DI TANTO IN TANGO. Milano vale sempre il viaggio. PTM tango marathon

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Ci sono eventi imperdibili nel lungo e infarcito calendario del tanguero che si rispetta. Ci devi essere, ma non perché “fa figo” esserci, ma perché ti fa bene. Al tuo umore e al tuo tango.

Mi pregio della mia terza partecipazione alla maratona di Milano, non credo ne esistano altre, e ritengo che, per i milanesi, sia un punto d’onore far risplendere quella che organizzano. Milano, è sempre Milano: chiede ed offre il meglio.

Come il buon vino, anche questa maratona è cresciuta, si è evoluta non tanto nella impeccabile organizzazione che l’ha, da subito, contraddistinta – e figuriamoci se non era così! – quanto per la ricercata e attenta scelta dei TJ e dei suoi ospiti.

Se è vero che il colore della festa lo crea l’ospite, con le sue qualità di anfitrione, è pure vero che i partecipanti danno il valore aggiunto. E qui non è mancato di certo!

Ho apprezzato, in particolare, l’equilibrato e preciso mix delle età/provenienze dei danzatori che hanno regalato grande tango e grande socialità.

Per la prima volta, non ho percepito, se non in modo infinitesimale, le solite “sette” i gruppetti di quelli “vicini-vicini”, quelli che o tra loro o morte. Certo, gli amici si siedono accanto, è abbastanza naturale, ma non vi erano chiusure agli altri, non le ho proprio riscontrate. Un grande risultato portato a casa dal team PTM. Non è facile dosare così scientificamente le persone e scegliere, tra le tante, quelle con un ottimo livello di ballo (pure sempre di maratona trattasi)  e con una bella dimensione sociale di “apertura” al mondo, agli altri.

Sono stata STRABENE.
Il mio tango è stato appagato degli abbracci ricevuti, la mia Anima delle parole scambiate.

Torno a casa felice, arricchita, con una voglia immensa che urla “ANCORA!”

Grazie PTM friends, siete speciali ❤

Pimpra

Una goccia di poesia nella fragilità di un cristallo

Stamattina era già nell’aria, quel silenzio ovattato e speciale che solo una nevicata regala.

Davo gas allo scooter che poca voglia aveva di condurmi al lavoro, come fosse troppo infreddolito e stanco di questo inverno.

Ma quale inverno, forse abbiamo vissuto una settimana o poco più di freddo intenso, di quello che al mattino ti fa maledire la sveglia, doverti alzare, affrontare la bora pungente che ti accompagna, tendendoti i più beceri tranelli, nel percorso che ti porta in ufficio.

Una settima che si conclude con la più bella delle sensazioni, la neve che fa tornare tutti bambini, anche se in città è scomoda, e lo è di più in una città carica di saliscendi come Trieste. Eppure…

Ho regalato a me stessa del tempo, per tornare a casa prima che il manto stradale mi fosse impraticabile e godere della compagnia delle amate Gattonzole.

Gli animali lo sapevano prima ed ho scoperto che una delle due creature è, per così dire, meteoropatica, stamattina era nervosa, poi, appena i primi fiocchi hanno toccato terra, si è tranquillizzata.

La neve nobilita anche il più triste e squallido dei paesaggi, conferendo una poesia racchiusa nello scrigno di micro cristalli di ghiaccio.

E allora, sai che c’è, torniamo bambini e… tutti a far palle di neve! Olè!

Pimpra

LA LEGGENDA DELLA SIGNORA BORA

 

 

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Con raffiche odierne a più di 130 Km orari, mi sembra doveroso portare a conoscenza di tutti gli Amici foresti la bellissima leggenda sull’origine della Bora.

Visitate questo sito, da cui ho tratto la leggenda, e apprezzate di più questo piccolo cantuccio di mondo.

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“LA LEGENDA DE MADONA BORA”

“La leggenda della signora BORA”

Tanti ani fa – ma cussì tanti che a nissun ghe sovien più quanti – Vento, scorabiando in giro pe ‘l mondo co’ i sui fioi e Bora, che iera la sua fia più bela e più amada, el xe capitado in zima de un verde altipian che ‘l se tociava drito in te ‘l mar.

