Il coraggio dell’empatia. Il coraggio del pensiero. Il coraggio della parola. Il coraggio di comunicare.

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Il lavoro che faccio è molto stimolante, in questo periodo lo è in modo particolare. Oggi, presentazione del progetto “Condivido” per le scuole, per portare nelle aule i 10 comandamenti della comunicazione non ostile. Vi invito caldamente a leggere qui  , qui  e qui .

Stamane, la presentazione alle scuole, con diretta streaming da Milano e diverse città italiane collegate. Un bel progetto, una splendida idea per diffondere la cultura della “non ostilità” in rete presso il popolo millennials e non solo.

Il conduttore della mattinata, Paolo Ruffini, livornese, classe 1978, giovane al punto giusto per la audience. Si presenta immediatamente come uno di loro, l’amico di 5° quando te sei un pischello primino. Battute a go go, ne ha per tutti, giovani e meno giovani, la platea ride e ascolta, ascolta e ride.

Il tono sale e il “parlare volgare” pure: le parolacce si sprecano, lo stile è quello della periferia, dei sobborghi, dei giovani popolari, non di quelli con il naso in su.

Ridiamo, ridono, noi, dalla sede distaccata, non perdiamo una sola parola.

Percepisco strane vibrazioni intorno a me: gli adulti, insegnanti e non solo, cominciano a provare disagio per il tono scurrile e per l’argomento affrontato: una discussione sulla omosessualità e i comportamenti potenzialmente negativi, di odio e violenza, che scatena nei suoi detrattori. Scandalo, quelle parole non si dicono, un tema così poco politically correct, non può uscire libero, dalle parole di un conduttore, chiamato e pagato per fare altro.

In una sede, staccano la spina. Il collegamento viene interrotto perché gli adulti del luogo non gradiscono il tenore della discussione  e il portato semantico delle parole utilizzate.

Quello che era uno spettacolo educativo, ricordo per chi l’avesse dimenticato che educare=educere ovvero tirare fuori, allevare, si è trasformato all’improvviso in una pippa semi noiosa, non fosse per il desiderio dei ragazzi in sala, di ribellarsi alla censura.

Vi rendete conto: censura. Non mi piace quello che sento o non lo condivido, che faccio? stacco la spina.  Cosa insegno ai giovani? Che se non sono d’accordo, giro le spalle e me ne vado? Oppure intervengo e cerco di spiegare le mie motivazioni per cui un’idea/opinione/modo espressivo non posso accettarlo?

Questo è accaduto a Trieste, una città in cui hanno sempre vissuto eminenti liberi pensatori, intelligenze della cultura della scienza e dell’arte. Trieste oggi ha staccato la spina perché il Paolo ha affrontato un tema spinoso, non concordato, utilizzando il volgare gergo giovanile.

Mi piace ricordare che siamo stati tutti adolescenti, ribelli e testoni, mi piace ricordare che poco ci piaceva ascoltare il pippolotto dell’adulto di turno che, dall’alto, ci declamava le sue lezioni su ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Se devo fare divulgazione, se desidero entrare in connessione emotiva con la mia audience, specie se questa si trova nella complicatissima età dell’adolescenza, devo per forza scendere dalla cattedra e sporcarmi i lati della bocca con un baffo di ketchup, non posso permettermi di essere il colto e raffinato insegnante che sono se, alla ciurma che ho dinnanzi, parlo con un linguaggio, un tono e uno stile che non “entrano” nella testa e nel cuore e che non sono capiti.

Lo spettacolo e lo show possono e devono avere un certo tipo di dinamiche anche poco ortodosse, il lavoro in aula dell’insegnante sarà quello di modulare, tradurre i contenuti portandoli a una soglia più elevata, ma mai rarefatta.

Per comunicare e per farlo bene ci vuole un gran coraggio.

E, comunque, la censura mai.

Pimpra

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SPIGOLATURE. AGLIO E TANGO.

garlic3.jpgCredo che ogni tanguero/a che si rispetti, prima di recarsi in milonga (maratona, encuentro, festival ecc.) metta in atto un rituale propiziatorio alla migliore riuscita della serata.

Sceglie con cura l’abito che indosserà, i più evoluti preparano anche i cambi (camicie, t-shirt, piccoli asciugamani), si lava, si acconcia, si profuma, si trucca. Una serie di azioni che vogliono garantire la migliore presenza possibile e, conseguentemente, il rispetto che si deve al partner, uomo o donna che sia, con il quale si danzerà.

