LA MIA TORINO

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Un bel cielo azzurro, a volte venato di nuvole sottili, l’aria ancora tersa e, decisamente fresca per la stagione.

Trieste mi riprende così, tra le sue mani ruvide, accarezzandomi  il volto, regalandomi un sole tiepido e allegro, come la città.

Riascolto le vocali sgraziate di questo dialetto del Nord Est ripensando a quanto  fossero melodiose le aperture dialettali torinesi.

Ma casa è sempre casa e il mare e il vento sono insostituibili.

Torino però è entrata, con la forza di chi sa che l’eleganza non chiede, non si fa notare, non eccede, non schiamazza. Torino è.

Un weekend lavorativo, per me, alla fiera più fiera che c’è, il salone del Libro, dove è sempre un gran piacere tornare.

Dalla mia postazione privilegiata all’interno dello stand, ho potuto, una volta ancora, riascoltare ed entrare in contatto con i torinesi che, lo dico, apprezzo ogni volta di più.

Saranno i modi, la discrezione che hanno nel chiedere le cose, il rispetto per il lavoro degli altri e dell’altrui tempo che li rende un pubblico (per me) tra quelli che preferisco.

La città vibra. E lo fa in modo potente. Se per un solo attimo si ha la voglia di “connettersi” con lei, arrivano subito messaggi, incontri, sensazioni. E, anche questa volta, è stato così.

Torino sembra bugiarda perchè, all’apparire tanto perfetta, lascia immaginare che il losco sia “dietro”, nelle sue zone d’ombra. Sarà, ma dipende sempre dallo sguardo che vi si posa, io ho percepito luce, energia. Entrambi molto forti, ma non negativi.

Nel poco tempo libero che mi sono ritagliata, ho preso il piacere di camminare con lo sguardo acceso, a cogliere gli spunti, a percepire le sfumature.

La seduzione nasce da lì, la stessa che sa regalare una donna matura. Uno sguardo penetrante, sensazioni solo suggerite, mai espresse in modo diretto, una sfida non detta a scoprirsi e a scoprire per entrare, a piccoli passi, nell’essenza più profonda.

Torino è questa. L’Amore che può arrivare dopo la passione.

Pimpra

BATTITI

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Scansioni temporali sicure e lente modellano i singoli  momenti della mia giornata.

Il caffè delle 9.30, il pranzo alla stessa ora da oramai più di dieci anni, la boccata d’aria ad ossigenare il cuore e la mente.

Scivolo dalla gabbietta e m’infilo in un altro impegno, in un altro rito della mia giornata.

Momenti scanditi, come il rintocco delle ore, come il respiro di una pausa tra due note.

Capita che la vita sia cucita addosso come un abito, non sempre della misura giusta o del colore preferito. Ma a tutto ci si abitua, magari anche a ciò che non va.

Ticchettio.

Soste e riprese.

Battiti di ciglia a guardare il cielo, non sempre stellato, ma sempre su di me.

E niente, oggi va così…

Pimpra

Foto mia.

 

IT’S TIME TO GO

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Primavera sfavilla nell’aria e non si può far finta di nulla.

Sento il suo canto in ogni istante della giornata. Al mattino quando, ancora assonnata, delizio di colore e poesia i miei occhi, semplicemente posandoli sulle orchidee che popolano il davanzale della cucina.

Esco in terrazza e, tra le particelle di smog, fanno capolino i nettari dolci dei pollini, il canto melodioso degli uccellini, il fruscio sottile delle giovani foglie mosse dalla brezza.

Mi connetto alla Natura e già mi pare di avere un senso. Sono qui per provare a godermela con ogni cellula a mia disposizione.

Le gattonzole ogni giorno che passa sono più vivaci, hanno voglia di uscire, di muoversi, odorano l’aria, ascoltano i canti sconosciuti dei volatili che popolano gli alberi di fronte a casa mia.

Siamo pronte, le gatte ed io, a vivercela tutta questa meravigliosa primavera.

Cosa resta da fare, se non concedersi il lusso della pausa, la carezza che ci regala la sosta preparando il camper pronte ad andar via…?

