UNA FINESTRA DI CITTAVECCHIA

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Lunedì 4 dicembre. Primo pomeriggio, sto per rientrare in gabbietta dopo il veloce caffè al solito posto. Di caffeina, non ne abbiamo mai abbastanza.

Il corpo è piacevolmente lasso, la ginnastica lo ha allungato, fatto respirare, ha mobilitato le masse muscolari attive e quelle silenti. L’umore segue, sereno e trasparente. Vuol dire che sto bene, mi sento in armonia.

Cammino sempre a naso all’aria, anche se ricalco fedele i miei passi, mi piace fare lo stesso percorso, non so neppure io il perché. Anzi lo so bene.
Scelgo la via più veloce o quella più bella o evocativa, la mia mappa giornaliera è disegnata, scelgo unicamente  i passaggi che preferisco.

Non è noia o abitudine è ricerca delle sfumature di scenario. Il paesaggio, così come la vita, muta con il mutare degli elementi che lo compongono. Ecco perché non esiste la noia, se si sa ben guardare. Ecco perché ogni vita è piena di vita. Basta saperla cercare.

I panni stesi di una casa di Cittavecchia, hanno rubato il mio sguardo. Non è una novità vedere camicine, biancheria, magliette messe ad asciugare alla luce di quel poco sole che bacia la via. Eppure, oggi, un’atmosfera particolare, mi ha colta. Ho osservato, ladra, cosa pendeva senza anima dal filo al di fuori la finestra. Le camicie con il colletto di pizzo, la sottoveste mi hanno raccontato di una signora piuttosto in avanti con gli anni, metodica, precisa. Ogni capo era ben teso, ordinato e graduato per tipologia.

Non compariva abbigliamento maschile, mai l’ho notato da quella finestra. Ho immaginato una storia, solo osservando i panni umidi.

Quanto raccontano gli oggetti di uso comune del proprietario, quanto ci dicono della sua storia, di chi è, di come vive.

Quella finestra su città vecchia, prospiciente a una viuzza stretta e pedonale, quei panni colorati che acquerellavano la parete rossa della casa, oggi, per me, hanno avuto un sapore come di te e di cannella, un profumo di intimità manifesta eppur celata, di storia e di vita. Un dicembre lontano dallo sfavillio scintillante delle feste, ma dolce, velato e caloroso come biscotti appena sfornati.

Uno scatto rubato, mi sono voltata e ho ripreso la mia strada.

Pimpra

FOTO MIA

DI TANTO IN TANGO: tutto quello che le donne non dicono ma pensano e poi si lamentano.

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Chi mi conosce lo sa, a me piace dire quello che penso.

Oggi affronterò un tema spinoso, giustamente stimolato dalla domanda di un amico “Ma le donne, quando ballano, cosa si aspettano?”

Che dire, una gran bella domanda.

Ne ho parlato con più di una ballerina e, di seguito, esporrò quanto ne ho ricavato.

PREMESSA

Prima di partire con qualsiasi disquisizione è necessario accettare il postulato che, nel tango come nell’amore e nel sesso i gusti sono molteplici, come le sensibilità e le aspettative personali. Perciò tentare di definire o dare una visione apparentemente “universale”, “generalista” di quanto una ballerina si aspetta è comunque una visione parziale, affatto neutrale,  o super partes.

Perciò, vi racconterò che cosa  mi aspetto io e le Amiche Giaguare come me.

Credo che la mia positiva vibrazione con un ballerino arriva se, da subito, capisco che ASCOLTIAMO il brano con lo stesso orecchio. Che vuol dire con la stessa sensibilità e, passatemi il neologismo, “SESSIBILITA‘”.

L’ascolto è la leva prima che ci fa muovere sulle assi di legno di una pista a raccontare di noi, della nostra coppia, delle nostre Anime danzanti, di quanto succede, delle emozioni che scaturiscono in quel momento.