Tanti anni fa – ma così tanti che nessuno si ricorda più quanti – Vento, scorrazzando in giro per il mondo con i suoi figli e Bora che era la sua figliola più bella e più amata, è capitato in cima a un verde altipiano che si bagnava direttamente nel mare.

Bora, profitando del fato che papà el iera ocupado a impararghe ai fradei pici a far refoli, la xe scapolada via per zogatolar a sconderse fra i nuvoli e a corer fra le zime dei carpani e dei castagneri che, bituadi a viver in pase, ghe vegniva i nervi a strassino del remitur che la fazeva passando. Dopo un poco Bora, stanca de zurlarse de qua e de là senza saver ben dove ‘ndar, la xe entrada int’una grota dove, per la prima volta in vita sua, la se ga imbatudo in qualcossa mai vista prima: un essere umano! Ma miga un qualsiasi! Gnente de manco che Tergesteo, un dei Argonauti su la via de ritorno a casa, fermadose a riposar propio in quela grota.

Bora, approfittando del fatto che il papà era occupato ad insegnare a fratelli più piccoli a come fare i “refoli” soffi, è sgattaiolata via per giocare a nascondersi tra le nuvole e a correre fra le cime dei carpini e dei castagni che, abituati a vivere in pace, gli venivano i nervi tirati a causa della confusione che faceva passando. Dopo poco Bora, stanca di fare chiasso di qua e di là senza sapere bene dove andare, è entrata in una grotta dove, per la prima volta in vita sua, si è imbattuta in qualcosa di mai visto prima: un essere umano! Ma mica uno qualsiasi! Niente meno che Tergesteo, uno degli Argonauti sulla via del ritorno a casa, fermatosi a riposare proprio in quella grotta.

Tergesteo ‘l iera cussì forte e cussì bel e cussì diferente de Vento, e de Mar e de Tera e de tuto quel che fin in quel momento Bora gaveva visto e conossudo, che de boto la se ga quetado. E fra ela e Tergesteo in un tif-taf xe stà un amor grandissimo, vissudo in quela grota per tre, zinque, sete giorni, fra i più bei che se possi pensar.

Tergesteo era così forte e così bello e così diverso dal Vento, e dal Mare e dalla Terra e da tutto quello che fino a quel momento Bora aveva visto e conosciuto, che di botto si è quietata. E fra lei e Tergesteo in un attimo è stato un amore grandissimo, vissuto in quella grotta per tre, cinque, sette giorni, fra i più belli che si possa pensare.

Co Vento ‘l se ga inacorto che Bora la iera andada a torzio de sola el se ga rabiado de bruto e ‘l ga scominziado a zercarla, butando sotosora tuto el ziel. Sufia de qua, fis’cia de là, zerca che te zerca, el iera cussì infuriado, che tute le creature le scampava a sconderse piene de paura. Finamente un de quei nuvoloni neri, ingropadi e brontoloni, stufo de tuto quel remitur, el ghe ga spiferado ‘ndove che ‘l gavessi podudo trovar quel disastro de su fia.

Quando Vento si è accorto che Bora era andata in giro da sola si è arrabbiato tantissimo e ha iniziato a cercarla, mettendo a soqquadro tutto il cielo. Soffia di qua, fischia di là, cerca che ti cerca, era così infuriato che tutte le creature scappavano a nascondersi piene di paura. Finalmente uno di quei nuvoloni neri, burbero e brontolone, stufo di tutta quella confusione ha spifferato dove avrebbe potuto trovare quel disastro di sua figlia.

Vento, entrado int’ela grota, el ga visto Bora intorciolada a Tergesteo, e la sua furia xe diventada un spaventoso uragan, che no ve digo e no ve conto. Senza che la disperada Bora podessi in nissuna maniera fermarlo, el se ga scadenà sora de Tergesteo sgnacandolo e sbatociandololo su e zo per la grota, fina che ‘l povero eroe xe restà duro per tera, senza più respiro!

