ELEGIA ADRIATICA

image credit Alessandra Cechet

Sono una sostenitrice accanita della “poetica delle piccole cose”, istanti di vita quotidiana che si palesano allo sguardo carichi di bellezza.

Vivo in una piccola città del lontano nord est adriatico, uno scrigno di tesori disseminati qua e là dalle raffiche di bora.

Dalle alture del carso, le generose fronde degli ippocastani centenari delle osmize offrono un approdo di gioiosa tranquillità, fino a scendere in riva al mare, dove il respiro dell’Adriatico infrange, sugli scogli di Barcola, la sua risacca.

Un piccolo mondo fatto di tante delicate perle, le passeggiate in Cittavecchia, arricchite dalla gaiezza di numerosi locali che offrono ai curiosi ogni tipo di scelta enogastronomica.

Ai triestini piace fare festa. Nella consuetudine burbera di alcune giornate in cui i volti che si incrociano per strada sono piuttosto tesi, manifestando un conclamato fastidio, specie il lunedì, arrivata l’estate, si rilassano in un giocondo sorriso.

La casa è rifugio obbligatorio solo in certe gelide giornate d’inverno, quando la bora nera si impossessa della città frustandola con le sue spire di ghiaccio. Solo allora, le pareti domestiche diventano ricovero necessario e quindi amato.

Ma d’estate…

L’invito dell’amica del cuore a fare il “TOCETO” del tardo pomeriggio, a Barcola. Ci andiamo in scooter, in doppia, approfittando del tragitto per scambiare una trama fittissima di parole. La costa è popolata come fosse giorno, non me lo aspettavo. Si direbbe che verso le 18.30 ci sia proprio un “cambio di turno” tra coloro che hanno trascorso l’intera giornata al mare e i nuovi arrivati.

Il sole è basso e poco prima dell’abbraccio al mare, colora l’orizzonte di un rosa intenso che sfuma in una calda nota arancione.

L’acqua è tiepida, offre un’immersione di liquido amniotico, il corpo si rilassa lasciandosi accarezzare dalle lievi increspature del mare.

Dalla bisaccia escono due calici, una piccola bottiglietta e del melone a tocchi, l’aperitivo perfetto, nel luogo perfetto, con la compagnia giusta.

Tutto vibra di gioia satura che mi viene voglia di fare il ponte, lì, sul mio asciugamano. La mia amica si vergogna un po’ ma mi lascia fare, è abituata oramai alle mie stranezze.

Il tempo ci scivola sulla pelle umida di salsedine, mentre ci godiamo questi attimi piccoli ed estremamente preziosi.

Tu chiamala estate.

Pimpra

LE AVVENTURE DELLA PIMPRA. Summer 2021

Un’estate che definisco strana. Sembra quasi tutto normale ma sappiamo bene che non lo è, una gran parte delle nostre vite precedenti sono e restano ancora come congelate.

Abbiamo imparato a convivere con strane regole, ci adattiamo a nuovi modi di vivere il nostro tempo libero in un regime che definirei di semi libertà.

In tutto questo la vita va avanti, come se nulla fosse.

Venerdì pomeriggio, palestra. Praticamente vuota, situazione ideale: i macchinari sono liberi, non ci sono fastidi, odori molesti, gente che intralcia. Penso che sono diventata una selvaggia asociale, ma tant’è.

Parto con la prima serie di esercizi, sto per iniziarne un’altra mentre lascio la postazione a un ragazzo che conosco di vista, frequenta anche lui lo stesso luogo, più o meno ai miei orari.

Per la prima volta mi saluta chiedendomi come va.

Tolgo le micro cuffiette e gentilmente rispondo “Tutto bene grazie, fino a quando potremo continuare a venire qui” aggiungo “bene anche tu mi sembra” .

“Sì infatti” risponde il giovane. Un volto dai lineamenti delicati, elegante nei modi, riservato, un bel fisico fresco, asciutto e armonicamente muscoloso. L’avevo notato nella massa dei giovinetti che pompano i muscoli, menando vanto dei pesi sollevati e delle incredibili performance tra le lenzuola. Lui mai, sempre in disparte, in silenzio ad allenarsi, come me.

