ZIBALDONE D’AUTUNNO

Domani entriamo nella nuova stagione, capitolo che si apre, almeno qui nel lontano nord est, con una giornata di bora festosa, capace di rallegrarci con le sue raffiche pur rinfrescando decisamente il l’atmosfera.

Mi sembra ieri quando tornavo dalle vacanze, una settimana di mare a cavallo tra agosto e settembre in un’isola piccola come una gemma preziosa. Periodo ideale, meno gente, meno caldo, meno generale frenesia.

Il primo giorno d’autunno rappresenta un nuovo inizio: gli studenti tornano a scuola, le vacanze sono riposte nello scrigno dei bei ricordi, ognuno di noi pianifica le attività invernali, immaginando i più svariati progetti.

Quest’anno percepisco una nota diversa, quasi si trattasse di una doppia rinascita.

Riprendono anche le attività ludico/culturali, nonostante la serie di paletti dettati dalla situazione contingente. In palestra, a dio piacendo, si può accedere già da un po’ e così pure al cinema e al teatro. Rispetto al tango, francamente non mi è chiaro lo stato dell’arte da un punto di vista legislativo, ma, da quanto leggo e vedo, mi pare che l’attività sia ripresa alla grande. Mi sembra un miracolo.

La bacheca di FB si sta ripopolando di immagini di persone che ballano, che vanno a maratone a festival, tornano gli inviti agli eventi in presenza e la sensazione è che pure il respiro abbia ripreso a pieni polmoni.

Quest’anno e mezzo di stop forzato ha lasciato degli strascichi, togliendomi parzialmente quella gaiezza esagitata che è tanto parte di me. Manca la scintilla che avevo sempre in questo periodo, vivo da troppo tempo in uno strano stato di quiete che non mi appartiene, come fossi imprigionata dentro una bolla.

Poi però stamattina, prima che la sveglia mi riporti nel mondo, la prima gatta mi raggiunge a letto strusciando il muso sulla mia mano addormentata, appagata dalle carezze si accovaccia appoggiata a me e inizia il suo canto vibrato di fusa. Passa qualche istante e la raggiunge la sorella che trova il suo posto insieme a noi, in una sorta di puzzle di pelo e zampe, infine, ultimo solo perché maschio e distratto, con un gran clamore di miagolii richiedenti attenzione, si presenta il piccolo della famiglia, sale sul lettone pure lui, malamente accolto dalle Gattonzole che gli intimano di stare lontano da me. La burba obbedisce e prende posizione, ultimo della fila ma parte del gruppo.

Mi risveglio così, circondata di amore felino, accolta da una frizzante giornata “tipicamente triestina” di bora e penso che non c’è motivo per essere tristi o demotivati, è iniziato l’autunno e tutto va bene.

Buoni nuovi inizi a voi tutti!


Pimpra

 

16.00

 

VIVERE GREEN

Seguire i telegiornali, di questi tempi, è come assistere alla proiezione di un film dell’orrore: alla pandemia e ai suoi danni orami siamo abituati, che si per sé ha dell’incredibile, non bastasse, ci si mette pure la Natura impazzita con temperature infernali e incendi.

Mi fermo e, dolorosamente, riconosco che siamo noi la fonte di tutto lo scempio che stiamo vivendo. La responsabilità ci appartiene in toto e dobbiamo assumercela.

Detto questo, mi è chiaro che, io per prima, dalle parole devo passare ai fatti. Ma, come fare?

Innanzitutto la coscienza ambientale va costruita, possibilmente, da bambini, insegnando alle generazioni future a prendersi cura del nostro tanto bistrattato pianeta.

Poi ci siamo noi, gli adulti che dovrebbero dare il buon esempio. Magari.

Da pochi mesi ho cambiato ufficio, approdando in un nuovo contesto lavorativo che si occupa di ambiente, energia e sviluppo sostenibile. Ogni giorno scopro e imparo cose nuove, alimentando, allo stesso tempo, una coscienza ambientale che – lo ammetto – era piuttosto carente.