Vento, entrato nella grotta, ha visto Bora avvinghiata a Tergesteo, e la sua furia è diventata uno spaventoso uragano che non vi doco e non vi racconto. Senza che la disperata Bora potesse in alcun modo fermarlo, si è scatenato sopra a Tergesteo colpendolo, sbattendolo su e giù per la grotta, fino a che il povero eroe è rimasto stecchito a terra, senza più respiro!

Vento, per gnente ‘vilido per quel che ‘l gaveva fato, dopo averghe zigado a Bora robe che no se pol ripeter, el xe ripartì lassandola al suo destin! Bora, impetrida de paura e de dolor, la ga tacado a pianzer a calde lagrime, tanto che ogni lagrima, che ghe scolava zo pei oci cascando per tera la se trasformava in piera.

Vento, per nulla dispiaciuto per quello che aveva fatto, dopo avere urlato a Bora cose che non si possono ripetere, ripartì lasciandola al suo destino! Bora, impietrita di paura e di dolore, ha iniziato a piangere a calde lacrime, tanto che ogni lacrima che le scendeva dagli occhi, cadendo a terra, si trasformava in pietra.

A Madre Tera ghe xe vegnù un gropo in gola nel veder el dolor de Bora. E cussì del sangue de Tergesteo la ga fato nasser la foiarola, che de quela volta la colora de rosso l’autuno in Carso.

A Madre Terra è salito un nodo in gola a vedere il dolore di Bora. E così, dal sangue di Tergesteo ha fatto nascere il Sommaco selvatico che, da quella volta, colora di rosso l’autunno in Carso.

Ma Bora ancora no la smeteva de pianzer. Alora Madre Natura, preocupada de tute quele piere, che ris’ciava de rovinarghe el logo senza modo de refarlo, la ghe ga permesso de regnar propio su quel posto, e Cielo, per no esser de manco, ghe ga permesso de riviver ogni ano, insieme a Tergesteo, i lori tre, zinque, sete giorni de amor. E finalmente, sta speranza nel cuor ga sugado le sue lagrime.

Ma Bora ancora non la smetteva di piangere. Allora Madre natura, preoccupata di tutte quelle pietre che rischiavano di rovinarle il luogo senza poter rimediare, le ha promesso di regnare proprio su quel posto e Cielo, per non essere da meno, le ha promesso di rivivere ogni anno, insieme a Tergesteo, i loro tre, cinque, sette giorni di amore. E finalmente, questa speranza nel cuore ha asciugato le sue lacrime.

Anche Adriatico ga volù dar una man e ‘l ghe ga ordinà a le Onde de coverzer de conchiglie, stele de mar e verdi alghe el corpo del povero inamorado. E xe sta cussì che Tergesteo el xe diventando più alto de tuti i montisei che za coverzeva ‘sto cantonzin de mondo. E i primi omini rivadi su ‘ste tere se ga alogiado propio su la sua zima costruendo un Castelier co’ le lagrime de Bora diventade piere.

Anche Adriatico ha voluto dare una mano e ha ordinato alle Onde di ricoprire di conchiglie, di stelle marine e di verdi alghe il corpo del povero innamorato. Ed è stato così che Tergesteo è diventato più alto di tutte le collinette che già coprivano questo cantuccio di mondo. E i primi uomini arrivati su queste terre si sono sistemati proprio sulla sua cima costruendo un castello con le lacrime di Bora divenute pietre.

Ano drio ano, piera su piera, sto Castelier xe diventa zità, na zità che i omini, ricordando Tergesteo, i ga ciamado Tergeste: ogi Trieste, dove de ani anorum regna Bora: “ciara” co la sta a brazocolo del suo amor, “scura” co la speta de incontrarlo.

Anno dopo anno, pietra su pietra, questo castello è diventato città, una città che gli uomini, ricordando Tergesteo, hanno chiamato Tergeste, oggi Trieste, dove da sempre regna Bora: “chiara” quando sta a braccetto con il suo Amore, “scura” quando aspetta di incontrarlo.

 

Una romanticissima Pimpra, oggi vi saluta con un refolo! :-*

DI TANTO IN TANGO. QUANDO LE DIMENSIONI CONTANO

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Non ci avevo mai fatto caso prima, ma, nel tango, le dimensioni contano eccome!

Espressioni come un “grande” ballerino o una “grande ballerina, piuttosto che un “grande “evento”, una “grande” sala, un “grande” tj.

