DI TANTO IN TANGO. ELOGIO DELLA GIAGUARA. Post per sole donne.

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Un tempo non sarei stata capace di guardare questa foto.

Il volto di una donna avviata alla grande maturità, una donna a cui il tempo ha lasciato pennellate vigorose del suo scorrere.

Un tempo, fino a poco tempo fa, avrei disperatamente cercato una soluzione per nascondere la mia storia. Un tempo avrei sciolto qualche lacrima osservando l’espressione di quella che dentro di me vive sempre come una ragazzina. Ma che non lo è più.

Un tempo, quanto crudele era il tempo.

Oggi lo è molto di meno, come se, con il suo scorrere su tutta me, perdesse forza donandomi la sicurezza di vivere bene la mia pelle, dentro un corpo non più fresco, con mente più feconda e straripante cuore.

Quanto mi sta diventando bello questo nuovo istante in cui mi permetto di ridere di me e di chi mi sta intorno. Di coloro che corrono disperati alla ricerca dell’eterna giovinezza e, come criceti nella ruota, si perdono la gioia del percorso.

Non è sempre una bella giornata, si va su e si va giù. Poi ti arriva in regalo un’immagine che ti ritrae nella tua pienezza, mentre stai facendo quello che più ti piace, rapita nella tua estasi di gioia, e scopri per la prima volta una nuova luce nel tuo sguardo maturo, un’energia densa e vibrante, come il migliore profumo speziato.

Eccola lì la mia maturità che fa bella mostra di sé. E mi emoziono a guardarla, non credevo potesse essere così potente.

Che immensa gioia giaguara.

Pimpra

Un grazie enorme a Rudy Palugan che ha saputo cogliere l’attimo, la foto è opera sua.

DI TANTO IN TANGO. QUANDO LA CRAVATTA E’ UNA CAREZZA GENTILE. TO TIE MARATHON

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Lunedì, luminoso, limpido, leggiadro.

Tutto merito della finestra spazio/temporale del fine settimana. Se poi la arricchisci di una maratona, è ancora più piacevole.

Inutile dire che oggi ogni piccola parte del corpo inneggia alla fatica fisica delle lunghe ore trascorse a far baldoria danzante sui tacchi… e che baldoria…!

Ogni maratona ha, per fortuna, un suo sapore, una firma unica e, questa prima edizione di TO TIE (Torino, tango intensive experience) non è sfuggita alla regola. Le prime volte, come in amore, possono essere particolarmente rischiose, difficili. Gli amanti si desiderano, si piacciono ma non è garantito trovino le giuste affinità. Ma ci sono, per fortuna, quelle che possiamo definire “buona la prima” e ToTIE può fregiarsi del titolo.

Credo che un primo asso nella manica risieda nella città, magnifica, che – a me per lo meno – suggerisce sempre nuove emozioni, regala sorprendenti sguardi (non mi riferisco alle miradas!), e risiede nei torinesi.

A ben vedere non sono neppure sicura di averne conosciuto uno/a “purosangue” (ma che importanza ha?), so solo che tutte le anime che vivono a Torino, con Torino si connettono, vibrano, parlano e si esprimono: anime gentili, accoglienti, sempre educate senza mai essere leziose. A Torino ti senti accolto. Voilà.

Poi, alla sera metti piede nel tempio sacro, una meravigliosa bocciofila che, grazie alla passione di un gruppo di giovani, ha rivisto la luce, in un quartiere di periferia, gonfio di variegata umanità, melting pot assoluto, il quartiere da dove inizia il gran bazar del “Balon”, mercatino delle pulci caro ai torinesi e ai suoi figli adottivi.

La location incanta, rivolge un lato intero al fiume che scorre poco sotto, cantando insieme alla musica che esce dalle grandi vetrate che raccolgono le delicate luci dell’imbrunire.

Non potevano che essere adorabili gli abbracci che ci siamo scambiati, godendo della buena onda creata dalle mani creative dei tj.

Ho degustato vino e cioccolato, e mi è piaciuto assai, ho fatto finta di mangiare sano e mi è piaciuto assai, ho salutato amici vecchi e nuovi e mi è piaciuto assai, ho ballato a sfinimento che è quanto mi piace fare di più.

