IO SONO QUELLO CHE SCRIVO.

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Excusatio non petita, accusatio manifesta si diceva un tempo, non dare spiegazioni se non ti vengono richieste.

Invece, sai che c’è, parliamone, senza peli sulla lingua.

ARGOMENTO: essere una blogger  ti mette in pasto al gossip sociale dei tuoi lettori. Dai adito alle congetture più incredibili sulla tua vita privata. Sei percepita come un narciso uscito dal manicomio. Ma come si può essere così matti da esporsi così.

Alcune delle osservazioni che mi sono state mosse da chi non condivide il mio essere sociale. In verità, nel caso specifico va detto proprio”social”.

Rispondo così, semplicemente: anche dietro allo schermo di un pc o di uno smartphone c’è  sempre una persona. Piaccia o meno, si può inventare una bella maschera “social/e” che si indossa quando ci si manifesta sui pixel virtuali. Oppure no.

Ci sono dei veri geni nella costruzione di personalità fittizie, che usano per adescare anime semplici, come fa il ragno tessendo la sua tela. Un gioco di specchi e il povero malcapitato/a cade nella trappola. Molto spesso di ingaggio sessuale, salvo poi trovarsi di fronte un essere lontanissimo dalla fascinazione percepita nel virtuale. Cosa succeda poi, non lo so, non frequento, ma lascio immaginare a voi.

La strada che ho intrapreso io, per la personalità che mi connota, è quella di “scrivere quello che penso”. Lo faccio sempre. Dalle più vili cazzate, alle riflessioni lievemente più profonde, pur rimanendo nella mia leggerezza. Non ho presunzione di “buona scrittura”, anche se mi piacerebbe, non sono una intellettuale, semplicemente una vecchia ragazza che ama osservare la realtà, ci riflette su e ci scrive.

L’età mi ha regalato la sicurezza di poter dire “Minni futtu” del giudizio degli altri, di quello che pensano di me, tanto, che tu agisca secondo il tuo bene o meno, troverai sempre il cretino sulla tua strada che pensa esattamente l’opposto di quello che intendevi affermare tu. Sicché, perché preoccuparsi?

Quando scrivo i post, mi arrivano all’orecchio voci che mi vogliono una single agguerrita, piuttosto che una signora in pre menopausa carica di frustrazioni dovute al farsi dell’età. E mi fermo qui.

Mi piace dirvi, Amici Cari che mi seguite, che non ho paura della verità (della mia versione, ovviamente), mi piace scrivere quello che mi passa per la testa anche se a volte può essere sopra le righe, o semplicemente sciocco, leggero, senza pretese, senza filtri. Non ho paura.

Questa sono, e le parole sono amiche mie, piccole tessere che mi piace mettere insieme per creare un puzzle tutto mio che non temo di mostrarvi. Non mi aspetto che vi piaccia, e rispetto tutte le osservazioni che vorrete muovermi, le critiche che mi faranno riflettere.

Insomma chi sta qui, chi si vive armoniosamente il suo sociale/virtuale accetta le regole del gioco. Le mie sono molto semplici: dico (scrivo) sempre quello che penso.

E se vi piace ricamarci su… divertitevi pure!

[STICAZZI!] 😉

TANTE, TANTE (BELLE) PAROLE PER TUTTI!

Pimpra

Ps: se posso aggiungere, è molto liberatorio permettersi di essere se stessi, nelle proprie zone d’ombra e di luce. Schiettezza mi ha regalato persone meravigliose che ho conosciuto e che, altrimenti, non avrebbero incrociato la mia strada. Basta avere coraggio.

Coraggio!

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COSA HO CAPITO DELL’AMORE.

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Amore è una sfumatura diversa per ognuno di noi. C’è chi la vive colorandola di passione, chi di desiderio, chi di una sfumatura sottile e intensa di voler bene.

Amore è legato al tempo e alla noia, disintegrando così le mie idee romantiche e utopistiche sulla sua durata.

Amore non è eterno, si dice pure nella tradizione popolare, “Amore c’è, fin che dura”. E questa “durata” si è accorciata di centimetro in centimetro in questa società moderna che va veloce, molto veloce e tutto consuma rapidamente.