Il mio ballerino ideale MI BALLA. Che significa che cerca di capire chi sono, che indole ho, la mia sensibilità, l’energia, la femminilità e con questi elementi si connette con i suoi: la sua virilità, la sua sensibilità musicale, la sua emozione.

BALLARMI non vuol dire USARMI come palo per una sua esibizione di qualità tanguere di taglio onanistico.

Ça va sans dire.

Voglio un ballerino NUDO. Un uomo con così tanto coraggio da farsi “leggere” nel tango, senza paura, per quello che è.

L’ho detto più volte che l’abbraccio non mente, però, per non scoprire le segrete dell’animo del danzante, può diventare estremamente tecnico e freddo, proprio perché non vuole comunicare. Ecco, a me, di ballare con un iceberg, nemmeno ad agosto. No grazie.

Mi piacerebbe moltissimo trovare un ballerino CORAGGIOSO di quelli che non vogliono proporre solo loro, ma che amano la sfida civettuola della donna che sa proporre, in modo lieve, il suo punto di ascolto e quindi di interpretazione.

Mi piace il ballerino che sa essere INTENSO, INTIMISTA E PASSIONALE quando ci vuole (ovvero quando la musica chiama), mi piace il ballerino DIVERTENTE, GAIO, ALLEGRO quando ci vuole.

Amo le sfumature di colore, di densità di senso, di interpretazione.

I MIEI NO.

Non credo di averne moltissimi.

Il primo, fondamentale e assoluto è che non voglio il BALLERINO-PADRONE, quello che “non deve chiedere mai” che ti marca anche il respiro che devi fare e quando, lo psicomaniaco del controllo quello che nell’abbraccio ti regala una gabbia.

Per me, no grazie. Ma ci sono donne che amano il genere, a conferma della premessa in testa di articolo.

No anche al contrario, ai ballerini ETEREI a quelli che non ti toccano neanche. A me sembrano uccellini spauriti, caduti dal nido e, oltre a spegnermi tutto il sacro fuoco tanguero, mi restituiscono una vibrazione negativa sul mio corpo. Con loro mi sembra di pesare una tonnellata, di essere “troppa, tanta, abbondante” sia fisicamente, sia energeticamente.

Per chiudere con una bella immagine che mi ha regalato la Eva, dico anche io che, un bel tango riuscito è quello che ti fa sentire come se “(cit.) ti trovassi sul divanetto, vicino vicino, a guardare un bel film, in compagnia, condividendo la stessa copertina”.

Direi che con questo ho detto tutto… 😉

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

DI TANTO IN TANGO: MA TU, PERCHÉ BALLI?

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Sembra una domanda banale posto che la sottoscritta calca il parquet da due lustri abbondanti. Invece…

Molto spesso intorno a me sento dare delle motivazioni che trovo così distanti dal mio modo di pensare che mi è venuto voglia di scriverci su.

Il tango è una danza popolare, nata nei sobborghi di Buenos Aires in un periodo storico particolare e, sotto certi aspetti, molto difficile, in un paese affascinante quanto distante dall’Europa. La genesi del tango è e rimarrà sempre la terra di Argentina, poi il mondo si è accodato, da Parigi che lo ha fatto conoscere in Europa, al globo intero.

Ma la carne, la polpa, il “sangue e arena” resta il fuoco argentino.

E tutti noialtri non possiamo che essere semplici seguaci, amanti affettuosi o pure passionali ma NON saremo MAI argentini. Nel bene e nel male, ovviamente.

Tutto ciò premesso, la magia del tango sta nella sua universalità che ha fatto sì potesse diventare una sorte di esperimento sociale riuscito di un “esperanto della danza”, un linguaggio universale, noto a tutti.

Perché ballo.

Molti anni or sono, rimasi folgorata dalle note di un tango che iniziava la lezione successiva alla mia di latino-americani dove lasciavo l’allegria. Il mio orecchio è stato rapito dalla feroce malinconia di un tango tradizionale, dal suo calore nostalgico, dalla sua intima poesia.