In Italia, come è nel nostro costume, c’è particolare cura verso se stessi, e un occhio di riguardo si riserva al messaggio che quel particolare look offrirà agli occhi del mondo. Le camicie particolari, piuttosto che il taglio dei pantaloni o la foggia/colore delle scarpe per l’uomo, le mise più o meno attillate e sexy o svolazzanti, nere o colorate per le donne, e il profumo, il trucco i capelli e, ovviamente, le meravigliose scarpette a stiletto.

Fin qui tutto bene, in fondo, prendersi cura di se stessi  è un modo di amarsi e ciò è bene. Il problema arriva quando, nei dettagli di questi riti preparatori, dimentichiamo una cosa estremamente importante: il nostro alito.

Considerato che, il tango argentino, nelle sue numerose varianti di stile, prima o poi avvicina in modo estremamente intimo i danzatori, va da sé che un particolare riguardo  debba essere riservato alla “purezza” dell’aria che emette il nostro respiro.

Troppe volte mi accade, in questo ultimo periodo, di incrociare ballerini stupendi che, ahimè, hanno vistosamente ingurgitato aglio prima della milonga.

Ricordo a tutti gli amanti di tale tubero che: l’effetto devastante sul vostro fiato, perdura per due giorni dalla sua assunzione, perciò, vi invito caldamente a tenerne conto se intendete concedervi una uscita danzereccia nel tempo necessario alla sua digestione.

Per le donne vale, ovviamente, lo stesso discorso.

La nouvelle vague salutista prevede la sua assunzione una volta al giorno, ne conosco le incredibili proprietà, ma, VI PREGO A MANI GIUNTE, se decidete di mangiarlo, NON venite ad invitare la sottoscritta.

Mi sto allenando all’apnea ma ancora non sono in condizione di non respirare per i 4-6′ di durata di una tanda intera!

E francamente non credo per un solo nanosecondo che sia afrodisiaco!

So che queste mie parole cadranno nel vento dei pixel virtuali, ma so anche che in molti condivideranno il mio stesso disagio…

MORS TUA, VITA MEA… dicevano gli avi…

😀

Pimpra

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AMORE 2.0

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Lo spunto mi è dato dal gossip che circola in rete: pare che Ferragni e Fedez, la coppia più social del bel mondo italiano, si sia lasciata.

Voi direte “E chissenefrega!” oppure “Ferragni chiiii?” . I personaggi, probabilmente, sono noti solo a un certo pubblico di lettori, ma poco importa, ciò che è interessante è il modo in cui, nel XXI secolo, si viva l’amore.

… Ma quale Amore… vorrei scrivere… eppure…

La relazione moderna, 2.0 appunto, nasce, cresce, arriva al suo apice e muore, a suon di pixel, al ritmo battente di esposizione social.

L’amore moderno, la relazione, non vive più nella stanza segreta del cuore, dell’intimità più profonda, quanto piuttosto nell’esposizione mediatica del proprio sé.

A seconda dell’età degli amanti, ci sarà uno o più social scelti come emblema e messaggio di amore: dal classico FB, il più trasversale per età e diffusione, ai social-video diffondenti per i più giovani (you tube, snapchat, Instagram ecc), per non parlare poi, della gestione relazionale attraverso la chat di watsup.

Trovo il fenomeno massmediologico di grande interesse sociale, non voglio darne un giudizio di merito, perché l’età di chi scrive è troppo elevata per apprezzare a fondo le sfumature di un modo di vivere la relazione così “aperto”, pubblico, universale.

Già perché le relazioni moderne sono “universali e aperte”.

Un tempo, la coppia era un bene chiuso. Al di là delle temutissime corna che ci sono sempre state e sempre ci saranno, l’intimità veniva difesa come uno scrigno prezioso.

Oggi, accade esattamente l’opposto. Piace esserci, piace mostrare e mostrarsi, in tutte le fasi evolutive della relazione, dal suo nascere alla normale mortalità. Perché gli amori 2.0 si bruciano più veloci. A ritmo di shoot fotografici e di clip video.

