DI TANTO IN TANGO. TETTE E TANGO

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A me le cose succedono così, praticamente per caso. Ho postato una divertente (nelle mie intenzioni) foto sulla mia bacheca di FB e, senza immaginarlo, bummmm, come un elefante nel negozio di cristalli, ho urtato la sensibilità femminile.

L’argomento del contendere era una frase scema “Non chiedetemi l’amicizia, non ho le tette”, postata poiché il mio profilo FB sta ricevendo un sacco di richieste da uomini assolutamente improbabili, dai luoghi più disparati del pianeta, senza ragione alcuna.

Di qui, la mia foto di copertina, atta a dissuadere i potenziali non amici alla ricerca di chissà cosa…

Un’amica, però, non si è trovata d’accordo su questa mia scelta, ritenendola in qualche modo “razzista” nei confronti del corpo stesso delle donne. Oltre a ciò, proiettandola nel nostro comune mondo del tango, atta a rinforzare certi discriminatori comportamenti messi in atto da taluni danzatori.

Pur rimanendo fedele alla mia vis comica, non posso rimanere insensibile a quanto riferito dall’amica.

La mia lettura è questa.

Le motivazioni che spingono la coppia ad incontrasi in pista, sono e saranno sempre, le più disparate. Un’alchimia sottile fa scattare in entrambi quella intenzione di cingersi e di colorare una tanda con le emozioni nate dal cuore e riassunte nei corpi danzanti.

Questo è quanto accade in persone che cercano una dimensione intimista, artistica, di scambio, nell’abbraccio tanguero.

Poi c’è il resto del mondo.

Ci sono quelli/e che vanno in milonga per tantissime ragioni, tra le quali c’è, anche, quella di ballare.

Non mi sento di giudicare, né di giudicare male chi si vive la milonga in modo diverso dal mio.

Va da sé che, sia per ballare che per “cercare altro”, si inneschi una implicita competizione tra gli attori coinvolti. Questa gioiosa battaglia si combatte con più armi: chi con la sua capacità e talento danzante, chi con le emozioni che sa trasmettere, chi mettendo in mostra le piume, chi seducendo verbalmente ecc ecc: la varia umanità.

Nel gruppo, ovviamente, ci sono “gli sfigati“. Definisco la categoria: sono gli/le invidiosi/e. Coloro che guardano sempre fuori da loro stessi ma non lo fanno per cercare bellezza, ma per evidenziare gli aspetti negativi (o così loro li percepiscono) del mondo e di chi lo popola.

Questi sfigati sono infestanti perché, su Anime gentili, posano i loro artigli cattivi e inoculano il tremendo veleno: fanno partire brutti gossip, demoliscono le persone, criticano tutto/i/e e, purtroppo, molto molto spesso riescono a distruggere l’amore verso se stessi delle loro vittime.

Ovviamente le donne sono il bersaglio per eccellenza di questi sfigati che si accaniscono a demolirle a più non posso.

Allora sapete quale è il mio antidoto? un bel ME NE FOTTO!

Sono come sono, ballo come ballo, non ho (abbastanza) tette per essere tra le ballerine più gettonate (?) , ma sto bene così e non cambierei, di me, una sola virgola… [bugia!!! vorrei essere una tanguera migliore!!!]

E adesso, sfigati, potete scatenarvi!

STICAZZI, OLE’!

🙂

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. RICOMINCIO DAL… CONTATTO

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Un fine settimana non è degno di tale nome se non è condito da una milonga. Ho bisogno di fare rifornimento di abbracci, di ricaricare le pile di buona musica, di sentire il mio corpo voluttuoso e vibrante sulle note, ho bisogno di ballare.

Per una serie di motivi mi riesce sempre meno spesso di farlo alla sera, quindi mi “accontento” di una pomeridiana.

Ho conosciuto il “Contatto” parecchi anni addietro e, mi ci sono sempre trovata bene. All’inizio mi sembrava un luogo strano, perché erano i tempi in cui amavo ballare i Gotan, Bajofondo e tutto quel genere di tango moderno che, tra le pareti della più vecchia milonga tradizionale del Nord Est, non era contemplato. Ammiravo i tangueros ballare stretti stretti, mentre allora il mio abbraccio era elastico e aperto. Eppure li ammiravo, trovavo una poesia sottile dentro i loro passi piccoli, gli adornos delle ballerine che, sebbene un pochino statiche per i miei gusti espressivi, rappresentavano di certo un mio ideale di femminilità consapevole e sicura.