Ho chiesto all’insegnante di allora di farmi provare la lezione e, il mio partner (al tempo marito) ed io restammo letteralmente rapiti. Dopo pochi mesi la salsa e i latini erano archiviati e il tango, come un fiume in piena, ci aveva letteralmente travolti.

Per l’uomo sono stati anni difficili di studio, di memorizzazione, di comprensione di dinamiche nuove, di ascolto di musica e del partner, elementi di grande complessità sia fisica che emotiva.

Per me i primi tempi, in realtà anni, sono stati un’incredibile battaglia interiore. La personalità dominante, abituata a comandare, a gestire, doveva improvvisamente farsi da parte per quella Donna che ancora non avevo conosciuto né incontrato .

Nonostante vivessi con brutalità il mio conflitto, mai, per un solo istante, ho pensato di abbandonare, di permettere a quella me del “fuori dalla pista” di uccidere la Donna che il tango argentino aveva fatto nascere. Ormai ero sua.

Nel tempo quella Lei è cresciuta, si è fatta largo con prepotenza, fino a trovare la sua perfetta collocazione nella figura della donna “Giaguara” che altro non è che il Femminile consapevole, la maturità, la comprensione della bellezza di un ruolo, l’accettazione gioiosa e grata della pienezza e della “rotondità” di anima e corpo.

Ecco perché molti parlano di tango terapia. Non si tratta di una cazzata modaiola.

Ballare è, in primis, terapia dell’anima, riscoperta e ritrovamento di parti di sé a lungo nascoste (o mai emerse), connessione totale con se stessi e il proprio partner, sia che si abbia la fortuna di condividere il percorso con la persona del proprio cuore, sia lo si faccia con un/a partner di ballo. In verità, connessione è sempre, con tutti. Almeno così dovrebbe essere.

Uccidiamo il Narciso.

Ogni ballerino/a che affronti una pista, si mette in mostra se, è ovvio. Però, a mio parere, l’attenzione del danzante non deve mai stare fuori, al pensiero di chi lo guarda. MAI!

Muovere i passi dentro un brano, abbracciando sentitamente il partner, è la promessa di un viaggio dalle potenzialità grandiose e, al contempo, dalle insidie tremende. Però bisogna rischiare TUTTO. Bisogna DARSI senza sconti, senza freno a mano tirato. Quando si balla il tango SI E’, nel qui e nell’ora, nella presenza e nella sostanza.

Ecco un altro aspetto della “terapia”.  Per ballare bene, di qualità, non si può pensare ad altro, distrarsi o non concedersi, ballare in percentuale: con te il 100% perché sei un figo/a , con te l’80% perché non mi va tanto, con te –  “Vabbè dai ti regalo questa tanda” – e sto al 30%.

STICAZZI.

Tangueros/as che non hanno capito NULLA. Che non saranno mai straordinari ma solo piccole imitazioni del loro potenziale che, ricordiamocelo, è sempre un potenziale UMANO e mai di performance.

Mi fermo qui, per oggi, ma avrei molto altro da aggiungere… OLE’!

🙂

Pimpra

IMAGE CREDIT: VINCENZO CERATI E ARIELLA BRUSCAINI

DI TANTO IN TANGO. FRIVOLEZZE TANGUERE: LA FIRMA OLFATTIVA

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Periodo molto positivo per il tango, quando riesco a ballare sino a sfinire il corpo, a saziare la mente, a rinfrancare lo spirito, a condividere i bei momenti con l’amata comunità di pazzi come me.

Nel corso dell’ultima maratona, nei rari attimi di pausa tra una tanda e l’altra, il piacere di scambiare quattro chiacchiere con le amiche ed ecco che, una volta ancora, esce l’argomento relativo al profumo dell’uomo (discorsi fatti con le amiche ma lo stesso credo valga anche per gli uomini).

