’è di che imparare!

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza

Luciana Muzio, vengo dalla provincia di Napoli ma ora vivo a Milano.

Carlo Feller, vengo da Milano Milano

2. Lo stop forzato dalle milonghe ci costringe, se lo vogliamo, a praticare la tecnica. Definisci le priorità a cui prestare attenzione: piedi, gambe, asse, abbraccio… 

L. L’indipendenza corporale. In molti hanno trascorso questi mesi da soli, senza poter praticare o ballare con un partner. La cosa migliore è quindi lavorare con esercizi di equilibrio per migliorare il proprio asse e renderlo sicuro, radicato, indipendente per poi facilitare la meccanica di coppia in un futuro che spero sia il più prossimo possibile.
C. Anche senza praticare si può recuperare una coscienza del corpo e dei suoi movimenti. Stare fermi molte ore amplifica i difetti della nostra postura e ascoltando il corpo possiamo capire come risolverli. Lo stesso vale per gli appoggi quando camminiamo per la strada con la mascherina.


3. Quando insegni, quale è l’errore tecnico che ritieni imperativo correggere nei ballerini/e?

L. I casi sono tanti e tutti diversi. Una delle cose che forse accade più spesso è che i ballerini fissano il proprio focus su un solo elemento o sul una sola parte del corpo. Il movimento a mio avviso deve essere “globale”. Tutto è collegato: una dissociazione non è una rotazione isolata delle spalle, ma anzi: per fare in modo che questa funzioni tutto il corpo deve “fare qualcosa”. Distribuendo le energie in tutto il corpo si evitano accumuli di tensione e il ballo risulta di sicuro più armonico. 

C. Premesso che ogni cosa è connessa, credo che il bacino sia un punto focale nella tecnica. Esso può essere sia la causa che l’effetto di molte problematiche nel ballo. Riuscire ad avere coscienza del suo utilizzo può allo stesso tempo stabilizzarci e darci libertà espressiva. Questo vale anche nel twerking.

4. Il tuo esercizio preferito da fare a casa per mantenere il corpo agile e abile al tango. 

L. Il più basico di tutti: spostare in blocco il proprio asse e quindi il proprio peso dalle dita dei piedi ai talloni, da destra a sinistra. Giocare con tutti i punti di appoggio dei piedi per scoprirne le possibilità e i limiti. Provare anche su una sola gamba provando anche a fare delle piccole dissociazioni. Cominciare da uno spostamento di asse molto ampio per poi ridurlo e farlo diventare sempre più interno. Se il movimento parte correttamente dal pavimento, per arrivare ai piedi e poi a tutto il corpo, sarà molto più semplice capire qual è la relazione che intercorre continuamente tra pavimento e corpo.

C. Rimbalzare e pivottare quando dimentico qualcosa, fare torsioni al computer, salire e scendere dalle punte lentamente per prendere oggetti in alto. Mettere il tango ovunque è un ottimo esercizio, cercando di non apparire stravaganti.

5. I video quando si pratica a casa: sei favorevole o contrario? 

L. Assolutamente favorevole!
C. Favorevole, da non fare in maniera ossessiva.


6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti

L. Ah, questa è difficile! Vorrei che le persone che ballano questa danza meravigliosa si godessero di più il percorso, invece di affannarsi per arrivare ad un punto di arrivo, perché quello non arriva mai! E’ un ballo troppo complesso per credere di averne carpito tutti i segreti, anche dopo 20 anni di esperienza. 

C. Continuando a ballare è sempre più difficile ballare e non il contrario. Il bello sta lì.

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Per studiare e per contattare i Maestri:

Associazione: TangoZeroDue, Milano

Sito Web: https://tangozerodue.it/

Pagina FB: Tang02

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Ringrazio Luciana e Carlo di aver partecipato con entusiasmo all’intervista! Spero di potervi incontrare presto di persona!

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE. PAOLA PINESSI E ALBERTO BERSINI

Inizio le SIX.Q tango interviste con una coppia di cari amici, Paola e Alberto che seguo e stimo come professionisti e persone, da lungo tempo.

Il “girotangando” di interviste parte da Bergamo/Brescia, volendo così fare una sorta di omaggio a una delle città e province maggiormente ferite dalla recente ondata pandemica.

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SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza 

Alberto Bersini e Paola Pinessi , Bergamo

2. Lo stop forzato dalle milonghe ci costringe, se lo vogliamo, a praticare la tecnica. Definite le priorità a cui prestare attenzione: piedi, gambe, asse, abbraccio… 

Sicuramente praticare da soli analizzando la tecnica è fondamentale, soprattutto in un periodo in cui non ci è consentito il ballo di coppia. Detto questo gli aspetti da curare in particolar modo sono l’asse (inteso come equilibrio e relativi metodi per mantenerlo autonomamente); seguono gli esercizi per sviluppare e migliorare l’utilizzo delle gambe e dei piedi, non solo per un fattore estetico ma soprattutto per un fattore meccanico.

3. Quando insegnate, quale è l’errore tecnico che ritenete imperativo correggere nei ballerini/e?

Di errori tecnici ne rileviamo molteplici, molti dei quali riguardano la coppia ed altri che riguardano solo il leader o solo la follower. 

Per quanto riguarda il leader, l’errore più frequente è dato dalla scorretta impostazione dell’abbraccio e della connessione, spesso troppo costrittivo e caratterizzato da un punto di appoggio tra i due corpi troppo statico; noi puntiamo molto sul fatto che l’appoggio ci debba sempre essere, ma i punti del corpo che poggiano tra loro debbano essere cambiati costantemente, per generare più libertà di scorrimento tra i due corpi, con conseguente aumento delle possibilità di rendere il ballo più “vario”.

Per quanto concerne invece la follower, puntiamo molto sul fatto di renderla meno follower ma più propositiva; pensiamo molto che il ballo debba essere 50% uomo e 50% donna, pertanto deve esistere un dialogo fra la coppia di ballerini, con proposte che giungano tanto dall’uomo quanto dalla donna.

Troppo spesso incontriamo donne che hanno timore di tirare fuori la propria personalità, limitandosi al seguire esclusivamente la marca dell’uomo, senza “osare“. 

Questo, ovviamente, va oltre l’aspetto tecnico, ma a nostro avviso è l’elemento più complicato da correggere.

4. Il vostro esercizio preferito da fare a casa per mantenere il corpo agile e abile al tango.

Il nostro personale?? Ehm ehm… divano e pastasciutta…

Quello che consigliamo? Stretching ed esercizi individuali per la dissociazione ed esercizi di connessione da eseguire in coppia.

5. I video quando si pratica a casa: siete favorevoli o contrari?            

Riteniamo che filmarsi mentre si pratica a casa possa essere molto utile, in quanto, anche in assenza di un insegnante che corregge, si è in grado di vedere errori grossolani sui quali poter lavorare individualmente e correggerli.

6. Dite quella cosa che avreste sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiedervi.

Cosa ne pensate del talebanesimo tanguero?

Beh, rispondiamo in maniera molto semplice…

Partiamo dal presupposto che un tanguero per essere “completo” deve saper adattare il proprio estilo di tango all’epoca musicale proposta dalla tanda.

Per esempio, noi adoriamo ballare estilo miloguero nei brani suonati dalla guardia vieja, come ci piace altrettanto ballare l’estilo salón nei brani degli anni 40/45 in poi… e poi, perché no, qualche contaminazione di tango nuevo su alcuni brani, meno datati ma comunque di tango tradizionale.

Diciamo che una coppia non dovrebbe limitarsi a ballare un solo stile, ma saper adattare il proprio ballo a seconda di ciò che le chiede la musica…

Ciò che sicuramente non condividiamo è il fatto che negli ultimi anno vadano di moda alcuni eventi su invito o con “selezione all’ingresso”, che rispecchiano l’esatto contrario di ciò che è lo scopo sociale del tango, e spesso vengono organizzati proprio da coloro che si ritengono i detentori del sapere tanguero…

Detto ciò, siamo convinti che il tango non debba avere una sola forma, anche se alcuni affermano esattamente il contrario… cosa dice il detto? La volpe quando non arriva all’uva dice che non le piace…

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Per studiare e per contattare i Maestri:

ALBERO BERSINI E PAOLA PINESSI

Sedi di corsi stabili: Bergamo e Brescia

Sito web: www.albertoepaolatango.com

Pagina FB Alberto Bersini e Paola Pinessi VNT

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Ringrazio Paola e Alberto per gli spunti di riflessione e per aver condiviso con noi la loro visione del tango.

Pimpra

SIX.Q TANGO INTERVISTE

Pensavo che ai tempi difficili, bisogna sempre reagire con vigore e, soprattutto, con positività.

Inutile ribadire che la pausa forzata, costretta, dura ma – ahimè – necessaria, che il tango sta attraversando, pesa molto ma, secondo il primo postulato della sopravvivenza, voglio reagire e pensare positivo.

Mi è quindi venuta l’idea di micro interviste, le “SIX.Q” , da proporre ai maestri di tango che conosco.

Vi ricordate i compiti delle vacanze dell’epoca? Ecco una specie di attività del genere, ma senza la rottura di scatole che i compiti veri comportavano.

Sei domande lievi, dove i nostri amici maestri ci danno qualche visione e prospettiva in breve del tango post Covid.

La prima raccolta di domande avrà un focus sul corpo danzante. 

L’idea è di raccogliere spunti provenienti da professionisti che lavorano in Italia così che possano pungolare la nostra voglia di tenerci in attività, di curare il corpo e i movimenti facendoci arrivare meno ciocchi di legno al primo appuntamento sulla pista da ballo.

Sto raccogliendo le interviste che saranno pubblicate a cadenza settimanale, sempre con titolo “SIX.Q” e il nome dei professionisti intervistati.