Il tempo passa, il tango evolve e io stessa muto come ballerina.

L’abbraccio si fa vicino, la dinamica resta sempre vivace, ma cambia il modo in cui esce, la sua forma esterna.

Torno al Contatto dopo molto, molto tempo, e neppure nella serata clou della settimana, ma durante la pomeridiana domenicale.

La prima impressione è quella di entrare a casa di qualcuno perché si viene accolti. I milongueros sono grandicelli, e va bene così, la ronda è una vera ronda, come dio comanda in terra e, anche i principianti presenti, si adeguano con rispetto.

Percepisci l’amore che si deve al Tango e alle persone che lo amano, dai padroni di casa  a tutti gli ospiti presenti. Il tepore emotivo della sala è ulteriormente riscaldato dall’ottima scelta musicale che i TJ invitati propongono.

Allora la mia fame, la mia sete di ballo trovano una dimensione intimista e profonda, resa tale anche dagli sguardi delicati che i presenti rivolgono alla pista.

Al Contatto ritrovo la mia anima danzante, ritrovo il tocco delicato e forte del mio compagno, ritrovo quella ebbrezza speciale che mi regala la musica.

Allora, sai che c’è? Ricomincio da qui.

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. INCONTRI CHE TI CAMBIANO LA PROSPETTIVA. E, FINALMENTE, IMPARI.

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La notizia ti giunge all’orecchio per caso, una sera mentre stati rientrando a casa dal lavoro e incontri una coppia di amici sul tuo percorso che ti fanno la domanda “Ma tu ci vai?”, “Vado dove?” , “Allo stage di tecnica femminile con 4 prodigiose ballerine che insegnano tutte insieme!”.

Confesso, in tanti anni di studio, non l’avevo mai sentita, 4 insegnanti tutte in una lezione sola. Mi incuriosisco e mi iscrivo, anche perché, dove c’è lezione di tecnica femminile, una ballerina come si deve, ha il dovere morale di partecipare. Punto.

Tre lezioni, letteralmente rubate al tempo, agli impegni, ai doveri. Quattro ore e mezza tutte per me, da godermi in assoluta intimità. Mie e basta.

UNA FOLGORAZIONE!

Senza entrare nel merito della bravura delle insegnanti, del modo piacevole, empatico, divertente, saggio e delicato di insegnare, la folgorazione più assoluta l’ho avuta, semplicemente osservandole.

Guardavo le donne che erano, prima delle incredibili professioniste, tanguere spinte, modello Porsche.

Quattro fisicità assolutamente diverse, quattro corpi che uscivano dal rigore della “danzatrice” tutta ossa o poche curve, alcune con grandi curve, altre con forme più eteree e meno marcate ma, su tutte, emanava, usciva, si espandeva, emergeva rigogliosa una FEMMINILITA’ dirompente!!!!

Sono rimasta folgorata, di quanto una donna consapevole di sé, della sua sostanza (qualunque essa sia, e in qualunque modo si presenti al mondo), della sua unicità, con l’amore verso se stessa, possa essere capace di mettere in atto un vero miracolo di fascino!

Fossi stato un uomo mi sarei catapultato sull’onda di un corteggiamento perché, in giro (almeno in questa lontana parte del Bel Paese), di femminilità vera, di quella che tracima e sa di buono, ce n’è veramente rimasta poca!

Ed ecco che tra un pivot e un boleo, lavorando sul corpo, ho capito di quanto lo uso ma non sono capace (ancora) di valorizzarlo, di farlo parlare come lui (la mia Lei interiore, a dirla tutta!) vorrebbe e potrebbe parlare.

Una bella sensazione che ho provato e che mi ha molto colpita è che, al loro cospetto, dinnanzi alla categoria nella quale ho scelto di vivere questa vita, la donna, la mia donna ancora in “caduta” si emozionasse, come a dirmi “Ehi, ci sono anche io, anche tu hai tutto questo dentro di te!”.

Ho portato a casa, oltre agli insegnamenti tecnici assolutamente necessari, la voglia di mettermi in gioco per completare il cerchio della mia me donna che, con tanta fatica, sto cercando di fare uscire.