Già, l’amore si consuma, si deteriora, brucia, o evapora.

Ancora mi è molto difficile accettare che, forse, Amore è solo una beata illusione, un desiderio che attacchiamo sugli occhi e sul cuore del nostro prossimo prescelto. Forse Amore non è.

Come si spiega, altrimenti, che le persone coinvolte in relazioni, nella maggior parte dei casi, mettono il naso fuori della coppia? Non sempre compiendo l’atto finale,  il tradimento di un patto che quella coppia si è data, magari simulandolo solo, giogioneggiando con altre persone come a trovare certe scintille di desiderio che sono solo un ricordo di vita passata?

Allora Amore è  soprattutto legato al desiderio? A quella energia vitale che ci porta a ricercare l’odore di un altro essere, capace di riaccendere in noi, nel nostro corpo e nella nostra testa quel lampo di vita che abbiamo perso o che non è più così brillante?

Amore è paura. A volte si crede di amare perché fa più paura restare soli davanti a noi stessi e, semplicemente, guardarsi.

Sono giunta a conclusione che Amore, il più delle volte, non è. E’ un affastellamento di tante cose messe insieme, passate alla centrifuga, insaporite con aromi naturali e vendute come vere.

Poche sono le dimensioni di Amore “altro da sé” che riconosco: tra queste, l’amore per i propri figli, per i propri animali (come sostituti di figli che non si hanno), l’amore per i propri genitori, e l’amore per le proprie passioni, di qualunque natura esse siano.

Mi riesce sempre più difficile incontrare e osservare l’Amore tra due adulti, non rileva come la coppia sia costituita, come se la relazione potesse essere composta di un variopinto mix di qualunque cosa, meno che di quello speciale ingrediente che non si può comprare.

Ma, nonostante tutto, spero di sbagliarmi e mi cullo beata nell’illusione di avere capito male, molto male.

Azz….

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. ELOGIO DELLA GIAGUARA. Post per sole donne.

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Un tempo non sarei stata capace di guardare questa foto.

Il volto di una donna avviata alla grande maturità, una donna a cui il tempo ha lasciato pennellate vigorose del suo scorrere.

Un tempo, fino a poco tempo fa, avrei disperatamente cercato una soluzione per nascondere la mia storia. Un tempo avrei sciolto qualche lacrima osservando l’espressione di quella che dentro di me vive sempre come una ragazzina. Ma che non lo è più.

Un tempo, quanto crudele era il tempo.

Oggi lo è molto di meno, come se, con il suo scorrere su tutta me, perdesse forza donandomi la sicurezza di vivere bene la mia pelle, dentro un corpo non più fresco, con mente più feconda e straripante cuore.

Quanto mi sta diventando bello questo nuovo istante in cui mi permetto di ridere di me e di chi mi sta intorno. Di coloro che corrono disperati alla ricerca dell’eterna giovinezza e, come criceti nella ruota, si perdono la gioia del percorso.

Non è sempre una bella giornata, si va su e si va giù. Poi ti arriva in regalo un’immagine che ti ritrae nella tua pienezza, mentre stai facendo quello che più ti piace, rapita nella tua estasi di gioia, e scopri per la prima volta una nuova luce nel tuo sguardo maturo, un’energia densa e vibrante, come il migliore profumo speziato.

Eccola lì la mia maturità che fa bella mostra di sé. E mi emoziono a guardarla, non credevo potesse essere così potente.

Che immensa gioia giaguara.

Pimpra

Un grazie enorme a Rudy Palugan che ha saputo cogliere l’attimo, la foto è opera sua.

DI TANTO IN TANGO. QUANDO LA CRAVATTA E’ UNA CAREZZA GENTILE. TO TIE MARATHON

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Lunedì, luminoso, limpido, leggiadro.

Tutto merito della finestra spazio/temporale del fine settimana. Se poi la arricchisci di una maratona, è ancora più piacevole.

Inutile dire che oggi ogni piccola parte del corpo inneggia alla fatica fisica delle lunghe ore trascorse a far baldoria danzante sui tacchi… e che baldoria…!