Viaggiare in camper è come andare a vela, ma molto più comodo, per certi aspetti. Non si dipende dal clima, se non altro. Per il resto è molto simile: si “arma” il camper, ovvero lo si predispone e allestisce alla partenza, compiendo i gesti che servono per accertarsi che sia  tecnicamente e meccanicamente a posto, si fa la spesa, si prendeono le gattonzole, scelta la meta si accende il motore e si va!

Che posso dire se non che adoro la sensazione che mi regala il fatto di partire.

E’ come una scossa di adrenalina che sale e riempie di energia il corpo, illuminando la mente. C’è brivido, una quota di paura da gestire, una mostruosa curiosità che sale, tutti gli ingredienti che servono per sentirsi vivi e vibranti.

Quest’anno torno alle origini, ho voglia e bisogno di mare, di sole, di sciabordio di onde nella risacca, di tramonti salmastri e solitari godendomi una coppa di Cesarini Sforza e poi…

Sarà quel che sarà…

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

RINASCITA

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A primavera mi succede sempre, sarà il risveglio dal tepore dell’inverno, la ripresa frenetica delle attività, il sangue che scorre più veloce nelle vene, la voglia inarrestabile di respirare più profondamente, il desiderio di vivere circondata di colori, di emozionarmi davanti alla luce nascente del giorno e di farlo nuovamente al tramonto, quando il rosso infuocato sfuma nei toni freddi della notte.

Ho voglia di vivere. Di vivere con la V maiuscola.

Non so nemmeno io il perchè ma, di sovente, mi ritrovo dentro le vite degli altri. Mi accade di adattarmi a ritmi, a suoni e colori che non sono i miei. E “tiro a campà”, senza infamia e senza lodo, perdendo di vista tutto ciò che è realmente nelle mie corde.

Diciamocelo, mano a mano che si invecchia, ops! “matura”, i gusti, le idee, le consapevolezze si fanno più radicati e radicali e quindi un bel “sticazzi” a piegarsi, adattarsi, “farsela piacere” se poi, in verità, non piace affatto…

E di tutto questo son ben consapevole eppure, ogni inverno ci ricasco. E mi accontento e non godo e ingrasso pure assai.

Ma è cosa di donne, questo prendere la forma dell’altro, di andare alla radice del suo essere per cercare di comprendere  (cliccate sulla parola per leggerne l’etimo è meraviglioso)  le ragioni, spesso intricate e controverse, della sua vita.

Proiettate in una dimensione esterna al nostro essere, nell’illusione di creare armonia nell’esistente… A forza di uscire, uscire, uscire verso il mondo, perdiamo il contatto con noi stesse e… ciao…

A me scappa la voglia di chiudermi in casa, adesso è un piacere ancora più grande, considerata la compagnia delle due gattonzole, non avere più vita sociale “fisica” ma solo virtuale, mi impigrisco e mi metto a mangiare.

Morale: arriva aprile, sono fisicamente una cessa, mi odio e animisticamente sono “scolorita”. UN DISASTRO.

Allora vado di dieta, coinvolgendo in cordata i miei più cari amici che lo sono anche per sopportare annnualmente questo mio periodo da pazza, e riprendo ad allenarmi come se dovessi partecipare alle Olimpiadi, e sono tutta un progetto, un “devo fare, voglio andare, non mi fermo più” in una ossessione bulimica di prendere a morsi la vita che, per tutto l’inverno, ho lasciato marcire nella dispensa.

Nonostante la fatica che mi costa, amo profondamente la primavera, la sua aria tersa e carica di promesse, di fiori che sbocceranno di lì a poco, di fantasie  di un’estate da ricordare, di sogni che mi illudo si realizzeranno e di essere felice, almeno un po’…

Pimpra

 

 

 

 

1° APRILE.

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E’ arrivata, finalmente, la comunicazione che aspettavo da tempo.

Un biglietto aereo e molte  miglia davanti a me, pronta per un nuovo inizio, per una nuova vita, lontana da tutti ma finalmente vicina a me. A quello che desidero veramente, ai  miei sogni.

Un pc,  una macchina fotografica e tanta voglia di osservare il mondo.

Il tempo che passa lascia una patina grigiastra di inquietudine astratta se non debitamente contrastato con i giusti colori.

Finalmente è tutto davanti a me, non ho che da allungare la mano e prenderlo. Non mi pare vero, mi sembra uno strano artificio del destino, eppure…

Si stava tutto preparando a questo, se mi soffermo a pensarci su, ho perfino acquistato il trasportino gatte per l’aereo…

Is time to go.