Quando ci vogliamo divertire il metro di misura che utilizziamo è sempre quello: GRANDE.

Mi chiedo: ragiono anche io allo stesso modo?

La risposta è: ahimè, sì.

Perché “ahimè”.

Se accettiamo il postulato che le cose piccole sono quelle preziose, che piccolo è bello, che la dimensione più ridotta delle cose fa sì che le stesse vengano pensate, curate, prodotte con più cura, ecco che il “grande” evento di suo, rischia di perdere quell’elemento di qualità che è insito nel “piccolo” evento.

Ma sarà poi vero?

Un piacevole dibattito con un amico che preferisce l’orbita “encuentro” a quella di “maratona”  e che sia pure un “piccolo” encuentro da massimo 120-130 persone, perché, secondo lui, nel piccolo la socialità si esalta, anche se, forse, si può perdere quel bel mix di qualità/livello di ballo che, un “grande” numero potrebbe  – e sottolineo potrebbe – offrire.

Mi ha fatto riflettere: sarà poi vero?

Allora ho fatto un veloce brainstorming sugli eventi a cui ho partecipato e, le mie conclusioni sono che:

  • evento GRANDE, è super wow se e solo se, gli organizzatori hanno due palle così (perdonate il francesismo), ne sanno (ovvero a loro volta hanno partecipato a tantissimi eventi), non sono divorati dal “fare business” ma pensano ai loro ospiti (prima priorità), insomma hanno “mestiere”.
    Va detto che, se l’evento è assolutamente aperto a tutti, come un Festival, ad esempio, tirare le fila della qualità è molto più ostico e bisogna lavorare sulla lunga distanza. Ripenso a quella favola che è stato il Festival di Fivizzano, quello di Mantova, solo per citarne due. Anni di lavoro, di qualità offerta con costanza e caparbietà, fino ad “educare” i partecipanti e, per una strana alchimia, a selezionarli verso il meglio. Non serviva essere già dei super ballerini, ma di certo era necessario avere quella voglia matta di studiare e di confrontarsi con gli altri, di osservare e di imparare. Quindi, nel tempo, questi “allievi festivalieri” sono diventati ballerini di tutto rispetto.
  • evento GRANDE vuole spazio grande, metri quadrati di pista, spazio “sociale”, se si è tanti bisogna potersi anche “incontrare”, magari lo si fa fuori della pista e poi si entra e si mixa piacevolmente ballo e non solo ballo, amicizia, chiacchiere, leggerezza.
    E’ capitato più volte che l’elemento spaziale fosse una variabile trascurata ed è un imperdonabile errore.
  • GRANDE QUALITÀ’ su tutto. Dai signori TJ che con le loro performance firmano e danno colore all’evento. I “musici” non si scelgono alla “cazzomaniera”, solo perché uno costa meno o l’altro era impegnato e metto insieme scarpe e zoccoli che tanto ai miei ospiti va bene tutto. E no! Non è così! Se vado a una maratona mi aspetto una certa particolare onda, lo stesso vale per il mondo milonguero.

    Mi fermo qui, su queste macro aree per non far la maestrina dalla penna rossa che tanto mi sta sulle scatole.

Quindi, per tirare le somme, l’equilibrio migliore dove si trova?

Nel mio mondo dei sogni l’ideale è  un Grande evento curato nei minimi dettagli come se… fosse un piccolo evento! Che, tradotto significa: voglio la moglie piena e la botte ubriaca! 😀

Pimpra

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GIROTANGANDO. “EL ABRAZO CERRADO”

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Eccomi qui con la mia prima recensione, versione scheda di “Girotangando”.

Ci sono stata sabato scorso, per la prima volta.

Milonga di “El abrazo cerrado”già il nome definisce la scelta di campo: siamo in ambito milongueros.

Arrivarci è facile, la sede della milonga, nonché della scuola è piuttosto particolare, si tratta di una ex autofficina o qualcosa di simile, riadattata a sala da ballo.