Rimetto le cuffiette, faccio per recuperare il cellulare e, come per magia, non lo trovo più. Deve essere lì, era accanto a me durante l’esecuzione dei primi esercizi, non posso averlo messo altrove. Guardo, cerco e nulla, come fosse sparito.

Il giovane capisce che qualcosa non va e mi porge il suo cellulare, iphone di ultimissima generazione, dicendomi di chiamare il mio numero, cosa che faccio e, incredibile, il cellulare era esattamente alla base dei miei piedi. Lo vedo, rido, ringrazio per l’aiuto, rimetto le cuffiette e continuo l’allenamento.

Tra me e me penso a quanto sono accecata, decretando che, la prossima volta, mi tocca assolutamente mettere le lenti a contatto (che non sopporto).

Doccia, vestizione e scappo a casa. Nello spazio antistante agli spogliatoi, il giovane sta armeggiando con il cellulare, saluto con un ciao e mi avvio.

Girato l’angolo, già in sella allo scooter lo rivedo, mi avvicina e mi chiede dove abito. Resto basita ma, come un automa, rispondo. Poi mi chiede se sono libera.

“Cosaaaa?” mi esce una faccia a forma di pesce con occhi a palla. Ma che domande sono, non conosco neppure il suo nome! Rilancia immediatamente dicendomi che non parla bene l’italiano, me ne ero accorta, al che chiedo di dove fosse. Kossovo, risponde.

Nella mia immaginazione era uno dei tanti studenti che frequentano la palestra, oppure un giovane professionista, e niente, invece mi dice che ha una ditta di costruzioni. Traduco nella mia testa pensando che lavora in una ditta di costruzioni.

Rilancia immediatamente facendomi una domanda così diretta da arrivamrmi come una sassata in faccia “Posso venire a casa tua?”

EEEEEEEEH?????????!!!!!!!!!!!!

Trasalisco imbarazzatissima, non so se incavolarmi a morte o ridere. Istintivamente mi viene da ridere perché reputo la situazione assolutamente surreale.

“Certo che non puoi venire a casa mia, ciao eh”.

Accendo il motore e parto. Lui si avvia con le pive nel sacco.

Alla sera, mi chiama per 3 volte. Non solo ardito ma pure stalker. L’ho bloccato e via.

Estate 2021 modalità ON.

😀

Pimpra

IL POTERE DEL VELO. (post per sole donne)

Testosterone brilla nei campi e per il supermercato esulta…

Sono in fila, dinnanzi a me un bel giovinetto, meno della metà dei miei anni anagrafici, alto e slanciato con quegli occhi dall’inconfondibile taglio etnico, neri e penetranti, si gira a guardarmi e, con nonchalance e un buon italiano, commenta il meteo odierno affermando di non ricordare un maggio tanto freddo.

Da sotto la mascherina sorrido e rispondo che è già capitato.

Il rullo è fermo e fa buon gioco per un aggancio più ardito “Vai a Barcola dopo?”

“No, magari!” rispondo.

“Peccato!” e mi sorride.

Il nastro inizia a scorrere ed è il suo turno, mette la spesa nei sacchetti e ne approfitta per guardarmi e salutarmi.

Da sotto la mascherina penso che forse non si è accorto che potrei essere sua madre. E con questo pensiero ma divertita dalla situazione, torno alle mie faccende.

MORALE:

  1. è evidente che non sono una Ggiovine che si sarebbe malamente incavolata per l’interlocuzione proposta dallo sconosciuto. Il lieve approccio verbale, mi ha fatto sorridere e basta.
  2. La mascherina però merita una considerazione in più.

Al rientro in ufficio, passando a lavarmi le mani, ho notato come, oggi in particolare, il trucco sugli occhi, ne accentuasse forma e colore.