Allora dico BRAVI a tutto lo staff fatto da tantissimi giovani e meno giovani volonterosi che hanno fatto staffetta nelle lunghe ore di maratona, sempre con una bella parola, sempre con un sorriso aperto.

E a te, triestina scappata dalla bora che ti sei fatta catturare dall’ombra della Mole, dico “Brava Mula!” si sentiva anche il tuo tocco speciale!

Quando si dice che la cravatta accarezza invece di stringere… 😉

Pimpra

foto mia.

DI TANTO IN TANGO. ODOR_TANGO

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Mi pare già di  sentire gli insulti che mi arriveranno dopo questo post, ma sapete che c’è? ME NE FREGO!

Il fatto:

La mia milonga del corazòn, la mia pomeridiana da “coccole”, dove balli senza stress e ti godi la tua perversione settimanale, doppio spritz aperol miscelato da sapienti mani provenienti dall’est europeo (sic est!) e deliziosamente accompagnato da una “scuofana” di patatine fritte di sacchetto.

Idillio tra il leggero obnubilamento dell’alcol, il sensuale abbraccio del mio uomo, e una musica sempre di qualità.

MA CHE VUOI DI PIU’??? che la domenica duri il doppio delle ore che ha… ciò detto…

Sono nel mio “mondo panda” ideale, incontro gli amici, comincio l’interazione sociale con gli habitué, vengo  – finalmente –  invitata che hanno preso coraggio… Tutto perfetto.

QUASI.

Parliamone:

come è possibile accada che un adulto danzante, possa emettere un così forte odore dalle ascelle da rendere praticamente impossibile la danza alla povera dama che, impossibilitata a sopravvivere in apnea per i tre/quattro minuti del brano, deve respirare un olezzo terrificante?

Succede a tutti l’incidente dell'”ascella pezzata”, ci mancherebbe, ma, nell’esatto istante in cui me ne accorgo pongo rimedio!!!

Come si fa? E’ presto detto:

  • mi cambio camicia /maglietta, se non ho la possibilità di sciacquare CON IL SAPONE le ascelle, mi munisco di salviette umidificate, POI spruzzo il deodorante a base alcolica (che, un minimo sindacale, riesce a  trattenere l’olezzo dei batteri)
  • non ho con me il cambio e puzzo: VADO VIA dalla milonga
  • oppure: NON INVITO una povera signora ad odorare ciò che la mia natura maschia e testosteronica ha prodotto tra i peli delle ascelle. DEPILATEVI! (Per noi signore, stessi precetti, ovviamente!)

Ho rischiato di svenire per l’odore!!! E mi staccavo, provando a ballare aperta per non avere il naso dentro la fabbrica chimica e niente, venivo ripresa e strizzata proprio alla fonte dello sgradevolissimo aroma.

Allora, signori e signore, vi prego, un po’ di civiltà.

Stavolta ho tenuto botta evitando il più possibile di respirare, la prossima, al primo accenno di puzza vi lascio lì. E non vorrei, che non mi pare bello, ma, in certi casi, diventa necessario!

Vi siete mai chiesti/e perché taluni tangueros/as quando si recano in milonga portano con sé una grande borsa? Non è un vezzo, ma una necessità. Vi ripongono cambi (specie gli uomini che sudano molto), asciugamanini puliti, fazzoletti e… IL DEODORANTE. Le donne, lo stesso.

Allora, fate i bravi/e: lavatevi, utilizzate solo abiti freschi ed, eventualmente, portate con voi il piano b. L’adolescenza degli ormoni è un lontano ricordo, lasciamo nel passato anche l’olezzo che l’accompagnava… STICAZZI!

😉

Pimpra (oggi particolarmente tignosetta) 😀

IMAGE CREDIT DA QUI

DI TANTO IN TANGO. VOGLIO UNA MARATONA FRIENDLY

 

maratona-gattaHo sempre saputo di essere una donna piuttosto agonista, lo sport mi ha forgiato al “combattimento” sin dalla più tenera età, sicché, ogni nuova attività che ho intrapreso è stata all’insegna di dare il massimo, impegnarmi al massimo, cercare di ottenere i massimi risultati.