Nell’analisi di costi/benefici, forse, amarsi, oggi è più facile, oserei dire quasi più “naturale”. Il placet sociale alla coppia è suggellato dall’approvazione (o disapprovazione) della rete. Il suo successo, idem. Esisti se ci sei, se danno il like alle tue foto e alle vostre dichiarazioni di amore eterno (fin che dura) che vi scambiate sulla pubblica piazza virtuale.

L’intimità non è più un valore.

Bisognerebbe capire se si tratta di un atto di coraggio o di estrema superficialità.  Ma non sono qui per giudicare.

Mi affascina piuttosto il fenomeno legato allo spregiudicato uso delle chat per fare innamorare e innamorarsi, specie ad uso e consumo della popolazione più adulta (dai 25 anni in su).

Certo, scrivere non è per tutti ed anche chi lo sa fare, più o meno bene, molto spesso viene travisato nel messaggio che desiderava trasmettere. Nulla di più difficile che far fluire emozioni/sentimenti/stati d’animo attraverso una chat.

Allora perché si fa? perché gli “adulti” scelgono, molto spesso, questa via per interagire, per costruire “relazioni”?

La domanda mi incuriosisce e vi propongo il mio punto di vista: si scrive per perdersi.

Afferrare lo smartphone sperando che l’icona verde di watsup riporti la medaglietta rossa di una chat attiva, crea la magia. Chissà chi sarà, chi mi pensa, cosa mi dice questa identità dall’altro capo della chat.

Poco importa se, il più delle volte, le parole vengono massacrate, violentate, abusate da chi le maneggia con totale inconsapevolezza, senza metterci un po’ di amore nello sceglierle, animato solo dalla velocità di passare un messaggio, di qualunque natura esso sia, a chi lo riceve.

Raramente, molto raramente, si ricevono messaggi in chat che si ha voglia di rileggere e magari di conservare, trascritti, sul proprio diario intimo. Di solito, on line, viaggia la spazzatura lessical/formale che ci portiamo dietro, animata dalla fretta e da un pensiero rivolto unicamente alla superficie delle cose.

Allora sai che c’è? come vorrei ricevere una bella lettera d’amore, come accadeva un tempo, scritta su una bella carta, con la grafia di chi me la invia. In modo che, oltre alle parole, nel tratto della penna sulla carta possa immaginare anche la personalità e la natura profonda di chi scrive

Un inno all’intimismo, alla supremazia della stanza segreta alla piazza, una volontà di ricerca di unicità e di personalismo da anteporre alla comunità, anzi alla community di utenti virtuali.

Ma io sono giaguara… una vecchia giaguara oramai… [sticazzi…]

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. TANGO DAL GRANDE CUORE. ETDS 2017

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Ti fai prestare la macchina, avvisi lo zio delle Gattonzole che se ne occupi per due giorni, ti prepari e vai.

Punti il muso della Volvo in direzione Bologna. Sai che laggiù c’è qualcosa che ti aspetta. Anche se non sai esattamente cosa.

Il periodo non è dei migliori, nuvole oscure di depressione hanno “ferito la giaguara” (grazie Giancarlo per questa meravigliosa immagine), ma resti sempre una giaguara, metti un bel cerottone dove serve e vai.

Sai che laggiù c’è la tua terapia, lo senti, perché lo hai già sperimentato una volta.

Il miracolo si compie e tu, ricevi, ricevi, ricevi, ricevi.

Il modo del tango è una comunità, una grande, estesa, multiculturale comunità. Incontri persone che provengono da tutta la penisola, da tutta Europa e da ben più oltre. Ci lega un filo, quella passione artistica che si snoda intrecciando melodie e corpi, in un’unica dimensione, il tango.

La chiamo “la terapia degli abbracci”. Non è una novità.

Il valore più alto, assoluto, è che guarisci da te stesso senza dover usare parole, senza dover pronunciare parole, solo “essendoci, restando, scambiando” un abbraccio.

Ci pensa l’altro ad attivare quel volano di energia, mutuato dalla musica, che riattiva tutte le sinapsi del tuo benessere psicofisico.

Non tutti sono capaci a cimentarsi in questa sfida, perché se vuoi ballare e stare meglio, devi affrontare la pista nudo.

La nudità non sta nell’abbigliamento (anche se, con il caldo che fa a volte servirebbe), ma nell’anima che deve mostrarsi. Non ci sono pretesti, non ci sono scuse, bisogna avere il coraggio di esistere, per quello che si è e per come si è.