Ogni maratona ha, per fortuna, un suo sapore, una firma unica e, questa prima edizione di TO TIE (Torino, tango intensive experience) non è sfuggita alla regola. Le prime volte, come in amore, possono essere particolarmente rischiose, difficili. Gli amanti si desiderano, si piacciono ma non è garantito trovino le giuste affinità. Ma ci sono, per fortuna, quelle che possiamo definire “buona la prima” e ToTIE può fregiarsi del titolo.

Credo che un primo asso nella manica risieda nella città, magnifica, che – a me per lo meno – suggerisce sempre nuove emozioni, regala sorprendenti sguardi (non mi riferisco alle miradas!), e risiede nei torinesi.

A ben vedere non sono neppure sicura di averne conosciuto uno/a “purosangue” (ma che importanza ha?), so solo che tutte le anime che vivono a Torino, con Torino si connettono, vibrano, parlano e si esprimono: anime gentili, accoglienti, sempre educate senza mai essere leziose. A Torino ti senti accolto. Voilà.

Poi, alla sera metti piede nel tempio sacro, una meravigliosa bocciofila che, grazie alla passione di un gruppo di giovani, ha rivisto la luce, in un quartiere di periferia, gonfio di variegata umanità, melting pot assoluto, il quartiere da dove inizia il gran bazar del “Balon”, mercatino delle pulci caro ai torinesi e ai suoi figli adottivi.

La location incanta, rivolge un lato intero al fiume che scorre poco sotto, cantando insieme alla musica che esce dalle grandi vetrate che raccolgono le delicate luci dell’imbrunire.

Non potevano che essere adorabili gli abbracci che ci siamo scambiati, godendo della buena onda creata dalle mani creative dei tj.

Ho degustato vino e cioccolato, e mi è piaciuto assai, ho fatto finta di mangiare sano e mi è piaciuto assai, ho salutato amici vecchi e nuovi e mi è piaciuto assai, ho ballato a sfinimento che è quanto mi piace fare di più.

Allora dico BRAVI a tutto lo staff fatto da tantissimi giovani e meno giovani volonterosi che hanno fatto staffetta nelle lunghe ore di maratona, sempre con una bella parola, sempre con un sorriso aperto.

E a te, triestina scappata dalla bora che ti sei fatta catturare dall’ombra della Mole, dico “Brava Mula!” si sentiva anche il tuo tocco speciale!

Quando si dice che la cravatta accarezza invece di stringere… 😉

Pimpra

foto mia.

DI TANTO IN TANGO. ODOR_TANGO

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Mi pare già di  sentire gli insulti che mi arriveranno dopo questo post, ma sapete che c’è? ME NE FREGO!

Il fatto:

La mia milonga del corazòn, la mia pomeridiana da “coccole”, dove balli senza stress e ti godi la tua perversione settimanale, doppio spritz aperol miscelato da sapienti mani provenienti dall’est europeo (sic est!) e deliziosamente accompagnato da una “scuofana” di patatine fritte di sacchetto.

Idillio tra il leggero obnubilamento dell’alcol, il sensuale abbraccio del mio uomo, e una musica sempre di qualità.

MA CHE VUOI DI PIU’??? che la domenica duri il doppio delle ore che ha… ciò detto…

Sono nel mio “mondo panda” ideale, incontro gli amici, comincio l’interazione sociale con gli habitué, vengo  – finalmente –  invitata che hanno preso coraggio… Tutto perfetto.

QUASI.

Parliamone:

come è possibile accada che un adulto danzante, possa emettere un così forte odore dalle ascelle da rendere praticamente impossibile la danza alla povera dama che, impossibilitata a sopravvivere in apnea per i tre/quattro minuti del brano, deve respirare un olezzo terrificante?

Succede a tutti l’incidente dell'”ascella pezzata”, ci mancherebbe, ma, nell’esatto istante in cui me ne accorgo pongo rimedio!!!