Il patto che faccio con loro e con voi, amici lettori, è questo: nessun retro pensiero, nessuna preferenza, nessun fine di lucro mio o loro. Solo uno scambio, un arricchimento per la comunità.

Sotto ogni intervista riporterò le informazioni relative alla loro attività professionale, così sarà per tutti.

L’idea è di fare un viaggio in tutta la penisola, di dare voce alle voci, di ricevere suggerimenti e consigli, di mantenere viva e vibrante la nostra passione.

Se volete partecipare alle interviste, se avete qualche argomento in particolare che vi interessa approfondire, se avete domande, scrivetemi a questo indirizzo di posta: girotangando@gmail.com .

Pimpra

FINO A CHE PUNTO POTETE SPINGERVI?

Il tempo, tiranno e inesorabile, continua a scorrere.

I giorni scivolano dalle mani, la primavera ha lasciato spazio all’estate, il lockdown è alle spalle, non dimenticato ma volutamente nascosto nello scrigno di quei ricordi che non vuoi rammentare.

Le vacanze sono alle porte, per chi può e vuole permettersele.

L’estate del tanguero è, per definizione, “errante”, tra giri di milonghe o eventi di ogni sorta, complice la stagione più bella, le giornate più lunghe e la voglia repressa di uscire e vivere intensamente.

Da quanto leggo però, se lo sono un po’ scordati questo nostro ballo, relegandolo in fondo alla lista delle attività da normare. In alcune regioni il solo escamotage trovato è il “ballo tra congiunti”, sul quale evito di esprimere commenti, tanto appare assurdo e, tutto sommato, poco democratico. Il virus c’è o non c’è, parliamoci chiaro, e se pure i congiunti conviventi tra loro non sono a rischio, a ragione il solo fatto di condividere una sala con altri congiunti, li potrebbe mettere potenzialmente “a rischio”.

Ma non è questo l’argomento su cui desidero soffermarmi.

Vi chiedo: ma voi, patiti dell’abbraccio in tutte le sue forme, fino a che punto sareste capaci di adattarvi, purché vi fosse concesso di ballare di nuovo? E per ballare intendo con chicchessia.

Avete paura? Avete solo le scatole piene? Avete pensato di appendere le scarpette al chiodo, dichiarando conclusa una stagione della vostra vita, oppure vi state preparando studiando tecnica in solitaria?

Come state? Come vi sentite amici miei?

L’immagine del post mi ha fatto molto riflettere su come saremo al nostro rientro in pista, ai nostri sentimenti, alle paure o, semplicemente, al senso di liberazione e di gioia che ci pervaderanno.

Per me non ho la risposta, nel senso che il mio cuore ha come congelato la passione tanguera che mi divora, permettendomi di sopravvivere ai giorni senza abbracci, senza emozioni, senza stimoli.

A casa uso le ante dell’armadio in modo molto alternativo, obbligandomi agli esercizi di tecnica che mi è sempre piaciuta ma che aveva un sapore diverso quando era una scelta e non l’unica opzione.

Pimpra

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FACCIAMO IL PUNTO

Fine giugno.

Solstizio estivo: fatto.

Profezia Maya: scollinata senza effetti apocalittici.

Progetti per l’estate? M A H .

Tango in milonga? M A H. M A H .

Non so come state messi voi ma è giunto il tempo di fare il punto della situazione.

Personalmente sopravvivo con una discreta dignità a questo strano momento storico.

Lo definisco così perché tutto quello che ho e non ho intorno mi pare strano: la gente con le mascherine, il gel igienizzante ovunque, le regole dello stare insieme (sempre più lasse a dire il vero), il tango argentino ancora ghettizzato e quindi impraticabile nella sua veste più sociale, quella della milonga, lo smart working che amo, ma che mi sembra comunque legato alla calamità, il mare che ancora non ho raggiunto perché non riesco a immaginarlo con il distanziamento.

Non so come vi sentiate voi, io definirei il mio stato attuale STRANO.

La vita casalinga, leggi da smart worker, se da un lato mi rende una lavoratrice migliore – l’habitat consono e le relazioni sociali completamente assenti fanno bene al mio spirito – dall’altro mi ha resa la fotocopia della “zia Abelarda”.

Non ho più quella voglia insistente di uscire per il giro di vetrine e shopping connesso, sono diventata appassionatissima di verde e piante che curo con amore, il mio lato animalista è vieppiù rafforzato eppure…

Percepisco come una situazione di sospensione, come se i mesi da poco trascorsi non fossero completamente sotterrati e volutamente dimenticati, come se, poco più avanti, altre difficili prove ci stiano attendendo.

La mia è solo una sensazione “animalesca”, una specie di istinto, nessun pensiero razionale o ansia di fondo che non sono roba mia.

E comincio a sognare di quando ballavo, di quando tutti noi ballavamo e facevamo progetti meravigliosi e le vacanze estive erano il massimo per la programmazione di viaggi e di weekend da tango-dipendenti. Adesso percepisco silenzio, o piccole voci soffuse e mi sembra così strano, ai limiti del surreale.

La mia sarà un’estate scondita di viaggi e, probabilmente, di incontri, di persone, di quella vita caotica e colorata che tanto amo.

Mi auguro solo che la lupa che porto dentro si sbagli e che quella strana vibrazione di fondo che percepisco, si dissolva nell’alba del mattino.

Pimpra

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Riscrivere il significato di “Comunità tanguera”

Le buone notizie stanno arrivando, pare che la pandemia sia entrata nella curva decrementale, ci si ammala di meno e – fortunatamente – in modo meno grave.

Dal 3 giugno, finalmente, saremo liberi di muoverci nel nostro paese e, con qualche difficoltà che verrà presto risolta – mi auguro, anche verso il resto del mondo.

Le attività stanno tutte riaprendo e, ne sono certa, anche per quanto concerne le danze di coppia, verranno proposte soluzioni a breve e… torneremo in pista.

Questo sciagurato periodo, ahimè, ha mostrato degli aspetti della comunità tanguera che mi hanno fatto molto riflettere.

La politica portata nel tango, il pensiero critico verso le soluzioni messe in atto dai governi, lo scagliarsi gli uni contro gli altri in dibattiti on line relativamente la gravità della situazione, mi hanno colpito profondamente.

Dopo l’ultimo post che ho scritto, qui, e le numerose bordate personali che ho ricevuto (si sa che i leoni da tastiera sono sempre vigili e pronti a sferrare attacchi), desidero chiarire la mia posizione e invitarvi a un dialogo costruttivo, leale e scevro da offese gratuite e poco utili al dibattito.

Credo fermamente che la comunità tanguera debba riscrivere se stessa.

Prima era tutto semplice, ognuno sceglieva “il suo mondo” ideale dove portare la sua danza: gli amanti del tango milonguero nei loro circuiti, così come i maratoneti i loro weekend, andavamo ai Festival, alle milonghe, agli stages e chi più ne ha più ne metta.

Poi, come se un colpo di spugna avesse cancellato la lavagna, ci ritroviamo con le scarpette in mano ad aspettare che ne sarà di noi, della nostra voglia, del nostro bisogno di incontrarci e ballare.

Non sarà più come prima, temo.

Dobbiamo ancora capire se, come, quando, in che modo potremo riprendere ma, ciò che a me preme massimamente, è il modo in cui entreremo in relazione.

Vi propongo la mia personalissima visione.

Chi mi conosce da anni lo sa. La mia vita è impostata sul concetto “LOVE AND PEACE” e “VIVI E LASCIA VIVERE”.

Agire nella propria vita la LIBERTA’ significa, innanzitutto, rispettare quella dell’altro.

Vivere in una società civile, significa avere rispetto delle sue regole. [Questa frase è dedicata a coloro che non hanno saputo/voluto leggere con gli occhiali giusti, l’ultima frase del post precedente, una iperbole provocatoria ].

Fatta questa premessa, il mio mondo tanguero ideale rappresenta in assoluto il concetto più bello di “COMUNITA’ ” .

Partiamo dall’assunto che “(…) Come notava Z. Bauman, “oggi la comunità è considerata e ricercata come un riparo dalle maree montanti della turbolenza globale, maree originate di norma in luoghi remoti che nessuna località può controllare in prima persona” (2001, p. 138). Citazione da Treccani qui.

Riprendiamo il concetto di “riparo dalle maree montanti della turbolenza globale” e chiediamoci quanto il tango come comunità può fare per essere riparo, specie dopo questa pandemia.

La prima riflessione dovremmo portarla all’interni di noi stessi, chiedendoci quanto siamo disposti a dare e quali rinunce accettare affinché la comunità risorga come riparo, porto, isola felice.

Saremo capaci di bandire i giudizi che abbiamo sempre a fior di labbra su ogni cosa riguardi il tango, giudizi che – purtroppo – sono animati da critica feroce più che da spunto di riflessione e dialogo costruttivo?

Saremo capaci di essere meno egoisti? Di gioire se i nostri amici di altri paesi nel mondo danzeranno prima di noi? O inveiremo contro questo nostro stato assassino che tarpa le ali ai nostri desideri?

Personalmente ho pensato molto in questo periodo, rivalutato mille pensieri, rivisto scelte.

Oggi posso affermare di essere una persona fortunata ad avere questa passione e di poterla condividere con voi, con tutta la gioia, l’apertura mentale, la curiosità e il rispetto possibili.

Spero che anche per voi possa essere lo stesso, in libertà, senza bandiere, senza confini, senza colori, uniti dal quel “CUM” latino che ci porta “INSIEME”.

Buon nuovo inizio, Amici miei

PIMPRA

PANDEMIA E MILONGHE CLANDESTINE. GLI ALIENATI DEL TANGO

E’ da qualche tempo che leggo di sedicenti milonghe clandestine.