Va da sé che non sempre si riesce a raggiungere la vetta desiderata, anzi, direi che il più delle volte si cade e ci si avvicina solo lontanamente, ma il cuore appassionato, il desiderio di farcela, di mettersi alla prova, quelli restano sempre.

Anche quando lo scorrere del tempo, rende corpo e mente non più verdi.

Nel tango, ho messo la stessa, intensa, passione.

Mutatis mutandis, mi ritrovo ad affrontare le maratone con uno spirito diverso. Ben conscia che, oramai, sono più prossima a Villa Arzilla che alla discoteca sulla spiaggia e che dovrò abituare il mio spirito giocosamente ribelle e indomito al fatto che sono una “affascinante donna matura” (OH MIO DIO!!!!), ecco che, anche lo spirito della maratona che vado cercando è diverso.

Nella premessa che la qualità è e resta presupposto cardine per uccidere il proprio corpo di fatica nelle lunghissime sessioni di milonga, ebbene sento forte il bisogno di essere circondata da persone che abbiano un atteggiamento “friendly”, amichevole, accogliente e rilassato.

Che due maroni i competitivi/e che non ti guardano neanche in faccia e men che meno ti degnano di un cenno di saluto perché sono tutti proiettati ad accaparrarsi le grazie del di Lui/Lei ballerino/a, quelli che ti schifano perché ti etichettano come “low level” non degno del gotha tanguero che hanno in testa, insomma che due palle di tutti coloro che, una volta in più, dimenticano il sapore della festa, il piacere di rivedersi, di abbracciarsi, di riconoscersi o di conoscersi per la prima volta.

Allora, sai che c’è, me la sono goduta al massimo la mia maratona friendly, in quel di Brescia (che ci ho pure fatto la capatina da Iginio! ;-), dove ho goduto di quell’atmosfera gaia e gagliarda di gioia e di festa che la Grazia e il suo staff hanno regalato a tutti i partecipanti.

Ma che ve lo dico a fare, sarà che tra pochi giorni un nuovo giro di boa si avvicina ed io divento sempre più… matura!

STICAZZI!

Pimpra

 

 

 

 

 

 

 

PIU’ L’INVERNO SI FA DURO, PIU’ I DURI SI ABBRACCIANO!

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Finalmente è arrivato, l’inverno è tra noi.

Lo aspettavo con trepidazione, perché a me, le vie di mezzo, non sono mai piaciute. Ho bisogno di avere freddo e lo sostengo da freddolosa dichiarata. L’inverno non può essere una primavera malvestita, un autunno estivo.

Fa un freddo cattivo qui al nord est, la bora si inanella di diamanti di ghiaccio e le sue raffiche arrivano violente come frustate, facendo male al volto.

Inutile dire che i trasferimenti in scooter richiedono abilità paranormali per evitare di essere birillo della regina ventosa della città. E ci vuole il coraggio di un marinaio dell’800 ad affrontare di petto (anche se con l’abbigliamento tecnico moderno) l’aria che raddoppia il suo impatto gelido.

Eppure mi piace. Mi lamento, sono congelata, ho le mani ferite dal freddo ma ne godo allo stesso tempo.

A me l’animo si riscalda, incredibile, ho voglia e cerco di più il contatto e questo portato verso l’altro, modifica sicuramente anche il mio modo di ballare.

La splendida foto di Marco Piemonte che fa da cappello al post, esprime meravigliosamente la potenza dell’abbraccio, il calore che si riceve e che si da’.

Quando è inverno si balla diversamente, in qualche modo si riesce più facilmente a trovare quella intimità speciale, quel momento “panda” di vicinanza assoluta all’altro, come se i corpi ascoltassero meglio, con maggiore sensibilità e attenzione.

Ecco perché sto imparando ad amare l’inverno, mentre prima lo detestavo, perché avvicina.

Allora, sapete che c’è, vado a godermelo tutto…

TANTI ABBRACCI A TUTTI, ma abbracci veri, come intendo io…

Pimpra

 

 

DI TANTO IN TANGO. L’ABITO FA IL TANGUERO?

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Abituata come sono a frequentare il mondo del tango da più di due lustri, confesso che oramai non mi accorgo più di come, gli uomini, in termini di abbigliamento, vadano in milonga.

