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Io ci ho messo dentro mirade assassine, una pista larga abbastanza da non pestare nessuno e una colazione da Massari che definirei atto filosofico.
La mia ultima partecipazione risaliva al 2018, in epoca precovid. Periodo aureo delle maratone.
Ho trovato cambiamenti, decisamente migliorativi: la pista più grande, la gestione di tutta la parte ristorativa molto più fluida e funzionale del passato. Si vede che l’esperienza ha insegnato migliori prassi.
Quanto alla popolazione dei partecipanti, una bella sorpresa anche lì: un bel misto mare di italiani, francesi, spagnoli. E chi se lo aspettava!
Quanto all’energia sul piso direi molto bene, a mio parere un crescendo dalla pomeridiana di sabato ai fuochi tangueri della domenica pomeriggio, condotti dall’italo, oramai francesizzato, dj che ne sa una più del diavolo. Indovinate voi di chi sto parlando.
Mi sono gustata particolarmente i mix di stili che ho ballato in questa maratona: dai classici “maratoneti”, ai più intimisti “milongueros” ma con brio (altrimenti che noia!) ai “mistomare” che non si sa esattamente quale mondo preferiscono abitare e, meglio così.
Niente gruppi dei famosi, una bella sala dove non abbiamo fatto fatica a lanciare e ricevere mirade assassine, quelle che vanno a segno a molti metri di distanza e, per questo, danno molta soddisfazione.
Ci aggiungo la colazione della festeggiata dal maestro pasticcere Iginio. E che dire? La ciliegina sulla torta. Ops, era pure il mio compleanno. Fine settimana perfetto.
247 vi dice qualcosa? Sono le leghe che separano casa mia dalla location della maratona del fine settimana appena concluso. (549 km se non avete voglia di fare il calcolo).
Una maratona di chilometri per raggiungere Alba dove alloggiavo, con l’aggiunta di altri 16 km per arrivare all’ameno paesino di La Morra, sede dell’evento.
Mentre mi trovavo in macchina, non potendone più, la mente annebbiata provocava ulteriore fastidio stuzzicandomi la testa con pensieri negativi: “varrà la pena aver fatto tutto questo viaggio? Ci sarà l’atmosfera gaia di abbracci e sorrisi che tanto piace a me? Ballerò? Mi divertirò? La musica si accorderà ai miei desideri?”.
La sala è accolta nel paesino in cima a una collina che, con il buio della sera del venerdì, mi pareva di essere finita dentro a un campionato di corsa in montagna, tra tornanti e curve e un asfalto che te lo raccomando. Ancora più martellanti e furiosi i pensieri “Ahò ma siamo sicuri che ne vale la pena?”
All’arrivo i primi sorrisi luminosi alla reception degli ospiti mentre ti annodano il nastrino rosso color barolo come fil rouge della festa, la caramellina gourmet dell’antica confetteria Converso di Bra (i dettagli fanno la differenza!) trovata nella busta dei ticket della ristorazione, e già mi è partito il primo sospiro di sollievo.
E poi i volti degli altri, più o meno stanchi del fine settimana alle spalle, chi del viaggio (ovviamente meno lungo del mio, ma tanto è un’ovvietà), ma tutti sereni, molti di loro a sorseggiare qualche bollicina che il bar in fondo alla sala ne offriva di deliziose.
Così è partita la mia prima edizione di Barolera, una maratona piemontese di cui avevo sentito molto parlare.
L’atmosfera del luogo è percepibile da subito, c’è quell’educazione e quell’accoglienza elegante che caratterizza i sabaudi e definisce i loro eventi.
Dopo un sonno ristoratore, dimenticati i km alle spalle, l’entusiasmo di trovarmi in gita tanguera si è impossessato di me e delle amiche con cui ho fatto la trasferta.
Alba ha un ridente centro storico, colonizzato da un mercatino che ne riempie le stradine ma, ancor più bello il contorno di colline e vigneti che cinge la cittadina.
I 16 km che separano Alba da La Morra, sono una delizia per gli occhi, alternando dolci colline a nocciolaie e vigneti a pastini. Un senso di pace, di armonia si è impossessato di tutta me facendomi arrivare in milonga con il migliore dei sorrisi.
Le sorprese non sono mancate, dallo zabaione home made offerto nel pomeriggio ai danzanti per ricaricare le batterie, alle meringhe, al budino specialità locale che già ho dimenticato come si chiama (il bünet, grazie Veronica Anna Federica!). Tutto parlava del territorio, la qualità parlava del territorio.