Come si fa? E’ presto detto:

  • mi cambio camicia /maglietta, se non ho la possibilità di sciacquare CON IL SAPONE le ascelle, mi munisco di salviette umidificate, POI spruzzo il deodorante a base alcolica (che, un minimo sindacale, riesce a  trattenere l’olezzo dei batteri)
  • non ho con me il cambio e puzzo: VADO VIA dalla milonga
  • oppure: NON INVITO una povera signora ad odorare ciò che la mia natura maschia e testosteronica ha prodotto tra i peli delle ascelle. DEPILATEVI! (Per noi signore, stessi precetti, ovviamente!)

Ho rischiato di svenire per l’odore!!! E mi staccavo, provando a ballare aperta per non avere il naso dentro la fabbrica chimica e niente, venivo ripresa e strizzata proprio alla fonte dello sgradevolissimo aroma.

Allora, signori e signore, vi prego, un po’ di civiltà.

Stavolta ho tenuto botta evitando il più possibile di respirare, la prossima, al primo accenno di puzza vi lascio lì. E non vorrei, che non mi pare bello, ma, in certi casi, diventa necessario!

Vi siete mai chiesti/e perché taluni tangueros/as quando si recano in milonga portano con sé una grande borsa? Non è un vezzo, ma una necessità. Vi ripongono cambi (specie gli uomini che sudano molto), asciugamanini puliti, fazzoletti e… IL DEODORANTE. Le donne, lo stesso.

Allora, fate i bravi/e: lavatevi, utilizzate solo abiti freschi ed, eventualmente, portate con voi il piano b. L’adolescenza degli ormoni è un lontano ricordo, lasciamo nel passato anche l’olezzo che l’accompagnava… STICAZZI!

😉

Pimpra (oggi particolarmente tignosetta) 😀

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RACCONTI DI BORA

 

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Martedì 17 gennaio, una data che istintivamente mi fa venir voglia di appoggiare le mani dove non è elegante metterle, poi sono una femmina e, comunque, sarebbe pure inutile.

Inverno con due palle così, non di neve, ma quasi.

A Trieste si vola, letteralmente spazzati via dalla Regina incontrastata della città, la Bora nera, quella più cattiva.

Un grado di temperatura, meno 10° quella percepita, ma non è questo il problema. Contro il freddo pungente ci viene incontro la tecnologia, tessuti, piumini, materiali a prova di tutto, ventaccio compreso.

Il problema, per ogni triestino che si rispetti ovvero, per l’80% della popolazione attiva, che è composta da motociclisti o scooteristi, è restare in piedi, non essere brutalmente tirati giù come birilli dalle raffiche scatenate.

Perché non prendete l’autobus? Perché siamo triestini, appunto!

Oggi ho rischiato di brutto. Dimenticandomi di inserire la modalità “guida sicura in caso di bora forte”, procedevo come sempre sulla linea di demarcazione tra le due corsie quando, una raffica annunciatasi con un gran botto (sono quelle, per capirci, che superano di un bel po’ i 100 km all’ora), mi ha investita di lato (tremendo!) portandomi in allegro trionfo sulla parte opposta della carreggiata.

Quando si viene travolti da tale furia le possibilità sono tre: 1. assecondare la raffica, rallentando e facendosi portare dal vento. Soluzione che, di solito, permette di rimanere in sella, ma con il rischio di essere investiti da auto in arrivo. Si deve valutare al volo una serie di costi/benefici. 2. Opporre resistenza. Di solito  si cade e vince Lei. 3.  Pregare e sperare che la raffica sia breve e tutto vada bene.

Riesco a farcela, stavolta mi è andata bene. Il 50% è fatto, manca il ritorno a casa stasera, speriamo bene.

Arrivata a destinazione, mica è finita, devi parcheggiare controvento, altrimenti ti ritrovi il prezioso mezzo, come quelli della foto!

A Trieste, di necessità, siamo tutti un pochino marinai, eccerto, conosciamo ogni sfumatura in cui le raffiche, i nostri “refoli”, si presentano: si guardano i tornelli di foglie a terra che girano vorticosamente, si ascolta quell’istante di silenzio prima dell’arrivo di un colpo di vento più forte, si conosce ogni angolo della città che, più di altri, viene massacrato dalla Bora.