Nascondendo tutto il resto del volto, a un’occhiata veloce, l’età anagrafica poteva risultare più liquida.

La mente è volata molto indietro nel tempo, a quando, vivendo in Medio Oriente, le donne velate erano parte del paesaggio.

Ricordo perfettamente come i loro sguardi fossero più potenti di quelli delle donne occidentali, più misteriosi, carichi di promesse, caldi.

Ecco che mi torna la spiegazione del perché un giovanissimo uomo potesse aver avuto la curiosità di parlare con me: la mascherina ha creato mistero.

Saprò farne buon uso.

Pimpra

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FACCIAMO IL PUNTO

Fine giugno.

Solstizio estivo: fatto.

Profezia Maya: scollinata senza effetti apocalittici.

Progetti per l’estate? M A H .

Tango in milonga? M A H. M A H .

Non so come state messi voi ma è giunto il tempo di fare il punto della situazione.

Personalmente sopravvivo con una discreta dignità a questo strano momento storico.

Lo definisco così perché tutto quello che ho e non ho intorno mi pare strano: la gente con le mascherine, il gel igienizzante ovunque, le regole dello stare insieme (sempre più lasse a dire il vero), il tango argentino ancora ghettizzato e quindi impraticabile nella sua veste più sociale, quella della milonga, lo smart working che amo, ma che mi sembra comunque legato alla calamità, il mare che ancora non ho raggiunto perché non riesco a immaginarlo con il distanziamento.

Non so come vi sentiate voi, io definirei il mio stato attuale STRANO.

La vita casalinga, leggi da smart worker, se da un lato mi rende una lavoratrice migliore – l’habitat consono e le relazioni sociali completamente assenti fanno bene al mio spirito – dall’altro mi ha resa la fotocopia della “zia Abelarda”.

Non ho più quella voglia insistente di uscire per il giro di vetrine e shopping connesso, sono diventata appassionatissima di verde e piante che curo con amore, il mio lato animalista è vieppiù rafforzato eppure…

Percepisco come una situazione di sospensione, come se i mesi da poco trascorsi non fossero completamente sotterrati e volutamente dimenticati, come se, poco più avanti, altre difficili prove ci stiano attendendo.

La mia è solo una sensazione “animalesca”, una specie di istinto, nessun pensiero razionale o ansia di fondo che non sono roba mia.

E comincio a sognare di quando ballavo, di quando tutti noi ballavamo e facevamo progetti meravigliosi e le vacanze estive erano il massimo per la programmazione di viaggi e di weekend da tango-dipendenti. Adesso percepisco silenzio, o piccole voci soffuse e mi sembra così strano, ai limiti del surreale.

La mia sarà un’estate scondita di viaggi e, probabilmente, di incontri, di persone, di quella vita caotica e colorata che tanto amo.

Mi auguro solo che la lupa che porto dentro si sbagli e che quella strana vibrazione di fondo che percepisco, si dissolva nell’alba del mattino.

Pimpra

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ABBRACCI SUDATI E SERE D’ESTATE

A volte dimentico perché il tango è entrato, così prepotente, nelle trame della mia esistenza. Lo dimentico perché è parte di me, come fosse un’appendice al corpo stesso, fa parte dell’insieme, dell’essenza.

A volte mi allontano, cedendo alle lusinghe di altri stimoli o persa in routine che avvizziscono la voglia di sorridere, certa che tanto il mio tango c’è, c’è sempre. Non è così. Proprio come un amore non coltivato, affievolisce.

La prima milonga in riva al mare, nell’amato Cantera. Un caldo africano che sudavo a stare ferma, adrenalina in crescita e timore perché in sosta forzata da un mese.

Pensieri in testa “Tornerà il mio tango, lo sentirò, gli risponderò, sarò capace di trasmettergli, di interpretarlo?” Rimetto i piedi e il cuore in pista dentro un abbraccio amico, di quelli che hanno il potere di connetterti alla serenità, a ciò che sei e sai di positivo, lieve. Il corpo piano piano si risveglia, riprendo a sentirne le parti, percepisco la musica scorrere dentro di me, le fibre rispondere all’unisono.