Tangueros all’ascolto sappiate che guadagnate 1000 punti se:

  • vi cambiate spesso camicia/t-shirt al fine di essere sempre freschi e puliti, come appena usciti dalla doccia
  • il vostro alito profuma di fresco, non olezzate di fumo, avete lo stomaco con qualcosa dentro, non avete mangiato aglio o cipolla a poche ore dalle tande
  • il vostro abbraccio è così accogliente che nessuna ballerina saprà resistervi
  • voi dimostrate che volete ballare con lei e per lei

e poi… e poi…

Sappiate che quando questi requisiti di massima sono soddisfatti, noi siamo già MOLTO contente, ma… potete fare di più!!!

IL PROFUMO.

Credevo di essere la sola, perduta dentro al mio universo di ricordi olfattivi, ad associare ballerino/abbraccio/profumo come una mappa genetica che rendono quell’uomo assolutamente unico e riconoscibile.

Sarei in grado di descrivere olfattivamente tutti i danzatori con cui ho avuto il piacere di ballare, e, senza esitazione, posso redigere la lista dei ballerini con il profumo che – per la sottoscritta – è super top!

Dovete sapere che, per una buona parte del pubblico femminile quando vi incontriamo nuovamente, non appena riceviamo nelle nari la vostra impronta profumata, siamo immediatamente proiettate in uno stato di grazia, ricordiamo quella bella tanda lì che abbiamo già ballato insieme a voi e pure il corpo si rilassa come fosse maggiormente accolto e la predisposizione al ballo aumenta.

Non sto scherzando, ho piena memoria di odori (fosse il profumo o, semplicemente, il candore di una camicia che sa di fresco bucato) che sono capaci di farmi andare completamente in una dimensione altra, eterea, come una sorta di bolla spazio temporale dove mi ritrovo danzante e mi perdo dentro la bellezza.

Probabilmente, per il maschio, non sarà una poesia uguale, immagino, ma, credo che per entrambi i sessi, data per scontata l’esigenza di pulizia/cura di sé (anche noi donne puzziamo, inutile negarlo e, a volte, gli abiti sintetici ci fanno un pessimo gioco…), ecco tutti noi possiamo godere di quell’attimo più magico che ci regala una bella tanda pure profumata.

Meditate gente, meditate… 😉

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

 

 

LE DONNE “CASOMAI”

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Sono sicura che voi, come me, annoverate, tra le vostre conoscenze femminili, una donna “casomai”.

In particolare ne ho una, la capostipite di tutte le generazioni a seguire, la donna che vede, prevede, immagina, anticipa, si terrorizza, si preoccupa, si ansiolizza di qualsiasi evento/situazione/occasione/cambiamento MOLTO, MOLTO, MOLTO prima di viverlo. Che  poi, non è nemmeno detto lo vivrà MAI!

Rido. Rido di gusto, adorandola ancor più per la sua fragrante debolezza, quando si presenta da me e mi racconta di tutti i suoi nuovi gadget di sicurezza ambientale e personale di cui si circonda per essere pronta “CASOMAI” un evento si verificasse.

E io rido, ma rido voi non sapete nemmeno quanto.

L’ultimo episodio oggi, premetto che sono autorizzata dalla stessa a raccontarlo, e quindi a prenderla un po’ in giro  – con tantissimo AMMORE – su tutto il web.

IL FATTO: l’acquisto del suo primo scooter.

LA PREMESSA: lezioni di guida per prepararsi. Ottima scelta, prudente e saggia. 1 punto di merito.

LO SCENARIO: oggi, ritira il suo “cucciolino” su due ruote. Da brava figlia unica, sente un’attrazione possessiva indicibile per questo nuovo oggetto che farà parte dell’orizzonte dei suoi possedimenti terreni.