  • Un grande spazio interno suddiviso in due ambienti: pista e socialità (bar, tavolone per buffet, servizi).
  • La pista è di ottima dimensione, a occhio sui 150-180 mq pavimentata a parquet (prefinito, ovviamente), lievemente scivoloso, almeno per le mie scarpette.
  • Il tj della serata, mi è piaciuto, un professionista ben sintonizzato sulla pista, ha proposto una bella scelta musicale.
  • Se l’accoglienza si percepisce anche dall’offerta di snack, punto a favore: verso la fine della serata, sono arrivate per gli ospiti pizze calde. Durante l’arco delle ore il tavolo restava imbandito di offerte dolci e salate per gli ospiti. Bibite sempre a disposizione. Possibilità di avere il caffè (superwow)

L’atmosfera generale: molto rilassata e piacevole, pubblico misto per età, ma sicuramente più grande che adolescenziale.

Milonga non sovraffollata (almeno nella serata scorsa), ospiti di buone maniere che è sempre un gran punto a favore.

Questi i riferimenti:

Sito web: qui

Profilo social: qui 

Indirizzo: via Ungaresca, 1 (Pordenone)

Telefono:  347 257 3181

Messenger: @elabrazocerrado.it

Buone tandas a tutti!

Pimpra

 

 

 

GIROTANGANDO. NUOVA RUBRICA

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Mi è preso lo sghiribizzo di aprire una nuova rubrica, tutta dedicata al tango, focalizzata nella descrizione delle milonghe “stabili” del Friuli Venezia Giulia, accanto a quella che oramai ha una sua articolazione più definita “Di tanto in tango”

SCOPO:

  • raccontare agli amici tangueri ciò che possono trovare in regione (i locali già lo sanno), affinché orde barbariche di meravigliosi tangueros provenienti da tutta Italia (partiamo da un basso profilo, ma il sogno sarebbe di farne arrivare anche dall’estero), si spingano nelle loro peregrinazioni, fino al lontano nord est.
  • stimolare la continua ricerca di qualità che gli organizzatori offrono e possono offrire ai loro ospiti
  • creare un bel cerchio magico di positiva collaborazione affinché il movimento del tango esprima quella meravigliosa danzante comunità che è ma con confini sempre più aperti!

IL MIO PROFILO:

Per convincervi a venire a ballare dalle mie parti, devo necessariamente, descrivervi chi sono.

Ballo da più di due lustri. Il tango, per me, è una dimensione dell’Anima, un momento sacro del mio tempo libero. Sono una ballerina che sta nel contenitore di quelle definibili “dinamiche”. Quando vado in milonga, mi aspetto di trovare:

  • il pavimento adatto
  • tj di qualità o “mestiere”, ma come si intendeva un tempo, non sedicenti musici improvvisati
  • dimensione dell'”accoglienza” degli organizzatori
  • spazio adeguato al numero di persone
  • servizi basici necessari: bevande e piccoli snack, se mi procurano anche il caffè, mi rendono particolarmente felice
  • una ronda decente (ma questo è in capo ai danzatori, difficile darne colpa o demerito all’organizzatore, che però può spendersi per farlo capire agli ospiti)

Mi fermo a questi 6 punti basici, tutto ciò che arriva in più, è ben gradito.

Ho un carattere difficile, non mi piace tutto e nemmeno tutti. Osservo, ma, non lo faccio mai con occhi cattivi, mi piace cercare e trovare le cose belle, positive della vita e, a maggior ragione, nel tango.

Non scriverò questi articoli perché ci guadagno (denaro) e nemmeno mi aspetto di guadagnarlo in futuro. Mi auguro invece di poter stimolare l’arrivo di tanta brava gente tanguera, per mixare felicemente i nostri abbracci, godendone tutti. Insieme.

Se qualche organizzatore vuole segnalarmi la sua milonga, mi contatti pure qui: girotangando@gmail.com

Che dire di più? BUONE MILONGHE A TUTTI!

Pimpra

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PERCHÉ IO SONO ABBASTANZA!

 

IO SONO ABBASTANZA

Ieri pomeriggio, verso la fine della giornata, ho finalmente trovato il tempo per vedere un video che un’amica mi ha inviato qualche giorno fa.

Brené Brown, sociologa statunitense, in 25′ mi ha aperto la mente, anzi no: il cuore.