Iniziare a vivere “green” senza impiastricciarsi la bocca di parole che vanno di moda e basta, nel mio caso, significa iniziare con piccoli e virtuosi comportamenti.

Le immondizie che produco, ne sono il primo esempio.

Ho imparato che ogni risorsa può e deve essere riciclata per entrare in un virtuoso circolo in cui gli sprechi possano essere ridotti al minimo a beneficio delle risorse naturali.

L’inquinamento che produciamo può essere ridotto a partire dai piccoli gesti.

Ho citato le immondizie: plastica, carta, vetro e alluminio trovano sempre la corretta collocazione nei rispettivi canali di raccolta e smaltimento. Certo, mi sono dovuta organizzare, inutile negarlo, i bottini della differenziata non sono esattamente sotto casa, ma comunque raggiungibili.

Si tratta di fare un piccolo atto di volontà, un minimo sacrificio per un bene collettivo davvero molto grande. Piccoli gesti capaci di creare una lunga onda di comportamenti virtuosi.

Vogliamo mettere il piacere di immergerci in un mare libero dalle microplastiche? Pieno di pesci felici di sguazzare in acque cristalline? Per adesso sembra solo un’utopia, ma se ci impegniamo con costanza e determinazione, possiamo farcela. Anche perché siamo praticamente arrivati al punto di collasso del pianeta.

Io scelgo GREEN.

Pimpra

ELEGIA ADRIATICA

image credit Alessandra Cechet

Sono una sostenitrice accanita della “poetica delle piccole cose”, istanti di vita quotidiana che si palesano allo sguardo carichi di bellezza.

Vivo in una piccola città del lontano nord est adriatico, uno scrigno di tesori disseminati qua e là dalle raffiche di bora.

Dalle alture del carso, le generose fronde degli ippocastani centenari delle osmize offrono un approdo di gioiosa tranquillità, fino a scendere in riva al mare, dove il respiro dell’Adriatico infrange, sugli scogli di Barcola, la sua risacca.

Un piccolo mondo fatto di tante delicate perle, le passeggiate in Cittavecchia, arricchite dalla gaiezza di numerosi locali che offrono ai curiosi ogni tipo di scelta enogastronomica.

Ai triestini piace fare festa. Nella consuetudine burbera di alcune giornate in cui i volti che si incrociano per strada sono piuttosto tesi, manifestando un conclamato fastidio, specie il lunedì, arrivata l’estate, si rilassano in un giocondo sorriso.

La casa è rifugio obbligatorio solo in certe gelide giornate d’inverno, quando la bora nera si impossessa della città frustandola con le sue spire di ghiaccio. Solo allora, le pareti domestiche diventano ricovero necessario e quindi amato.

Ma d’estate…

L’invito dell’amica del cuore a fare il “TOCETO” del tardo pomeriggio, a Barcola. Ci andiamo in scooter, in doppia, approfittando del tragitto per scambiare una trama fittissima di parole. La costa è popolata come fosse giorno, non me lo aspettavo. Si direbbe che verso le 18.30 ci sia proprio un “cambio di turno” tra coloro che hanno trascorso l’intera giornata al mare e i nuovi arrivati.

Il sole è basso e poco prima dell’abbraccio al mare, colora l’orizzonte di un rosa intenso che sfuma in una calda nota arancione.

L’acqua è tiepida, offre un’immersione di liquido amniotico, il corpo si rilassa lasciandosi accarezzare dalle lievi increspature del mare.

Dalla bisaccia escono due calici, una piccola bottiglietta e del melone a tocchi, l’aperitivo perfetto, nel luogo perfetto, con la compagnia giusta.

Tutto vibra di gioia satura che mi viene voglia di fare il ponte, lì, sul mio asciugamano. La mia amica si vergogna un po’ ma mi lascia fare, è abituata oramai alle mie stranezze.