Allora, sapete che vi dico? IL TANGO LIBERA TUTTE!

E qui un bel “STICAZZI” ci sta!

Pimpra

PS Tango Deluxe, un progetto di Noelia Barsi, Josefina Bermudez Avila, Maria Ines Bogado e Roxana Suarez.

 

 

 

 

 

 

FAMOLO STRANO

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Leggevo un bel testo di Zygmunt Bauman a proposito di amore liquido .

Uno dei concetti chiave che ho particolarmente apprezzato è questo:

“La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale. In una relazione, puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia”.

Osservo il mondo che mi circonda, specie quello rappresentato dai miei coetanei, persone più che adulte, con un background esistenziale pregno, carichi di esperienze, di successi e di cadute, di vita vissuta.

Molto spesso alla boa dei 50 anni (ma anche prima e dopo ovviamente), ci si ritrova punto e a capo. Quelle che erano relazioni importanti, durature o, almeno, sulle quali si era investito molto, concludono il loro ciclo e, più o meno improvvisamente, ci si ritrova con il cerino (spento) in mano.

Sono brutti momenti, specie se, nel corso della vita, questi adulti, sono rimasti sempre nel “bisogno” dell’altro e ben poco hanno lavorato sul loro sé, per diventare autonomi cittadini del mondo.

Chiaro che la tegola che arriva al crescere dell’età anagrafica fa più male, perché, man mano che si invecchia, è difficile restare elastici, preparati e pronti ai cambiamenti e, soprattutto accettarli con interesse, almeno.

Vedo cose. Donne, è il mio pubblico d’osservazione preferito perché mi ci metto pure io, che, trovandosi a fiutare l’aria di questo globo popolato, non sanno, il più delle volte, distinguere tra “relazione” e “conoscenza”, tra “intimità” e “progettualità”, tra “l’amico di mutanda” e il compagno con il quale immaginare una relazione.

Sembra una cosa da nulla, ma, in realtà rende molto complicata la gestione della relazione, a qualunque livello si trovi.

Da vecchia giaguara mi piace pensare che mantenersi “elastici” e aperti alle infinite possibilità di relazione, ci renda liberi e felici. Non vorrei mai essere un’ancora legata al piede del povero malcapitato che mi si avvicina, dapprima annusandomi, così, per capire se gli piace il mio odore, se potremmo divertirci insieme, se mai – chi lo sa – in un futuro ci piacerebbe condividere tempo, spazio, idee e progetti.

Mi sento in pace perché, dopo anni di lavoro su di me, e grazie agli uomini che ho incontrato, amato, lasciato, ho appreso la lezione più importante: io non ho bisogno. Di loro, della relazione, di un supporto, di una stampella.

Sto in piedi da sola, e ci sto bene. A volte cado, mi faccio pure male, ma mi rialzo.

Mi piace avere un compagno, perché la vita si colora di nuove sfumature, anche se – diciamocelo – non sempre piacevoli. Eppure, nella gioia (si spera!) che questi mi regala con il suo essere al mio fianco, non è un’essenza imprescindibile senza la quale non so respirare.

Quindi, tornando al punto, per stare bene insieme, lavoriamo sulle NOSTRE ansie, sui nostri “buchi esistenziali” perché, ricordiamoci, la responsabilità fa capo a noi.

E poi, finalmente, famolo strano!

STICAZZI.

ps ma che mi è preso oggi? Pippolotto più che mai… 😀

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. SEDUZIONE. PER POCHI E NON PER TUTTI. TANGO E DINTORNI.

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Credo di essermi più volte espressa su come, diventare una donna “adulta” (leggi “diversamente ggiovane”), richieda una forza d’animo, una sana determinazione e una buona dose di coraggio.

Invecchiare non è bello per nessuno, per una donna può essere davvero una tragedia.

Ma non è questo il punto.

La seduzione che una femmina può esprimere, sale, a mio modesto parere, con il crescere degli anni.

Quando si è pulzelle sgrillettate si ha la bellezza della gioventù, e, salvo rarissime eccezioni, la luce che traspare, la voglia di vivere, fanno il resto. Non serve impegnarsi più di tanto. Poi, anche nella verde età, ci sono le giaguarine ante litteram che, ben consapevoli del loro fascino, lo esercitano a dovere.