Sua Maestà, voi sapete già che l’amo, è un amore di vento. Non poteva che essere femmina per quanto è stronza e imprevedibile, fredda o calda, a seconda di come le gira, si manifesta come un’attrice che si fa desiderare, per uno, tre, cinque o sette giorni di fila e poi, come niente, sparisce e torna la calma.

Calma sticazzi…

Bottini della spazzatura che corrono come fossero palle, tegole che si staccano dai tetti e piombano in testa, per non parlare dei vasi e di ogni cosa non sia ancorata in modo forte e sicuro.

Ma a noi piace così, non a tutti a onor del vero… a me sì, perché trono bambina, quando mi divertivo a stare controvento cercando di non farmi buttare a terra o quando, in età più adulta, mi divertivo a fare foto sull’amatissimo Molo Audace violentato dalla furia del vento.

Oggi va così, umore spumeggiante come il mare, berretto  calato sugli occhi e via andare… nella poesia ventosa del nord est…

Pimpra

 

DI TANTO IN TANGO. L’ABITO FA IL TANGUERO?

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Abituata come sono a frequentare il mondo del tango da più di due lustri, confesso che oramai non mi accorgo più di come, gli uomini, in termini di abbigliamento, vadano in milonga.

Va di sicuro fatto un distinguo tra coloro che si presentano a una serata singola o a coloro che affrontano un Festival, piuttosto che un Encuentro o una Maratona.

La singola serata di milonga è, forse, quella più facile: i maschietti o si tirano ai massimi (cosa che avviene rarissimamente e solo in contesti molto particolari o su dress code espressamente richiesto) e sfoderano giacche, gilet, camicie, pantaloni di tessuto, oppure, di norma, sono piuttosto rilassati, T-Shirt, camicie, jeans senza star lì tanto a pensarci.

Il Festivaliero, di solito, ha esigenza di affrontare le lezioni per cui porterà nella sua valigia abiti da “allenamento” e forse outfit più ricercati per la serate di milonga, ma lo ripeto: forse.

I frequentatori degli Encuentri, da quanto ho potuto apprezzare, hanno una maggiore sensibilità alla formalità dell’abito, in particolare per le milonghe serali. Ma non è regola, poiché molto dipende dal taglio, più o meno rilassato, dello stesso evento.

Al solito, i maratoneti, sono mondo a parte.

In maratona, tutto è permesso. Considerato il livello di “performance” richiesta ai danzatori, va da sé che, gli uomini in particolare, sceglieranno la via della praticità e del comfort, anche perché, le litrate di sudore che si perdono, costringono i partecipanti a numerosi cambi.

Ci sono danzatori che, a onor del vero, hanno un loro stile e una firma particolarissimi. Dalla stampa sempre molto originale delle camicie, all’utilizzo monocromatico di un colore di elezione, al vezzo di portare l’asciugamano per tamponarsi in un certo modo o il ventaglio posizionato nella tasca di ampi pantaloni. C’è il dandy, sempre curatissimo, la cui raffinatezza esplode visibilissima in un contesto in cui gli altri “competitori” scelgono la via della comodità, e non certo quella dell’eleganza.

Chi gli abiti se li fa fare, chi indossa quello che capita, chi utilizza per più volte successive quello che capita e lì, iniziano i (grossi) fastidi…

Personalmente, quando ballo, non mi soffermo particolarmente ad osservare come è vestito l’uomo. Sono altri i dettagli che colpiscono la mia attenzione: come balla. Però, va detto che, ho imparato a riconoscere a colpo d’occhio quelli potenzialmente bravi, anche dal loro modo di vestire.

Immagino che esista un codice non scritto tra di loro, per cui, è molto probabile che ballino bene se si vestono (o non si vestono) in un certo modo. Ma non vi dirò come, vi lascio il piacere della scoperta…

Tutto questo per rispondere a un’amica, non tanguera, la quale vedendo le numerose foto di tango pubblicate sul mio profilo di FB, notava come le donne risultassero sempre eleganti, belle da vedere, mentre gli uomini, all’opposto, le apparissero piuttosto sciatti…

Probabilmente ha ragione lei, ma, in questo e solo in questo caso, metto il mio senso estetico in cantina, lo chiudo a chiave e faccio finta di non accorgermi della poca raffinatezza, del gusto discutibile, della eventuale sciatteria, perché, quando ballo, quello che cerco e voglio trovare è, semplicemente, un bravo ballerino, possibilmente asciutto e profumato (ovvero: con le ascelle perfettamente inodore!!!).