Foto credit Mauro Tonchich
Piacevolissime le coreografie di danza moderna che hanno spezzato la solennità dei tanghi ballati e dato vigore agli astanti sulle note della febbre del sabato sera e non solo, e, dulcis in fundo, la coreografia “open” dedicata ai tangueros, “appresa” in soli 20′. Con il tango ci sappiamo fare ma quanto al resto siamo piuttosto negati ma volonterosi e dotati di grande sangue freddo per esibirci insieme alle bravissime ballerine moderne!
(ps: l’anno prossimo inviateci il tutorial del brano con anticipo che almeno proviamo a prepararci! 😀 )
Una menzione speciale spetta al buffet della domenica che ha coccolato il palato con piatti deliziosi, un risotto ai porri buonissimo, e poi una scelta di ottimi affettati, formaggi del luogo, i famosissimi grissini, altri stuzzichini vari, un vero capolavoro di ospitalità!!! BRAVI!
Tra zabaione, dolcetti, caramelline, budini vari avevo il fuoco delle calorie che bruciava violento dentro di me facendomi ballare come una invasata. Che bello!
Consiglio assolutamente di venirci, anche se non amate il vino e siete astemi come me, è tutto il contorno che coinvolge, mettendo in una dimensione di relax, dentro una piacevolissima onda di allegria.
Tradizione vuole che, il 1 maggio, si faccia pic nic con gli amici, piuttosto che andare al concerto in piazza, o, comunque, fare una gita fuori porta, trascorrere il tempo possibilmente all’aperto. Spiace per tutti quelli che, loro malgrado, debbano lavorare durante le feste comandate. La vita non è affatto democratica, si sa.
Quest’anno ho seguito la tradizione, complice fra le altre una bellissima giornata di primavera molto avanzata e, con la solita truppa di oramai “congiunti” tangueri, abbiamo raggiunto la ridente Bassano del Grappa per recarci all’Hangar dove si è celebrata la consueta festa del 1 maggio insieme ai Revoltosi.
In questa occasione a tutti i partecipanti viene chiesto un piccolo contributo in cibo e bevande per creare un buffet super guarnito di prelibatezze “home made” e pure a Km zero, preparate dalle sapienti mani degli ospiti. Il tutto piacevolmente innaffiato, tra gli altri, da ettolitri di prosecco. Siamo in Veneto e bere è una religione.
Una pomeridiana lunga, iniziata mangiando dalle 12.30 che si è protratta fino alle 21.00. I tempi dilatati dall’ottimo cibo, dalle chiacchiere scambiate assaggiando le leccornie campestri, in una modalità di “chill out” che sempre dovrebbe caratterizzare le milonghe.
Il significato di incontrarsi è pur questo: una chiacchiera, una bevuta, una tanda. In totale relax.
Sarà che la sede dell’Hangar, specie nella sua versione estiva con lo spazio all’aperto, si presta particolarmente, sarà che i Revoltosi sono uno squadrone oramai più che affiatato e collaudato, sarà che gli uccellini cinguettavano, l’aria profumava di fiori, il prosecco idratava la gola assetata e golosa, sarà che oramai – almeno di vista- conoscevo tutti, ma la giornata è stata davvero piacevole.
Stavamo così bene all’aria aperta che hanno dovuto suonare le trombe per farci entrare in pista, per poi uscirne poco dopo che ancora quell’assaggino lì al buffet ci mancava. Così per tutto il pomeriggio.
Cosa lasciano milonghe del genere? Un sapore di buono, non solo per l’ottimo cibo, ma per l’atmosfera davvero amicale che si crea. Non è sempre facile percepire quella bella sensazione di stare in un luogo dove si sta bene, dove ci si sente parte di un tutto, dove l’energia fluisce leggera.
Quando poi si balla con questa modalità di spirito, anche il tango ne beneficia, come se si accordasse al benessere generale.
Spesso ci penso quando vado in giro a ballare, quale è quell’ingrediente speciale che crea quel certo non so che di cui tutti godono. Una risposta me la sono data: i padroni di casa, quello che ci mettono, l’idea che hanno in mente quando organizzano l’evento, la loro modalità di “stare insieme” agli amici, agli ospiti, anche agli sconosciuti.
Maggio è iniziato con una sferzata di allegria, speriamo continui così!