Così come il sudore ha iniziato a bagnarmi il corpo, la gioia ha ripreso possesso di me. Non ho più sentito il ginocchio dolorante, il piede dolorante, la schiena a pezzi, inondata dalla ferocia gaudente della vita che riprendeva il suo gaio scorrere nelle mie vene.

Il tango è tornato a farmi visita ieri sera, bagnato come un naufrago, gonfio di vita, generoso di stimoli. Ieri sera mi sono ricordata perché sono una ballerina di tango.

Pimpra

L’immagine originale, a colori, è di Alessio Rettaroli che ringrazio.

La gestione dei liquidi corporei in milonga

Lo so, lo so già il titolo fa schifo e avete ragione. Però, parliamone, perché il problema è reale.

Quando Giove Pluvio deciderà – finalmente – di togliersi di mezzo e giugno sarà giugno e non giugnembre, la grande comunità tanguera potrà dedicarsi con vigoria alle milonghe estive, all’aperto, in riva al mare, sul cocuzzolo di una montagna, vicino a un lago. Insomma ovunque.

Godremo della luna che ci guarderà dall’alto, favoleggeremo di abbracci sotto le stelle, tutto meraviglioso, tutto bellissimo ma… dove le collochiamo le litrate di sudore che – consapevoli o no – ci scambieremo?

Una divertente provocazione letta sul Galateo della milonga dove viene citato un articolo in cui si racconta del party erotico-copulatorio che certi acari compiono sulla nostra faccia.

Ora, nessuno è così sprovveduto da non aver mai pensato che, ballando stretti stretti, qualche prodotto biologico ce lo scambiamo, ma vedere l’aspetto di questi piccoli mostri… beh, inquieta vieppiù!

Ora rinunciare ad abbracciarci, giammai!, però alcuni provvedimenti dovremmo necessariamente adottarli.

Anche io sudo molto in faccia, quindi mi metto in prima fila, quando vado in milonga mi piace sentirmi elegante, perciò mal mi ci vedo con una fascia elastica sulla fronte modello Mc Enroe dei tempi d’oro, atta a contenere le mie scalmane liquefatte…

Per non parlare degli uomini che, geneticamente, di solito sudano pure più di noi…

Ebbene la crociata milonguera del 2019 sarà quella di trovare una soluzione attraente al problema del sudore. Almeno sulla faccia!

Chiamo a raccolta gli amici stilisti per offrire una soluzione che soddisfi le necessità di entrambi i sessi. Personalmente, sono disposta a fare da testimonial! 🙂

E sempre BUON TANGO A TUTTI!

Pimpra

IMAGE CREDI DA QUI

IL TEMPO DEL RICORDO. NONNA NATALINA


Porto ancora il sapore caldo e forte della terra di Emilia. Fa capolino dinnanzi agli occhi quando, al mattino, tazza fumante alla mano, guardo fuori dalla finestra della cucina. La gatta ed io. Il nostro piccolo rito propiziatorio, controlliamo che il cagnone della casa di fronte faccia regolarmente la sua passeggiata. E’ un’attività che piace molto alla gatta, sembra si assicuri che lì fuori, nel suo paesaggio, tutto sia al suo posto, macchine, esseri viventi e cose.

La mattina prende avvio, raccolgo i pensieri e accendo la mia giornata. Obblighi, impegni, persone che devo incontrare ma di cui farei volentieri a meno. La vita della città.

Ai bordi delle mie strade non ci sono fiori, nemmeno erbacce, quelle che sfidano la durezza dell’asfalto, impunite, e riescono a mettere radici in ogni dove. Il paesaggio urbano è solo urbano, con poca, pochissima natura. Anche i cani che incontro hanno perso la loro naturalezza, vanno in giro con l’impermeabile griffato in pendant con quello del padrone. Mi sembrano un po’ tristi pure loro, perché umanizzandosi, hanno ricevuto anche le nostre frustrazioni, insieme all’impermeabile.