Poi arriva tutto ciò di cui si ha bisogno: l’espressione del proprio io danzante che si libera e crea, la connessione con l’altro ballerino che ascolta, recepisce e propone, in un duetto che diventa corale e abbraccia, letteralmente, tutta la pista.

Ma, dicevo, il valore aggiunto è rappresentato dalla comunità tanguera.

Sento già i fischi dei detrattori che diranno “bugie! c’è gente brutta, cattiva, malefica, odiosa, gente che parla male bla bla bla”. Rispondo decisa che sono tutti starnazzamenti inutili di coloro che non si pongono con l’animo giusto e che, di fatto, sono quelli “tagliati fuori” dalla comunità a cui mi riferisco. Perché la comunità è più forte degli stronzi, e perdonate il francesismo.

Badate bene, parlo di “comunità”, non di gruppo!

Quale è la differenza? Sostanziale direi: comunità= cum / con essa ACCOGLIE, cresce, si modifica, include.

Il gruppo, può essere numerosissimo ma non diventare mai comunità. Capito la differenza, vero?

A Bologna c’era la comunità, quel caldo abbraccio che ti aspetta, la copertina che ti riscalda l’animo, il sorriso aperto di chi ti prende in giro per come sei dandoti baci sulle gote.

Simona e tutto lo staff di SpaziotangoBologna, hanno fatto il miracolo di San Gennaro anche quest’anno, donando momenti magici a tutti i presenti, facendo battere all’unisono il cuore grande del tango.

GRAZIE.

Pimpra

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I MIEI AMATI VECCHI

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Ricordo che quando ero una bambina, guardavo a quelli che mi sembravano i vecchi, sempre con occhi dolci e grande rispetto. Gli anziani, nel mio target relazionale, sono stati sempre un soggetto preferito.

Mi piaceva starci insieme perché era bello farsi raccontare le storie della loro vita così lontana nel tempo, nello spazio e nelle abitudini, dalla mia.

Guardavo i volti segnati dalle rughe che disegnavano solchi carichi di esperienza. A volte erano visi sorridenti, altre carichi di vita, altre ancora pieni di malinconia se non di dolore.

Forse è per questo che mi sono stati sempre molto cari i vecchi che ho incontrato, perché i miei occhi cristallini di bambina erano capaci di cogliere le sfumature dei loro, annacquati di ricordi che andavano e svanivano, come onde.

I vecchi più felici non erano quelli più abbienti, ma quelli circondati dai loro bambini, dai figli e dai nipoti, dalla loro linea della vita che si affacciava fresca alla finestra dell’esistenza.

Le mani degli anziani sono fresche, come il ruscello che scorre limpido, oppure sono calde. Non hanno quasi mai la temperatura di tutti gli altri.

Le mie anziane profumavano di viola, oppure di mughetto o di Chanel n. 5. Ricordo ogni sfumatura del loro odore, della lavanda di cui erano impregnati i fazzoletti di stoffa, la lacca sui capelli, lo smalto sulle affilatissime unghie rosse.

Ieri ho trascorso la prima giornata di primavera all’Itis di Trieste, un tempo considerato l’ospizio dei poveri, dove i miei amati “vecchi” venivano abbandonati nelle mani della morte che tardava sempre troppo a portarseli via, lasciandoli soli, nel buio vuoto della loro vecchiaia.

Adesso l’istituto è stato completamente rinnovato ed è diventata una residenza dove, gli anziani, non sono più buttati via come cenci usati, ma un luogo caldo e accogliente dove possono trascorrere il tratto finale della loro esistenza, circondati da un calore che prima non c’era.

Nel bar che è il cuore della struttura, tavolini in stile barocco e poltroncine di velluto rosso accolgono ospiti e residenti, simulando da vicino i caffè tanto cari ai triestini. Nella Hall, un pianoforte a coda a disposizione di chi vuole accarezzarne i tasti per riempire di melodia le pareti marmoree e monumentali dell’ingresso. Alle pareti quadri moderni, a indicare il fluire della modernità sul passato, in un legame indissolubile tra ciò che è stato e ciò che sarà.

Amiamoli questi vecchi, tutti i vecchi del mondo, che sono la nostra memoria, i battiti del nostro cuore, il nostro passato e che, con i loro occhi acquerellati ci raccontano di infinita malinconia.