Il tempo ci scivola sulla pelle umida di salsedine, mentre ci godiamo questi attimi piccoli ed estremamente preziosi.

Tu chiamala estate.

Pimpra

LE AVVENTURE DELLA PIMPRA. Summer 2021

Un’estate che definisco strana. Sembra quasi tutto normale ma sappiamo bene che non lo è, una gran parte delle nostre vite precedenti sono e restano ancora come congelate.

Abbiamo imparato a convivere con strane regole, ci adattiamo a nuovi modi di vivere il nostro tempo libero in un regime che definirei di semi libertà.

In tutto questo la vita va avanti, come se nulla fosse.

Venerdì pomeriggio, palestra. Praticamente vuota, situazione ideale: i macchinari sono liberi, non ci sono fastidi, odori molesti, gente che intralcia. Penso che sono diventata una selvaggia asociale, ma tant’è.

Parto con la prima serie di esercizi, sto per iniziarne un’altra mentre lascio la postazione a un ragazzo che conosco di vista, frequenta anche lui lo stesso luogo, più o meno ai miei orari.

Per la prima volta mi saluta chiedendomi come va.

Tolgo le micro cuffiette e gentilmente rispondo “Tutto bene grazie, fino a quando potremo continuare a venire qui” aggiungo “bene anche tu mi sembra” .

“Sì infatti” risponde il giovane. Un volto dai lineamenti delicati, elegante nei modi, riservato, un bel fisico fresco, asciutto e armonicamente muscoloso. L’avevo notato nella massa dei giovinetti che pompano i muscoli, menando vanto dei pesi sollevati e delle incredibili performance tra le lenzuola. Lui mai, sempre in disparte, in silenzio ad allenarsi, come me.

Rimetto le cuffiette, faccio per recuperare il cellulare e, come per magia, non lo trovo più. Deve essere lì, era accanto a me durante l’esecuzione dei primi esercizi, non posso averlo messo altrove. Guardo, cerco e nulla, come fosse sparito.

Il giovane capisce che qualcosa non va e mi porge il suo cellulare, iphone di ultimissima generazione, dicendomi di chiamare il mio numero, cosa che faccio e, incredibile, il cellulare era esattamente alla base dei miei piedi. Lo vedo, rido, ringrazio per l’aiuto, rimetto le cuffiette e continuo l’allenamento.

Tra me e me penso a quanto sono accecata, decretando che, la prossima volta, mi tocca assolutamente mettere le lenti a contatto (che non sopporto).

Doccia, vestizione e scappo a casa. Nello spazio antistante agli spogliatoi, il giovane sta armeggiando con il cellulare, saluto con un ciao e mi avvio.

Girato l’angolo, già in sella allo scooter lo rivedo, mi avvicina e mi chiede dove abito. Resto basita ma, come un automa, rispondo. Poi mi chiede se sono libera.

“Cosaaaa?” mi esce una faccia a forma di pesce con occhi a palla. Ma che domande sono, non conosco neppure il suo nome! Rilancia immediatamente dicendomi che non parla bene l’italiano, me ne ero accorta, al che chiedo di dove fosse. Kossovo, risponde.

Nella mia immaginazione era uno dei tanti studenti che frequentano la palestra, oppure un giovane professionista, e niente, invece mi dice che ha una ditta di costruzioni. Traduco nella mia testa pensando che lavora in una ditta di costruzioni.

Rilancia immediatamente facendomi una domanda così diretta da arrivamrmi come una sassata in faccia “Posso venire a casa tua?”

EEEEEEEEH?????????!!!!!!!!!!!!

Trasalisco imbarazzatissima, non so se incavolarmi a morte o ridere. Istintivamente mi viene da ridere perché reputo la situazione assolutamente surreale.

“Certo che non puoi venire a casa mia, ciao eh”.

Accendo il motore e parto. Lui si avvia con le pive nel sacco.

