IL TEMPORALE A 6 ANNI

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Il carosello del sole che gioca con le nuvole, come due bambini che si rincorrono ad “acchiapparella”.

Di lato, all’improvviso, sbuca il vento che, a folate, si intromette nel gioco.

Le nuvole si arrabbiano diventando nere e minacciose e il sole si offende, sentendosi estromesso dal gioco.

Allora il vento soffia più forte e le nuvole si mettono a piangere.

Ecco, piove.

Hanno un brutto carattere le nuvole di primavera, all’improvviso si adombrano e non smettono di rilasciare i goccioloni che sono grandi all’inizio e si trasformano in una tenda d’acqua di cristallo trasparente.

Poi, il vento se ne va, così come è venuto, annoiato dalle moine delle nuvole.

Il sole, visto il campo sgombro, torna dalle sue amiche nuvole e le consola riscaldandole con i suoi raggi, così, anche loro,  mandandogli un bacio, lo salutano andando per la loro strada nel cielo.

E torna la primavera.

Pimpra

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C’ERA UNA VOLTA …

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C’è stato un bel momento della vita in cui, noi tutte, siamo state principesse. Alcune hanno mantenuto quello status, altre, hanno cambiato numerose vesti, fino a diventare le donne che sono.

C’era una volta…

Ai tempi la piccola principessa era una fanciullina molto allegra, amava giocare con tutti i bambini, portava dentro il gruppo quelli che, troppo timidi per spingersi da soli, restavano in disparte.

La principessa amava gli alberi e raccogliere le more, disegnando le labbra con il rossetto naturale dei frutti, fingendosi una gran dama di corte mentre, dall’alto della sua postazione, mollemente appoggiata ai rami, si rallegrava della vista sottostante.

Amava i fiori, le rose per l’inebriante profumo e le dalie per l’esplosione di colori che creavano nei giardini.

D’estate passava le giornate al mare, galleggiando a pelo d’acqua per godere della vita che scorgeva nel fondale, anche se, maschera o occhialini che fossero, si annebbiavano sempre troppo presto e il fondo doveva imparare a immaginarlo.

Da quando era una piccola principessa fantasticava su se stessa da grande, allora si vedeva felice dentro al suo castello, in compagnia di un bel principe azzurro.

Come ogni favola, e come molti degli abiti che indossava, anche i suoi sogni erano colorati di rosa.

Il tempo, vestito del suo mantello grigio, un giorno le passò accanto più da vicino e, d’un tratto, la principessa si ritrovò già grande, in una casa che non era più il suo castello, circondata da persone che non conosceva ma che la conoscevano. La principessa non aveva nemmeno più la sua coroncina, era diventata un ‘adulta.

Alle sue proteste, alle sue richieste riceveva dinieghi, molti no, e, a volte, pure qualche ceffone. Comprese che, per stare nel suo nuovo mondo, doveva adattarsi al meglio alle nuove usanze del luogo.

Fu così che si plasmò, si modificò per corrispondere a quanto  le veniva richiesto. Il vantaggio di questo agire fu subito evidente: non ci furono più rimbrotti, ceffoni e qualcuno le diceva pure di sì.

Felice di questa ritrovata serenità, la principessa adulta, continuò felicemente la sua vita, incontrando persone, visitando luoghi nuovi e facendo tante esperienze.

A volte, però, le accadeva che dinnanzi allo sbocciare timido di un fiore o annusando il profumo della terra dopo la pioggia, provasse un grande struggimento, come di qualcosa che aveva perso e che non c’era più.

Ancora una volta il mantello grigio del tempo le passò vicino e la principessa si ritrovò oramai vecchia, con i suoi capelli lunghi diventati bianchi e le lunghe mani avvizzite, il volto segnato dalle rughe.

Stavolta però non si spaventò più, si guardò intorno cercando qualcosa che le era familiare.

Un bell’albero di gelso, carico di more, si ergeva davanti a lei. Nell’attimo stesso in cui lo vide, il desiderio di salirci si impossessò di lei. Solo che adesso era vecchia e doveva trovare un modo diverso di arrampicarsi perché non aveva più la stessa agilità di prima.