Sono una forma particolare di incontro che esiste da parecchi anni (in Italia almeno), una specie di movimento “underground”- si fa per dire- che coinvolgeva gli amanti del genere. La clandestina o “milonga illegal” di solito era organizzata in luoghi che non fossero sale ufficiali da ballo/milonga, era un movimento di tangueros che amavano incontrarsi in particolare in luoghi all’aperto, nella più totale libertà.

Ad alcune, negli anni passati, ho partecipato, apprezzando in particolare, l’incredibile amalgama di gruppo, l’amicale coinvolgimento dei partecipanti, lo spirito goliardico improntato al piacere di stare insieme, di ballare, di mangiare e bere in un contesto non convenzionale.

Queste erano le “clandestine” nella nostra vita precedente. Poi arriva lo sciagurato virus e la vita di tutti, specie quella di relazione, cambia in modo shoccante e … si smette di ballare.

Passano i mesi, circa tre, e piano piano si ritorna alla normalità che, allo stato, significa “solo” poter uscire di casa liberamente, seguendo un corollario di divieti assolutamente inimmaginabili fino a poco tempo fa, di cui il peggiore – probabilmente – è il distanziamento sociale.

Manca pochissimo e potremo anche riprendere a viaggiare, sempre seguendo criteri di attenzione severissimi.

Anche al mare si deve rimanere a distanza, TUTTA la nostra vita si deve vivere “a distanza”.

Poi ci sono loro, gli alieni, ma preferisco chiamarli “alienati” che se ne fottono del casino che è successo e che decidono, in modo assolutamente arbitrario, di organizzare “MILONGHE CLANDESTINE”.

E’ da un po’ che ne sento parlare da più parti e da più fonti. Non mi piace seguire il chiacchiericcio e meno che meno il pettegolezzo ma… quando se ne parla con una certa insistenza, da qualche parte c’è sempre un fondo di verità, allora decido di scrivere questo post.

Cari Alieni Alienati, se esistete per davvero e se avete deciso di colonizzare questa terra martoriata, vi chiedo di smetterla, di non farlo, di aspettare il momento giusto, quel momento in cui, con un buon margine di sicurezza, ballare il tango argentino, tutti quanti insieme, in milonga, non metterà a rischio nessuno.

Ci sono maestri, professionisti, imprenditori nel settore della danza che, con una fatica assurda, stanno cercando di non soccombere allo stop forzato. Pensate a loro, al fatto che non possono guadagnarsi da vivere e che, con intelligenza, dedizione, fatica e spirito di adattamento, offrono almeno lezioni on line, sulle mille piattaforme a disposizione.

Pensate anche a noi, la gente normale ma estremamente appassionata, ai limiti della pura dipendenza da tango che, ligi e tristissimi, hanno appeso le scarpette al chiodo, disdetto viaggi, camere di alberghi, weekend di puro piacere tanguero per senso di responsabilità civica e rispetto delle regole.

TUTTA la comunità tanguera è sotto pressione, stanca di aspettare, in crisi di astinenza ma RESISTE.

Cari Alieni Alienati, siete solo voi quelli che credono di avere l’immunità, di essere i più fighi, quelli che tanto a me non succede e, comunque, me ne fotto.

Vi dico solo una cosa se vi scopro vi denuncio, senza passare dal via.

Pimpra

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Copio il testo del comunicato pubblicato oggi da numerose scuole di tango argentino del Nord Italia:

“Ciao,
siamo i vostri insegnanti di Tango Argentino ed organizzatori di Milongas, il Tango è la nostra passione e il nostro lavoro.
Ci teniamo ad una precisazione in questo momento storico: dichiariamo la nostra totale estraneità a qualsiasi forma di milonga clandestina che venga organizzata in questo momento (si anche il garage con quattro coppie di amici).
Il motivo è molto semplice, se pur molte restrizioni siano state allentate non è permesso il contatto fisico tra le persone, per evitare la diffusione del virus sappiamo ormai benissimo essere necessario il distanziamento fisico. Una qualsiasi illegal non garantirebbe nessuna sicurezza per le persone. Men che meno il ballare con altre persone.
Va da sè che purtroppo, per ora, non ci è concesso ballare se non con le persone con cui già stiamo vivendo. Corriamo il rischio che atteggiamenti troppo leggeri alla “ma si, siamo solo noi quattro” faccia slittare sempre più in avanti la ripartenza a pieno regime delle nostre attività.
Siamo i primi a soffrire (e non poco) per questa mancanza e a voler riaprire il prima possibile le milongas, sono il nostro lavoro!
Ma lo faremo nel momento in cui potremo garantire la sicurezza di tutti i partecipanti e la nostra, non prima.
Chiediamo la collaborazione di tutti, siamo fermi completamente da tre mesi e non ce la faremo a resistere ancora per molto. Contribuiamo tutti in modo responsabile a farci ripartire il prima possibile!

Firmato:

-Asd Deep in Tango Scuola Stabile & Milonga El Garufa(Eva Di Rienzo, Fabio Martimbianco, Luciano Mamprin)
-Cochabamba 444 (Marta Lorenzi, Alberto Muraro)
-Alma Negra Tango Club (Chiara Del Savio)
-Asd El Abrazo (Roberta Buligan)
-Asd Arrabal Scuola Stabile di Tango Argentino (Simone Pradissitto)
-Gato Negro Tango Club Asdc (Ilario Bailot, Elisa Gabrielli, Marina Martin, Massimo Marchetto)
-Asd Contatto Club Spinea (Silvana Miotto, Gilberto Peguri)
-Asd La Balera Brescia (Grazia Bo)
– Picaflor Asd Marghera (Michele Sottocasa, Diana Trevisanato, Lucio Giraldo)
– Asd Un toco de tango ((Nicola Cimmino, Sabrina Almada)
– Molo 5 (Stefania Brisi)
– Tango Ritual Vicenza (Gianni Tonello)
– Milonga Tangheria Industrial Padova (Antonella Bere alle, Paolo Pescado)
– Asd TimeforTango (Andrea Joschi, Alexandra Lioubova)

Se sei un insegnate e/o organizzatore e vuoi unirti scrivici nome dell’associazione e nome e cognome al 3273771516 e ti aggiungeremo al comunicato. “

MALINCONIA TANGUERA

Questa è solo la minima parte del mio personale parco scarpette da tango. Queste sono le bimbe che, attualmente, mi seguono nelle peregrinazioni sulle piste.

Ho sbagliato tempo dei verbi: devo usare il passato remoto.

Ci passo davanti ogni giorno, le accarezzo con lo sguardo, ogni paio mi ricorda momenti fenomenali della mia vita, ore di piacere, di gioia, a volte anche di cocenti delusioni, di dispiacere.

Le mie scarpette da tango raccontano la mia vita, quella degli ultimi 15 anni.

Ogni giorno mi osservo i piedi, li vedo senza lividi, senza calli, senza unghie rotte, dovrei essere contenta, invece ci leggo il segno della pausa, della sosta obbligata a cui siamo stati costretti.

Ammiro molto gli amici e i maestri che, determinati, hanno continuato a ballare, ad allenarsi a distanza, a perfezionare la tenica.

Io faccio fatica, perché mi prende come un dolore dentro, vivo una sorta di lutto, perché mancano gli abbracci, come non mai.

Ho letto che in alcune regioni d’Italia, con prudenza, stanno riaprendo le scuole di ballo, ed è una cosa meravigliosa. Da me, nel lontano nord est ancora vige il divieto, ma sono e voglio restare ottimista.

Ho una grande paura: riuscirò a ballare ancora? Sarò in grado? Il corpo non allenato, rimasto per mesi in quasi totale inattività fisica, recupererà?

Sono sopraffatta dal desiderio e dal timore, dal bisogno di riprendere e dalla paura di non farcela.

Le mie scarpette sono lì, mi guardano e continuano a ricordarmi come ero e come era bello ballare.

Non metto più i tacchi da tantissimo tempo, perché se non posso ballare, è come se la mia “donna” portasse l’abito del lutto.

Ma il tango tornerà ed è bene farsi trovare pronti.

Oggi indosserò il paio da studio e muoverò i primi passi, in fondo la vita è questo: RICOMINCIARE.

Pimpra

SCOPERTE DA QUARANTENA: LA MARCIA

Nella mia vita di adulta mi sono imposta di cercare l’aspetto positivo in ogni situazione che avrei vissuto.

E’ una fatica bestiale specie quando gli occhiali con cui guardi al mondo sono resi opachi dalla tristezza, dalla frustrazione o dal dolore, ma, nonostante tutto, ci provo con tutta me stessa.

Le prime settimane di quarantena sono state durissime, la privazione delle libertà fondamentali, l’incertezza della situazione hanno provocato anche su di me una profonda sensazione di disagio che faticavo a contenere.

Poi, ci si abitua a tutto, anche ad uscire con quella fastidiosa mascherina. Non mi abituerò mai alle file per fare la spesa o per entrare in qualsiasi negozio, di questo sono certa.

Leggendo in termini positivi la contingenza mi ha aiutato a risparmiare, cosa che prima non mi accadeva mai. Cerco di restare in questa modalità anche quando le maglie della quarantena si faranno più allentate.

Oltre alla mente, il corpo ha pesantemente risentito della clausura casalinga. La fame chimica, quella che ti arriva dal cervello per stress, depressione, ansia, a tratti è stata difficilissima da gestire. Complice l’inattività fisica, le tenebre della depressione si sono affacciate.

La tecnologia per stavolta ci è venuta in aiuto e, a suon di app per il fitness e gruppi di ginnastica casalinga spesso “home made”, siamo riusciti a resistere fino ad oggi.