Alla sera, mi chiama per 3 volte. Non solo ardito ma pure stalker. L’ho bloccato e via.

Estate 2021 modalità ON.

😀

Pimpra

LA SUPER EMPATIA

C’era un tempo in cui una persona a me vicina mi definiva “La signora Alberti” appellativo conquistato sul campo a forza di “consulenze del cuore” offerte a piene mani ad amici e conoscenti.

E’ così da quando sono poco più di una bimbetta che alcune persone, mosse da non so quale ragione, mi venissero vicino a chiedere consigli.

E’ molto facile, per me, mettermi nei loro panni, ascoltarli, ragionare insieme sulla situazione e darne la mia personale interpretazione. Giusta o sbagliata che sia, ha sortito sempre un positivo effetto sulla persona perché, almeno, si sente ascoltata.

La mia passione per l’animo umano doveva – probabilmente- diventare la mia professione, ma altre strade hanno preso il sopravvento, e tant’è.

Ciò detto, ho riscontrato incredibili e profonde ferite esistenziali, in quella categoria di persone che possiedono un dono preziosissimo: la super empatia.

Da Treccani

Empatia

In psicologia per empatia (termine derivato dal greco ἐν, “in”, e -πάθεια, dalla radice παθ- del verbo πάσχω, “soffro”, sul calco del tedesco Einfühlung), si intende la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato e talvolta senza far ricorso alla comunicazione verbale. Il termine viene anche usato per indicare quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica.

Voi capite che questa capacità di comprendere va assolutamente gestita, poiché, trattandosi di un’energia psichica potentissima, come una macchina sportiva, bisogna saperla guidare.

Uno dei rischi più grandi che corre l’empatico (per non parlare del super empatico, colu* che è così sensibile e in connessione da anticipare desideri, sensazioni dell’altra persona), è di perdere completamente la capacità di percepire/analizzare i dati oggettivi, i comportamenti reali, la situazione che condivide con l’altro.

Di solito sono queste persone così dotate che si mettono a completa disposizione, ascolto, supporto, sostegno… dell’altro perdendo completamente di vista se stessi, i loro desideri, la loro vita, divenendo, molto spesso, bersaglio prediletto di coloro che- assolutamente privi di empatia, ne fanno fonte primaria di approvvigionamento, in tutti i sensi che vi vengono in mente.

L’empatico, diciamocelo, se non è ben strutturato, è il primo dei fragili, di quelli che vengono manipolati e manco se ne accorgono, tanto il loro cuore è buono e pure fesso diciamocelo.

Di contro, bisogna dire che l’empatia non si insegna, è la capacità di entrare in vibrazione con altri esseri viventi, animali, piante, in modo così forte da riuscire a creare relazioni, legami.

Faccio parte pure io della squadra dei super empatici.

Fino ad ora, lo ammetto senza reticenze, ho avuto molti riscontri “di cuore” che mi hanno regalato un profondo senso di gioia, ma, molte più ferite e dolori inferti da quelle persone che l’empatia non sanno manco come si scrive.

La cura l’ho trovata, e mi ricollego a quanto ho scritto poco sopra: l’empatia è una macchina da corsa, potentissima, bisogna saperla guidare o ci si schianta.

Come si impara? Innanzitutto convergendo quelle potentissime antenne vibrazionali all’interno di noi stessi, non verso il mondo, come sempre facciamo, andando a scoprire chi realmente siamo, cosa nascondiamo, quali sono le NOSTRE ferite che non ci diamo mai il tempo di curare.

Fatta la connessione tra l’io e il me, bisogna STUDIARE, approfondire, andare alla ricerca di quel senso profondo di cui percepiamo la nota sonora ma facciamo fatica a cogliere l’intera melodia.

Quando l’orchestra che siamo comincerà a suonare e noi ad ascoltarla, sarà il giorno in cui la nostra empatia, non solo aiuterà chi ci verrà vicino, ma non permetterà a nessun* di usarla contro di noi.