Detto fatto, una cassetta di legno alla base del tronco, appoggiata sopra una grossa pietra le permisero di raggiungerei rami più bassi. Il resto sarebbe stato un gioco da ragazzi.

Poco dopo, un po’ stanca e sudata, si ritrovò accoccolata al suo ramo preferito che, nel frattempo, era diventato molto più grosso e più resistente. Intorno sentiva il profumo delle more, ne vedeva il bel rosso carminio, sentiva la magica melodia delle foglie mosse dal vento e, in un attimo, la sua mano si riempì di frutti e le sue labbra tornarono colorate.

Una voce di bambina, poco più su, la salutò commentando che le more, quest’anno, avevano un colore perfetto per disegnare le labbra.

Si misero il loro rossetto naturale, sorridendo ai loro ammiratori invisibili, godendosi il sole fino al tramonto.

Finalmente, di nuovo, insieme.

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. MUTAZIONI PSICOFISICHE DA TANGO ARGENTINO

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Ammirando un ciliegio in fiore, anzi, perdendomi letteralmente dentro alla sua bellezza, ho visto me stessa come mi vedrebbe un altro.

Tralasciando il solito trito discorso di quanto è bello essere giovani, anche se preferirei dire “avere un corpo giovane” (l’esperienza di vita è un bene impagabile), mi accorgo ogni dì che passa di quanto sono cambiata.

L’altro giorno, ad esempio, ho rivisto un conoscente che non incontravo da ere geologiche, e, in modo del tutto naturale, gli ho gettato le braccia al collo per abbracciarlo.

Conosco un essere umano e, per salutarlo,  lo abbraccio quasi subito.

Con gli amici, i familiari, le persone del mio cuore, inutile dire che sono affettuosissima: praticamente nessuno sfugge più alle mie calorose effusioni. Nemmeno le Gattonzole, poveracce…loro poi…

Mi capita molto spesso di indossare capi di abbigliamento che stringono sui fianchi, evidenziandoli, senza temere l’effetto “culona”, anzi, mi dico, peccato che non sporge di più, sarebbe più femminile.

Ho imparato cosa significa avere un portamento regale, sentire quando la mia schiena si ammoscia in un sacco o diventa flessuosa, forte e ben dritta. Anche il collo è più felice, perché non lo faccio più ciondolare, adesso so dove si trova, trionfale alla base della testa, e gli conferisco tutta la dignità che merita per il duro lavoro di supporto che svolge.

Osservo le donne, cercando la grazia nelle loro movenze, noto come appoggiano/buttano/ciabattano/sfiorano i piedi a terra, so dire in 4 nanosecondi se Lei è abituata a portare i tacchi o se è neofita.

Mi piacciono le signore “giaguare”, ovvero le donne – di tutte le età – che sanno decisamente godere di loro stesse, di come sono e di quello che sono diventate. E si sentono profondamente libere, dal giudizio, dal pregiudizio, dalla morale, dalle convenzioni. Come ogni felino che si rispetti, scelgono loro come/quando/se/chi.

Mi piacciono gli uomini che ti guardano. Quelli che apprezzano ciò che sei nella tua unicità e non ti vogliono diversa, alla moda, o perché “così fan tutte”. Quelli che sanno che c’è la persona ideale con cui andare al cinema o a teatro, la donna con la quale ridere davanti a un caffè, o quella da sedurre durante un aperitivo in riva al mare.

Mi piacciono gli uomini che ne scelgono una e sanno che con lei e solo lei, c’è una magia speciale.

Mi piacciono gli uomini consapevoli di chi sono, nella pregevolezza del proprio limite umano, esistenziale e animistico. Uomini realizzati nel proprio sé.

Prima di diventare una ballerina di tango, non conoscevo di me e del mondo, tali sfumature.

Fino a qui sono passati 11 anni di amore folle e questi sono i risultati, mi chiedo quali altri mutamenti mi aspettano in futuro e… sono pronta ad accettarli.

E qui un bel “Sticazzi” ci sta tutto! Olè!

Pimpra

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RACCONTI DAL TRENO

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In questo mondo che va così veloce non ci concediamo quasi mai il piacere di una sosta. Quasi mai ci permettiamo di fermare i pensieri, di tranquillizzare il corpo e di lasciarci fluire nella luce e nell’aria, trasportati dalla piacevolezza dell’attimo fuggente.