Nella mia regione le misure di restrizione si stanno facendo di poco più morbide, consentendo l’attività fisica all’aperto. Detto fatto ne ho approfittato immediatamente. Alla prima uscita camminando, sono rientrata all’ovile con le gambe tremanti, in totale choc per la mia situazione fisica a scatafascio. Grazie al cuore sportivo però mi sono rimboccata le maniche e ho deciso di camminare, prima a tempo, poi a percorso.

Morale della favola ho scoperto le gioie della marcia.

Marciare, quando ero un’atleta che correva sulla pista, da un lato mi affascinava per la fluidità dei movimenti, dall’altro mentalmente avevo classificato tale attività sportiva tra quelle per “anziani”. La stupidità e l’arroganza dei giovani: la marcia è in primis una dimensione dell’anima, un po’ come la corsa dei maratoneti, pone la mente in stato meditativo. In secundis l’impegno atletico è dato dalla frequenza dei passi che, tradotto significa, si può andare molto veloce e fare moltissima fatica.

Ho iniziato timida e terribilmente legata nei movimenti, ma tale e tanto è stato il benessere che ne ho ricavato che, immediatamente, marciare mi è entrato nel sangue.

Ogni giorno dedico almeno 40′ alla marcia.

Finito il percorso mi sento bene, come se l’ansia, i pensieri negativi, le frustrazioni si fossero disciolte nel mio respiro, diluite nel ritmo regolare dei battiti, dissolte nel sudore.

Se poi l’effetto collaterale è perdere qualche grammo, evviva evviva evviva la marcia!

Provare per credere.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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GLI OLANDESI LA CHIAMANO “HUID-HONGER”, NOI “FAME DI TANGO”

Pochi giorni fa, durante una mini passeggiata nei pressi di casa, mentre ero completamente immersa nei miei pensieri, ho avuto come l’istinto di sollevare lo sguardo.

L’immagine che ho avuto dinnanzi agli occhi è quella che vedete, ho afferrato il cellulare per immortalarla.

Rientrata nella quarantena domestica, mi è parso chiaro come, sempre più forte e intensa, sto provando quella che gli olandesi definiscono: “huid-honger” che tradotto potrebbe più o meno significare “fame di pelle”.

Ne parlavo via mail con il mio amico Michiel, l’olandese appunto, si discuteva su come il distacco forzato dal tango ci provocasse queste curiose sensazioni.

Mi piace immaginare il giorno in cui, come queste dolci rondinelle della foto, anche noi tangueri impenitenti, potremo finalmente tornare agli amati lidi e riprendere le nostre danze.

Penso anche a come cambieranno gli approcci alla tanda, il modo di ballare, e pure se dovremo farlo “mascherati”.

Sono pensieri che, dopo due mesi di congelamento dovuto allo choc pandemico, cominciano piano piano a riaffiorare alla mente, come se i primi spiragli di riapertura delle attività quotidiane, ci permettessero nuovamente di sognare.

E’ chiaro che, nostro malgrado, il tango sarà l’ultima delle ultime attività a cui potremo dedicarci in futuro e che, questo stesso futuro, rimane estremamente incerto e, di sicuro, piuttosto lontano nel tempo, ma tant’è la mente non si ferma.

Così, continuo a perdermi nella dolcezza del volo di queste rondinelle immaginando la gonna svolazzante rincorrere i miei movimenti nella prima tanda post epidemia.

Sognare, ne sono certa, fa bene allo spirito.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

MI RIPRENDO LA MIA UMANITÀ SBAGLIATA

Dopo un mese esatto di lockdown casalingo, oggi ho rimesso un filo di trucco.

La conference call del pomeriggio è stata la scusa per presentarmi meno sciatta al mio interlocutore, nel tentativo di non apparire esattamente alla stregua del cassonetto che visito con grande piacere ogni giorno.

La casa che mi ospita è piena di specchi, oramai non ci faccio più caso ma prima, passando davanti a uno di essi, ho visto il mio volto diverso, avendo la sensazione di indossare una maschera. Non ho riconosciuto più me stessa, per quel filo di rossetto e di matita sugli occhi.

Mancava l’unicità di un volto naturalmente segnato, lo sguardo meno brillante, la bocca meno sensuale.

Sono rimasta colpita dall’effetto che ho fatto a me stessa e la mente è tornata al periodo pre epidemia, in cui, la faccia che davo al mondo era sempre piuttosto truccata, oggi direi “artefatta”.

L’umore non sta andando bene nell’ultimo periodo, mi sto lentamente ma inesorabilmente inabissando. Non trovo l’allegria, non percepisco gli stimoli, sono buttata nella mia giornata come fossi una pianta.

Oggi volevo fare un passaggio al supermercato per dei piccoli acquisti, arrivata davanti, ho girato sui tacchi perché c’era la fila.

Non ho pazienza, non ho desideri, elettroencefalogramma piatto.

E sono costretta a fare i conti con me stessa, con la noia che mi corrode e che non so gestire, con l’umanità che vorrei intorno e dalla quale vorrei anche stare lontana. Non sto bene, questo è. La salute, quella, per fortuna, è a posto ma la testa non gira, è piantata nella melma e sta lentamente affondando.

Vorrei non essere come sono.

Vorrei prendermi cura di me, ricordarmi di farmi bella, cercare di passare questo tempo solitario, investendo in attività che mi facciano crescere.

Vorrei, ma non posso.

Come se le ruote dell’ingranaggio si fossero di colpo fermate e io stessi in attesa di essere riparata.

Vorrei, ma non posso.

Poi leggo, osservo, ascolto le voci degli altri e mi pare che dietro ai sorrisi che decidiamo di dedicarci, ci sia più un intento di farci un coraggio collettivo, più che vera allegria. Allora mi dico che stiamo a pezzi, e questi pezzi sono piccoli e sono tantissimi e che per rimetterli insieme ci vuole una santa pazienza e molto tempo.

Allora mi dico va bene così, oggi, ieri, domani non sarò brillante, non riuscirò a sorridere probabilmente, sarò torva, forse arrabbiata o indolente e accetterò queste sfumature sbagliate, così poco social e sociali ma tant’è.

Perchè in questo delirio almeno una cosa mi è chiara: quando passo davanti a uno specchio voglio vedere me, non una maschera.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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TANGO E TECNOLOGIA

Ormai ho perso il conto dei giorni, stare a casa ovatta il senso del tempo. Mi accorgo dello scandire delle giornate osservando il piumaggio di foglie del carpino che domina il giardino. E’ lui che funge da calendario.

Come molti di noi, lavoro da casa e, se possibile, sono più iperconnessa di prima. Nel carosello di pixel che fiammeggiano quotidianamente dinnazi ai miei occhi, sto notando un grande cambiamento “adattativo” riservato a noi, i “droGatti” tangueros.

Molti professionisti (e non) si sono affacciati alle piattaforme virtuali per continuare a mantenere vivo il rapporto con i loro allievi e, perché no, non perdere completamente la fonte del loro reddito.

Una delle piattaforme che vanno per la maggiore è Zoom, ma sicuramente ve ne sono altre di validissime.

Personalmente non mi sono ancora mai iscritta a uno di questi webinair, ma conto di farlo prima o poi. So di molti amici che seguono lezioni di ogni tipo in modalità on line, da quelle più tipicamente “intellettuali”, i classici corsi di formazione per capirci, a vere e proprie lezioni che implicano il corpo.

Ecco che mi chiedo come cambierà il mondo tanguero, anche alla luce di queste possibilità offerte dalla tecnologia moderna.

Facendo un salto nel passato, ripenso ai miei esordi a metà del 2000, ricordo perfettamente come molti tangueros dell’epoca facevano indigestione di video di esibizioni per carpire i movimenti dei professionisti. Poi si presentavano in pista e usavano l’inconsapevole ballerina/o quale strumento di verifica dei loro progressi. Inutile dire che per il 90% di loro gli effetti erano nefasti.

Ma torniamo ad oggi, come cambia, se cambia, la didattica on line? Il fatto che io veda il mio maestro effettuare dei movimenti, spiegarmeli, mi permette comunque di apprendere? Il maestro, via etere, ha la possibilità di osservare i movimenti degli allievi e di offrire le sue correzioni?

Oppure le lezioni on line poggiano piuttosto sulla condivisione con l’aula di esercizi che vengono dettagliatamente spiegati alla classe che poi, in autonomia, li riproduce?

Si possono fare domande? I maestri interagiscono o il rapporto è “one to many“?

Non nascondo che questa possibilità di apprendimento, non solo mi incuriosisce, ma mi pare un’ottima ancora di salvataggio sia per i professionisti, gravemente privati della possibilità di lavorare, sia per gli allievi che si sentono mancare i loro punti di riferimento.

Ancora, come si può rendere questo strumento il più efficace possibile, in modo che, una volta l’emergenza risolta (accadrà prima o poi!), non ci si ritrovi in pista completamente a digiuno dei movimenti, con tutti i nostri punti deboli in esaltazione?

La domanda è rivolta sia ai maestri che avranno il piacere di rispondere, sia agli allievi che hanno esperienza del metodo.

Ad ogni buon conto e a prescindere da tutto, apprezzo la voglia di trovare soluzioni, di reagire a una situazione drammatica, all’arte di arrangiarsi che, messe insieme, ci faranno rialzare la testa e riprendere le nostre vite.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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LA FASE 2

La smart band che indosso mi offre quotidianamente il grafico del sonno, quanto sono durate le fasi profonde, leggere, quelle Rem, i risvegli, poi dà un voto alla qualità del mio riposo e del respiro.

Pare che sia estremamente positivo per la creatività e per il cervello in generale, aumentare la durata della fase Rem.

Durante la quarantena, ho notato che l’incremento del Rem ha avuto una crescita lenta ma costante.