Pimpra

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IL POTERE DEL VELO. (post per sole donne)

Testosterone brilla nei campi e per il supermercato esulta…

Sono in fila, dinnanzi a me un bel giovinetto, meno della metà dei miei anni anagrafici, alto e slanciato con quegli occhi dall’inconfondibile taglio etnico, neri e penetranti, si gira a guardarmi e, con nonchalance e un buon italiano, commenta il meteo odierno affermando di non ricordare un maggio tanto freddo.

Da sotto la mascherina sorrido e rispondo che è già capitato.

Il rullo è fermo e fa buon gioco per un aggancio più ardito “Vai a Barcola dopo?”

“No, magari!” rispondo.

“Peccato!” e mi sorride.

Il nastro inizia a scorrere ed è il suo turno, mette la spesa nei sacchetti e ne approfitta per guardarmi e salutarmi.

Da sotto la mascherina penso che forse non si è accorto che potrei essere sua madre. E con questo pensiero ma divertita dalla situazione, torno alle mie faccende.

MORALE:

  1. è evidente che non sono una Ggiovine che si sarebbe malamente incavolata per l’interlocuzione proposta dallo sconosciuto. Il lieve approccio verbale, mi ha fatto sorridere e basta.
  2. La mascherina però merita una considerazione in più.

Al rientro in ufficio, passando a lavarmi le mani, ho notato come, oggi in particolare, il trucco sugli occhi, ne accentuasse forma e colore.

Nascondendo tutto il resto del volto, a un’occhiata veloce, l’età anagrafica poteva risultare più liquida.

La mente è volata molto indietro nel tempo, a quando, vivendo in Medio Oriente, le donne velate erano parte del paesaggio.

Ricordo perfettamente come i loro sguardi fossero più potenti di quelli delle donne occidentali, più misteriosi, carichi di promesse, caldi.

Ecco che mi torna la spiegazione del perché un giovanissimo uomo potesse aver avuto la curiosità di parlare con me: la mascherina ha creato mistero.

Saprò farne buon uso.

Pimpra

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CAMPAGNA VACCINALE IN FVG. Dare a Cesare quello che è di Cesare.

Domenica è stato il V-Day per la mamma.

Vado a prenderla al mattino presto, era già pronta e piuttosto gasata. “Mamma sei particolarmente elettrizzata stamattina” e lei “Certo, non vedo l’ora di farmi il vaccino così potrò ripensare di organizzare i miei viaggetti con le amiche, non so fino a quando riuscirò ancora a muovermi!”

La giornata primaverile ci saluta mentre, con la macchina, percorriamo le strade di una città che si sta risvegliando.

Il Porto Vecchio, uno dei luoghi a me più cari di Trieste, ci accoglie nella gincana dei suoi magazzini rimessi a nuovo, dove, nelle strade che li scandiscono, trovano spazio gli sportivi della città che, di buon mattino, macinano chilometri a piedi e in bicicletta.

Un bel vedere, penso tra me e me, mentre parcheggio comodamente di fronte alla Centrale Idrodinamica. L’ultima volta che ci sono stata era per una meravigliosa maratona di tango argentino, oggi per vaccinare mia madre. Come è sorprendente la vita, penso.

Nello spazio adiacente l’ingresso, un gruppetto di vaccinandi tutti distanziati, mascherati, ligi alle regole. Dopo pochissimo all’ingresso si affaccia un addetto alla sicurezza che, megafono alla mano, chiama gli orari degli appuntamenti “Entrino le ore 9.30 – 9.35- 9.40” e, in religiosa fila, si presentano le persone e si incamminano nella grande struttura deputata al primo accoglimento. Controllo dei documenti da presentare, offerta di aiuto per compilarli e indirizzamento alle sedie predisposte per i gruppi in attesa.

Quando tocca a noi, vedendo il percorso che è stato organizzato mi scappa un’esclamazione di entusiastico stupore “questa sì che è organizzazione asburgica” e, ridendo con mamma, procediamo nelle tappe.