Quasi mai. Io per prima.

Trovo questo mio momento quando viaggio per lavoro.

Di solito mi sposto in treno, con partenze che avvengono sempre all’alba, quando mi sento più reattiva e sensibile. Sono di bioritmo mattiniero.

Il treno è un piacere, specie se non vi si è costretti per pendolarismo e si ha la fortuna di evitare i regionali, troppo spesso tragicamente riconducibili a vagoni bestiame. Il mio viaggio da “Orient Express” moderno si snoda sulle Frecce, treni ad alta velocità che selezionano, in minima parte, la clientela in ragione del loro costo lievemente superiore.

Sono una viaggiatrice che, se potesse, lo farebbe in prima classe, sempre. Me lo merito: sono educata, silenziosa, ho rispetto del bene altrui, so comportarmi, non mangio aglio crudo la sera prima di imbarcarmi, non puzzo mai e pretendo lo stesso dagli altri viaggiatori.

Vero è che nemmeno in prima classe si è immuni dai maleducati, ma ce ne sono in percentuale minore.

Il viaggio, come è evidente, è la più bella metafora della vita. Ieri, mentre stavo per giungere a meta, tornare alla mia città del nord est, ho avuto davanti agli occhi questa scena che ho trovato bellissima.

Una signora decisamente anziana che illustrava con amore e grandissima proprietà di linguaggio, le bellezze naturali della città a una giovane che avrebbe trascorso a Trieste una breve vacanza.

Grazie al cellulare, ho potuto immortalare l’attimo. L’immagine mi sembra molto evocativa, la vecchia signora si emozionava a raccontare delle usanze dei triestini, il loro modo curioso di andare al mare, a Barcola, quando ancora si stendevano gli asciugamani a bordo strada, sull’asfalto. La voce le si incrinava, modulata da attimi di evidente commozione, mentre con la sua piccola mano antica indicava le bianche mura del castello di Miramare.

Sono questi piccoli attimi rubati, fotogrammi di vita, che il treno mi regala sempre cullandomi con il suo canto regolare delle ruote sui binari.

Sarà la primavera, ma il mondo quest’oggi, mi pare più bello.

Pimpra

IO SONO QUELLO CHE SCRIVO.

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Excusatio non petita, accusatio manifesta si diceva un tempo, non dare spiegazioni se non ti vengono richieste.

Invece, sai che c’è, parliamone, senza peli sulla lingua.

ARGOMENTO: essere una blogger  ti mette in pasto al gossip sociale dei tuoi lettori. Dai adito alle congetture più incredibili sulla tua vita privata. Sei percepita come un narciso uscito dal manicomio. Ma come si può essere così matti da esporsi così.

Alcune delle osservazioni che mi sono state mosse da chi non condivide il mio essere sociale. In verità, nel caso specifico va detto proprio”social”.

Rispondo così, semplicemente: anche dietro allo schermo di un pc o di uno smartphone c’è  sempre una persona. Piaccia o meno, si può inventare una bella maschera “social/e” che si indossa quando ci si manifesta sui pixel virtuali. Oppure no.

Ci sono dei veri geni nella costruzione di personalità fittizie, che usano per adescare anime semplici, come fa il ragno tessendo la sua tela. Un gioco di specchi e il povero malcapitato/a cade nella trappola. Molto spesso di ingaggio sessuale, salvo poi trovarsi di fronte un essere lontanissimo dalla fascinazione percepita nel virtuale. Cosa succeda poi, non lo so, non frequento, ma lascio immaginare a voi.

La strada che ho intrapreso io, per la personalità che mi connota, è quella di “scrivere quello che penso”. Lo faccio sempre. Dalle più vili cazzate, alle riflessioni lievemente più profonde, pur rimanendo nella mia leggerezza. Non ho presunzione di “buona scrittura”, anche se mi piacerebbe, non sono una intellettuale, semplicemente una vecchia ragazza che ama osservare la realtà, ci riflette su e ci scrive.