AU REVOIR.

Pimpra

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TRIESTE DA BERE.

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Il venerdì è una giornata che mi è sempre piaciuta. E’ carica di promesse, di profumi, di immaginazione. Davanti, due giorni da vivere senza limiti, nessuna gabbietta, nessun orario da rispettare.

Il MIO TEMPO LIBERO. (che poi veramente libero non è mai… ma questo è un altro discorso…)

L’altra Giaguara ed io, alla fine di una settimana pesante, ci concediamo una vera e signorile “uscita dalla gabbia”: finito il lavoro, belle, eleganti come si conviene alla nostra età, trucco e parrucco a posto, ci dirigiamo verso la via della “movida” triestina dove, un nostro compare dello stesso reparto di geriatria, ci ha consigliato vivamente di andare: “fidatevi Ragazze (ndr tra dinosauri, siamo sempre tutti “Ragazzi”), una bella atmosfera, gente giusta, un bello “struscio“.

Allegre il giusto, motivate il giusto, curiose il giusto, senza colpo ferire, raggiungiamo la meta suggerita.

Scelto il tavolinetto strategico, attendiamo di ordinare.

Attendiamo.

Attendiamo.

Attendiamo.

Al 12′ la sottoscritta, con uno scatto degno delle mie baby Maine Coon, si alza e procede verso il banco.

Un giovane acqua e sapone, dai vent’anni forse ancora da compiere, con sguardo annacquato ascolta la mia richiesta (senza scusarsi dell’affronto di non essersi preso cura di due giaguare di cotal fatta…), “Cosa desiderate Signore?” che, uscito da quella bocca ancora sporca di latte, suonava come un “Mamme o nonne”… “Un aperitivo” rispondo prontamente, “Analcolico vero?” chiede il decerebrato.

La mia amica ha dovuto trattenermi le vesti prima che scattassi oltre il bancone a menare di botte il cretinetto che avevo dinnanzi.

Curiosamente ha prevalso la maturità e mi sono limitata a rispondere un “Guarda che non siamo appena uscite da Villa Arzilla, niente aperitivo analcolico per noi!”.

Lo sbarbatello, resosi conto di non essere stato professionale, bastava si limitasse a chiedere un “Cosa desiderate?”, ci ha rifilato due spritz Aperol che avrebbero tagliato le gambe anche a Varenne . In più, il maledetto, per vendicarsi, non ci ha portato nemmeno uno straccio di patatina o altro, giustificandosi che “Gli stuzzichini li stanno ancora preparando ” (erano già le 18.45, non so se rendo…)

Ubriaca e imbizzarrita come poche volte mi capita, ho iniziato a sciorinare alla mia povera amica una filippica  tragicomica sull’età, su come questa società sia crudele e tracci una profonda discriminante basata sulla data di nascita delle persone.

Mentre io parlavo infervorata, l’amica, ovattata dalla botta alcolica e dalle mie chiacchiere, cercava di procacciarsi il cibo che non voleva assolutamente arrivare.

Gli avventori del promesso “struscio” in compenso, iniziavano a varcare la soglia del ritrovo. Classificabili in: ultimo anno di liceo, primo o massimo secondo anno di università. Ovvero BAMBINI!!!

MORALE:

Ho preso l’amica trascinandola nel bar di fronte che frequentavo ai tempi dell’università e che continua ad essere gestito dal medesimo proprietario di allora. Colà, un trattamento da vere principesse, circondate da non più giovani avventori, dove poter chiacchierare tranquillamente, farsi due risate e gustare un’ottima frittura di sardoni.

MORALE 2:

Mai fidarsi dei consigli di un amico cinquantenne in termini di luoghi “sociali”. Lui punterà all’incrocio di “bella gente” sui 20 -30.

… Carne decisamente ben poco frollata per il palato di due Giaguare come noi…

OK.

VADO A SUICIDARMI E POI TORNO!

😀

Pimpra

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ISTANTANEA DI UNA GIORNATA DI FINE MARZO

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Me ne stavo seduta davanti alla tazza di caffè fumante, in cucina, lasciando lo sguardo oltre il  muro colorato delle orchidee di fronte a me.