Procedo per la mia via, rammento il tempo in cui, bimba, percorrevo questa stessa strada, ora d’asfalto, che un tempo fu campagna. Ricordo i papaveri, l’erba alta, i fiori di campo. Amavo percepire i colori cambiare con il progressivo entrare dell’estate sulla primavera e dell’autunno poi.

Dovremmo tutti avere la possibilità di regalarci del tempo, il tempo del ricordo.

La campagna emiliana ha riportato in vita mia nonna Lina. Quando la strada non conosceva l’asfalto, lei lavorava nel campo con le cugine, in quelle belle famiglie in cui si stava tutti insieme. Alla sera tornava a piedi nel suo appartamento, quello che mi ha lasciato e dove oggi vivo, aggiungendo una passeggiata alla lunga giornata nei campi.

Non ho memoria di avere mai visto mia nonna materna depressa, arrabbiata o triste. Da bambina, spesso, le chiedevo se fosse felice, se non le mancasse di visitare altre città, altri luoghi. Lei mi rispondeva sempre che era felice così, a tagliare i cespi di insalata, a falciare l’erba a preparare gli ortaggi da vendere al mercato.

E’ venuta con me e la mia famiglia anche in Iran, per stare con noi, ma si capiva benissimo che quello non era il suo posto. Le mancava troppo il profumo delle zolle dopo la pioggia, le chiacchiere con le cugine mentre mondavano il radicchio dall’erba per la vendita al mercato. Le mancava la sua vita, fatta di semplici cose vere.

Crescendo la osservavo invecchiare, il corpo un po’ piegato dagli anni trascorsi a portare pesanti cassette sulla schiena, a stare lunghe ore inginocchiata sul campo, il suo corpo era più inarcato ma lo spirito sempre cristallino, fiero.

Spesso, quando andavo a trovarla, mi raccontava i suoi sogni o degli spiriti che venivano a farle visita alla notte. Al mattino, prendeva il “Libro dei sogni”, interpretava il messaggio ricevuto e andava a giocare i numeri del lotto in latteria e, molto spesso, vinceva.

Grazie al fine settimana trascorso in Emilia, lei è tornata prepotente alla memoria. Perché nonna Natalina è la campagna, il profumo dell’erba, la rugiada del mattino, i suoi fantasmi amici e le mani bruciate dal sole ma cariche di vita.

Pimpra

PS : la deliziosa bimba della foto passava per di là mentre cercavo di imparare a fare uno scatto dritto. Questa bimba ha reso la foto meno banale. Grazie piccina.

SESSO E ROBOT

Non è un caso che abbia scelto l’immagine di una donna con il suo sex robot maschio

Metto subito le mani avanti: non è la crisi della terza età. E anche se lo fosse, non ci vedo nulla di male.

Il fine settimana scorso ho partecipato a un’interessante conferenza di presentazione del libro “Sex robot. L’amore al tempo delle macchine“, di Maurizio Balistrieri.

Ci sono andata su segnalazione di un amico filosofo, la cui testa acuta mi piace assai. I ragionamenti ci portano quasi sempre agli antipodi, lui è l’intellettuale io no, ma il bello sta proprio lì.

Non ho pregiudizio alcuno non sapendo nulla dell’argomento, ho solo sentito la notizia molto gossip, rimbalzata sugli organi di stampa, su quel casino al silicone che, poco tempo addietro, è stato aperto a Torino e immediatamente chiuso. Grandissimo scandalo fare sesso con bambole di silicone. Chissà perché, mi chiedo.

Tornando alla conferenza, mi si è aperto un mondo.

Innanzitutto avere di fronte tre (belle) teste pensanti, una giornalista e due filosofi, ha immediatamente stuzzicato il neurone, l’argomento ha fatto il resto.