L’età mi ha regalato la sicurezza di poter dire “Minni futtu” del giudizio degli altri, di quello che pensano di me, tanto, che tu agisca secondo il tuo bene o meno, troverai sempre il cretino sulla tua strada che pensa esattamente l’opposto di quello che intendevi affermare tu. Sicché, perché preoccuparsi?

Quando scrivo i post, mi arrivano all’orecchio voci che mi vogliono una single agguerrita, piuttosto che una signora in pre menopausa carica di frustrazioni dovute al farsi dell’età. E mi fermo qui.

Mi piace dirvi, Amici Cari che mi seguite, che non ho paura della verità (della mia versione, ovviamente), mi piace scrivere quello che mi passa per la testa anche se a volte può essere sopra le righe, o semplicemente sciocco, leggero, senza pretese, senza filtri. Non ho paura.

Questa sono, e le parole sono amiche mie, piccole tessere che mi piace mettere insieme per creare un puzzle tutto mio che non temo di mostrarvi. Non mi aspetto che vi piaccia, e rispetto tutte le osservazioni che vorrete muovermi, le critiche che mi faranno riflettere.

Insomma chi sta qui, chi si vive armoniosamente il suo sociale/virtuale accetta le regole del gioco. Le mie sono molto semplici: dico (scrivo) sempre quello che penso.

E se vi piace ricamarci su… divertitevi pure!

[STICAZZI!] 😉

TANTE, TANTE (BELLE) PAROLE PER TUTTI!

Pimpra

Ps: se posso aggiungere, è molto liberatorio permettersi di essere se stessi, nelle proprie zone d’ombra e di luce. Schiettezza mi ha regalato persone meravigliose che ho conosciuto e che, altrimenti, non avrebbero incrociato la mia strada. Basta avere coraggio.

Coraggio!

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DI TANTO IN TANGO. ODOR_TANGO

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Mi pare già di  sentire gli insulti che mi arriveranno dopo questo post, ma sapete che c’è? ME NE FREGO!

Il fatto:

La mia milonga del corazòn, la mia pomeridiana da “coccole”, dove balli senza stress e ti godi la tua perversione settimanale, doppio spritz aperol miscelato da sapienti mani provenienti dall’est europeo (sic est!) e deliziosamente accompagnato da una “scuofana” di patatine fritte di sacchetto.

Idillio tra il leggero obnubilamento dell’alcol, il sensuale abbraccio del mio uomo, e una musica sempre di qualità.

MA CHE VUOI DI PIU’??? che la domenica duri il doppio delle ore che ha… ciò detto…

Sono nel mio “mondo panda” ideale, incontro gli amici, comincio l’interazione sociale con gli habitué, vengo  – finalmente –  invitata che hanno preso coraggio… Tutto perfetto.

QUASI.

Parliamone:

come è possibile accada che un adulto danzante, possa emettere un così forte odore dalle ascelle da rendere praticamente impossibile la danza alla povera dama che, impossibilitata a sopravvivere in apnea per i tre/quattro minuti del brano, deve respirare un olezzo terrificante?

Succede a tutti l’incidente dell'”ascella pezzata”, ci mancherebbe, ma, nell’esatto istante in cui me ne accorgo pongo rimedio!!!

Come si fa? E’ presto detto:

  • mi cambio camicia /maglietta, se non ho la possibilità di sciacquare CON IL SAPONE le ascelle, mi munisco di salviette umidificate, POI spruzzo il deodorante a base alcolica (che, un minimo sindacale, riesce a  trattenere l’olezzo dei batteri)
  • non ho con me il cambio e puzzo: VADO VIA dalla milonga
  • oppure: NON INVITO una povera signora ad odorare ciò che la mia natura maschia e testosteronica ha prodotto tra i peli delle ascelle. DEPILATEVI! (Per noi signore, stessi precetti, ovviamente!)

Ho rischiato di svenire per l’odore!!! E mi staccavo, provando a ballare aperta per non avere il naso dentro la fabbrica chimica e niente, venivo ripresa e strizzata proprio alla fonte dello sgradevolissimo aroma.

Allora, signori e signore, vi prego, un po’ di civiltà.