Olè!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

I (SOLITI) BUONI PROPOSITI

 

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Al 28 dicembre, come una scure da cielo, ti arriva in testa l’idea che DEVI assolutamente organizzare nella tua mente, la lista di buoni propositi per l’anno che verrà.

Come fai in ufficio, rimettendolo a posto, riordinando le carte, liberandoti del superfluo, lo stesso accade per le ragioni della tua vita. Hanno bisogno di essere rimesse a punto, in un ordine consono, positivo e ottimista,  come a caricare una molla che, liberata, ti farà partire a razzo nel nuovo anno.

Ma, sticazzi, ti dici ogni volta che, sai che te non sei buono a tener fede a quanto ti eri ripromesso e, questa lista virtuosa, il più delle volte, rimane solo un desiderio, nulla più…

Ma, la tradizione è tradizione, e va rispettata.

MI RIPROMETTO DI:

  • imparare la Temperanza. Ovvero, concedermi qualche nanosecondo prima di partire in quarta con qualsiasi reazione mi venga in mente di avere, qualsiasi cosa mi salga alla bocca di dire. Insomma: devo provare a “contenermi”. Pare che, la mia indole impulsiva, sia un difetto troppo, troppo grande per l’età che porto.
  • dedicarmi con vigore alle mie passioni. Vabbè per far ciò, basta scegliere, a volte egoisticamente, di ritagliare del tempo per se stessi. Si può fare.
  • concedermi il lusso della sosta, di prendere tempo (che non significa “perdere tempo”)
  • scegliere me, un po’ meno gli altri, specie quelli che non lo meritano.

Poi ci sarebbero chissà quante altre cose, ma la lista diverrebbe troppo lunga e noiosa e poi… cui prodest, visto che, molto probabilmente resteranno solo dei desideri campati in aria, promesse e intenzioni vuote…

Quindi smetto subito e vi auguro, semplicemente, di VIVERE COME PREFERITE.

Alla fine, la scelta più intelligente.

BUON ANNO NUOVO!

Pimpra

QUI ED ORA. (PIPPOLOTTO, VI AVVISO!)

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Quanto sono belle le serate trascorse con una cara amica che non vedi da tempo con la quale resta sempre intatta la confidenza, lo scambio, e un grandissimo affetto.

Nel suo piccolo appartamento, come il nido di un uccellino, delicato e dolce come è lei, pulito, deliziosamente arredato con un’attenzione ai piccoli dettagli che sussurrano la sensibilità vibrante della padrona di casa, mi sono presentata con un frizzantino rosè e Tupperware al seguito….

Le parole sono scivolate fluide, intervallate da argomenti leggeri o seri, così come le donne sono abituate a discorrere.

Lei, come molti di noi, ha visto naufragare un rapporto su cui aveva scommesso “per la vita”, ma così non è stato. Le ossa rotte, l’anima e il cuore feriti, ha ripreso la sua vita tra le mani, con il coraggio e la determinazione che servono ogni volta che si riparte da capo, e si è rimessa nel flusso delle cose.

La dolorosa esperienza, tra i tanti segni che le ha lasciato, ha messo un tarlo nella testa, ovvero: chi si prenderà cura di me quando sarò vecchia? Evidenziando ai massimi sistemi, il dolore esistenziale di questa moderna società.

Mai come ieri sera, ho potuto toccar con mano, la solitudine, il vuoto pneumatico che i single della mia generazione stanno vivendo.

C’è chi brucia la vita, anestetizzandola sulla propria pelle agendo comportamenti e sentimenti di totale edonismo, vuoto però di contenuti, nulla a che vedere con un sano epicureismo consapevole e goduto,  altri, invece, tuffano il loro essere negli abissi del più profondo “mal di vivere”, basato sulla prima, sostanziale, mancanza: l’amore (per se stessi e per gli altri), la solitudine di rapporti che poggino su qualcosa di vero.