Si matura, ed ecco che arrivano le sfumature e i colori più interessanti, l’unicità di uno sguardo, il tono della voce, la cura di dettagli che quella donna in particolare e solo quella, esprime di sé. Il fascino, allo stato puro.

Di norma, questa crescente consapevolezza, permette di giocare con la seduzione e di farlo anche in modo marcato, evidente, senza alibi o paure.

Mi pare un’espressione di grande libertà e compiaciuta realizzazione quella di poter esprimere la Giaguara senza sentirsi in colpa … ma… a questo punto, di norma, arriva la mannaia sociale delle “altre” donne, di quelle che, così libere e realizzate, non si sentono affatto. E giù critiche a non finire, additamenti alla “zoccola” di turno, a quella senza classe, a quella che vuole fare attizzare il viril ormone.

Sì, e allora? Che male c’è?

Se mi va e mi sento a mio agio con il mio corpo, a voialtri moralisti che vi frega? Se un uomo viene preso nelle maglie delle mie malie seduttive e mi regala una o più strepitose notti d’amore, a voi, che vi frega?

GIUDIZI, GIUDIZI, GIUDIZI tremendi su queste disgraziate che hanno piacere di se stesse e ci giocano pure.

Sono donna pure io, e pure non di primissimo pelo, e certo, mi sento minacciata, è ovvio, ma non credo di voler prendere un bazooka per annientare tutte queste signorine e signore che si dilettano ad andare a caccia.

Da parte mia, cercherò di sedurre ogni giorno chi mi sta a cuore, di non perdermi dentro la monotonia della quotidianità, di ricordare che, il “principe del mio letto e/o del mio cuore” potrei incontrarlo anche al supermercato e che, se voglio giocarmi al meglio la cartuccia, forse proverò a ricordare che sono una Donna e non uno scaricatore di porto (mi scusi la categoria!) e ad agire di conseguenza.

Capisco, da quanto ho letto di recente in un grandioso (numericamente parlando) gruppo di fb a tema tango che la donna (tanguera) sicura e seduttiva, quanto meno, incute paura e una vagonata di invidia, tra le altre donne, che, sotto l’egida del “gusto raffinato” si scagliano violente contro coloro che sono diverse e si sentono libere e SI DIVERTONO UN MONDO!

In tv, al cinema e in ogni dove, le attrici, le starlette, le donne di spettacolo in genere sono sexy in maniera esagerata e nessuno si lamenta, ma se una donna vera si permette altrettanto, giù parole da orbi.

Allora, sapete che c’è? Alla faccia dell’ipocrisia, del moralismo e del finto perbenismo!

Io sto dalla parte delle Giaguare, anche se non sono una bomba sexy come loro e non mi presento come tale al mondo ma, ad ogni buon conto,  il convento non fa per me!

STICAZZI! OLE’!

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. FRIVOLEZZE TANGUERE

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Il tema di oggi è: come diventare una ballerina di tango migliore. E una donna più “donna”.

Niente di nuovo sotto il sole, lo so bene, però non posso non portare la mia testimonianza. Quindi, siccome qui sono a casa mia, vi tocca sorbirvi il pippolotto del lunedì! 😀

Torno da un fine settimana a tutto tango, come piace a me, ma stoggiro condito da tanto studio. Oltre una milonga serale da “yabbadabbaduuuuu” ho frequentato lezioni sia sabato che domenica: UNO SBALLO!

Tornando al punto, ecco la mia ricetta per migliorare le nostre qualità di danzatrici e, conseguentemente, di donne.

PREMESSA:

Per essere una ballerina decente/decorosa/brava si DEVE studiare. SEMPRE.

Questo è il principio primo, la tavola della legge.

Non si è MAI arrivati, come danzatori, nè a livello amatoriale, nè a livello professionale. Si deve continuare nella propria ricerca, quindi nello studio.

I movimenti vanno ripuliti, perfezionati, migliorati, sublimati per raccontare con il corpo il nostro modo unico di sentire e di ballare, trasmettendo così, al nostro partner, sensazioni, colori, emozioni che la tanda è capace di provocarci.

Lo studio e la pratica ci aiutano ad esprimerci, raccondando, nella danza, chi siamo. Veramente.

MA NON BASTA.

E qui viene il bello.