Stavolta ho tenuto botta evitando il più possibile di respirare, la prossima, al primo accenno di puzza vi lascio lì. E non vorrei, che non mi pare bello, ma, in certi casi, diventa necessario!

Vi siete mai chiesti/e perché taluni tangueros/as quando si recano in milonga portano con sé una grande borsa? Non è un vezzo, ma una necessità. Vi ripongono cambi (specie gli uomini che sudano molto), asciugamanini puliti, fazzoletti e… IL DEODORANTE. Le donne, lo stesso.

Allora, fate i bravi/e: lavatevi, utilizzate solo abiti freschi ed, eventualmente, portate con voi il piano b. L’adolescenza degli ormoni è un lontano ricordo, lasciamo nel passato anche l’olezzo che l’accompagnava… STICAZZI!

😉

Pimpra (oggi particolarmente tignosetta) 😀

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RACCONTI DI BORA

 

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Martedì 17 gennaio, una data che istintivamente mi fa venir voglia di appoggiare le mani dove non è elegante metterle, poi sono una femmina e, comunque, sarebbe pure inutile.

Inverno con due palle così, non di neve, ma quasi.

A Trieste si vola, letteralmente spazzati via dalla Regina incontrastata della città, la Bora nera, quella più cattiva.

Un grado di temperatura, meno 10° quella percepita, ma non è questo il problema. Contro il freddo pungente ci viene incontro la tecnologia, tessuti, piumini, materiali a prova di tutto, ventaccio compreso.

Il problema, per ogni triestino che si rispetti ovvero, per l’80% della popolazione attiva, che è composta da motociclisti o scooteristi, è restare in piedi, non essere brutalmente tirati giù come birilli dalle raffiche scatenate.

Perché non prendete l’autobus? Perché siamo triestini, appunto!

Oggi ho rischiato di brutto. Dimenticandomi di inserire la modalità “guida sicura in caso di bora forte”, procedevo come sempre sulla linea di demarcazione tra le due corsie quando, una raffica annunciatasi con un gran botto (sono quelle, per capirci, che superano di un bel po’ i 100 km all’ora), mi ha investita di lato (tremendo!) portandomi in allegro trionfo sulla parte opposta della carreggiata.

Quando si viene travolti da tale furia le possibilità sono tre: 1. assecondare la raffica, rallentando e facendosi portare dal vento. Soluzione che, di solito, permette di rimanere in sella, ma con il rischio di essere investiti da auto in arrivo. Si deve valutare al volo una serie di costi/benefici. 2. Opporre resistenza. Di solito  si cade e vince Lei. 3.  Pregare e sperare che la raffica sia breve e tutto vada bene.

Riesco a farcela, stavolta mi è andata bene. Il 50% è fatto, manca il ritorno a casa stasera, speriamo bene.

Arrivata a destinazione, mica è finita, devi parcheggiare controvento, altrimenti ti ritrovi il prezioso mezzo, come quelli della foto!

A Trieste, di necessità, siamo tutti un pochino marinai, eccerto, conosciamo ogni sfumatura in cui le raffiche, i nostri “refoli”, si presentano: si guardano i tornelli di foglie a terra che girano vorticosamente, si ascolta quell’istante di silenzio prima dell’arrivo di un colpo di vento più forte, si conosce ogni angolo della città che, più di altri, viene massacrato dalla Bora.

Sua Maestà, voi sapete già che l’amo, è un amore di vento. Non poteva che essere femmina per quanto è stronza e imprevedibile, fredda o calda, a seconda di come le gira, si manifesta come un’attrice che si fa desiderare, per uno, tre, cinque o sette giorni di fila e poi, come niente, sparisce e torna la calma.

Calma sticazzi…

Bottini della spazzatura che corrono come fossero palle, tegole che si staccano dai tetti e piombano in testa, per non parlare dei vasi e di ogni cosa non sia ancorata in modo forte e sicuro.

Ma a noi piace così, non a tutti a onor del vero… a me sì, perché trono bambina, quando mi divertivo a stare controvento cercando di non farmi buttare a terra o quando, in età più adulta, mi divertivo a fare foto sull’amatissimo Molo Audace violentato dalla furia del vento.