Ricordo perfettamente la prima milonga a cui partecipai tantissimi anni or sono, la luce tenue della sala, illuminata, ai miei occhi, esclusivamente dallo scintillio dei tacchi a spillo delle ballerine.
Fu colpo di fulmine, amore a prima vista, estasi totale.
I piedi delle tangueras disegnavano merletti sul pavimento della sala, inondando i miei occhi di grazia e sensualità.
Immediata dentro di me la spinta a diventare anche io portatrice di quella leggiadria felina capace di raccontare, senza parole, quale donna fossi. La donna che ho scoperto per la prima volta indossando proprio quelle scarpe a stiletto con cui danzare.
Il tango non parte dai piedi, non basta scimmiottare grazia e adornos con le estremità, è un movimento che trova la sua radice al “piso” da cui prende energia e la convoglia nel corpo verso l’alto e poi torna alla terra. Una simbiosi armoniosa che produce linee e movimenti fluidi.
Per una ballerina, di qualsiasi danza, lo stop del corpo è il primo dramma esistenziale: viene meno la confidenza, la sensibilità, l’equilibrio… come il collasso di una struttura lungamente costruita, solidificata, lavorata, resa flessuosa.
Una danzatrice non si deve fermare mai, come un musicista.
La pandemia, su di me, ha avuto un effetto devastante, nel senso che ha congelato, in tutto e per tutto, il mio essere: “ho smesso di …” allenarmi, ballare, fare sport, essere donna, sentire la vita scorrermi sulla pelle.
Congelata. Mai provato una simile sensazione in tutta la mia vita.
La primavera arriva, sempre, e la notte cede il passo al giorno nascente ed eccomi qui, ammaccata, con lo sguardo ingrigito ma finalmente pronta a VIVERE come piace a me, con il sangue che scorre caldo nelle vene e lo sguardo che punta all’orizzonte.
Ed è tornato anche l’amore più grande, gatti a parte, quel tango che avevo congelato dentro l’iceberg insieme a me.
Adesso è tempo di lavorare sulla tecnica, sul corpo che deve ritrovare il suo assetto, la sensibilità, il piacere del movimento di cui ha contezza, l’equilibrio leggiadro sui tacchi.
E poi c’è lei, una persona speciale, una Maestra che a lezione dona tutta la sua passione, senza tenere nulla per sé, la “Giaguara assoluta”, colei che basta guardarla camminare e pensi “La voglio anche io la sua stessa falcata, quel tocco felino al pavimento, quell’eleganza di gatta e di Jaguar insieme”.
Il tango è tornato, la donna si sta risvegliando e, con i giusti appoggi (grazie Maestra!), indossare quotidianamente i tacchi torna ad essere un piacere.
Questo post è dedicato ad E., già la immagino schernirsi dall’imbarazzo.
Ascoltare i brani degli amati compositori mi procura una lacerante ferita di emozioni che non riesco a reggerne l’urto.
Non indosso gli amati sandali, espressione prima di ogni giaguara sulla pista, da troppo tempo oramai.
Ieri però, ricevo il primo invito ufficiale a una milonga all’aperto, una milonga che amo moltissimo, organizzata da persone che stimo.
Le regole imposte sono, ovviamente, restrittive: si balla all’aperto e solo con il proprio partner.
Una scossa mi ha attraversato la schiena, come a rimettermi in vita, l’emozione di aver tanto atteso e finalmente potere. Poi, subito, il congelamento.
Io non sono vaccinata. E non lo sarò per lungo tempo. E non ho un partner con cui fare coppia.
L’adrenalina che mi ha scosso per un istante, si è immediatamente dissolta nella pura razionalità: io, non posso ancora.
Se fossi vaccinata avrei goduto della notizia, ma così, francamente, mi ha fatto più male che bene.
Da un lato mi sento “sfortunata” a non poter godere di quella “immunità” che aprirebbe le porte a una vita sociale più degna di essere vissuta, dall’altro lato, questo lungo anno di privazioni mi ha insegnato l’arte della pazienza.
Psicologicamente la prima milonga in cui mi recherò avrà lo stesso portato emotivo della prima volta in cui ho fatto sesso in vita mia. Un misto di emozioni incredibili, dalla curiosità alla paura, con tutte le sfumature delle aspettative.
COME SARA’?
QUANDO SARA’?
CON CHI SARA’?
Me lo chiedo spesso, non senza provare quel misto di desiderio e preoccupazione.
Lungi da me la volontà di ingannare i feticisti all’ascolto. Questo articolo tratta un aspetto, molto spesso trascurato o non tenuto in debita considerazione, specie dai neofiti.