Non so se si tratta di suggestione o di scienza, ma sta di fatto che quando quella fase supera l’ora, la testa viaggia più veloce e mi arrivano idee e, in particolare, ho più voglia di scrivere.

Sull’onda quindi di una bella dormita, mi sono messa a favoleggiare su quella che oramai chiamiamo “FASE2” dell’epidemia ovvero il momento in cui, con grande cautela e regole nuove, potremo nuovamente uscire di casa.

Ci penso molto spesso, immaginando una lista di cose che voglio fare per prime, le metto in ordine di priorità e di piacere.

Negli occhi mi si presenta un’immagine nuova, di noi che viviamo con la mascherina sul volto, sempre. Penso al caffè sorseggiato prima di entrare in ufficio, alla pausa pranzo, all’interazione con i colleghi. Sarà tutto molto diverso, strano anche.

Chissà se il “distanziamento sociale” così rigido, come quello che stiamo vivendo ora, sarà mantenuto, se dovremo continuare a fare la fila fuori dal supermercato perché gli ingressi saranno contingentati. E come sarà entrare nei negozi per fare shopping? Si potranno ancora provare i vestiti? E quando mi servirà un nuovo rossetto? La signorina di KIKO potrà farmelo provare, almeno sul dorso della mano?

So bene che quelle appena citate non sono di certo le domande ontologiche per eccellenza ma fanno parte del vivere quotidiano che è la cosa che riguarda da vicino noi tutti.

Qualche idea me la sono fatta, non sempre positiva, ma non voglio pensarci adesso.

Vi propongo un gioco di condivisione: scrivetemi le tre cose che farete il primo giorno in cui potrete uscire di casa senza divieti stringenti.

Scrivetemi una paura che non vi abbandona.

Rispondete a questa domanda: vorreste vi fosse fornito dalle autorità competenti una sorta di vademecum di ciò che si può fare e come e ciò che resta vietato? Un manualetto con le nuove istruzioni del vivere civile.

Inizio io:

  1. vado ad abbracciare mia madre
  2. faccio un giro in città a piedi
  3. vado in palestra

Mi rimane la paura che chiunque mi possa contagiare.

Sì lo vorrei. Chiaro e specifico, così da non sbagliare e incorrere in ammende o peggio avere conseguenze penali.

VI ABBRACCIO

Pimpra

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TANGO POST COVID. COME SAREMO?

Ho cercato in tutti i modi di distogliere la mente dall’amato tango confinandolo nel silenzio di questo tempo di epidemia.

Silenzio di abbracci e di socialità di pelle, vivo e vibrante in modalità virtuale, anche se non è la stessa cosa.

Dopo uno stop così prolungato ci riaffacceremo al nostro bel mondo in modo diverso, cambiati nel corpo e nello spirito.

Forse il corpo sarà facile da riportare a regime, riprendendo i movimenti a lungo rimasti addormentati. Come molti, anche io ho cercato di tenermi in esercizio, inserendo nella mia routine di allenamento standard anche degli esercizi utili a mantenere certe flessuosità.

Ma ballare è altro, studiare in coppia è altro, immergersi completamente è altro.

Si fa come si può e quanto si riesce, l’arte di arrangiarsi.

L’aspetto post epidemia che più mi interessa indagare è come saremo noi, la comunità di danzatori che si incontra di nuovo.

La comunità tanguera ha salutato amici che hanno perso la vita contro il virus, altri che- fortunatamente- ne sono usciti. Sono tutte ferite che lasciano un segno profondo.

Penso a me, a quanto vengo presa da una sorda malinconia nonappena le note di un tango qualsiasi lambiscono le mie orecchie, fa quasi male sentirle, di quel dolore ancestrale del distacco, come un amato da cui ci si separa senza volerlo.

Penso alla fiducia, all’abbraccio che verrà, se sarà scevro di paura, e sarò capace di abbandonarmi come prima.

Immagino ci saranno nuove regole da seguire e che l’autorizzazione di riaprire le milonghe tarderà ad arrivare.

Di sicuro tutto questo servirà a non dare per scontate tante cose, credo che la prima milonga in cui rimetterò piede avrà la sacralità di un momento specialissimo, di quelli da ricordare.

Saremo gli stessi tangueros di prima? Torneremo più vergini nei pensieri? Avremo più desiderio e questo sarà rivolto alla conoscenza e all’apertura verso l’altro?

Spero di sì.

Mi auguro che lo stop forzato a cui siamo stati costretti ci renda migliori mentre poseremo uno sguardo gentile su chi avremo davanti, indossando l’abito della festa felici di ritrovarci ancora.

Pimpra

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SENSAZIONALISMO GIORNALISTICO E TRAPPOLE

Un cosa l’ho imparata, proprio ieri, dopo uno scambio su Twitter.

Un primario triestino, positivo al Covid e per questo in quarantena obbligatoria, è stato fermato e multato per essere uscito di casa con la spazzatura e sprovvisto di protezioni.

L’articolo di denuncia, apparso sul quotidiano locale “Il Piccolo” titola:

I CONTROLLI DELLE FORZE DELL’ORDINE

È infetto ma esce di casa: denunciato il primario di Geriatria al Maggiore di Trieste

L’articolo è stato più volte rilanciato sui profili FB di numerosi amici e, più me lo ritrovavo davanti agli occhi, più mi montava la rabbia.

Ho esternato, in modo sicuramente poco signorile e decisamente gratuito, quello che pensavo su Twitter. Pronta la risposta di un collega medico che, sulle prime mi ha molto fatto arrabbiare (la categoria si difende coesa), ma, successivamente, mi ha riportato a più miti consigli.

Ho imparato che un articolo di giornale non fornisce tutti gli elementi necessari per esprimere un giudizio, specie riferito a un comportamento che viola una norma. L’articolo è solo una rappresentazione, molto spesso deformata, quanto non direttamente sommaria, dei fatti.

Cui prodest una diffamazione mediatica del genere, riguardante il comportamento, presumibilmente, opinabile del soggetto in questione che va valutato, comunque, nella sua complessità di aspetti?

Ci sono caduta con tutte le scarpe, il mio sdegno, la rabbia, la frustrazione riversate sul medico che, a mio avviso, si è macchiato di un reato gravissimo. Non ero presente all’accaduto, non conosco i retroscena e neppure se egli ha agito seguendo il buonsenso.

La lezione che mi porto a casa è questa: trattenermi dal giudicare i comportamenti altrui, non cadere in certe trappole mediatiche di sensazionalismo giornalistico, specie in momenti, come quello attuale, in cui i nervi sono a fior di pelle.

Con questo post desidero pubblicamente scusarmi con il dott. Ceschia per la mia esternazione su Twitter che ha travalicato il senso civico e il buon gusto di cui, normalmente, sono sana portatrice.

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Venerdì 3 aprile, sono in quarantena dal 13 marzo, esattamente da 21 giorni. Gli scienziati dicono che dalla terza settimana in poi si apprendono nuove abitudini. Confesso che rassegnarmi alla clausura forzata mi riesce particolarmente ostico. Ma tant’è.

Accantonate le ore di lavoro dovute, le restanti sembrano interminabili. Come il delta di un fiume amazzonico che arriva al mare con il suo portato d’acqua che scorre lenta, maestosa. Così percepisco il tempo a mia disposizione, mentre severo mi osserva, suggerendomi di farne buon uso.

Ci provo, anche se il più delle volte mi perdo, non finalizzandolo virtuosamente. Dopo 21 giorni non ho più bisogno di riposare, di recuperare le energie spese nella rincorsa della vita quotidiana. Adesso è il momento di riempire le ore a disposizione in modo intelligente, sia per il corpo sia per la mente.

E’ così che mi ritrovo a fare nuovamente i conti con me stessa, con quelle parti di me di cui non sono precisamente fiera. Mi scopro indolente, lassa, svogliata. Posso immaginare sia normale e giustificare parzialmente questa attitudine in taluni momenti della giornata, ma confesso di esserne toccata e preoccupata.

La quarantena, specie a chi non ha persone da accudire, siano i propri figli o persone anziane o malate, costringe ogni santo momento del giorno a stare dinnanzi a se stessi. Mica facile sostenere questo confronto constante e assolutamente veritiero, specie per chi, come me, ha spesso privilegiato le vie di fuga.

Fa male. Toccare con mano la trama bucata della propria personalità, prendere piena coscienza che, se nella vita ti sono capitate delle cose, la responsabilità è tua e solo tua, poiché agendo o non agendo come hai fatto, hai provocato tutto ciò.

Al ventesimo giorno della mia personale quaresima forzata, è esplosa una congiuntivite come mai nella vita. La mente è corsa immediatamente alla possibilità di aver contratto il virus, mentre il saggio Maestro interiore, seduto sulla riva del lago della meditazione, mi guardava negli occhi suggerendomi quello che già sapevo “Tu devi continuare a guardare, con coraggio, tutto quello che hai sempre desiderato non vedere. Ti farà molto male, lo so bene, ti porterà negli abissi, ti provocherà dolore, ma è necessario farlo”. Con gli occhi doloranti, con le palpebre gonfie e violacee, ho piegato la testa alla sua saggezza rispondendo “Lo so”.

Oggi va meglio, di certo il nuovo collirio ha fatto il suo, ma credo convintamente ci sia dell’altro. la mia accettazione di entrare in quelle stanze buie da dove mi sono sempre allontanata.

Ho fatto una scommessa con me stessa: se eviterò di scappare e aprirò tutte le stanze che devo aprire, sarò presto libera dalla prigionia casalinga.

Fatemi gli auguri che ho ancora tanto da scoprire.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

DIARIO DI UNA QUARANTENA

Domenica. Facciamo che è un giorno diverso dagli altri, facciamo finta.

Per prima cosa non ho ascoltato il bollettino di guerra.