Le sei del mattino, la mia ora preferita. Silenzio, a parte il rumore biscottato dei balzi e delle corse delle gattonzole scatenate nel perimetro di casa.

La quiete del giorno mi saluta con tocchi delicati e rosei delle prime luci. Sembra tutto così facile, naturale e semplice.

I minuti passano troppo veloci, e non posso permettrmi di stare ancora lì, come sospesa, tra la notte evaporata e il giorno nascente.

In ufficio mi chiedono perchè mi svegli così presto e arrivi così tardi, quasi allo scoccare dell’ultimo ingresso consentito.

La risposta è semplice: perchè sono donna e in quei pochi minuti liberi del mattino, riesco a farci stare dentro un sacco di attività. E’ il mio mantra quotidiano, fare, agire, programmare, resettare, ripetere, andare avanti.

Tutto con le mie sole forze, senza l’aiuto di nessuno, nemmeno per portare al piano le sporte pesanti della spesa, mai.  Sono mie le braccia, sono miei gli appuntamenti, gli amici, le attività, lo sport, la famiglia, le gattonzole.

Parlo con gli amici uomini e loro si meravigliano, non possono credere che, in un corpo piccino possa viaggiare vigorosa tanta energia.

Ma la forza è anche altrove. E’ ascoltare, connettersi, percepire le sottili vibrazioni di chi abbiamo intorno.

Ci viene di natura, siamo nate così.

La giornata di oggi mi è pesante, sono stanca nel corpo, leggera nella mente. Non vedo l’ora di atterrare nel mio piccolo appartamento, farmi coccolare dalle gatte e salutare questo giorno.

Domani sarà un’altra, dolce, alba…

REPEAT.

Pimpra

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IN&OUT E WAITING LIST. IL TANGO MODERNO E’ ANCHE QUESTO

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A quanto pare, il post precedente ha toccato corde molto sensibili degli animi tangueri di entrambi i sessi. Affrontare argomenti “spinosetti”, a mio modo di vedere, fa bene, sempre e comunque. Perciò eccomi, di nuovo,  qui.

Parliamo di come ci si sente quando:

  1. si viene espressamente invitati ad un evento
  2. ci si iscrive ad un evento ma si viene messi in waiting list che, il più delle volte, significa starne fuori
  3. si viene, gentilmente, rifiutati.

L’argomento è vasto perchè implica diversi punti di osservazione: se sono donna o uomo, se ho un ballerino/a, se mi iscrivo direttamente in coppia.

Va detto che l’iscrizione in coppia è, di norma,  premiante. Nella difficile arte di creare un bilanciamento tra i sessi dei partecipanti, la coppia vale lo “zero neutro” e ciò è bene.

Ma non sempre va così. Non sempre si riceve l’attesa mail: “you are IN” che tanto ci piace leggere perchè, ammettiamolo, è come una carezza alla nostra autostima: significa che ci vogliono!

Nella mia decennale carriera di ballerina, mi sono cuccata tanti dinieghi che mi hanno fatto male. Molto male. Ancora oggi, ci sono delle maratone a cui vorrei partecipare che non mi aprono le loro porte. Mi dispiace, lo ammetto, ma mi sono data una spiegazione che mi rasserena.

La maratona (in particolare), ma lo stesso vale per un encuentro o un qualsiasi altro evento che duri più di una serata, è immaginato, costruito, pensato dal team dei suoi organizzatori.

E’ come quando decidiamo di dare una gran festa, pensiamo all’impatto che vogliamo creare, al tipo di sensazioni e di emozioni che desideriamo regalare ai nostri ospiti e vivere noi stessi.

Ecco, appunto, è la NOSTRA festa.

Da invitato posso solo essere felice di aver ricevuto la convocazione, o, nei casi in cui l’iscrizione è aperta, devo solo sperare che, per qualche ragione, sia essa emotiva e/o organizzativa, il  mio nome entri a far parte della lista dei SI’.

Certo che se mi arriva il due di picche ci rimango male, ma è necessario indossare i panni di chi sta dall’altro lato del bancone e comprendere quali siano le sue esigenze organizzative e le aspettative e i colori che desidera dare al SUO evento.

Forse noi ospiti, a volte, perdiamo di vista questo importante dettaglio, credendo che, se siamo belli e bravi e paghiamo la quota di ingresso, automaticamente siamo dentro per forza. Non è così!