Ho ancora negli occhi l’immagine di una giovane ragazza che leggeva Roth a una anziana signora in carrozzina che, ad occhi chiusi,  le teneva una mano mentre godeva del racconto riprendendo a sognare.

Pimpra

Foto mia, ieri, primo giorno di primavera.

 

 

IO SONO QUELLO CHE SCRIVO.

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Excusatio non petita, accusatio manifesta si diceva un tempo, non dare spiegazioni se non ti vengono richieste.

Invece, sai che c’è, parliamone, senza peli sulla lingua.

ARGOMENTO: essere una blogger  ti mette in pasto al gossip sociale dei tuoi lettori. Dai adito alle congetture più incredibili sulla tua vita privata. Sei percepita come un narciso uscito dal manicomio. Ma come si può essere così matti da esporsi così.

Alcune delle osservazioni che mi sono state mosse da chi non condivide il mio essere sociale. In verità, nel caso specifico va detto proprio”social”.

Rispondo così, semplicemente: anche dietro allo schermo di un pc o di uno smartphone c’è  sempre una persona. Piaccia o meno, si può inventare una bella maschera “social/e” che si indossa quando ci si manifesta sui pixel virtuali. Oppure no.

Ci sono dei veri geni nella costruzione di personalità fittizie, che usano per adescare anime semplici, come fa il ragno tessendo la sua tela. Un gioco di specchi e il povero malcapitato/a cade nella trappola. Molto spesso di ingaggio sessuale, salvo poi trovarsi di fronte un essere lontanissimo dalla fascinazione percepita nel virtuale. Cosa succeda poi, non lo so, non frequento, ma lascio immaginare a voi.

La strada che ho intrapreso io, per la personalità che mi connota, è quella di “scrivere quello che penso”. Lo faccio sempre. Dalle più vili cazzate, alle riflessioni lievemente più profonde, pur rimanendo nella mia leggerezza. Non ho presunzione di “buona scrittura”, anche se mi piacerebbe, non sono una intellettuale, semplicemente una vecchia ragazza che ama osservare la realtà, ci riflette su e ci scrive.

L’età mi ha regalato la sicurezza di poter dire “Minni futtu” del giudizio degli altri, di quello che pensano di me, tanto, che tu agisca secondo il tuo bene o meno, troverai sempre il cretino sulla tua strada che pensa esattamente l’opposto di quello che intendevi affermare tu. Sicché, perché preoccuparsi?

Quando scrivo i post, mi arrivano all’orecchio voci che mi vogliono una single agguerrita, piuttosto che una signora in pre menopausa carica di frustrazioni dovute al farsi dell’età. E mi fermo qui.

Mi piace dirvi, Amici Cari che mi seguite, che non ho paura della verità (della mia versione, ovviamente), mi piace scrivere quello che mi passa per la testa anche se a volte può essere sopra le righe, o semplicemente sciocco, leggero, senza pretese, senza filtri. Non ho paura.

Questa sono, e le parole sono amiche mie, piccole tessere che mi piace mettere insieme per creare un puzzle tutto mio che non temo di mostrarvi. Non mi aspetto che vi piaccia, e rispetto tutte le osservazioni che vorrete muovermi, le critiche che mi faranno riflettere.

Insomma chi sta qui, chi si vive armoniosamente il suo sociale/virtuale accetta le regole del gioco. Le mie sono molto semplici: dico (scrivo) sempre quello che penso.

E se vi piace ricamarci su… divertitevi pure!

[STICAZZI!] 😉

TANTE, TANTE (BELLE) PAROLE PER TUTTI!

Pimpra

Ps: se posso aggiungere, è molto liberatorio permettersi di essere se stessi, nelle proprie zone d’ombra e di luce. Schiettezza mi ha regalato persone meravigliose che ho conosciuto e che, altrimenti, non avrebbero incrociato la mia strada. Basta avere coraggio.

Coraggio!

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DI TANTO IN TANGO. ODOR_TANGO

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Mi pare già di  sentire gli insulti che mi arriveranno dopo questo post, ma sapete che c’è? ME NE FREGO!

Il fatto:

La mia milonga del corazòn, la mia pomeridiana da “coccole”, dove balli senza stress e ti godi la tua perversione settimanale, doppio spritz aperol miscelato da sapienti mani provenienti dall’est europeo (sic est!) e deliziosamente accompagnato da una “scuofana” di patatine fritte di sacchetto.