Come espresso più volte i movimenti del tango argentino coinvolgono armoniosamente tutto il corpo. Se avete sentito parlare di grounding, sapete che l’energia, il movimento, la dinamica, la prendiamo dalla terra (il pavimento) per portarla in una spirale meravigliosa a fluire verso l’alto.
Stare a terra, “radicare” è estremamente importante e farlo bene non è così scontato.
Uno degli errori tipici che si fanno, specie all’inizio e specie le signore, è quello di farsi prendere dall’entusiasmo e dalla bellezza delle calzature da tango, dimenticando che, la scarpa da ballo è, innanzitutto, una scarpa tecnica.
Di seguito alcuni suggerimenti di cui tenere conto per i vostri futuri acquisti:
LA SCARPA:
Indossando le vostre scarpe, la pianta del piede deve essere rilassata, non costretta, permettendo alle dita di estendersi e di lavorare a pressione sulla suola.
E’ fondamentale “percepire” il pavimento.
I TACCHI
Ovviamente più sono alti più ci piacciono, attenzione però, vanno gestiti.
Un’altezza di tacco eccessiva, porta il corpo a spostarsi in avanti, sicché se non controllate perfettamente la vostra postura e il vostro asse, finirete addosso, pesanti come un armadio, al ballerino di turno che – credetemi -dimenticherà immediatamente le vostre bellissime gambe e maledirà i tacchi esagerati che state indossando…
Il tacco alto, dai 9 cm in su, è appannaggio delle professioniste che si esibiscono, delle ex danzatrici classiche che hanno sviluppato una naturale iperestensione della caviglia, delle donne che – da sempre –fanno uso di tacchi altissimi. Per tutte le altre, è meglio fermarsi ad altezze più moderate.
I benefici del tacco più basso sul piede sono evidenti: si scongiura/non si peggiora l’alluce valgo, si evitano le borsiti sulla pianta, la caviglia viene sottoposta a minor stress con minor rischio di distorsioni.
Le migliori scarpe sul mercato sono tutte dotate di appoggio su memoform che altro non è che la suola ammorbidita. Il vantaggio è evidente: oltre ad essere una scarpa estremamente comoda, aiuta a contrastare i traumi a cui il piede della ballerina è sottoposto.
Una ballerina che porta bene i suoi piedi, resta bella, eterea, elegante anche indossando il tacco 7. Bisogna solo diventare brave.
PIANTA DEL PIEDE E LE CAVIGLIE
Se non provenite dalla danza o da attività sportive quali l’atletica, forse non sapete che i muscoli del piede possono essere allenati.
Nel caso del tango argentino, è bene vengano sviluppati, per entrambi i sessi.
La spinta, la dinamicità, il flow, coinvolgono in modo molto consistente i piedi.
Vi sono numerosissimi esercizi che potete fare per conto vostro per rinforzare le estremità. Chiedete ai vostri Maestri che vi sapranno sicuramente consigliare.
L‘IGIENE DELLE CALZATURE
L’ultimo punto, forse banale, ma neanche tanto, è l’igiene delle vostre calzature.
Dopo la lezione o la milonga, non rinchiudete le scarpe da ballo dentro il loro sacchetto portatile, lasciatele all’aria, ad asciugare.
Esistono in commercio degli ottimi spray che disinfettano la suola, uccidendo i batteri puzzoni. Leggete con attenzione l’etichetta e assicuratevi che siano presidio medico chirurgico, dovreste leggervi “disinfettante germicida”, sarete così tranquilli che le vostre amate scarpette resteranno profumate.
Ho voglia di ridere, dopo tanto malumore, adesso ho voglia di ridere.
Ho voglia di giocare. Ho voglia di non prendermi sul serio.
Il mio amico Giacobbe direbbe che sono in fase “bambino” (il gioco), mi va bene così.
Stamani presentazione dei nuovi vertici. La prima impressione è quella che conta, nel senso che – volenti o nolenti – una traccia sull’altro la lascia. Allora cerchiamo che sia decente.
Devo tenere al guinzaglio la mia natura acquariana: “Fai la brava Pimpra!” mi dico davanti all’armadio.
Produco una mise decorosa, una bella camicia azzurra con maniche a 3/4 e polsini con gemelli di perla. Funziona: professionale, sobrio, di buon gusto.