L’io danzante deve essere “vestito”. L’abito è l’elemento coreografico della rappresentazione.

Vi sarete sicuramente accorti che osservare una donna ballare in jeans offre una sensazione diversa quando la stessa ballerina indossi un abito formale, o semplicemente sexy, svolazzante o stretto. Il corpo viene accompagnato nel movimento, in modo diverso, assume linee e riflette uno stato d’animo diversi.

Provare per credere, specie se siete donne. Per l’uomo lo spettro di possibilità è un po’ più ristretto.

Fino a qualche anno fa, in pista, si vedevano in prevalenza abiti fluidi, scivolati, certo molto scollati ma che avevano lo speciale compito di rendere il movimento “aereo”, sottile, leggiadro e soave. Scollature a parte, il corpo non veniva sottolineato, ma suggerito da spacchi e svolazzi.

In pista, di questi tempi, si nota un grande cambiamento: la fisicità del corpo è manifesta. Gli abiti si sono fatti guaine aderenti, ben segnate su tutti i punti della femminilità, in mostra, in bella evidenza a dire “eccomi”.

A quelle di voi che non avessero ancora affrontato l’esperienza, suggerisco di provare: un abito succinto, vi regalerà un tango più raccolto, più sensuale, più femminile, dove le linee della gamba, del gluteo della schiena creeranno un quadro armonioso. O così, almeno, dovrebbe essere.

Abiti dai richiami anni 50′ non perdonano errori. Gambe aperte, piedi portati male, difetti di postura e di abbraccio. Regalano, di contro, molta “self confidence” con il proprio corpo, con la gioia di essere una femmina, ma femmina al 100%.

Sono rimasta colpita dalla democrazia che regala un abito stretto: sta bene praticamente a tutte. Non serve essere in forma smagliante, magre e asciutte, anzi, al contrario, un tubino aderente, va in esaltazione, se è ben farcito.

Con la mia amica mi sono concessa un gozzoviglio in quel di Riccione, all’atelier di una cara amica, ballerina pure lei e straordinaria stilista. Ho scoperto cose che non potevo immaginare e… i risultati sono arrivati da soli…

Allora, donne, osate! Poi, passate per di qua a raccontarmi se quel che dico è vero perchè… “anche l’abito fa la tanguera”!

BUON BALLO A TUTTI!

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. #PTM: UNA MARATONA DA RED CARPET

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Andar per maratone riserva sempre delle sorprese.

Innanzitutto è necessario tenere a bada le aspettative: ballerò, non ballerò, che livello ci sarà in pista,mi piacerà il posto, la musica, la gente, avrò di che nutrirmi a sufficienza senza cadere stecchito per crisi ipoglicemica nel bel mezzo di una tanda di D’Arienzo…

Sono pensieri che ogni tanguero militante che si rispetti, si pone prima di varcare la soglia del luogo che lo accoglierà, ospiterà, cullerà, vezzeggerà per l’intero fine settimana.

E i tangueri sono una brutta razza, i maratoneti: pessima. Esigenti, viaggiatori, presuntuosi, una casta tutta particolare. Non sono odiosi, per carità, ma soddisfarli non è cosa da poco…

Maratona a Milano. Aspettative al top.

Perchè “Milan l’è sempre Milan”, e quindi ti senti autorizzato ad essere un maratoneta ancora più spocchioso del solito, perchè, dentro di te, percepisci la sfida: sapranno stupirmi questi Lumbard tutti di un pezzo?

MA-CHE-VE-LO-DICO-A-FARE!!!!

L’impatto è da choc: metti i piedini direttamente sul red carpet (non sto scherzando!) che ti proietta dritto in sala.

Location assolutamente strepitosa, ricavata dalla riqualificazione di un insediamento industriale.

Dal pavimento, agli spazi interni, alla pista di legno, alle luci, tutto, assolutamente perfetto.

1 a 0 per Milano.

Parliamo dell’accoglienza del gruppo che ha organizzato la kermesse: una favola. Dal bigliettino pescato in fase di registrazione come fosse un oracolo da biscotto cinese, contenente una sola parola evocativa e di buon augurio che accompagnasse l’ospite per la durata della manifestazione.

La birra personalizzata. Perchè “co/ce/vò/ce/vò”.

Un buffet che era un godimento solo a guardarlo.

2 a zero per Milano.