Idillio tra il leggero obnubilamento dell’alcol, il sensuale abbraccio del mio uomo, e una musica sempre di qualità.

MA CHE VUOI DI PIU’??? che la domenica duri il doppio delle ore che ha… ciò detto…

Sono nel mio “mondo panda” ideale, incontro gli amici, comincio l’interazione sociale con gli habitué, vengo  – finalmente –  invitata che hanno preso coraggio… Tutto perfetto.

QUASI.

Parliamone:

come è possibile accada che un adulto danzante, possa emettere un così forte odore dalle ascelle da rendere praticamente impossibile la danza alla povera dama che, impossibilitata a sopravvivere in apnea per i tre/quattro minuti del brano, deve respirare un olezzo terrificante?

Succede a tutti l’incidente dell'”ascella pezzata”, ci mancherebbe, ma, nell’esatto istante in cui me ne accorgo pongo rimedio!!!

Come si fa? E’ presto detto:

  • mi cambio camicia /maglietta, se non ho la possibilità di sciacquare CON IL SAPONE le ascelle, mi munisco di salviette umidificate, POI spruzzo il deodorante a base alcolica (che, un minimo sindacale, riesce a  trattenere l’olezzo dei batteri)
  • non ho con me il cambio e puzzo: VADO VIA dalla milonga
  • oppure: NON INVITO una povera signora ad odorare ciò che la mia natura maschia e testosteronica ha prodotto tra i peli delle ascelle. DEPILATEVI! (Per noi signore, stessi precetti, ovviamente!)

Ho rischiato di svenire per l’odore!!! E mi staccavo, provando a ballare aperta per non avere il naso dentro la fabbrica chimica e niente, venivo ripresa e strizzata proprio alla fonte dello sgradevolissimo aroma.

Allora, signori e signore, vi prego, un po’ di civiltà.

Stavolta ho tenuto botta evitando il più possibile di respirare, la prossima, al primo accenno di puzza vi lascio lì. E non vorrei, che non mi pare bello, ma, in certi casi, diventa necessario!

Vi siete mai chiesti/e perché taluni tangueros/as quando si recano in milonga portano con sé una grande borsa? Non è un vezzo, ma una necessità. Vi ripongono cambi (specie gli uomini che sudano molto), asciugamanini puliti, fazzoletti e… IL DEODORANTE. Le donne, lo stesso.

Allora, fate i bravi/e: lavatevi, utilizzate solo abiti freschi ed, eventualmente, portate con voi il piano b. L’adolescenza degli ormoni è un lontano ricordo, lasciamo nel passato anche l’olezzo che l’accompagnava… STICAZZI!

😉

Pimpra (oggi particolarmente tignosetta) 😀

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SEPOLTI DALLO ZUCCHERO. LA MORTE BIANCA (azz…)

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Natale si avvicina a passi da gigante e, la città tutta, si sta preparando, luci, addobbi e amenità di vario tipo ma, ciò che più mi ha colpito, è quanto sta accadendo dentro i supermercati.

Premetto che esco da più di un mese di ramadan forzato che mi ha molto allontanato dai piaceri del mondo,  ovvero quelli di Bacco, niente vino, aperitivi annessi e connessi e alimentazione monacale.

Debbo dire che, dopo le prime resistenze, specie mentali, il corpo si è ben adattato al nuovo regime purificatore, dandomi molta soddisfazione in termini di benessere e regalandomi grandi sorrisi per la perdita di peso.

Ciò detto, mi reco al supermercato per le mie commissioni salutari e vengo letteralmente travolta da un’ondata di zucchero, manifestatasi sotto tutte le forme possibili: dolci, dolcetti, caramelle, torroni, cioccolatini in tutte le versioni, panettoni e chi più ne ha, più ne metta.

Personalmente, lo sbrilluccicare colorato dei packaging delle leccornie messe a disposizione in ogni dove, non ha scalfito di un nulla la mia volontà, la mia compiaciuta motivazione ad alimentarmi in modo sano. Ma, appunto, proprio perché la mia motivazione è alta e forte non ho ceduto alle malie ingannevoli dei dolciumi in bella mostra.

Ma io sono un’adulta consapevole, una che da una vita si informa sulle proprietà nutrizionali dei cibi, una che vuole rimanere magra e, si spera, mantenere il suo corpo in buona salute.