[Premetto che Ella non è affatto spilorcia, tutt’altro. E’ persona molto generosa di cuore e di portafogli. Questa precisazione è necessaria per non creare fraintendimenti.]

I figli unici, a differenza di quelli con fratelli, instaurano un legame con i loro oggetti che definirei piuttosto esclusivo, per non dire di peggio.

LA STRATEGIA: la donna “CASOMAI” deve controllare tutto quello che le viene in mente, quello che immagina e – ovviamente – quello che inventa. Per tale ragione ha già:

  • studiato i percorsi da fare con il mezzo per raggiungere l’ufficio, creandosi una mappatura dei potenziali posteggi che, in zona, sono merce rarissima. Si è lasciata sfuggire un “Semmai lo posteggerò dove lo metti tu, anche se non mi piace” che le ha procurato, da parte mia, una serissima minaccia di taglio gomme. Quel parcheggio è mio e non si discute.
  • studiato i parcheggi sottocasa, includendo una riflessione accurata sulla trigonometria dell’asse di inclinazione in caso di posteggio in pendenza.
  • ha deciso che il casco nuovo che oggi acquisterà, è un bene così prezioso che non lo lascerà in balia del potenziale ladro di scooter, ma lo porterà sempre con sé, ovunque vada.
  • ha preparato un kit di sopravvivenza da motorino “casomai”: dovesse asciugare qualcosa, le venisse freddo, piovesse.  A parte il kit da pioggia, necessario accessorio da lasciare sul mezzo, il piccolo panno per asciugare la sella, la sciarpa, l’asciugamano (!!!), due panni di diverse misure e una giacca antivento “casomai” le venisse freddo sono decisamente oggetti inutili e ridondanti.

Da ligia neofita, ha sottoposto tutta questa mercanzia al vaglio della mia pluridecennale esperienza, affinché avvalorassi tutto quel po’ po’ di roba che vuole portarsi dietro.

Non serve dire che sono scoppiata in una risata fragorosa.

Questo pomeriggio va a ritirare il suo mezzo ed è agitata da giorni, benché sia assolutamente abile alla guida, certificata pure da un esperto.

Le dico “Ma Tesora, queste emozioni che ti devastano, vivile bene, non immaginare il disastro, pensati felice sullo scooter che sfrecci contenta, vedrai che tutto sarà più semplice”… ma le donne “CASOMAI” vedono e prevedono l’ostacolo, oppure lo creano direttamente nella loro fantasia e la risposta è stata “Sai che non ho equilibrio e mi preoccupo!”

E voi, l’avete un’amica così?

😀

Pimpra

Dedicato con tutta l’amicizia e l’affetto possibile ad Alessandra, la mia adorata amica “CASOMAI”

IMAGE CREDIT DA QUI

DI TANTO IN TANGO: “CALAMARI E TANGO”, LA MILONGA DI OFFICINA DEL TANGO

Radu

E niente, ci ho preso gusto, perché è davvero tanto bello poter raccontare di quando si sta bene e ci si diverte in un luogo e si possono divertire pure molti altri come te, se glielo fai sapere.

Restiamo a Trieste, nel cuore pulsante della città in versione estiva, la riviera di Barcola. Fate una ricerca su Google e riempitevi di curiosità molto triestine sull’uso di questi 10/15 km (scarsi) di costa cittadina.

Barcola è l’estate. Il Bagno al Ferroviario è uno degli stabilimenti storici della città. Rimasto uguale a se stesso dagli anni ’70 di sicuro, ci andavo io da bimba, ma forse anche da prima.

Location da urlo: alle spalle, in tutta la sua maestosità il Faro della Vittoria, segnalato come uno dei 16 fari più belli d’Italia, si balla sulla pista del ristorante dello stabilimento: una goduria.

Sospesi tra la terra, il cielo e il mare, sferzati da stimolanti effluvi di frittura di pesce, di cozze alla scottadeo e, ovviamente, di calamari alla griglia, la milonga del Ferroviario è un luogo unico e magico.