Per seconda cosa mi sono fatta “meno cessa”: capelli, ceretta, crema corpo, profumo, sostituzione completa del combo quarantena.

Pulita, profumata, liscissima in tutta me, sono uscita nel giardino.

Primavera esuberante, uccellini in piena attività, i primi colori dei fiori novelli, una deliziosa bava di vento. Una cornice perfetta, ideale per dimenticare, per un istante, il demonio invisibile.

Ricerca e oramai scontato ritrovamento del quadrifoglio di ordinanza da dedicare, amuleto riscoperto, agli amici dei social.

Sono una privilegiata, ospite di una dimora con giardino e grande abbastanza da non togliere il respiro. Sono una privilegiata.

Sebbene parta da una condizione di vantaggio rispetto a molti amici costretti in meno piacevoli clausure, lo spirito mal si adatta allo stop forzato. Quindi 100 passi per le immondizie paiono già una libera uscita, qualche raggio di sole da prendere in t-shirt e lo sforzo di mantenermi positiva, ricacciando al destinatario tutti i pensieri funesti che mi arrivano.

Fare 200 passi respirando a pieni polmoni un’aria incredibilmente tersa ha mosso qualcosa dentro.

Musica nelle orecchie, piedi sull’erba e via mi sono scatenata in quello che chiamerò lo “Stretching evolutivo”.

Adesso vi spiego, perché è praticabile ovunque:

  • musica a random negli auricolari, o, se siete metodici, scegliete la playlist preferita, o le sonorità che voi sapete ricaricarvi l’animo.
  • iniziate a muovere il corpo senza senso, magari ispirati dalla musica, lasciatelo letteralmente fluire dentro la musica, senza vergogna, senza ritegno, nei movimenti più assurdi, creativi, sgraziati, ampi che vi vengono
  • se ne avete la possibilità usate uno specchio dove vedervi, oppure le finestre del soggiorno, il contatto visivo è importante. Rafforza la connessione con noi stessi, impariamo dai movimenti sgrammaticati che facciamo a raccontarci una storia senza parole
  • nel frattempo respirate sempre più gioiosamente, più profondamente
  • il mio stretching è partito da movimenti veloci, forse suggeriti dalla musica che ascoltavo, poi, piano piano il corpo si è fatto più quieto, con movimenti lenti, ampi, delicati, fluidi. Una sorta di danza del respiro
  • dal momento della “quiete”, naturalmente, ho accarezzato i chakra, movimentandoli dal basso verso l’alto, come a sbloccare il loro flusso. Premetto che tutti i movimenti sono stati chiamati dal corpo regista dei movimenti.
  • la mente sopita in totale godimento di questi gesti senza senso ma di grande benessere
  • ho finito respirando alzando le braccia, come si fa alla fine di un allenamento, ma girando il corpo sui 4 punti cardinali. Su uno in particolare respirare mi dava piacere maggiore.

Questo curioso stretching sarà durato forse 20′, non lo so, ma garantisco l’effetto mirabolante sull’umore, sull’allegria, come una sorta di risveglio di una energia vitale rimasta assopita.

Vi suggerisco di provarci, potreste scoprire degli ineguagliabili benefici sull’umore.

VI ABBRACCIO

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Da quanto leggo e vedo in giro sui canali social, ognuno di noi sta sfruttando questa occasione, purtroppo decisamente tragica, per mettere in discussione se stesso, le proprie priorità indossando un modo nuovo di stare al mondo.

Mi sembra un movimento di coscienze estremamente interessante, quando non addirittura necessario.

Le giornate che nella nostra vita di prima ci sembravano sempre troppo corte, adesso che siamo chiusi in casa, paiono non finire mai e, ciò che è peggio, scorrono tutte uguali, scandite dai bollettini di guerra del virus.

Un microbo di pochi micron di spessore capace di ribaltare le vite dell’intero pianeta, se non avesse risvolti tragici di sofferenza e dolore, farebbe quasi ridere.

Ieri vi raccontavo che la quarantena mi sta portando a più assennati costumi, il primo è che non butto via i soldi dalla finestra in shopping compulsivo ma non è finita qui.

Dopo le prime due settimane di choc mi sto riprendendo alla grandissima. Chi di voi ha mai smesso di fumare sa che dopo un certo tempo, quello necessario al corpo per “riparare” i danni del fumo, tornano sapori perduti, odori, il respiro diventa più profondo, come se tutto il corpo riprendesse a fiorire. Trasponendo la metafora del fumatore, a me sta accadendo lo stesso.

Sono stata dipendente dal cibo, prima rifiutandolo, poi assumendone in quantità smodata, sono dipendente dal consumo di gommose e morbide di liquirizia, pure l’alcol, in un periodo molto doloroso della mia vita, ha bagnato le troppe lacrime che sgorgavano da me.

Il tempo cura, ma non sempre.

Poi, improvvisamente ti ritrovi in quarantena e… “Oh mio dio come farò con le mie bestiacce, con i demoni che mi accompagnano?” Questa è stata la mia prima paura, non quella di ammalarmi.

Il tempo passa e la forza dell’adattamento ha fatto il suo. Con mia enorme soddisfazione ricevo un altro grande insegnamento.

Le debolezze che ero certa di avere tatuate nel DNA non erano vere.

In questi giorni lenti, a tratti estremamente noiosi, ho trovato il punto di equilibrio, la tranquillità di fluire dentro e fuori i pensieri, belli o brutti fossero, con naturalezza, senza fretta di eliminarli. Così come arrivavano, passavano senza lasciare traccia di sé, specie dei loro effetti collaterali.

Oggi posso tranquillamente aprire la mia busta di Golia e masticarne un po’, senza finire la confezione. Mai mi è venuto il desiderio di sciacquare la preoccupazione, la frustrazione con un aperitivo. Semplicemente “sto”.

La pausa ha anche questo da insegnarci a trovare un punto di incontro tra il fuori e il dentro.

Quindi, mi diverto a cucinare. Ovviamente sono una pessima cuoca. Ad ogni clamoroso insuccesso invece di arrabbiarmi (la mia me di prima), la prendo con ironia e ci rido su.

Diciamocelo questa vita ha più senso. La sfida sarà portarla nel mondo “di fuori” senza farle perdere colore e consistenza.

VI ABBRACCIO.

Pimpra

In foto una mia creazione culinaria. Adesso potete ridere a crepapelle, siete autorizzati

DIARIO DI UNA QUARANTENA

Siamo alla terza settimana, credo, o poco più, e comincio, mio malgrado, ad abituarmi. A pensarci bene, l’essere umano è ben progettato, questa capacità manifesta di adattarsi ci rende abbastanza impermeabili alle difficoltà. Quindi: mi adatto.

Siamo giunti a fine mese. Passando la vita chiusa in casa, mi sono imposta di provvedere unicamente a: igiene personale, cura della pelle, immancabile riga sugli occhi, una passata giornaliera di lip gloss.

Punto. Nessun altro cedimento all’effimero richiamo della vanità, non perché non vorrei caderci, quanto perché non posso farlo.

In questo nuovo modo di trascorrere le giornate ho già notato come moltissime delle mie abitudini pre-epidemia siano cambiate.

La prima, quella sicuramente molto positiva è che NON SPENDO.

A parte quelle 4 o 5 spese alimentari deliranti che ho fatto a inizio clausura, causa il profondo malumore provato che si è riversato poi sul quantitativo di generi ripetutamente riposti nel carrello, una volta a regime (ricordo che è scientificamente provato che servono 3 settimane per far propria un’abitudine), ho imparato a vivere di quello che ho.

Gli economisti all’ascolto si staranno strappando i capelli che proprio adesso in clima di crisi mondiale, in realtà bisognerebbe spendere e rilanciare i consumi, invece a me è scattato il comportamento inverso, virtuoso direi.

Di sicuro, nelle millemila ore che spendo davanti al pc, sono messa sotto assedio – e lo capisco!- da tutte le aziende che cercano disperatamente di fronteggiare la crisi, buttandosi sull’e-commerce, eppure niente, non mi faccio tentare.

Le giornate trascorse in tuta è come se avessero appoggiato il saio della rinuncia al frenetico desiderio di spendere. Abiti, scarpe, borse, accessori, profumi, belletti, creme cremine oggi, marzo 2020 di coronavirus, hanno perso tutta la loro seduzione su di me.

I primi giorni dicevo a me stessa “Evviva la tecnologia, compro tutto on line, non cambia quasi nulla”, poi, con il passare dei giorni, è come se fosse avvenuto improvviso il risveglio del Maestro interiore a dirmi “Che te ne fai di una borsa nuova? Di un paio di scarpe, di un abito che tanto ti tocca restare a casa?”

Le prime volte ho distolto il pensiero, mettendo nelle varie wishlist i desideri del mio shopping compulsivo, poi, poco a poco, ho cancellato tutti gli articoli ben consapevole che non avevo bisogno di nulla di tutto ciò.

Se mi chiedessero oggi cosa vorrei veramente comprare, risponderei senza esitazione: la mia libertà. Quella di poter uscire a godermi su Molo Audace questa violenta e giocosa bora, i mercatini primaverili di fiori, una passeggiata in riva al mare con mia madre, una cena con gli amici, una milonga…

Questa epocale batosta a qualcosa e a qualcuno servirà. Romperà gli occhiali di tutto ciò che è troppo sterile, della vanità esponenziale di cui ci siamo ammantati, del narcisismo fine a se stesso.

E chissà che le librerie/caffè non torneranno ad aprire i loro battenti, perché sarà bello leggere in compagnia, scambiare parole e pensieri guardandoci negli occhi consapevoli che una delle ricchezze più preziose sta ben incastonata nelle “piccole cose”.