Pochi minuti di attesa, sedute e distanziate, poi annunciano nuovamente il gruppo della nostra ora e si entra nel complesso vaccinale. Anche nei padiglioni destinati all’inoculazione del vaccino, si respira efficienza. Va detto che i vecchini (la fascia 70-77 e categorie deboli) stranamente non sono esagitati, ma piuttosto tranquilli, aspettano il loro turno, senza infastidirsi. Bravi, penso.

Sono gli Scout adulti che si occupano di indirizzare le persone nelle postazioni: prima a farsi mettere sulle carte l’adesivo che stabilisce quale vaccino si riceverà, chi, prima di riceverlo deve passare dalla postazione medico (patologie particolari farmaci ecc.), oppure recarsi direttamente alla fila che precede la punturina.

Percepisco immediatamente una cosa: la stanchezza del personale, dagli amministrativi che controllano i documenti, agli scout che regolarizzano i flussi, agli infermieri, ai medici. Oggi (ieri ndr) è domenica e i turni che il personale fa vanno dalle 9 alle 12 ore di fila. E sono mesi che è così e la fine non si intravvede ancora.

Mi rendo conto che sto assistendo a un evento di portata storica, un intero paese che si vaccina, una situazione mai vissuta prima.

L’infermiera che riceve mia madre ha occhi verdi bellissimi che risaltano ancora di più con il colore del camice. Indossa scarpe da ginnastica perché un sacco di volte deve correre a fare una fotocopia per il vaccinando.

Le chiedo quante ore fa di turno, “dodici di fila” mi risponde. Sgrano gli occhi. Nel mentre ha già fatto la punturina a mia madre che nemmeno se ne è accorta.

Mamma la ringrazia tanto per la mano piumata e per il lavoro che fa, “Grazie” risponde con un sorriso l’infermiera “fa bene sentirselo dire, ci dà forza per non cedere alla pressione di queste giornate infinite”.

Passiamo alla sala del 15′ dove i vaccinati aspettano la remota possibile reazione anafilattica, infatti leggo un cartello che riporta “adrenalina”, poi, passata la manciata di minuti, ritiriamo il promemoria per il secondo appuntamento che è già fissato in agenda.

Lo consegna un team di infermiere che ho visto correre di qua e di là senza sosta per rispondere, risolvere, consolare a tutti coloro che ne avevano bisogno. Così stanche da faticare a leggere i nomi degli utenti sui fogli da consegnare per l’appuntamento.

Siamo uscite felici, mamma ed io, che il primo passo verso un futuro ritorno alla “normalità” era compiuto.

Guidando verso casa, ho attraversato una città bagnata dalla luce primaverile di una domenica di marzo, ma il mio pensiero riconoscente va a tutta l’umanità gentile di professionisti e volontari che ho incontrato nel comprensorio dedicato alla vaccinazione di massa.

Pimpra

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UNA DOMANDA ME LA FACCIO: PERCHE’?

Photo by Belle Co on Pexels.com

Sta per concludersi la prima settimana in zona rossa che, nel mio immaginario, significa: tutti a casa. Si sta in smart working, si esce solo per necessità motivate e con certificazione. Si sta “isolati”.

Poi, la realtà: dinnanzi agli occhi, rosso rimane solo il conto in banca di coloro che, a causa delle ripetute chiusure/aperture di questo ultimo anno, hanno visto fallire la loro attività imprenditoriale o hanno perso il lavoro o non ne hanno mai trovato uno.

La realtà racconta di famiglie con figli che non sanno più dove sbattere la testa, cercando di fare la gincana di incastri tra il tetris delle sedute di DAD e il lavoro smart, quando ancora ne hanno uno.

La realtà mostra i più giovani accumulare rabbia e frustrazione che talvolta si esprimono in atti violenti verso gli altri o nei confronti di loro stessi, attraverso comportamenti autolesionistici.