In pista: tj top di gamma. E poteva non essere così?

3 a zero per Milano.

Tanta di quella (ggiovane) figa danzante che mai si è vista dalle nostre parti.

5 a zero per Milano (questa vale doppio)

Un “genius loci” incredibile. E penso che della città vera e dei suoi abitanti/abitudini non ho visto nulla, sono sempre rimasta nel perimetro della maratona.

6 a zero per Milano.

MORALE DELLA FAVOLA:

Hanno vinto loro, il dream team degli organizzatori del Pensalobien (mai nome fu più opportuno): Alessandro, Maria Elena, Silvia, Marianna e tutti gli altri!

Perchè “Milàn l’è sempre Milàn”!

G R A Z I E !!!

Pimpra

 

 

 

PAROLANDO IN ALLEGRIA

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“La dalia è un fiore estremamente petaloso

Dentro a testa bassa nelle tendenze del momento #petaloso, neologismo uscito dalla penna e dalla sensibilità di bimbo Matteo e della sua fantastica maestra, Margherita Aurora (il cui nome è già tutto un programma).

Detto fatto, inviato il lemma all’Accademia della Crusca, si è vista rispondere che, se la parola si diffonde, prende piede, i parlanti la utilizzano, entrerà a tutto diritto nel vocabolario della lingua italiana. Leggete qui, e qui e qui  e molto altro in rete.

Una eco mediatica, degna dei tempi, con un nutrito seguito di persone coinvolte nel suo lancio e diffusione e, altrettante, inorridite dal medesimo fatto.

Mi chiedo: perchè mai ci si stupisce negativamente della risposta dell’Accademia della Crusca a un lemma decisamente di matrice italiana e non si storce il naso su tutti i beceri neologismi derivati, che so, dal marketing, dalla lingua dell’informatica, ecc ecc. [“linkami”, “postami”, “taggami” bla bla bla]

PETALOSO è un aggettivo tenue, delicato, evoca prati, i colori sgargianti della natura, la caducità dello stesso petalo, la sua capacità di essere profumato, vellutato, grande o piccolo.

Mi piace ricordare che le lingue si definiscono “vive” proprio perchè subiscono le influenze dei tempi, dei popoli che le parlano, dei momenti storici. Le lingue sono cartina tornasole del mondo, nel suo vissuto più autentico.

Se cambiare non ci piace, dovremmo esprimerci in latino, noi italiani, ad esempio. E, anche in quel caso, scegliere un  determinato periodo storico poichè, la stessa lingua dei nostri avi, subì, come ovvio, contaminazioni di ogni sorta, in ogni epoca.

PETALOSO mi piace un sacco, lo dico! Mi piace il gioco mentale che evoca, mi regala allegria.

E, se pure accetto che con l’imperare della nostra dimensione virtruale e social siamo tutti diventati un po’ percore, correndo dietro ai “trend” del momento, beh, sapete che c’è?, almeno facciamo la gioia di un innocente bambino!

CHE SIA UNA PETALOSA E BRILLANTE GIORNATA DI QUASI PRIMAVERA PER TUTTI!

Pimpra

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A ME MI PIACE

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Il periodo è quello giusto, sotto le feste ci si può permettere di concedersi il lusso di desiderare e, perchè no, anche di chiedere.

La mia letterina a Babbo Natale, prevede, più che oggetti materiali , dei bei “LIKE” con cui apostrofare la mia vita.

ALMENO 10 “A ME MI PIACE”:

  1. svegliarmi al mattino al dolce miagolio della mia gatta che mi saluta dicendomi buongiorno. Anche se so che  non gliene frega niente di salutarmi e mi sveglia solo per  la sua dose di croccantini. Ma facciamo  finta…
  2. avere cose da fare. Che significa godere di stimoli, abbuffate di adrenalina, mettere in moto il cervello per trovare soluzioni e risolvere problemi. Mi piace sentirmi viva, vegeta e vibrante. Non sopporto la noia, il piattume, il logorio della frustrazione.
  3. esprimere creatività. Che sia su una pista da ballo, in cucina a far dolcetti, sulle pagine del mio diario. Ho bisogno di questo respiro colorato dell’anima sennò mi intristisco e divento grigia e fastidiosa.
  4. dare una forma alla mia vita. Questo è il desiderio più grande e difficile per me. Mettere mano alla mia vita, cercando di darle una forma che mi soddisfi.
  5. sognare. Per non dimenticare la bambina che porto dentro.
  6. continuare a trovare cose belle nelle piccole cose della vita. Solo così riesco ad essere felice.
  7. viaggiare.
  8. ballare, ballare, ballare. Anche se è un periodo di forzato stop, cuore, anima e piedi restano nell’amore assoluto. Tango per sempre.
  9. stare in armoniosa serenità con me stessa. Che, per una donna, equivale a vincere all’enalotto…
  10. amare. Tanto, profondamente, perdutamente, passionalmente. Dimenitcavo, in modo corrisposto! 😀