Va di sicuro fatto un distinguo tra coloro che si presentano a una serata singola o a coloro che affrontano un Festival, piuttosto che un Encuentro o una Maratona.

La singola serata di milonga è, forse, quella più facile: i maschietti o si tirano ai massimi (cosa che avviene rarissimamente e solo in contesti molto particolari o su dress code espressamente richiesto) e sfoderano giacche, gilet, camicie, pantaloni di tessuto, oppure, di norma, sono piuttosto rilassati, T-Shirt, camicie, jeans senza star lì tanto a pensarci.

Il Festivaliero, di solito, ha esigenza di affrontare le lezioni per cui porterà nella sua valigia abiti da “allenamento” e forse outfit più ricercati per la serate di milonga, ma lo ripeto: forse.

I frequentatori degli Encuentri, da quanto ho potuto apprezzare, hanno una maggiore sensibilità alla formalità dell’abito, in particolare per le milonghe serali. Ma non è regola, poiché molto dipende dal taglio, più o meno rilassato, dello stesso evento.

Al solito, i maratoneti, sono mondo a parte.

In maratona, tutto è permesso. Considerato il livello di “performance” richiesta ai danzatori, va da sé che, gli uomini in particolare, sceglieranno la via della praticità e del comfort, anche perché, le litrate di sudore che si perdono, costringono i partecipanti a numerosi cambi.

Ci sono danzatori che, a onor del vero, hanno un loro stile e una firma particolarissimi. Dalla stampa sempre molto originale delle camicie, all’utilizzo monocromatico di un colore di elezione, al vezzo di portare l’asciugamano per tamponarsi in un certo modo o il ventaglio posizionato nella tasca di ampi pantaloni. C’è il dandy, sempre curatissimo, la cui raffinatezza esplode visibilissima in un contesto in cui gli altri “competitori” scelgono la via della comodità, e non certo quella dell’eleganza.

Chi gli abiti se li fa fare, chi indossa quello che capita, chi utilizza per più volte successive quello che capita e lì, iniziano i (grossi) fastidi…

Personalmente, quando ballo, non mi soffermo particolarmente ad osservare come è vestito l’uomo. Sono altri i dettagli che colpiscono la mia attenzione: come balla. Però, va detto che, ho imparato a riconoscere a colpo d’occhio quelli potenzialmente bravi, anche dal loro modo di vestire.

Immagino che esista un codice non scritto tra di loro, per cui, è molto probabile che ballino bene se si vestono (o non si vestono) in un certo modo. Ma non vi dirò come, vi lascio il piacere della scoperta…

Tutto questo per rispondere a un’amica, non tanguera, la quale vedendo le numerose foto di tango pubblicate sul mio profilo di FB, notava come le donne risultassero sempre eleganti, belle da vedere, mentre gli uomini, all’opposto, le apparissero piuttosto sciatti…

Probabilmente ha ragione lei, ma, in questo e solo in questo caso, metto il mio senso estetico in cantina, lo chiudo a chiave e faccio finta di non accorgermi della poca raffinatezza, del gusto discutibile, della eventuale sciatteria, perché, quando ballo, quello che cerco e voglio trovare è, semplicemente, un bravo ballerino, possibilmente asciutto e profumato (ovvero: con le ascelle perfettamente inodore!!!).

Olè!

Pimpra

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QUI ED ORA. (PIPPOLOTTO, VI AVVISO!)

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Quanto sono belle le serate trascorse con una cara amica che non vedi da tempo con la quale resta sempre intatta la confidenza, lo scambio, e un grandissimo affetto.

Nel suo piccolo appartamento, come il nido di un uccellino, delicato e dolce come è lei, pulito, deliziosamente arredato con un’attenzione ai piccoli dettagli che sussurrano la sensibilità vibrante della padrona di casa, mi sono presentata con un frizzantino rosè e Tupperware al seguito….

Le parole sono scivolate fluide, intervallate da argomenti leggeri o seri, così come le donne sono abituate a discorrere.

Lei, come molti di noi, ha visto naufragare un rapporto su cui aveva scommesso “per la vita”, ma così non è stato. Le ossa rotte, l’anima e il cuore feriti, ha ripreso la sua vita tra le mani, con il coraggio e la determinazione che servono ogni volta che si riparte da capo, e si è rimessa nel flusso delle cose.