Una vita spesa a rincorrere qualcosa per dimostrare ai miei affetti, genitori per primi e a me stessa, che avevo un valore, ponendomi obiettivi che non sono (quasi mai) riuscita a raggiungere. Vivere affiancata da un forte senso di sconfitta, di frustrazione, che mi fa sentire un Calimero.

Un essere umano fallito e senza senso, privo di luce e di colore, banale e inutile. Se a questo bel cocktail aggiungiamo pure il fatale mix ormonale di un certo periodo del mese, la frittata esistenziale è fatta: una tragedia.

Poi, siccome son donna, come tutte noialtre, le maniche ce le rimbocchiamo sempre: allora ti metti a leggere, ti confronti, cerchi e trovi il tuo strizzacervelli (ma capisci che non ti basta), lo affianchi alla sciamana, ci metti vicino anche lo sport che se pure il fisico ti cede puoi direttamente comprarti il revolver e farla finita, magari osi pure qualche ritocchino piccolo piccolo proprio per sentirti solo meno peggio.

Ok. Soldi, energia, buona volontà spesi per niente. Quel tuo buco nero laggiù è sempre lì che ti guarda e, ridendo, ti prende pure per il culo, sussurrandoti “Tanto resti mia”. E, cazzo, ha ragione lui!

Fluisci nel tuo stato confusionale – fortunatamente hai tanti Amici! –  e cadi sempre più giù, giù, giù… e non vai in palestra, e ti lasci andare e l’aperitivo diventa il sostituto euforizzante del Prozac e continui a scendere i piani di scale fino a ritrovarti nella tua buia cantina, da sola, nel tanfo di muffa, nell’umidità e ti dici “Ok, questo è il fondo”.

IL MESSAGGIO.

Voi sapete bene che l’Universo è sempre in connessione con noi e ci parla. E noi sordi. A volte urla e, capita che, per puro caso, la voce ci arrivi.

A me è apparso il video della signora Brown, per mano di quella splendida Anima di Anna.

Guardatelo, o voi Pellegrini/e del “mal di vivere”, della depressione, del “che ci faccio io in questo mondo?”, del “perché a me vanno tutte storte?”, guardiamolo insieme tutti noi, variopinta umanità che, ogni giorno, prova a respirare, sono certa che sapremo trovare una scintilla che illuminerà quel buio. Poi, a rimboccarsi le maniche.

Pimpra

 

 

 

 

 

FRONTE LIBERAZIONE TETTE. (post per sole donne)

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Dopo tanto, tantissimo tempo, mi sono recata al negozio di intimo per il riassortimento completo dei miei reggiseni. Non lo facevo da tempo perché, essendo portatrice sana di tettine definite “a coppa di champagne”, il reggipetto non si usura, poiché non sottoposto a particolare trazione nella direzione della gravità.

In una parola a me il reggiseno serve per creare il volume che la Natura non mi ha donato o, semplicemente, per celare il segreto di capezzoli sempre piuttosto… “guizzanti”.

La faccio breve: vado al negozio e mi faccio assistere dalla commessa che può essere tranquillamente mia figlia. Mi piace da subito perché apprezza il mio profumo di nicchia… ed è una cosa che ti mette in attitudine positiva.

Il primo interrogativo è che non so quale sia la mia taglia, credevo che con l’età il seno fosse cresciuto, invece no.

Provo almeno 8 modelli e tutti mi stanno d’incanto, facendomi percepire una meravigliosa sensazione. Il solo “neo” che le mie tette sono sì inguainate morbidamente in un delicato pizzo elasticizzato ma non appaiono affatto ingrandite, piene, insomma come se fossero “aiutate”.

Certo che la comodità ne guadagna immensamente.

Allora mi chiedo: nella premessa che i geni del marketing non fanno mai nulla a caso e si confrontano con gli stilisti, relativamente alle tendenze del costume, ne deduco che la sparizione di tutte quelle orride imbottiture che servivano a farci apparire delle maggiorate, sia avvenuta perché:

  • una ENORME fetta di popolazione femminile oramai ricorre alla chirurgia plastica, sin dalla tenera età, e quelle dotate e “naturali” sono in aumento
  • finalmente anche le tette piccole hanno ottenuto un riconoscimento sociale in merito alla loro sensualità, sicuramente di nicchia, ma per veri intenditori.