A conclusione del pippolotto festivo e per prenderla sempre con ironia che aggiungere di più… PECCATO CHE BABBO NATALE NON ESISTE!

😀

[un piccolo Sticazzi e via andare!]

Pimpra

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LA MIA FAVOLA MODERNA. PARTE 3° (e non è finita)

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Ieri sera mi ha telefonato, una voce squillante e sicura che poco aveva a che fare con l’uomo timido reincontrato qualche mese addietro.

“Buonasera Michaela! Sono XXXX. Mi ha fatto tanto piacere incontrarti e mi scuso davvero per il mio modo brusco, da istrice, in famiglia mi chiamano così”.

“Non ti preoccupare, ricordavo bene come eri orso all’epoca e, con il tempo, non potevi che peggiorare!”

Ridiamo.

Parte immediato l’invito per il giorno seguente, un caffè alla tale ora in tal altro luogo. Non faccio nemmeno a tempo di dirgli che dovrò prendere un permesso che scatta immediato l’invito a cena.

Mitigo il suo desiderio incontenibile di incontrarmi, ripristinando l’incontro per il caffè.

Ci salutiamo.

Non so cosa aspettarmi da questo incontro al buio. La memoria si ricollega al passato, ripensa al bel tempo dell’Università, a come era piacevole la mia vita di allora, anche se difficile e confusa e, a volte, triste.

Arrivo puntualissima, anche se la mia donna avrebbe preferito presentarsi con qualche minuto di ritardo. Lui non c’è. Mi viene da ridere “Si vendicherà del primo appuntamento “bucato”  “, penso tra me e me.

Dopo un piccolo istante lo vedo, è già all’interno del bar, deve esserci sgattaiolato mentre io guardavo il cellulare per distogliere l’attenzione della gente. Non mi piace essere osservata mentre aspetto qualcuno.

E’ molto più vecchio della polaroid mentale che gli avevo fatto un mese addietro. E’ vestito elegantemente, con una camicia di crepon di seta ocra pallido, cravatta vintage in perfetto cromatismo su pantaloni di velluto a costa larga, marrone scuro. Al braccio tiene un montone grigio lungo e in mano il Manifesto.

Mi saluta, baciandomi per finta le gote, perchè il contatto cade sulle reciproche tempie. “Che modo curioso”, penso “non poteva che essere così”.

Prendiamo posto in un tavolino, dove lui cede a me il posto migliore, quello che guarda fuori dalla finestra, la vita degli altri, dei passanti quasi sempre affannati da vite trascorse a correre dietro a qualcosa che non si conosce.

Capisco che lui non vuole vedere tutta quella gente, preferisce voltare le spalle a loro, alla società che gli scivola dietro.

Abbiamo passato insieme un’ora di orologio. Sessanta minuti riempiti in ogni secondo. Di filosofia, di arte, di pensiero, di cultura.

Ho ritrovato quell’uomo tanto straordinario quanto assolutamente fuori da qualsiasi schema si possa pensare cercando di inquadrare un essere umano.

Egli è un uomo libero. Forse il solo che io abbia mai avuto il piacere di conoscere. Un visionario, un pensatore, una mente brillante, nonostante ci separino ben 30 anni di vita, di storia,  di respiri.

Ci rivedremo, è certo. Per dare ordine e forma a tutto quello che abbiamo voglia di raccontarci, di condividere e di pensare insieme.

Lo troverò scrivendogli un biglietto.

Lui mi chiamerà al cellulare di cui, orgogliosamente, mi ha recitato tutte le cifre che lo compongono.

Un uomo raro e difficile, come certe gemme di diamante.

(TO BE CONTINUED)

Pimpra

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