Perché fare sesso con i robot? E’ bene o male? Costi e benefici, il significato dell’utilizzo di robot nella società moderna e futura, pro e contro, i giudizi morali, i possibili utilizzi terapeutici, varie ed eventuali.

Peccato che la durata dell’incontro sia stata breve, perché il tema meritava di essere sviscerato.

Allora sesso con i robot sì o no? [il libro devo ancora leggerlo]

Come la penso io: ovviamente sì.

Il sesso è un campo semantico che si presta alle derive moralistiche più estreme. Spesso, quando si affronta l’argomento, entrano in gioco le più grandi moralizzazioni, i tabù e tutta quell’architettura di pensieri e comportamenti che mirano ad eliminare la radice più forte del sesso: la libertà.

Se accettiamo che il sesso è espressione naturale di libertà di ognuno (ma dobbiamo avere ben chiaro cosa significhi), probabilmente, l’idea di poter utilizzare anche un robot, non ci farebbe così storcere il naso.

Ma il fulcro del discorso non sta nel mero e pragmatico uso di una macchina. La bellezza del ragionamento, quando hai di fronte due filosofi, è il ragionamento stesso, su più livelli, sui diversi significati di questo uso, sui perché.

A quanto pare la robotica in questo settore è studiata anche per curare patologie sessuali e mi pare un percorso interessante.

Non so come la pensiate voi, da parte mia, credo che ogni avanzamento della tecnologia, specie se tocca aree significative della nostra vita, ci lascia sempre basiti, a volte molto sconcertati e impauriti. Di norma, quel che non si conosce crea distanza, allontanamento cautelativo.

I robot impareranno a pensare e chi verrà dopo di noi dovrà affrontare nuove sfide morali, intellettuali, sociali ma, il progresso tecnologico non si può fermare quindi, invece di essere (quasi sempre) spettatori passivi di quanto accade, è bene iniziare a riflettere in anticipo, per prepararsi e per maturare un pensiero proprio.

Quanto al robot sessuale, pare che allo stato attuale il costo si aggiri attorno ai 6.000 euro per un modello di buona fattura, dico questo: mi accontento dei sex toys.

Ma, non vedo l’ora mi propongano a prezzo accettabile il robot casalingo, quello che si occupa delle faccende e di cucinare. In quel caso è sicuro che correrei in banca per accendere un mutuo ed affrontare la spesa!

Per approfondimenti seri sull’argomento sex robot, leggete l’interessante articolo di Pierpaolo Marrone (filosofo) qui . 

Pimpra

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PREDICO BENE E RAZZOLO MALISSIMO!

Tocca fare atto di pentimento, lo devo fare proprio.

Excusatio non petita, accusatio manifesta.

Ad essere spietatamente sincera, forse è stata una scodata di Narciso.

I FATTI:

Scrivo un post che mi pare decente, ovvero, contenutisticamente accettabile e lo leggo a una persona molto speciale per me. Lo faccio io dal momento che il soggetto in questione non vuole leggere i pezzi che scrivo. Prova fastidio, non condivide che io mostri me stessa al mondo, così, senza filtri, senza selezione di contenuti e/o di destinatari. Un po’ come fanno le meretrici di strada che si danno al cliente senza sceglierlo.

Sto in questa casa virtuale perché mi diverte farlo, il blog offre la possibilità di comunicare ed interagire con un pubblico potenzialmente universale, geograficamente illimitato, di qualunque età, nazionalità, sesso. Potenzialmente ho detto, la realtà è molto diversa ma, resta, comunque, una finestra aperta sul mondo e, ovviamente, su di me.

Scrivo perché ci sono volte in cui mi prende il guizzo di commentare qualcosa, oppure perché ho vissuto un’esperienza particolare o, semplicemente, perché mi sento rapita dal cazzeggio.

Scrivo, potrei tacere o fare altro è certo.

Tornando ai fatti, mi viene rimandato, con un atteggiamento più fisico,
di particolare distacco e supponenza, che verbale che il post in argomento sì, era divertente. Ne sarei stata felice, non fosse che il commentatore ha fatto grande fatica a tenere gli occhi aperti mentre glielo leggevo (erano le 21.00 e non aveva appena concluso il turno in miniera).