Ma con i bimbi, i giovani, gli anziani, quelli depressi, quelli tristi, le persone che sono e/o si sentono da sole, insomma come la mettiamo con tutta quella colorata umanità che non è in equilibrio, non si ama, non legge e non si informa, con gli ignoranti, con coloro che cercano e trovano nel cibo la consolazione al loro “mal di vivere”?

UNA DEBACLE, UN DISASTRO SU TUTTA LA LINEA, UN SUICIDIO COLLETTIVO!

Ora, non si pensi che da brava epicurea quale sono e mi vanto di essere, sono passata dall’altra parte della barricata, lungi da me!, di certo però, posso dire di aver scelto la qualità dei piaceri da ingerire, onde per cui, no agli alimenti confezionati, no ai dolci stucchevoli, no a tutta quella montagna di zucchero che ci ucciderà, un po’ al giorno.

Preferisco riappropriarmi del piacere di creare, dolciumi compresi, con le mie manine sante, facendo anche degli orridi pasticci a volte, o delle gioiose e succulente meraviglie in piena consapevolezza degli ingredienti che uso, della qualità che ho scelto per la mia produzione.

Ecco, il grande epicureo che vive in me, è diventato “adulto”! EVVIVA!

Pimpra

Per approfondire qui, qui, qui , qui

FAMOLO STRANO

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Leggevo un bel testo di Zygmunt Bauman a proposito di amore liquido .

Uno dei concetti chiave che ho particolarmente apprezzato è questo:

“La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale. In una relazione, puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia”.

Osservo il mondo che mi circonda, specie quello rappresentato dai miei coetanei, persone più che adulte, con un background esistenziale pregno, carichi di esperienze, di successi e di cadute, di vita vissuta.

Molto spesso alla boa dei 50 anni (ma anche prima e dopo ovviamente), ci si ritrova punto e a capo. Quelle che erano relazioni importanti, durature o, almeno, sulle quali si era investito molto, concludono il loro ciclo e, più o meno improvvisamente, ci si ritrova con il cerino (spento) in mano.

Sono brutti momenti, specie se, nel corso della vita, questi adulti, sono rimasti sempre nel “bisogno” dell’altro e ben poco hanno lavorato sul loro sé, per diventare autonomi cittadini del mondo.

Chiaro che la tegola che arriva al crescere dell’età anagrafica fa più male, perché, man mano che si invecchia, è difficile restare elastici, preparati e pronti ai cambiamenti e, soprattutto accettarli con interesse, almeno.

Vedo cose. Donne, è il mio pubblico d’osservazione preferito perché mi ci metto pure io, che, trovandosi a fiutare l’aria di questo globo popolato, non sanno, il più delle volte, distinguere tra “relazione” e “conoscenza”, tra “intimità” e “progettualità”, tra “l’amico di mutanda” e il compagno con il quale immaginare una relazione.

Sembra una cosa da nulla, ma, in realtà rende molto complicata la gestione della relazione, a qualunque livello si trovi.

Da vecchia giaguara mi piace pensare che mantenersi “elastici” e aperti alle infinite possibilità di relazione, ci renda liberi e felici. Non vorrei mai essere un’ancora legata al piede del povero malcapitato che mi si avvicina, dapprima annusandomi, così, per capire se gli piace il mio odore, se potremmo divertirci insieme, se mai – chi lo sa – in un futuro ci piacerebbe condividere tempo, spazio, idee e progetti.

Mi sento in pace perché, dopo anni di lavoro su di me, e grazie agli uomini che ho incontrato, amato, lasciato, ho appreso la lezione più importante: io non ho bisogno. Di loro, della relazione, di un supporto, di una stampella.

Sto in piedi da sola, e ci sto bene. A volte cado, mi faccio pure male, ma mi rialzo.

Mi piace avere un compagno, perché la vita si colora di nuove sfumature, anche se – diciamocelo – non sempre piacevoli. Eppure, nella gioia (si spera!) che questi mi regala con il suo essere al mio fianco, non è un’essenza imprescindibile senza la quale non so respirare.

Quindi, tornando al punto, per stare bene insieme, lavoriamo sulle NOSTRE ansie, sui nostri “buchi esistenziali” perché, ricordiamoci, la responsabilità fa capo a noi.

E poi, finalmente, famolo strano!

STICAZZI.

ps ma che mi è preso oggi? Pippolotto più che mai… 😀

Pimpra

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IL POTERE DELLA COMUNITÀ

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Una brutta avventura a lieto fine.