Oggi va così, umore spumeggiante come il mare, berretto  calato sugli occhi e via andare… nella poesia ventosa del nord est…

Pimpra

 

I (SOLITI) BUONI PROPOSITI

 

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Al 28 dicembre, come una scure da cielo, ti arriva in testa l’idea che DEVI assolutamente organizzare nella tua mente, la lista di buoni propositi per l’anno che verrà.

Come fai in ufficio, rimettendolo a posto, riordinando le carte, liberandoti del superfluo, lo stesso accade per le ragioni della tua vita. Hanno bisogno di essere rimesse a punto, in un ordine consono, positivo e ottimista,  come a caricare una molla che, liberata, ti farà partire a razzo nel nuovo anno.

Ma, sticazzi, ti dici ogni volta che, sai che te non sei buono a tener fede a quanto ti eri ripromesso e, questa lista virtuosa, il più delle volte, rimane solo un desiderio, nulla più…

Ma, la tradizione è tradizione, e va rispettata.

MI RIPROMETTO DI:

  • imparare la Temperanza. Ovvero, concedermi qualche nanosecondo prima di partire in quarta con qualsiasi reazione mi venga in mente di avere, qualsiasi cosa mi salga alla bocca di dire. Insomma: devo provare a “contenermi”. Pare che, la mia indole impulsiva, sia un difetto troppo, troppo grande per l’età che porto.
  • dedicarmi con vigore alle mie passioni. Vabbè per far ciò, basta scegliere, a volte egoisticamente, di ritagliare del tempo per se stessi. Si può fare.
  • concedermi il lusso della sosta, di prendere tempo (che non significa “perdere tempo”)
  • scegliere me, un po’ meno gli altri, specie quelli che non lo meritano.

Poi ci sarebbero chissà quante altre cose, ma la lista diverrebbe troppo lunga e noiosa e poi… cui prodest, visto che, molto probabilmente resteranno solo dei desideri campati in aria, promesse e intenzioni vuote…

Quindi smetto subito e vi auguro, semplicemente, di VIVERE COME PREFERITE.

Alla fine, la scelta più intelligente.

BUON ANNO NUOVO!

Pimpra

DI TANTO IN TANGO. TETTE E TANGO

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A me le cose succedono così, praticamente per caso. Ho postato una divertente (nelle mie intenzioni) foto sulla mia bacheca di FB e, senza immaginarlo, bummmm, come un elefante nel negozio di cristalli, ho urtato la sensibilità femminile.

L’argomento del contendere era una frase scema “Non chiedetemi l’amicizia, non ho le tette”, postata poiché il mio profilo FB sta ricevendo un sacco di richieste da uomini assolutamente improbabili, dai luoghi più disparati del pianeta, senza ragione alcuna.

Di qui, la mia foto di copertina, atta a dissuadere i potenziali non amici alla ricerca di chissà cosa…

Un’amica, però, non si è trovata d’accordo su questa mia scelta, ritenendola in qualche modo “razzista” nei confronti del corpo stesso delle donne. Oltre a ciò, proiettandola nel nostro comune mondo del tango, atta a rinforzare certi discriminatori comportamenti messi in atto da taluni danzatori.

Pur rimanendo fedele alla mia vis comica, non posso rimanere insensibile a quanto riferito dall’amica.

La mia lettura è questa.

Le motivazioni che spingono la coppia ad incontrasi in pista, sono e saranno sempre, le più disparate. Un’alchimia sottile fa scattare in entrambi quella intenzione di cingersi e di colorare una tanda con le emozioni nate dal cuore e riassunte nei corpi danzanti.

Questo è quanto accade in persone che cercano una dimensione intimista, artistica, di scambio, nell’abbraccio tanguero.

Poi c’è il resto del mondo.

Ci sono quelli/e che vanno in milonga per tantissime ragioni, tra le quali c’è, anche, quella di ballare.

Non mi sento di giudicare, né di giudicare male chi si vive la milonga in modo diverso dal mio.

Va da sé che, sia per ballare che per “cercare altro”, si inneschi una implicita competizione tra gli attori coinvolti. Questa gioiosa battaglia si combatte con più armi: chi con la sua capacità e talento danzante, chi con le emozioni che sa trasmettere, chi mettendo in mostra le piume, chi seducendo verbalmente ecc ecc: la varia umanità.