Piccola discussione successiva e il mio Calimero, da color panna, è tornato tutto nero e mi sono sentita come un’oca bionda senza speranza.

Narciso mio non era affatto contento, ha pesantemente accusato il colpo: “magari devo smettere, perché non credo di essere una donna così decerebrata ma se questo è ciò che traspare dai miei scritti… dovrei farci un pensierino”.

Parte il sondaggio social, fatto con umiltà e coda tra le gambe, “Amici miei, che faccio chiudo?” e i commenti, anche troppo benevoli, mi hanno fatto riprendere il timone.

LA MORALE:

Proprio io che tanto professo l’amore per se stessi, sono stata la prima a non volermene. Sticazzi.

Questo spazio mi è caro, i miei post leggeri e senza pretese mi rappresentano, sicché questa sono, non è finzione.

Grazie a voi ci ho pensato, alla fine scelgo me, le mie passioni, i miei colori sgargianti, la leggerezza dell’essere. Punto.

Quanto all’Amore mio che non approva questo tipo di attività pazienza, dovrà farsene una ragione. Questa sono gli piaccia o no. Gli piacerà mai? Chissà…

La predicatrice dei miei stivali vi saluta con un grande inchino, abbiate pazienza, sarà l’età… 😉

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. Ciò che è mio è anche tuo.

Che bella sensazione la sveglia di oggi, per la verità agita dalle amate Gattonzole poiché, quella vera, il mio orecchio l’ha bypassata alla grande.

Assonnata, ricoperta da fusa gorgheggianti e strusciate sulle gambe, ho iniziato la mia giornata stanca ma lieve. In una parola: felice.

Ieri sera, per la prima volta, insieme al mio compagno, abbiamo tenuto un laboratorio di tango. Non si tratta di una lezione, perché non siamo insegnanti e ci guardiamo bene dall’immaginarci tali, è stato semplicemente una condivisione di esperienze con altri tangueros.

Ripenso ai miei esordi, a quando, all’epoca dei primi passi, avrei dato non so che cosa per avere più informazioni che mi aiutassero nello studio. 

C’è molta differenza tra una lezione e un “laboratorio”. Nel primo caso si lavora su strutture, si costruiscono le basi, si impara la grammatica.

Nel secondo, si ascoltano le esperienze di ballerini, di come hanno affrontato il loro percorso, di come hanno superato gli ostacoli del “cammino di Santiago tanguero” (mi si passi questa similitudine).

Chi ci è già passato, secondo me, può davvero dare una mano a chi è all’inizio del percorso. Rispondere a domande e a dubbi che tutti attraversano, condividere le strategie adottate per risolvere criticità.

Di sicuro, nel tango, non vi è una Verità Assoluta, credo però fermamente, che le esperienze di altri, possano dare ispirazione e motivare la ricerca di ognuno.

Oggi mi porto dentro l’energia che ho ricevuto dalla classe, le domande che hanno fatto, la curiosità e l’attenzione che ci hanno dedicato.

Mi sento più ricca, come ballerina e come essere umano.

Nel mio mondo ideale dovrebbe esistere sempre il piacere dello scambio. Non perdo nulla se ti dono ciò che ho imparato, anzi.

Saper raccontare il proprio percorso, riuscire a far provare nel corpo di chi ti ascolta ciò che cerchi di definire, è un esercizio grandissimo.

Spiegare significa avere in sé totale consapevolezza. Significa lavorare sul proprio movimento per renderlo chiaro a chi deve capirlo. Quindi un esercizio a due vie: per chi espone e per chi ascolta.

Ringrazio gli amici Maestri che ci hanno coinvolto in questa esperienza e tutti coloro che, con fiducia e curiosità, hanno partecipato. 

Il grazie più grande al mio amatissimo Tango che colora di sfumature sempre nuove la mia vita.

Pimpra

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