MORALE.

Ho speso un fracasso di soldi, sono felicemente “piatta, come mamma mi ha fatto”, eppure mi sento super sexy e pure estremamente comoda.

Allora, sai che c’è? Evviva il … FRONTE DI LIBERAZIONE DELLE TETTE (da tutta la gommapiuma inutile!)

OLE’!

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. I QUI PRO QUO

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Sull’onda del post precedente, un’altra grande questione da affrontare sono i … qui pro quo della milonga.

Sarà capitato a più di qualcuno di farsi dei film mentali incredibili su certi atteggiamenti di taluni in milonga: una volta ti saluta, una volta sei trasparente, una volta ballando ricevi complimenti, poi diventi trasparente, tu credi di mirare e ti viene infine detto “ma non mi guardi mai” oppure “non vedi mai che ti miro” e tu, accidenti, non vedi per davvero perché – è il caso mio- le lenti a contatto con il calore si appannano!

I motivi dei fraintendimenti sociali possono, a buona ragione, definirsi infiniti e creare disagio che, a volte, può sfociare in antipatia, disturbo e tanti brutti sentimenti di cui possiamo felicemente fare a meno.

Non saprei definire l’origine o quali sono i motivi per cui, una sana comunicazione, verbale e non, a un certo momento grippa e fa andare tutta la relazione nel casino, ma tant’è.

RIMEDI.

Personalmente opero una prima valutazione di massima: quella persona mi interessa? Tengo alla “relazione”? Oppure posso tranquillamente vivere senza?

Se la risposta è affermativa, cerco il modo per interagire e, in modo diretto o indiretto, confrontarmi con la persona.

Più e più volte mi è accaduto di chiarire fraintendimenti di natura così stupida che, una volta svelati, hanno fatto immensamente ridere sia me che la persona coinvolta. Ciò è accaduto con donne e con uomini, indistintamente.

Il problema più grande, secondo me, non è “stracapirsi” perché succede e basta, ma aver voglia di chiarire il misunderstanding.

E poi, ti pare che le cose fluiscano di nuovo al meglio, eviti di sentirti il piccolo/a Calimero della situazione, ne beneficia l’autostima e, la vita in generale, va via più leggera…

OLE’! 🙂

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO: L’ENERGIA FEMMINILE. I PRO E I CONTRO

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Puntuale come la cartella delle tasse, il nuovo anno mi porta immediatamente un insegnamento, di quelli però che faccio fatica a mandare giù.

Inizio con i botti alla splendida maratona di Roma che gli amici Mascalzoni Latini, ci sanno fare e, una volta in più, in pista e fuori di pista, lo hanno dimostrato. Lasciatemi scrivere che, a volte, gli italiani possono ben vantarsi di “farlo meglio” che un capodanno di maratona non è cosa per tutti. BRAVI e basta.

Ma andiamo al sodo.

Tutte noi, gentili Signore che ci presentiamo in milonga, abbiamo, come primo desiderio quello di ballare, credo sia verosimile per il 90% delle donne. Poi, sicuramente, c’è una frangia che cerca altro: chiacchiera, socializzazione, avventure ecc. ma, di norma, l’idea è quella: si va per ballare.

Senza entrare nel trito e ritrito discorso del:

  1. ballano le giovani perchè son giovani
  2. ballano le straniere perchè son straniere
  3. ballano quelle tettone perchè son tettone, aggiungi ha un bel culo, una bella faccia, è figa in generale ecc ecc
  4. ballano quelle che sembra che poi te la diano
  5.  ecc ecc

Il mio interesse è, invece, quello di comprendere che tipo di energia della donna, nella sua espressione danzante, fa scaturire l’invito dell’uomo, tolti i punti di cui sopra, per i quali preferisco soprassedere.

Ne ho parlato tantissime volte con amici maschi, ma ancora, una chiara risposta, non mi torna. Quella più facile è: ogni tanda ha la sua ballerina ideale. Poi però, osservi bene le dinamiche di pista e capisci che non è così, o, meglio, non è solo questo.