Le Gattonzole si sono prese una due giorni di libertà, uscendo dal perimetro del giardino per nascondersi, impaurite, in un garage a pochissimi metri da casa.

Sono uscita pazza.

Un dolore insopportabile per la perdita di due pezzi di cuore, due figliole a tutti gli effetti, anche se quadrupedi e pelose. La mia famiglia speciale.

Nei giorni di ricerca però, è accaduto un piccolo miracolo.

Una comunità intera che, sui pixel colorati dell’universo virtuale, ha condiviso il mio grido di aiuto per la ricerca delle piccole. Migliaia di persone hanno voluto passare parola che, nel mucchio, magari qualcuno aveva avvistato le fuggitive.

E dal virtuale al reale, amici che si sono resi disponibilissimi ad aiutare una “mamma” in difficoltà e si sono dati da fare veramente.

Ringrazio, in particolare, Annalisa, la “task force di ricerca” (che fortunatamente non è servita!) composta da Alessandra, Renata, Janjia e Francesco. Il supporto di Andrea e le sue piantine di Duino e i percorsi da battere nella ricerca, Vladi che dall’annuncio letto su Facebook, per amore dei felini, ha girato per più e più volte l’intera cittadina di Duino nella speranza di ritrovarle.

Una menzione specialissima va anche alla Giulia, giovane veterinaria illuminata dal sacro fuoco, mi ha supportata, consigliata e seguita in questa spiacevole avventura! E, anche in questo caso, la notizia le è giunta tramite tam tam mediatico!

Alla fine, le Gattonzole erano dietro casa. Un vicino, accorgendosi di una coda particolarmente lunga e pelosa si è ricordato di aver visto un volantino di scomparsa ed ha chiamato.

Tutto questo, in tempi che fanno schifo per quanto di brutto accade. Invece, esiste ancora il bello e il buono in questo mondo e questa esperienza, me lo ha messo davanti agli occhi.

Sono una grande consumatrice di social, chi mi conosce lo sa bene, e sa anche che ho sempre pensato che, dietro a uno schermo di pc o di smartphone c’è SEMPRE una persona che vive, pensa e pulsa di vita e di emozioni. A maggior ragione, dopo questa avventura lo affermo: c’è del buono anche in un mezzo apparentemente superficiale come FB.

Una parola la merita anche  Duino.

Da “cittadina” non ho mai vissuto le dinamiche di un piccolo centro urbano. C’è un mondo da scoprire!

Esiste quella che viene definita “comunità” che, il più delle volte, nelle città, anche di piccola dimensione, non si vive. Tutti si conoscono, tutti sanno, tutti vedono, tutti commentano.

Certo, ci sono aspetti negativi in tutto questo, nel senso che, probabilmente la privacy non è negoziabile, si è tutti lì, e quel che si vede si “discute” con quel che può produrre la creatività umana in fatto di pettegolezzo. Ma, il lato molto positivo della medaglia, è che le persone si sentono parte di un tutto che le accomuna e, quando qualcuno chiama, si risponde all’appello.

E’ stato così anche per me, un’emerita “straniera” in casa d’altri che, però, si è posta in modo soft e gentile con le persone e la stessa risposta, lo stesso atteggiamento positivo, gentile e collaborativo ha ricevuto in cambio.

Sono insegnamenti che dovremmo tenere sempre a mente.

Non so a voi, ma per me la dimensione di comunità è un concetto che è sempre stato avulso, distante. Ho vissuto ed agito come un cane sciolto, non ho mai avuto i gruppi di amici ma persone prese da ambiti diversi, poche volte e solo in età più avanzata, ho avuto (e lo dico) il piacere di trovarmi dentro a una squadra o a un gruppo.

Sicuramente il concetto va rivalutato, esaltato e sfruttato a fin di bene. Ed io per prima, cercherò di far valere questa esperienza nel mio futuro.

Adesso sto vivendo uno stato di quiete catartica che tanto mi rasserena e quindi, rinnovo a voi TUTTI indistintamente, il mio GRAZIE per l’aiuto, per i bei pensieri, per i messaggi e per il supporto che, in tutti i modi possibili, mi avete regalato in questi giorni.

VI SENTO VICINI ED E’ UNA SENSAZIONE NUOVA E BELLISSIMA!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI 

 

 

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