Si fa un salto indietro nel tempo, vuoi per l’architettura rimasta intatta e ben conservata, vuoi perché le melodie del tango suggeriscono vieppiù atmosfere d’antan, vuoi che ti ritrovi con uno spritz in mano, che fa tanto caldo e ti devi idratare e la vita all’improvviso  si colora di arancione, come il tramonto davanti ai tuoi occhi e l’aperitivo che stringi tra le mani.

E’ tanto bella la milonga #calamarietango, ma chi mi segue già lo sa, perché non passa anno che ci scrivo su, tanto la amo.

Sarà il mare che chiacchiera vicino ai tavolini mentre aspetti la mirada giusta, sarà la sfida allegra di mantenere il tuo asse sulla “pista” più pendente d’Italia, sarà che gli Amici dell’Officina ti accolgono sempre con un sorriso e senti che è un sorriso vero, e, in giro, non ce ne sono molti.

Allora sai che c’è, Tanguero/a errante che vieni da fuori, segna questa tappa imprescindibile del venerdì sera a Trieste che questa, è una delle milonghe “en plein air” da non perdere.

Parola della Pimpra.

Miao.

Pimpra

IMAGE CREDITS Radu Tanasescu  che ringrazio per le splendide immagini.

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TEMPO PER SE’.

Sabato mattina, quasi una magia. La sveglia è sempre piuttosto anticipata ma, di buono c’è, che sono le Gattonzole a provvedere al risveglio.

Ognuna ha il suo stile: Louby sale sul letto con dolcezza, affaccia il suo muso al mio volto per capire se sono già sveglia, fingo di no, lei si sposta verso le mie gambe e comincia a grattare sulle lenzuola, sul mio corpo, come a creare uno spazio simbolico nella terra, poi si appoggia, toccandomi ,e aspetta che la chiami, che dia un segno di vita.

Folie, invece, è molto più impetuosa. Decide che è ora, balza sul letto, si piazza con le sue zampone sul mio sterno, mi chiama, fa i panini sul mio petto, perforandomi le costole che, proprio in quel punto del corpo, non c’è abbondanza di grasso. La accarezzo, impossibile far finta di nulla, lei cerca la mia mano per strusciare il muso, lo fa per un po’ poi scende e cerca la pallina. Il secondo gioco che dovrò fare con lei.

La mia giornata è iniziata.

La colazione è più lenta, l’orologio non scandisce i minuti come un generale, sabato è il giorno d’aria, si respira, l’ufficio è lontano.

Chissà perché ma, nonostante la giornata strepitosa, non ho pianificato il mare, non lo faccio più da molto tempo, non è una priorità. Mi concedo piuttosto di fare le mie commissioni casalinghe con calma, posteggiando lo scooter piuttosto distante dal centro e godendomi così la passeggiata in città.

Trieste è bella in questo periodo, oggi in particolare. Una luce azzurro blu cobalto mandava in esaltazione il colore dominante degli edifici neoclassici. Alcuni sono stati restaurati di recente e sembrano gioielli.

Una bellezza particolare, rara, diversa dalle altre città. Si respira un che di romantico e decadente, specie quando la città è deserta e il sole splende, rallegrato da refoli di vento. Non sono sicura che oggi soffiasse la bora.

Sono tutti al mare i triestini, ammassati sulla riviera di Barcola, con i loro costumi colorati e le brandine portate in scooter, che ci piace stare comodi.

Credo fossi una delle poche a scegliere di non stare lì, sulla costa, ad abbronzare la pelle, a sguazzare felice nell’alto Adriatico.

Trieste, stamane, era mia. Solo mia.

Ogni palazzo che ho incrociato nel mio andare si faceva bello ai miei occhi, regalandomi la visione di dettagli, di intarsi, di meravigliose architetture. Lo smartphone ha fatto gli straordinari, stavolta non gigioneggiando sui social, ma riempendosi di immagini meravigliose.