La capienza delle sale che ci ospiteranno è un elemento logistico FON DA MEN TA LE per la buona riuscita dell’evento, e chi va spesso in giro lo sa bene. Nulla di peggio dell’organizzatrore che, per fare “cassetta”, infarcisce la sala di un numero disumano di ospiti, scontentando tutti.

Dentro la mia capienza di sala posso e devo fare entrare coloro che, secondo me, offriranno, con la loro presenza, le sensazioni e le emozioni che avevo in mente all’inizio.

Mettiamoci il cuore in pace.  I dinieghi, non sono insulti al nostro valore umano e di ballerini, sono, semplicemente, delle scelte basate su dei perchè.

Certo, a tutti piace essere considerati quelli cool, quelli “famosi“, quelli che, con la loro sola presenza, apportano un plus all’evento. Ma non è così. Mettiamocela via. Non siamo tutti “fighi” abbastanza, per entrare da tutte le porte.

Detto questo, faccio pace anche io con il mio Narciso che moltissime volte è uscito bastonato, quando la sospirata email del sì si, non è arrivata.

Epperò, senza perdere il sorriso e la voglia di riprovarci, ho ricevuto anche tantissimi sì, che mi hanno resa immensamente felice.

La vita è fatta a scale. A volte si scende, a volte si sale…

Pimpra

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TANGO YOUNG VS TANGO MASTER

miki

Eppure c’è qualcosa che non mi torna, una nota stonata, una sfumatura di grigio che imperla di sottile fastidio una spumeggiante giornata di bora… sono felice ma…

Torno da una maratona strepitosa, dove sono stata strabene e dove ho ballato strabene.

Il tango, per me, è necessità creativa con cui coloro una vita che, per troppi aspetti, mi risulterebbe banale e scontata.

La milonga come momento social/creativo è sempre stato luogo di espressione di sè, mai l’ho percepita/interpretata come territorio di caccia. Perchè sono una donna esigente e le sfide che non sono vere sfide non attraggono il mio interesse, ovvero: la milonga è troppo spesso associata a potenziale luogo di “cucco” e questo mi fa perdere completamente interesse per i potenziali “incontri”. Perciò, per la sottoscritta, è  e resta ambiente neutro nel quale esprimere e godere ai massimi livelli dell’espressione creativa di corpi danzanti. Nulla più.

Poi, va detto, ho conosciuto persone assolutamente straordinarie, di entrambi i sessi, con cui sono nati bellissimi rapporti di amicizia.

Il pippolotto che sto per scrivere riguarda il pruritino che mi porto dietro dall’ultima maratona.

Osservo il mondo popolato dei danzatori e, sempre di più, scopro con allegria che è popolato di giovanissimi.

Nulla di male, anzi, energia fresca, stimoli nuovi. Evviva!

Però, il lato della medaglia è che questa nuova linfa ha tolto molte possibilità ai danzatori “master”, di entrambi i sessi.

Durante l’ultima maratona, osservando il folto pubblico di “(ggiovane) figa danzante”, ho commentato il fatto con un ballerino mio coetaneo, immaginando la sua gioia.

Mi ha risposto “Non sono contento. Queste non le puoi neanche mirare, tanto girano lo sguardo”.

Aveva appena invitato me, che, se fossi una tanguera argentina, a una frase del genere l’avrei dovuto piantare in pista (come dire che, la sottoscritta, che è vecchia abbastanza, uno come lui, lo mira eccome! – eccerto che ti miro mio caro, sei un ottimo ballerino!!!- chiusa parentesi), invece ci ho ballato  e molto bene, come sempre accade insieme.

Però, però qualcosa mi si è mosso dentro e non ho potuto non osservare con altri occhi le dinamiche di pista.

I ballerini miei coetanei, specie se “quotati”, piuttosto bravi, rivolgevano il loro interesse prevlentemente sulle nuove leve.

Ma io li capisco, ci mancherebbe altro!, se fossi uomo, per principio, “me le farei tutte”, ma sono donna e più di mirare, non posso. E mai elemosinerò una tanda, sia chiaro.

Allora ripenso ai tempi dell’atletica leggera, dove gli atleti dai 30 anni in poi, erano divisi in categorie di 5 anni, master 35, 40 ecc.