Certa di aver messo a tacere la natura rivoluzionaria, mi sono distratta un attimo ed ecco che indosso i jeans “boyfriend” con le toppe (per nulla “professionali”). Ovviamente non me ne sono manco accorta.
Concentrata come ero sulla parte superiore, tanto mi avrebbe conosciuta da seduta, ho scelto un bel soprabito rosso, non sia mai che faccio l’incontro all’ingresso del palazzo, meglio essere preparate. Capelli raccolti che restituiscono un’immagine seria (il codino d’ordinanza ormai è una mia cifra stilistica), mi pare di essere perfetta per la presentazione.
In motorino mi accorgo di qualche stranezza. Ai semafori, gli scooteristi (di entrambi i sessi) fanno a gara per starmi vicino. “Ecchecazzo, datemi spazio!” penso tra me e me. Quando guido sono una belva e guai a chi pensa di starmi davanti. Questa serie di sospette vicinanze continua tutte le volte che mi fermo, non solo, noto che gli sguardi di tutti si posano sui piedi.
“Embè che avranno tanto da guardare questi?”, ignara, ancora senza la dose necessaria di caffeina atta a svegliare il neurone spento, guardo cosa ho indossato di tanto strano, la mia sensazione è di essere – come sempre – in sneakers.
Trasalisco.
Quella impunita di Giaguara inconscia, mi ha fatto indossare – a tradimento lo GGIURO! – un paio di favolosi sandali rossi da tango.
MORALE: i feticisti da semaforo per poco non facevano un incidente, le signore scooteriste mi avrebbero fulminata che quei sandali, in città, non si sono visti mai.
Per fortuna, chi dovevo incontrare, era troppo indaffarato in più importanti questioni e non ha posato lo sguardo dove era meglio non andasse. Forse la prima impressione è salva.
Ballare è terapia per l’anima, si sa. E’ leggerezza di sensazioni, allegria, scambio, socialità.
Il ballo, qualunque tipo di ballo, fa bene allo spirito e al corpo, lo dimostrano studi scientifici.
Ballare e ballare in coppia con un partner, è cosa diversa. Si scatenano alchimie che, tante volte, tracimano il contesto della pista da ballo e invadono la vita delle persone.
Il tango argentino è, probabilmente, quello che si presta maggiormente a questa osmosi, ballo/vita.
E’ facile comprenderne la ragione: ci si abbraccia. Si attiva l’ossitocina, si prova una sensazione di benessere, in qualche modo ci si sente scelti, quasi “amati”. Certo per le proprie qualità intrinseche di danzatori… certo… eppure…
Quante coppie sentimentali ho visto nascere dalla pista, quante ne ho viste separarsi…
Ho sempre creduto di essere immune all’incantesimo tanguero, sicura che non sarei caduta anche io nell’inganno, innamorandomi perdutamente di qualcuno solo perché lo avevo abbracciato e quell’abbraccio e quella danza avevano il respiro dell’universo intero, della felicità.
Nessuno è immune a questo canto, alle sensazioni così assolute, indelebili, che porta.
Specie all’inizio della propria “carriera” tanguera è molto, molto facile cadere in questa tentazione, scambiando la magia di una (o più tandas) per altro. La magia che si vive spegne completamente i lumi della ragione e, in un attimo, il tango scappa dalla pista e invade la vita.
Bisogna prestare attenzione quando ciò accade perché il rischio è altissimo.
Poi ci sono quelli fortunati, e ne conosco davvero molti, per i quali la pista è stata occasione d’incontro. Poi hanno vissuto la vita e la relazione altrove, dove è la sua casa: nella vita “vera”.
Molti, invece, scambiano la parte per il tutto e investono nel posto sbagliato: energia, motivazione, tempo.
Ballo da molti anni oramai ma devo ricordarmi sempre che il tango è solo tango. La vita sta altrove.
Mi è venuto il vezzo di scrivere le mie impressioni, ovviamente non richieste, sui luoghi in cui il mio peregrinare tanguero mi porta.
Questo bel fine settimana di maggio ho avuto il piacere di approdare in quel di Treviso, alla milonga “10 ore” organizzata dal Garufa.
Già la formula mi ha conquistata immediatamente: una 10 ore con partenza pomeridiana e arrivo nel pieno della notte.
Adoro quando posso ballare una lunga pomeridiana, il mio corpo si scatena dando fondo a tutta la gioiosa allegria che mi si muove in corpo quando la luce è ancora calda.
Ma partiamo dal principio.