Nel gruppo, ovviamente, ci sono “gli sfigati“. Definisco la categoria: sono gli/le invidiosi/e. Coloro che guardano sempre fuori da loro stessi ma non lo fanno per cercare bellezza, ma per evidenziare gli aspetti negativi (o così loro li percepiscono) del mondo e di chi lo popola.

Questi sfigati sono infestanti perché, su Anime gentili, posano i loro artigli cattivi e inoculano il tremendo veleno: fanno partire brutti gossip, demoliscono le persone, criticano tutto/i/e e, purtroppo, molto molto spesso riescono a distruggere l’amore verso se stessi delle loro vittime.

Ovviamente le donne sono il bersaglio per eccellenza di questi sfigati che si accaniscono a demolirle a più non posso.

Allora sapete quale è il mio antidoto? un bel ME NE FOTTO!

Sono come sono, ballo come ballo, non ho (abbastanza) tette per essere tra le ballerine più gettonate (?) , ma sto bene così e non cambierei, di me, una sola virgola… [bugia!!! vorrei essere una tanguera migliore!!!]

E adesso, sfigati, potete scatenarvi!

STICAZZI, OLE’!

🙂

Pimpra

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SEPOLTI DALLO ZUCCHERO. LA MORTE BIANCA (azz…)

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Natale si avvicina a passi da gigante e, la città tutta, si sta preparando, luci, addobbi e amenità di vario tipo ma, ciò che più mi ha colpito, è quanto sta accadendo dentro i supermercati.

Premetto che esco da più di un mese di ramadan forzato che mi ha molto allontanato dai piaceri del mondo,  ovvero quelli di Bacco, niente vino, aperitivi annessi e connessi e alimentazione monacale.

Debbo dire che, dopo le prime resistenze, specie mentali, il corpo si è ben adattato al nuovo regime purificatore, dandomi molta soddisfazione in termini di benessere e regalandomi grandi sorrisi per la perdita di peso.

Ciò detto, mi reco al supermercato per le mie commissioni salutari e vengo letteralmente travolta da un’ondata di zucchero, manifestatasi sotto tutte le forme possibili: dolci, dolcetti, caramelle, torroni, cioccolatini in tutte le versioni, panettoni e chi più ne ha, più ne metta.

Personalmente, lo sbrilluccicare colorato dei packaging delle leccornie messe a disposizione in ogni dove, non ha scalfito di un nulla la mia volontà, la mia compiaciuta motivazione ad alimentarmi in modo sano. Ma, appunto, proprio perché la mia motivazione è alta e forte non ho ceduto alle malie ingannevoli dei dolciumi in bella mostra.

Ma io sono un’adulta consapevole, una che da una vita si informa sulle proprietà nutrizionali dei cibi, una che vuole rimanere magra e, si spera, mantenere il suo corpo in buona salute.

Ma con i bimbi, i giovani, gli anziani, quelli depressi, quelli tristi, le persone che sono e/o si sentono da sole, insomma come la mettiamo con tutta quella colorata umanità che non è in equilibrio, non si ama, non legge e non si informa, con gli ignoranti, con coloro che cercano e trovano nel cibo la consolazione al loro “mal di vivere”?

UNA DEBACLE, UN DISASTRO SU TUTTA LA LINEA, UN SUICIDIO COLLETTIVO!

Ora, non si pensi che da brava epicurea quale sono e mi vanto di essere, sono passata dall’altra parte della barricata, lungi da me!, di certo però, posso dire di aver scelto la qualità dei piaceri da ingerire, onde per cui, no agli alimenti confezionati, no ai dolci stucchevoli, no a tutta quella montagna di zucchero che ci ucciderà, un po’ al giorno.

Preferisco riappropriarmi del piacere di creare, dolciumi compresi, con le mie manine sante, facendo anche degli orridi pasticci a volte, o delle gioiose e succulente meraviglie in piena consapevolezza degli ingredienti che uso, della qualità che ho scelto per la mia produzione.

Ecco, il grande epicureo che vive in me, è diventato “adulto”! EVVIVA!

Pimpra

Per approfondire qui, qui, qui , qui

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