Compiuta la mia esplorazione, granita di Zampolli compresa- ovviamente- (non siamo mica nati per soffrire), sono rientrata. Una sensazione di pienezza, di bellezza, di armonia con me. Niente di più rilassante di potersi concedere momenti flaneur girovagando senza una meta, nella propria città, un sabato qualunque di luglio.

Pimpra

 

VACANZA E’ UNO STATO DELLA MENTE.

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Ci pensavo in questi giorni quando, nelle mie scorribande social, mi deliziavo, a volte con sana invidia, delle foto vacanziere degli amici.

Persone che hanno la possibilità (economica) e il tempo di viaggiare molto e di farlo con grande frequenza. Inutile nascondere che un friccichino di livore per le loro possibilità mi sale al cuore ma, fortunatamente, passa presto.

Da che sono adulta e provvedo a me stessa, ho dovuto fare pace con quello che i miei desideri chiedevano e il mio conto in banca permetteva. Come dire, uno a zero per il conto in banca. Zero, appunto.

Al che le mie “vacanze” si sono come liofilizzate, so che c’è gente che sta pure peggio – perciò risparmiatevi la battuta, ma, il mio bel carattere (e qua un complimento me lo merito) ha reagito egregiamente.

Complice lo smartphone, è da molto tempo oramai che amo passeggiare fotografando ciò che vedo. Il bello di questa dimensione animistica è che si notano tantissime cose, dettagli, particolari che, prima, a desideri soddisfatti, passavano davanti agli occhi come fossero trasparenti.

Oggi, ad esempio, rientrando dal caffè, ho notato la facciata barocca di un palazzo a tre metri dall’ingresso della gabbietta. Oggi, dopo 10 anni che lavoro in zona.

Avere fame, non potersi permettere tutto, obbliga a mettere in atto strategie alternative di soddisfacimento desideri, ovviamente, low cost. Per me, fotografare, rappresenta uno di questi escamotage che mi deliziano e regalano la sensazione di viaggiare, anche se resto nella stessa città, da troppo tempo ormai.

E’ con questo spirito che vi saluto, con due cartoline da Trieste.  Olè!

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Pimpra

In foto: portone barocco di palazzo dei Conti Brigido, facciata dell’edificio della Posta Centrale.

DI TANTO IN TANGO: GENTE QUE SI’

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Prendi una sera d’estate, la luna piena, un incontenibile desiderio di ballare ma di farlo sotto le stelle, in un parco, con gli alberi illuminati da piccole lampadine che sembrano lucciole.

Prendi la macchina e ti dirigi a Cervignano, alla milonga estiva di “Gente que sì“.

Si parte subito strabene perché ad accoglierti ci sono loro che hanno un sorriso aperto e, di solito, ci scappa pure un abbraccio che rivedersi è sempre tanto bello.

La pista è perfetta quanto a dimensioni. Con un piccolo accorgimento pure il cemento è gestibile, basta indossare scarpe che abbiano gomma sulla suola, oppure bufalo. Perché la paraffina utilizzata per permettere di pivottare, almeno a me, fa perdere di grip.

L’atmosfera è unica, si respira qualcosa di d’antan unito alle melodie del tango che riportano la mia mente a luoghi antichi, a situazioni in cui persone e tempo si accarezzavano a vicenda.

A Cervignano si gode degli altri, della reciproca compagnia, del tango davvero sociale. Non potrebbe essere altrimenti, perché, come dico sempre, sono i padroni di casa che creano la magia, il luogo poi si illumina di quella luce.

Ecco, se dovessi invitare a ballare amici da fuori, d’estate, sicuramente la milonga nel giardino (così mi piace chiamarla), sarebbe una delle tappe.

E, che ve lo dico a fare, le zanzare ci sono, ma sembrano danzare pure loro all’ombra della luna.