Proviamo a disegnare uno scenario possibile:

le donne nel tango si dividono in tre grossi macro gruppi: le seguidore, le “giaguare“, quelle che “ballano per conto loro”.

Tolto il terzo gruppo che significa poco studio alle spalle unito a una mega ansia da prestazione, focalizziamoci sulle prime due.

LA SEGUIDORA.

Probabilmente l’archetipo della tanguera,  colei che seguiva (e a volte subiva) marche e proposte azzardate del bailarìn alla ricerca del suo passo personale, del suo stile unico. La donna, come esistevano un tempo: un passo dietro al maschio, sua ombra e partner fedele.

Di solito, l’energia di una seguidora non è mai strabordante, non potrebbe esserlo perchè, per sua definizione, non può mai eccedere in prestazione, in movimento, quanto dall’uomo previsto, richiesto e desiderato. Lei avrà un abbraccio morbido, soave, sarà leggera, neutra ma sempre rispondente, un tutt’uno con il partner, dentro un affiatamento simbiotico ed esclusivo. Sarà l’esempio perfetto di flessuosità leggiadra e di femminile presenza.

Una danzatrice che non dice mai no. Una che, se marchi bene è sempre perfetta, e se non marchi benissimo, saprà evitare di metterti imbarazzo.

La seguidora è la ballerina che mette al riparo dal rischio di una brutta figura, perché se tu sei scarso, Lei nasconderà con la sua bravura, le tue pecche.

L’UNIVERSO GIAGUARE.

Qui la faccenda si complica: perché non ne esiste di un solo tipo, magari! Ogni donna che si riconosce “giaguara” è una giaguara a sé.

Nella macro definizione, rientrano le ballerine che non hanno paura di chiedere, quelle che, se vai fuori tempo si incazzano da morire (e trovano il modo di fartelo capire), quelle che pretendono il massimo e che danno il massimo, in ogni passo, in ogni movimento, in ogni abbraccio. Quelle che cercano e offrono “sapori forti”.

Le giaguare sono “maschili” nel senso che, loro, il ballerino se lo scelgono tosto, perché, seguire e basta, non fa parte delle loro corde. Una così, non si lascerà scappare l’attimo in cui si apre una possibilità di proposta che lancerà all’ignaro tanguero il quale, volente o nolente, una qualche risposta la dovrà dare.

Sono ballerine che hanno studiato tanto e devono sempre continuare a farlo perché, in caso contrario, se la verve di cui sono portatrici, andasse fuori controllo, sarebbero guai seri.

La Giaguara, da un certo punto di vista, non è una ballerina “rassicurante”. No, decisamente non lo è.

Allora mi chiedo, l’universo maschile, nella scelta peculiare della “ballerina giusta per quella tanda” dove preferisce esibire le sue doti/qualità, in quale dei due mondi?

Credo di conoscere già la risposta: la ballerina che simula di darvi lo scettro del potere tanguero piuttosto di quella che gioca a contenderlo a voi… ça va sans dire.

Però, ne sono certa, non è solo questo.

Vorrei tanto capire, per migliorare, è ovvio!, quali altri misteri stanno dentro e dietro alla scelta di un tipo di energia, piuttosto che un altro.

Mi stupisco sempre, in milonga, quando vedo fior fior di ballerine restare, per troppe tandas, ferme al palo. Le osservo, chiedendomi se sono loro a non mirare, di solito non è così. E vedo in pista, molte “intermedie” che ballano un fracasso, anche e specie con quelli bravini e, nuovamente non capisco.

Concludo pensando che, in fondo, se il tango fosse un tipo di cibo, probabilmente sarebbe una buona pasta con il pomodoro. Perché è trasversale, piace quasi a tutti, si digerisce facilmente, è abbastanza facile da preparare. Ha un gusto sufficientemente “bimbo” (leggi semplice) per piacere ai più.

Una corposa parmigiana, fatta bene, come dio comanda e come mammà prepara, evidentemente, ha un sapore troppo ricco per i delicati palati della maggior parte dei tangueros. O, forse, semplicemente, è troppo calorica. In tutti i i sensi! 😉

OLE’!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

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