VI ABBRACCIO

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Inutile ce la raccontiamo, la strada di quarantena che abbiamo davanti sarà ancora lunga. Nel Friuli Venezia Giulia, tutto sommato, non viviamo una situazione grave di emergenza (per fortuna), ci hanno messi a casa con cordiale lungimiranza, prima che fosse attraversata la soglia del non ritorno e del contagio esponenziale.

Anche qui i numeri ci sono, ma, fortunatamente, non siamo in alto nella graduatoria delle regioni a più alto contagio. Meno male.

I giorni scorrono tutti uguali, come un filo di seta invisibile, sul quale, equilibristi del nostro destino, cerchiamo a fatica di non cadere.

Ho definitivamente abbandonato le videochiamate, non fanno per me, fatico a vedere la mia faccia di gomma assumere le più strane espressioni quando favello. Per caso ho scovato un articolo su Repubblica on line nel quale spiegano, probabilmente alle attempate come me, come “posare” davanti all’obiettivo deformante del proprio cellulare, così da risultare meno spiacevoli agli occhi dell’interlocutore nel corso delle videochiamate.

In questi momenti, il tempo pesa come un macigno sulla vita che ci stiamo reinventando.

Bisogna metterci creatività e liberare la mente, aprendo la porta della fantasia, ove quella di casa deve inesorabilmente rimanere chiusa.

La sola nuova esperienza del periodo, almeno per quanto mi riguarda, è l’opportunità di lavorare a casa, lo smart working.

La situazione contingente ha obbligato le istituzioni più restie alla modernità a farne uso a piene mani.

Io dico: meraviglia!

Nessuna distrazione, silenzio, musica o rumore del vento, illuminazione e temperatura ideali, ambientazione preferita, Gattonzole a tenermi compagnia. I pensieri fluiscono più freschi, luminosi. Nessun essere umano a me sgradito nei paraggi, nessuna di quelle inutili e fastidiose chiacchiere da grande organizzazione, nessun leccapiedi a portata di vista e di udito.

Lo smart working è il mio piccolo paradiso.

Certo, alcuni colleghi mi mancano molto, ma, per fortuna, la tecnologia permette sia di lavorarci insieme, se serve, sia di contattarli visivamente.

Il mio mondo del lavoro ideale, quello perfetto, dove vali per quello che fai, per come lo fai, per il contributo che porti, dove tutte le cianfrusaglie relazionali di cui i mediocri si servono per emergere e per affossare gli altri, svaniscono magicamente come vampiri al sorgere del sole.

La terza settimana di quarantena sta iniziando a piacermi.

Chissà che non sia in atto la mia metamorfosi in donna/lupo.

Chissà…

VI ABBRACCIO.

Pimpra

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DIARIO DI UNA QUARANTENA

Secondo fine settimana di clausura. Fino qui tutto bene: non ho ancora ammazzato nessuno, anche se non mi sento di dare garanzie che questo non accada, l’ago della bilancia è fisso su “ciccia stabile”, non mi sono fatta troppo prendere dallo sconforto, qualche volta sì eh!

Tra le tante novità che il periodo propone, è l’uso smodato- ma necessario- per mantenere in vita le relazioni sociali, delle videochiamate.

Per i giovani è una modalità di relazione connaturata ma per noi? Tragedia!

Alla mia prima videochiamata con le amiche, il software del cellulare ha attivato il blocco del video, ritenendo che la mia faccia, per come stava messa, non soddisfava i criteri minimi della decenza per cui era meglio non la vedesse nessuno. Ho faticato non poco a convincerlo che le amiche mi vogliono bene comunque e che in questo particolare frangente, mostrarmi “cessa assoluta” sarebbe stato per loro fonte di grande consolazione quanto non direttamente di conforto.

Passi per l’indomita ricrescita a cui, una volta liberate porremmo facilmente rimedio, ma il resto? Le occhiaie, le rughe, il grigiore diffuso della pelle? Una Waterloo di massa.

Il pensiero di quarantena di oggi è questo:

  • trovare il luogo migliore da cui fare le riprese, dove le luci sono ottimali, o dove lo scenario di contorno sia così tanto interessante, bello, piacevole da distrarre l’interlocutore sulla nostra faccia malandata
  • cercare e scaricare immediatamente una app da videochiamata che ci permetta di approfittare di filtri migliorativi, almeno lo sconforto sarà ridimensionato (ci avranno pur pensato vero?)
  • considerato che per un po’ di tempo vivremo una vita “a video” iniziamo ad imparare a stare davanti alla telecamera con un piglio più rilassato.

E’ arrivata la primavera e quasi non me ne sono accorta.

Mi mancano i mercati di fiori in cui mi dilettavo a fare fotografie, mi consolo con queste semplici margherite che sono comunque meglio di niente.

UN ABBRACCIO VIRTUALE,

Pimpra

DIARIO DI UNA QUARANTENA

Nuova rubrica, preferivo quelle sul tango ma tant’è.

Se avessero ipotizzato solo 3 settimane fa che la vita di tutti sarebbe cambiata repentinamente mettendo interi paesi in quarantena, avrei pensato al rimando a una nuova serie tv mica a vita vera.

Invece siamo qui, ognuno a casa sua, molti anche separati dagli affetti più vicini e più cari, per non parlare dei malati e di chi li assiste in prima linea.

In questi tempi così impossibili, nelle mie maree emozionali che si alternano tra momenti in cui sono sul pezzo ed altri in cui ogni sorta di spiacevolezza emotiva mi pervade, ho pensato che bisognasse far tesoro dell’esperienza che – di sicuro – qualche insegnamento positivo per il futuro ne avrei ricavato.

Oggi, credo di essere alla 1° settimana di “vera” quarantena, poiché non devo uscire per recarmi al lavoro, faccio il mio primo bilancio.

La difficoltà maggiore, in primis da accettare intellettualmente, è quella che non si può uscire di casa. Premetto che a casa (sarà l’età?) ci sto benissimo, ma, una cosa è scegliere di starci, altro è esserne costretti. Dopo i primi giorni in cui le pareti sembravano cadermi in testa, con rassegnazione, mi sto – lentamente- abituando.

Mi rimane vitale cercare di muovermi, muovere il corpo, far circolare 2 endorfine di numero che il movimento procura. Fortunatamente, fosse mai stato un segno premonitore?, l’estate scorsa acquistai una app di esercizi da fare a casa, all’epoca per sopperire la chiusura agostana di due settimane della palestra preferita, mai acquisto fu più lungimirante, pur senza saperlo.

La forzata solitudine ineluttabilmente porta a doversi confrontare – in silenzio – con i propri fantasmi. Beh, lo ammetto, i miei hanno deciso di organizzare un volo charter per venire a trovarmi. Superati i primi momenti di conoscenza, direi che adesso abbiamo raggiunto una pacifica convivenza.

Oggi mi è venuta in mente mia nonna Natalina, classe 1909, quando ero piccola mi raccontava la sua vita in tempo di guerra. Un episodio, tra i tanti, che maggiormente mi colpì all’epoca fu quando venne alla luce mia madre, sotto un bombardamento, nacque prematura di 7 mesi. I miracoli che la nonna fece per farla sopravvivere, per nutrire quella creaturina così piccola e fragile.

Raffronto quelle difficoltà a quanto sto vivendo io, alla prima (per fortuna e speriamo pure l’unica) quarantena della mia vita a quanto noi tutti facciamo fatica ad adeguarci.

Già penso a come era bella la vita di prima, quando, al contrario, mi sembrava grigia e triste o forse, semplicemente, molto banale. Prima ero libera, potevo ballare il mio amato tango abbracciando gli sconosciuti, oggi, non avvicino nemmeno mia madre, temendo di poterla contagiare.

Il pensiero di quarantena di oggi è proprio questo:

rimodulare le abitudini, pensare ed agire in modo diverso, apprendere nuove abitudini.

Una faticaccia, specie per chi non è più nell’età verde.

Ma la forzata reclusione, probabilmente, anche a questo servirà, a riscrivere da zero le nostre vite, lasciando dietro quello che non può più stare con noi, scoprendo anche le sorprese che il nuovo con sé porta.

UN VIRTUALE ABBRACCIO,

Pimpra

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PAURA? NO GRAZIE.

Leggo in giro le esternazioni di molti amici che iniziano a dichiarare palesemente di aver paura. Una paura generica, irrazionale, motivata certamente dalla situazione che stiamo vivendo.

“Ho paura”.

Rispetto profondamente il sentire di ognuno e comprendo che il momento è estremamente insolito, ignoto e come tutto ciò che non si conosce o che si vive per la prima volta, possa spaventare.

Voglio condividere con voi la mia esperienza e come riesco – abbastanza bene – a contenere e a reprimere sul nascere la paura irrazionale.

La premessa è che la paura ci serve. Ma unicamente in caso di vera necessità, quando siamo in un pericolo reale, se un leone ci corre dietro perché ci ha preso per un sushi con le gambe, in quel caso benvenuta paura, ci farai correre più svelti o trovare un riparo dove proteggerci.

Diciamo che nella nostra vita reale pericoli di questo genere sono davvero ridotti, eccezion fatta per le normali strategie di prudenza, attraversamento di una strada trafficata ad esempio.

La paura di cui leggo in questi giorni però ha un’altra connotazione.

La mia ricetta di sopravvivenza: è un fatto acclarato che le paure sono costruzioni immaginarie del nostro cervello. Fate una prova, vi mettete tranquilli nel vostro salotto e iniziate a immaginare le peggio cose, vedrete che, nel giro di pochi attimi, qualcosa dentro di voi si metterà in allerta e, se insistete nella visualizzazione, dopo un po’ vi sarete davvero spaventati.

Analizziamo: avete creato paura semplicemente nella vostra mente, è un puro artefatto, un atto di creatività.