La realtà di intere fasce di popolazione che stanno lentamente scolorendo, in preda alla morsa della depressione.

Guardo alla finestra e mi pare che questo gioco al massacro di colorare l’Italia, non porti i benefici effetti sperati. Le varianti del virus stanno correndo e i comportamenti della cittadinanza ESASPERATA , forse, non contribuiscono a limitare i danni.

A me pare che stiamo dentro a una pentola a pressione difettosa, pronta, in un attimo, a fare un grande botto.

Guardo alla finestra e sento prepotente la primavera penetrare i pori della pelle e ho voglia di vita, anzi, la vita mi prende e mi spinge per essere vissuta.

Mi comporto bene e sono ligia alle regole. Ho pure scritto da qui parecchi sermoni, l’anno scorso, sul fatto di tenere duro, mantenere alte le difese e seguire le regole.

Sono una brava cittadina, continuo a stringere i denti ma, francamente, non ci credo più.

Pimpra

RIPROGRAMMARSI

Mi ero illusa, come molti, che prima o poi, nel giro di qualche mese, saremmo tronati alla nostra vita di sempre. Magari con qualche restrizione e taluni limiti ma nel complesso alla nostra VITA.

Cambia il governo ma non cambia la musica perché la pandemia, burlandosi dell’uomo, modifica le sembianze e ci costringe – ancora – ad assoggettarci alle sue volontà.

Speravo, se non di riprendere a ballare l’amatissimo tango, almeno di frequentare la palestra. Per me il tempio del mio equilibrio mentale, luogo di sfogo e scarico di tutti gli scarti metabolici del corpo e – soprattutto?- della mente.

Niente da fare. Non si vede ancora la luce.

Onore e merito a tutte le strutture che si sono organizzate per fornire ai soci servizi usufruibili da casa, in mancanz adi meglio. Vi dico bravi e vi stimo tantissimo per la resilienza, ma con me – purtroppo – non funziona.

Io ho bisogno di uno spazio grande, dedicato con millemila attrezzi e pesi e macchinari di tutti i tipi. E’ un mio clamoroso limite e ne sono ben consapevole, ma tant’è.

Siccome sono altresì ben conscia che i veri problemi della vita sono altri, non di certo il mio giro fianchi aumentato, ho deciso che qui bisogna iniziare a … riprogrammarci!

Con la primavera alle porte, la luce del giorno che accarezza ogni giorno un minuto prima le nostre finestre, posso darmi una mossa e fare una corsetta morbida, finalizzata al risveglio muscolare, all’ossigenazione di mente e tessuti, prima di andare al lavoro. Trenta minuti dedicati, dalle 7 alle 7.30 del mattino, doccia e via in ufficio, magari a piedi. Alla sera, con minor senso di colpa se mi viene la stanchezza o la pigrizia, gli esercizi ginnici mirati.

Più facile da scrivere che da fare, ma credo che sia la sola possibilità che ci rimane per fronteggiare i paletti di NO che siamo costretti a vivere.

Che fatica. Che frustrazione.

Ripenso alla terribile primavera dello scorso anno, alle meravigliose giornate che abbiamo vissuto chiusi in casa, godendo dei colori e dei profumi da dietro le finestre.

In ottica positiva, almeno quest’anno, saremo fuori, di certo mascherati e distanti ma, almeno, liberi.

Io parto da qui, riprogrammo le attività fisiche. E voi, come la state gestendo, come vi sentite?

Il mio abbraccio virtuale e forza cerchiamo di resistere!

Pimpra

COME STIAMO VIVENDO IL CAMBIAMENTO

Oramai ci siamo, stiamo per compiere il primo (e speriamo pure l’ultimo) giro di boa di un cambiamento epocale che ha colpito tutti noi, senza esclusione. Un anno fa, nel nostro mondo pulsante di modernità, si è diffuso un virus che ha completamente modificato le nostre abitudini, sparigliando le carte della socialità, della vita professionale, fin dentro la profondità delle nostre anime.