Pimpra

 

 

 

 

LE AVVENTURE DELLA PIMPRA: DALL’IRAN CON AMORE

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Pausa pranzo fiacca, il tempo è vergato di una sfumatura di grigio che ha lasciato nascoste le sgargianti coloriture estive, si prepara la pioggia della sera e, come la cappa sopra la testa, anche l’umore ne risente un po’.

Necessito di caffè.

La mia fedele Amica ed io ci dirigiamo verso la nostra mezz’ora d’aria. La bevanda è bollente e scorre amara nella gola, assesta un colpo all’atonia e ci permette di avere voglia di muovere due passi prima di rientrare in gabbietta.

Lì intorno è tutto un pullulare di negozietti, e – ahimè per il conto in banca – i saldi occulti sono già iniziati.

Per favorire l’abbandono delle frustrazioni ed aumentare i livelli di serotonina, entriamo in un negozio di scarpe che ci priva del piacere gaio dell’acquisto. Siamo donne di un certo pregio e le nostre presidenziali estremità non godono di essere accolte nel PVC made in China pertanto desitiamo.

Poco oltre, mi cade l’occhio su un paio di gaudenti espadrillas facenti capolino da uno storico negozio di scarpe. Storico anche per le clienti. O sessantenni e oltre o resti fuori.

Prendo la mia amica per mano ed entriamo.

La macchina del tempo: arredi antichi, iper classici e assolutamente dissonanti con tutte le teorie moderne del marketing, commesse e scarpe anch’esse fuori dal tempo.

Vengo rapita, torno alla mia infanzia, quando la mamma mi comprava le Balducci in un negozio molto simile. Faccio foto e mi accerto che la proprietà voglia mantenere intatto tutto l’esprit du lieu . Le espadrillas paillettate mi vanno benissimo poiché, storico negozio e storica clientela, hanno bandito la merce scadente e qui, il cuoio lo è veramente e i piedi, riconoscenti, ringraziano.

Convinco la mia amica a comprarle anche lei, ma di diverso colore, e, dalla vetrina scelgo un altro paio sicura le stessero bene, compra pure quelle.

Faccio lo stesso per me, sfilata avanti e indietro nel negozio, davanti allo sguardo interessato di un gruppo di turiste americane.

Acquisto anche il mio paio. Ma sono extra scontate e faccio l’affare.

Le signore mi osservano, applaudono ad ogni mia scelta sia per l’amica che per me, poi, una di loro si innamora delle mie e gliele faccio avere.

Ovviamente le prende. Sono una straordinaria venditrice, ma chi mi conosce già lo sa.

Alessandra chiede da dove venissero e le gentili signore ci raccontano di essere americane, ma iraniane di origine.

COUP DE THEATRE.

M’illumino d’immenso, sorrisone a 54 denti e dico loro che ci ho vissuto, in Iran, tanti anni or sono e porto sempre nel cuore quel paese anche mio fratello è nato colà e uno dei suoi nome è Rezah, in onore della terra che gli ha dato i natali.

CATARSI.

Scatta foto di gruppo, scambio di email e biglietti da visita, la mamma, la signora più anziana, portava la collana con il simbolo dell’Iran (il leone e il sole) , mi abbraccia stretta, commossa per quanto, come lei, amassi il suo paese.

MORALE:

Sono uscita dal negozio con il conto in banca più leggero (ma non di molto), con due paia di scarpe nuove, e con l’invito ad essere ospite della famiglia iraniana in California a Los Gatos. Per la cronaca le tre signore, mamma figlia e cugina, tutte laureate, tutte con il PHD. Insomma le iraniane sono donne colte, raffinate, di mondo e di una apertura e accoglienza immutate, così come le ho conosciute tanti anni or sono.

Today I made my day!

Pimpra

Il negozio storico della foto è Rosini, via Dante 1 a Trieste

 

 

 

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