Il futuro, a quel punto, diventa un mostro che terrorizza, mancando le strutture caratteriali e definite certezze sul proprio sé e sulla propria essenza. Partono così i pensieri bui, l’idea della vecchiaia come malattia e non come compimento gioioso di un percorso di vita. Si immagina il corpo debilitato, impossibilitato a provvedere a se stesso e quindi, esplode il bisogno dell’altro.

Credo non abbia senso andare così avanti con il pensiero, immaginare e ipotizzare situazioni che non abbiamo nessun reale strumento per essere comprese.

La sola cosa che siamo capaci di conoscere è il QUI ED ORA. Nulla più. Il resto sono solo proiezioni, più o meno belle, di emozioni positive o negative, che vivono dentro di noi.

Allora sai che c’è? Resto connessa a questa dimensione, cerco di vivermela al meglio, con fiducia e gioia di me, di quello he posso portare nel mondo e dal mondo ricevere.

Forse semplificare, alleggerire è la sola via per vivere meglio.

AMEN.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

PROFUMO DI ZUCCHERO CARAMELLATO

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Dicembre ha un fascino particolare, specie per le mie sensibilissime narici. Come in molte altre parti d’Italia, anche Trieste diventa teatro di numerosi mercatini natalizi, quello più triestino di tutti è, senza dubbio, quello dedicato a San Nicolò che si festeggia il 6 dicembre.

Il viale XX Settembre è, da sempre, il luogo deputato ad accogliere le variopinte bancarelle che offrono dai più classici gadget natalizi auna variegata offerta di supercazzole. Trieste, a differenza di altre città italiane, si è sempre distinta, a mio modesto parere, per l’offerta decisamente “ruspante” di merci, molto lontana che so, dalla raffinatezza dei mercatini natalizi dell’Alto Adige, tanto per citarne alcuni.

Qui siamo così, non particolarmente raffinati, ci piacciono le cose semplici, ci piace ingolfarci di porchetta, riempirci la pancia di gommose e morbide che girano tutta l’Italia, messe bene in mostra, senza protezioni, e riempendosi di tutte le possibili polveri sottili presenti in ogni città che si rispetti, così per dire…

Eppure, nonostante non si facciano affari, anche se annunciati a colpi di improbabili “offerte”, per tutte le generazioni di triestini, un passaggio in Viale a vedere le bancarelle, è imprescindibile tappa dei primi di dicembre.

L’odore dolce dello zucchero caramellato che incolla e trattiene noccioline, mandorle dei croccanti che vengono acquistati a barre, pesantissime e vendute a peso d’oro, si mescola a scie odorose di cipolla che serve da farcitura ai paninazzi Romagnoli, serviti con la porchetta.

A noi ci piace, ci piace da matti la combo paninazzo/birretta e ciambella fritta, piuttosto che zucchero filato, o croccante. Siamo e restiamo bambini, ammaliati dai colori sintetici delle baracchine, la nostra curiosità si perpetua di anno in anno a cercare quell’articolo o quella specialità culinaria che, ancora, mancava nel nostro palmaresse di assaggi/acquisti. Ma ogni anno lo spettacolo è uguale e noi facciamo finta di stupirci come la prima volta.

La mia testa adulta è da tanto, tanto tempo che ha realizzato la fregatura di questo ambaradan prenatalizio e non mi viene in mente di razzolare al freddo per le bancarelle cercando introvabili rarità, ma, il mio naso, lui sì, è sempre molto sensibile al richiamo profumato e stonato delle bancarelle.

Ogni anno che passa, mi riporta ai miei anni verdi quando, monete alla mano, riempivo il mio sacchetto di colorate gommose e morbide, di lunghissime striscie di liquirizia e, felice, mi aggiravo nello stretto corridoio di passaggio tra un venditore e l’altro, facendomi largo a suon di spinte, perchè io dovevo vedere, scoprire, emozionarmi davanti a tutto quello che mi sembrava un bendiddio!

Pimpra

IMAGE CREDIT: Luca Marsi

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