Cambiamento, come cita la Treccani , può investire gli ambiti più diversi:

cambiaménto s. m. [der. di cambiare]. – 1. Il cambiare, il cambiarsi: c. di casa, di stagione, di temperatura; fare un c., un gran c., spec. nelle abitudini, nel carattere e sim.; c. di stato d’aggregazione della materia; c. di stato civile, ecc.; c. di scena, nelle rappresentazioni teatrali e sim. (spesso in senso fig., mutamento improvviso di situazione, di uno stato di cose); c. di indirizzo politico; c. di mano, nella circolazione stradale, lo spostarsi di veicoli o persone da un lato all’altro della via (è anche nome, in equitazione, di una figura di alta scuola). In sociologia, c. sociali e culturali, quelli che determinano trasformazioni nella struttura sociale e culturale di un gruppo. 2. Nella scherma, azione con cui si cerca di deviare il ferro dell’avversario dalla linea di offesa

e possiamo tranquillamente affermare che la disgraziata pandemia non ci abbia risparmiato nulla.

Ciò che mi interessa indagare è come abbiamo affrontato questa onda anomala che ci ha travolto, quali segni ha lasciato su noi stessi come individui e come comunità.

Dopo il primo periodo di choc mi sembra che, in generale, ci siamo adattati alla nuova realtà mutata delle nostre vite. Di certo nessuno di noi l’ha fatto senza opporre una qualche resistenza interiore, chi più chi meno, ma in massima parte, abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco imparando a convivere con questo nuovo modo di stare al mondo.

Penso ai bambini nati all’inizio del 2020 a come gli risulti naturale vedere gli adulti mascherati, stare distanziati, evitare – se possibile- di toccarsi, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Personalmente ho vissuto un momento di indagine profonda dentro di me, cercando di leggere meglio la mia vita fino a quel momento, mi sono depressa, sono andata giù giù giù in un crinale scivoloso che mi ha portato in acque scure e profonde, a tratti anche molto spaventose. Ad un dato attimo, dolcemente, è ripresa la salita, motivata da una scelta precisa: non lasciarmi andare passivamente.

Oggi, finalmente, trovo il sole dietro le nuvole e in una giornata di pioggia: i miei occhi sanno riconoscere quella luce.

Camminando per strada mi accorgo di come siamo diversi, così mascherati, di come ci perdiamo le espressioni, i micromovimenti del volto che tanto ci raccontano su chi abbiamo di fronte. Evitiamo di sfiorare anche le persone che amiamo di più, penso ai nostri genitori, per timore di poterli contagiare che non si sa mai.

Le attività che davamo per scontate come fare sport, frequentare luoghi di cultura, cinema, teatri, mostre, viaggiare, ballare, banalmente andare a cena alla sera, ci sono preclusi. Ancora non si può e non si sa per quanto sarà così. Le nostre serate scadono alle 22.00, ogni giorno.

Tutto questo, come ci ha cambiati?

Ne parlavo con la mia più cara amica che a forza di lavorare a casa, oramai è spaventata dalle persone, associa la gente per strada (e non parlo di un assembramento vero e proprio) ad un potenziale pericolo. In molti sono caduti in questa rete di paura, tanti altri, al contrario, sfidano le norme con comportamenti decisamente inappropriati per il periodo.

Voi, dove siete? Come vi sentite?

Da un giorno all’altro è come se l’intera umanità fosse piombata dentro una guerra silenziosa e letale, senza preavviso alcuno, senza proclami, senza la possibilità di prepararsi, almeno psicologicamente.

E’ passato il primo anno di pandemia.

Siamo ancora qui.

Speriamo di intravvedere i primi fotoni di luce alla fine del tunnel, nel frattempo credo che la strategia migliore sia adattarsi, assecondando le raffiche che quasi ogni giorno, provano a buttarci a terra.

Pimpra

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