Era bello competere con persone più o meno coetanee, perchè, si partecipava alla gara, quasi alla pari.

Nel tango un discorso del genere è, ovviamente, fuori questione, ci mancherebbe, però non posso non rilevare come,  l’esperienza di una ballerina, conti sempre meno della sua avvenenza. Ma non mi sto piangendo addosso, sia chiaro!, perchè per ballare ho ballato e con danzatori strepitosi!

La maggior parte di essi erano amici, ovvero persone con le quali avevo già ballato e che, con piacere, mi hanno invitato ancora.

Ho saettato dardi anche con degli sconosciuti mai visti prima, alcuni di loro anche moooolto più giovani, ma ho scoperto l’arcano. Erano convinti di invitare una ucraina, piuttosto che una ballerina dell’est europeo, alla mia risposta di pura italianità rimanevano stupefatti, come a dire che non era possibile, ma eravamo in pista ed abbiamo continuato a ballare.

[dentro di me provavo un infernale godimento nell’averli per bene messi nel sacco…!]

Tutto il pippolotto per dire che, a mio modesto parere, il mondo è bello perchè  è vario, ma, appunto, dobbiamo renderlo vario, assaggiando sapori nuovi senza scartare definitivamente quelli vecchi…

Ma io sono oramai una “master” e, forse, dovrò rassegnarmi a ballare sempre meno…

S T I C A Z Z I !!!! SIA CHIARO!!!

🙂

Pimpra

IMAGE CREDIT : courtesy of Tatyana Matveyeva photography

 

DI TANTO IN TANGO. #PTM: UNA MARATONA DA RED CARPET

red

Andar per maratone riserva sempre delle sorprese.

Innanzitutto è necessario tenere a bada le aspettative: ballerò, non ballerò, che livello ci sarà in pista,mi piacerà il posto, la musica, la gente, avrò di che nutrirmi a sufficienza senza cadere stecchito per crisi ipoglicemica nel bel mezzo di una tanda di D’Arienzo…

Sono pensieri che ogni tanguero militante che si rispetti, si pone prima di varcare la soglia del luogo che lo accoglierà, ospiterà, cullerà, vezzeggerà per l’intero fine settimana.

E i tangueri sono una brutta razza, i maratoneti: pessima. Esigenti, viaggiatori, presuntuosi, una casta tutta particolare. Non sono odiosi, per carità, ma soddisfarli non è cosa da poco…

Maratona a Milano. Aspettative al top.

Perchè “Milan l’è sempre Milan”, e quindi ti senti autorizzato ad essere un maratoneta ancora più spocchioso del solito, perchè, dentro di te, percepisci la sfida: sapranno stupirmi questi Lumbard tutti di un pezzo?

MA-CHE-VE-LO-DICO-A-FARE!!!!

L’impatto è da choc: metti i piedini direttamente sul red carpet (non sto scherzando!) che ti proietta dritto in sala.

Location assolutamente strepitosa, ricavata dalla riqualificazione di un insediamento industriale.

Dal pavimento, agli spazi interni, alla pista di legno, alle luci, tutto, assolutamente perfetto.

1 a 0 per Milano.

Parliamo dell’accoglienza del gruppo che ha organizzato la kermesse: una favola. Dal bigliettino pescato in fase di registrazione come fosse un oracolo da biscotto cinese, contenente una sola parola evocativa e di buon augurio che accompagnasse l’ospite per la durata della manifestazione.

La birra personalizzata. Perchè “co/ce/vò/ce/vò”.

Un buffet che era un godimento solo a guardarlo.

2 a zero per Milano.

In pista: tj top di gamma. E poteva non essere così?

3 a zero per Milano.

Tanta di quella (ggiovane) figa danzante che mai si è vista dalle nostre parti.

5 a zero per Milano (questa vale doppio)

Un “genius loci” incredibile. E penso che della città vera e dei suoi abitanti/abitudini non ho visto nulla, sono sempre rimasta nel perimetro della maratona.

6 a zero per Milano.

MORALE DELLA FAVOLA:

Hanno vinto loro, il dream team degli organizzatori del Pensalobien (mai nome fu più opportuno): Alessandro, Maria Elena, Silvia, Marianna e tutti gli altri!

Perchè “Milàn l’è sempre Milàn”!

G R A Z I E !!!

Pimpra

 

 

 

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