Per moltissimi anni ho avuto un sacrosanto terrore di viaggiare in aereo, causato da una brutta esperienza vissuta in un volo quando avevo 7 anni. Ogni volta che per lavoro o per piacere dovevo imbarcarmi erano tragedie: tachicardia, desiderio di fuga, ansia incontenibile. Poi, è arrivato il giorno in cui, da sola, avrei dovuto volare in India, si trattava di un viaggio di lavoro non potevo permettere alla mia paura di farmi fare una figura bambinesca con i colleghi e chiedere loro di tenermi la mano! Avevo con me l’EN, prescritto dal medico, una specie di salvagente se mi fosse preso il panico. Durante quel volo, ho avuto davvero tante ore per entrare in contatto con la mia irrazionale paura, l’ho toccata, l’ho guardata e, come per magia, ho capito che – con le mie mani – creavo una trappola.

Mi è stato chiaro che ero io il pericolo, cioè la mia mente lo era e, come per magia, ho smesso. Adesso volare è come andare in treno o su qualsiasi altro mezzo di trasporto.

Torniamo quindi alla paura di questi tempi. L’emergenza del contagio richiede prudenza, rispetto delle prescrizioni e, a meno che non siate soggetti molto anziani, portatori di patologie precedenti o immunodepressi, potete sentirvi sereni.

C’è la possibilità di verificare i dati statistici su siti autorevoli, ragionarci su a mente fredda, con logica razionale e rimanere tranquilli.

Una mente serena è maggiormente resiliente, sa adattarsi al nuovo e non viene turbata dal cambiamento.

Vi abbraccio,

Pimpra

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CURA A 7. NOTE

Siamo in clausura forzata ed è molto difficile. La libertà, oggi più che mai, ha un valore primario percepito nella vita di ognuno.

Uscire, muoversi, semplicemente, respirare.

Dobbiamo, credo per la prima volta nella nostra storia moderna, diventare una cosa sola pure rimanendo fedeli ai propri singoli confini individuali.

Confini che oggi sono più stringenti che mai, giorno dopo giorno, le pareti di casa ci stringono sempre più. Abbiamo bisogno d’aria, di cielo, di montagne, di mare e di foreste.

La sola via di fuga praticabile è quella di un viaggio ad occhi chiusi, un volo dell’immaginazione nei luoghi a noi più cari, con le persone più care.

Sono abituata da sempre a viaggiare così, da sempre. Crescendo però ho dovuto – erroneamente – abbandonare il mio mondo onirico perché, colà originavano fantasie e aspettative, sempre positive, luminose, eteree che, al mio risveglio, mi facevano precipitare a faccia in giù nella polverosa e dura realtà. Così ho cercato il più possibile di non viaggiare con la mente, riuscendoci, indurendomi, perdendo la patina di rosa che colorava il paesaggio.

Poi arriva quest’anno così strano, pauroso, inquietante, drammatico. La mente razionale, a questo punto, mi aiuta solo a sopravvivere nella realtà della giornata, evitandomi comportamenti sconsiderati, per la salute mia e della mia comunità. E poi? Cosa resta?

Nulla ci accade per caso, nemmeno quando Sky arte (ottimo nutrimento emotivo in questi giorni bui) propone uno speciale su due giovanissimi violoncellisti che, oltre alla musica seria, utilizzano i loro archi suonando le canzonette della massa.

Ecco che le loro note sono entrate dalla porta principale lambendo tutta me, risvegliando quel motto dell’animo che mi portava lontano, sciogliendo la crosta dura della “resistenza alla realtà” che è utile, certo, ma come una corazza, va tolta quando si è al sicuro.

Il carburante del viaggio di questi tempi di spazi ristretti, di solitudini, di vuoto e di troppo pieno, di incertezza e disagio, per me è la musica.

Se avete voglia di contribuire alle mie partenze nel mondo bello dei sogni – da sveglia – proponete la vostra musica, aggiungendola nei commenti a questo post.

Grazie.

Pimpra

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LA POETICA DELLA PANDEMIA

E’ una cosa che ho dentro, un senso di malinconia che mi riempie, una magica connessione con tutta me stessa.

Sto vivendo la prima pandemia della mia esistenza e sono un’adulta consenziente. Guai se tutto questo mi fosse accaduto anche solo 10 anni fa, non avrei retto alle emozioni, ne sono sicura, facendomi prendere da un panico irrazionale.

Oggi non è così, sono connessa, in tutti i sensi e con tutti i sensi, a quanto accade eppure, salvo piccoli momenti di scivolata, resto glaciale e fredda. Il mio modo di affrontare le prove più difficili. Mi congelo, da sempre.

La malinconia che mi parte dal ventre e sale fino alla testa, uscendo dagli occhi, nello sguardo che poso sul mondo. Il mio piccolo mondo, la città in cui vivo, resa deserta dall’ordinanza di contenimento, si mostra, in realtà, in tutta la sua bellezza che, oggi, ha una sfumatura quasi decadente.

Vibro forte e mi emoziono ad incrociare le persone con la mascherina, molto spesso indossata in modo inesperto. Inutile dire che questi strumenti di precauzione sono esauriti, presi d’assalto da tutte quelle e quei piccoli me di 10 anni addietro. Tutti coloro che fanno le scorte per se stessi, dimenticando che pandemia “pan- tutto; demos- popolo, in greco antico” non è cosa che li riguardi in esclusiva.

Non siamo fratelli e sorelle sotto lo stesso cielo e si evince dalla corsa al saccheggio dei beni primari che spariscono dai supermercati come fossimo in guerra.

Siamo in guerra, con il nemico invisibile ma, soprattutto, in guerra con l’irrazionale di noi stessi, con i mostri mai vinti che si sono rialzati più forti che mai.

Rientro in ufficio con due buste della spesa, così da non dovermi recare tra i pazzi che fanno le scorte contro la carestia. Ho già imparato che ci sono ore più propizie, dove le persone non si vedono, e le ore di punta. Ho già imparato, si chiama resilienza e adattamento.

La malinconia mi tiene compagnia anche adesso, mentre scrivo queste parole, nel mio ufficio semi deserto, accarezzata dalla luce primaverile che filtra dalle persiane già abbassate.

Una malinconia tiepida, come l’aria che si respira fuori e che sarebbe bene filtrare, ma io no, non sono tra coloro che ci hanno pensato da tempo, non ho fatto la corsa per proteggere me, non ci ho pensato, immaginando che, comunque, la priorità l’avessero i più deboli…

Quanta malinconia in questa solitudine, ma quanto calore sgorga. Sento nascere, anzi, risvegliarsi il mio guerriero, nomen omen, che mi dice “Sei nata per combattere, è questo quanto ti sei data per questa vita”. La battaglia più difficile, per me che sono una donna, è vincere le paure.

La malinconia riscalda anche quelle e me le serve come una tisana tiepida da sorseggiare prima di dormire.

La poetica della pandemia è anche questa.

Pimpra

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LEGGERE IL POST ASCOLTANDO QUESTA MUSICA

PANTONE 021C

Il colore di oggi.

Tutta la penisola dentro un codice arancione perché comprendere tutta l’Italia in zona rossa è troppo inquietante.

L’arancione è il colore solare per eccellenza “è simbolo di armonia interiore, di creatività artistica e sessuale, di fiducia in sé stessi e negli altri. (…). L’Arancione, simboleggia la comprensione, la saggezza, l’equilibrio e l’ambizione.” (cit. da qui )

Siamo tutti in quarantena forzata e non ci piace per niente. Sebbene la mente razionale sia perfettamente consapevole (si fa per dire) della necessità di queste restrizioni, credo che ognuno di noi abbia patito un motto emotivo di ribellione. Io per prima.

Ho immaginato i prossimi giorni, chiusa nel mio piccolo appartamento, limitata nella libertà di uscire e, per un attimo, ho sperimentato una sensazione di smarrimento e di solitudine. Per fortuna durati un attimo.

La città comincia finalmente a svuotarsi e, i volti che si incontrano per strada, non portano la radiosa luce della primavera, come dovrebbe essere in questo momento dell’anno.

Arancione è il colore di oggi.

Più guardo il pantone più gorgoglia dentro di me quella vibrazione positiva che mi fa pensare che, pure reclusa a casa, posso trovare mille e una attività da svolgere, sport compreso.

Natura, leggete questa bellissima riflessione di Francesca Morelli qui, ci obbliga a cambiare molti punti di vista sulla vita e sui modi in cui la conduciamo, a partire da noi stessi.

Ecco perché l’arancione di una crisi si trasforma in un momento di creazione e di cambiamento positivo.

Per non perdere il focus che si sta mettendo a fuoco dinnanzi allo sguardo, sto compilando una lista di cose da fare, pensare, leggere, creare, modificare, immaginare, eliminare… che saranno la mia compagnia in questo periodo.

Speriamo che ci serva, a stare sani e a riflettere. Ne abbiamo davvero molto bisogno.

Pimpra

PS Caro Fabio B. questo è il TUO pantone, goditelo come merita! 🙂

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PANTONE 1837

Sono stanca, davvero molto stanca di questa tensione continua che, come una folata improvvisa di vento, è entrata nella nostra vita.

Ho provato a combattere contro il menefreghismo della gente, contro la tentazione di sminuire il problema, contro il desiderio di ribellione alle nuove regole, ovviamente invano. Ognuno di noi decide di vivere l’emergenza a modo suo, con il senso civico di cui dispone.

Ho consumato le parole che avevo a disposizione.

Cerco uno spazio di silenzio che non riesco a trovare, ovunque mi giri lo spettro virale è davanti allo sguardo.

La mia scelta – responsabile – l’ho fatta ma non basta.

Mai come oggi, circondata da notizie poco felici, vorrei perdere lo sguardo in un colore.

Andiamo avanti.

Pimpra

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