Al solito, decido all’ultimo istante possibile quello che farò nel mio tempo libero e così è stato pure in questa occasione, per fortuna che la mia totale dipendenza da social mi ha fatto scrivere una simpatica frase sulla pagina dell’evento. Morale: sono stata immediatamente contattata in privato dal padrone di casa che si è premurato di inserire nella lista me e i 4 amici a seguito. Atto di grande gentilezza che ho molto apprezzato. Non avevo pensato che, ad un certo punto, raggiunta la capienza massima di sala, sarei rimasta fuori.
Il locale è gestito da tre danzatori, e si vede benissimo: pista della giusta grandezza, confortevole per ballarci anche se l’ho trovata un po’ troppo scivolosa per i miei gusti.
Benissimo tutta la parte accoglienza, dallo spogliatoio, ai luoghi sociali dove sostare tra una tanda e l’altra.
Menzione particolare va al bar che offre ottimi drink, e guai se così non fosse considerata la tradizione dei luoghi, e una scelta di cibo che accontenta anche chi non può o non vuole nutrirsi di carne, proponendo una scelta di snack, non solo vegetariani ma anche vegani.
E questo è l’aspetto “logistico”, poi c’è tutta la parte che riguarda l’atmosfera del luogo, il suo sentire particolare, quella energia che riverbera dalle casse del TJ alla pista ai ballerini e torna nell’aria e ti riprende nell’abbraccio.
Atmosfera giusta, calda, amicale, colorata, giovane. Proprio come Eva, Fabio e Luciano che ti accolgono con i loro sorrisi e una qualità di tango che non delude mai.
Qualità che si esprime, ovviamente – ma è sempre meglio evidenziarlo – nella scelta dei TJ prescelti per le serate che, anche in questo caso, hanno soddisfatto pienamente le aspettative.
Una volta arrivata a destinazione, i volti incontrati erano quasi tutti noti: orde di triestini e friulani hanno invaso festosamente il Garufa, insieme agli amici veneti ed anche oltre. All’inizio mi son detta “Ma quanta gente conosco!” poi ho capito perché tutti quelli che conosco erano lì: il Garufa val bene un viaggio.
La prossima 10 ore di meraviglioso tango il 2 giugno!
Un fine settimana non è degno di tale nome se non è condito da una milonga. Ho bisogno di fare rifornimento di abbracci, di ricaricare le pile di buona musica, di sentire il mio corpo voluttuoso e vibrante sulle note, ho bisogno di ballare.
Per una serie di motivi mi riesce sempre meno spesso di farlo alla sera, quindi mi “accontento” di una pomeridiana.
Ho conosciuto il “Contatto” parecchi anni addietro e, mi ci sono sempre trovata bene. All’inizio mi sembrava un luogo strano, perché erano i tempi in cui amavo ballare i Gotan, Bajofondo e tutto quel genere di tango moderno che, tra le pareti della più vecchia milonga tradizionale del Nord Est, non era contemplato. Ammiravo i tangueros ballare stretti stretti, mentre allora il mio abbraccio era elastico e aperto. Eppure li ammiravo, trovavo una poesia sottile dentro i loro passi piccoli, gli adornos delle ballerine che, sebbene un pochino statiche per i miei gusti espressivi, rappresentavano di certo un mio ideale di femminilità consapevole e sicura.
Il tempo passa, il tango evolve e io stessa muto come ballerina.
L’abbraccio si fa vicino, la dinamica resta sempre vivace, ma cambia il modo in cui esce, la sua forma esterna.
Torno al Contatto dopo molto, molto tempo, e neppure nella serata clou della settimana, ma durante la pomeridiana domenicale.
La prima impressione è quella di entrare a casa di qualcuno perché si viene accolti. I milongueros sono grandicelli, e va bene così, la ronda è una vera ronda, come dio comanda in terra e, anche i principianti presenti, si adeguano con rispetto.
Percepisci l’amore che si deve al Tango e alle persone che lo amano, dai padroni di casa a tutti gli ospiti presenti. Il tepore emotivo della sala è ulteriormente riscaldato dall’ottima scelta musicale che i TJ invitati propongono.
Allora la mia fame, la mia sete di ballo trovano una dimensione intimista e profonda, resa tale anche dagli sguardi delicati che i presenti rivolgono alla pista.
Al Contatto ritrovo la mia anima danzante, ritrovo il tocco delicato e forte del mio compagno, ritrovo quella ebbrezza speciale che mi regala la musica.
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