La dolorosa esperienza, tra i tanti segni che le ha lasciato, ha messo un tarlo nella testa, ovvero: chi si prenderà cura di me quando sarò vecchia? Evidenziando ai massimi sistemi, il dolore esistenziale di questa moderna società.

Mai come ieri sera, ho potuto toccar con mano, la solitudine, il vuoto pneumatico che i single della mia generazione stanno vivendo.

C’è chi brucia la vita, anestetizzandola sulla propria pelle agendo comportamenti e sentimenti di totale edonismo, vuoto però di contenuti, nulla a che vedere con un sano epicureismo consapevole e goduto,  altri, invece, tuffano il loro essere negli abissi del più profondo “mal di vivere”, basato sulla prima, sostanziale, mancanza: l’amore (per se stessi e per gli altri), la solitudine di rapporti che poggino su qualcosa di vero.

Il futuro, a quel punto, diventa un mostro che terrorizza, mancando le strutture caratteriali e definite certezze sul proprio sé e sulla propria essenza. Partono così i pensieri bui, l’idea della vecchiaia come malattia e non come compimento gioioso di un percorso di vita. Si immagina il corpo debilitato, impossibilitato a provvedere a se stesso e quindi, esplode il bisogno dell’altro.

Credo non abbia senso andare così avanti con il pensiero, immaginare e ipotizzare situazioni che non abbiamo nessun reale strumento per essere comprese.

La sola cosa che siamo capaci di conoscere è il QUI ED ORA. Nulla più. Il resto sono solo proiezioni, più o meno belle, di emozioni positive o negative, che vivono dentro di noi.

Allora sai che c’è? Resto connessa a questa dimensione, cerco di vivermela al meglio, con fiducia e gioia di me, di quello he posso portare nel mondo e dal mondo ricevere.

Forse semplificare, alleggerire è la sola via per vivere meglio.

AMEN.

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. TETTE E TANGO

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A me le cose succedono così, praticamente per caso. Ho postato una divertente (nelle mie intenzioni) foto sulla mia bacheca di FB e, senza immaginarlo, bummmm, come un elefante nel negozio di cristalli, ho urtato la sensibilità femminile.

L’argomento del contendere era una frase scema “Non chiedetemi l’amicizia, non ho le tette”, postata poiché il mio profilo FB sta ricevendo un sacco di richieste da uomini assolutamente improbabili, dai luoghi più disparati del pianeta, senza ragione alcuna.

Di qui, la mia foto di copertina, atta a dissuadere i potenziali non amici alla ricerca di chissà cosa…

Un’amica, però, non si è trovata d’accordo su questa mia scelta, ritenendola in qualche modo “razzista” nei confronti del corpo stesso delle donne. Oltre a ciò, proiettandola nel nostro comune mondo del tango, atta a rinforzare certi discriminatori comportamenti messi in atto da taluni danzatori.

Pur rimanendo fedele alla mia vis comica, non posso rimanere insensibile a quanto riferito dall’amica.

La mia lettura è questa.

Le motivazioni che spingono la coppia ad incontrasi in pista, sono e saranno sempre, le più disparate. Un’alchimia sottile fa scattare in entrambi quella intenzione di cingersi e di colorare una tanda con le emozioni nate dal cuore e riassunte nei corpi danzanti.

Questo è quanto accade in persone che cercano una dimensione intimista, artistica, di scambio, nell’abbraccio tanguero.

Poi c’è il resto del mondo.

Ci sono quelli/e che vanno in milonga per tantissime ragioni, tra le quali c’è, anche, quella di ballare.

Non mi sento di giudicare, né di giudicare male chi si vive la milonga in modo diverso dal mio.

Va da sé che, sia per ballare che per “cercare altro”, si inneschi una implicita competizione tra gli attori coinvolti. Questa gioiosa battaglia si combatte con più armi: chi con la sua capacità e talento danzante, chi con le emozioni che sa trasmettere, chi mettendo in mostra le piume, chi seducendo verbalmente ecc ecc: la varia umanità.

Nel gruppo, ovviamente, ci sono “gli sfigati“. Definisco la categoria: sono gli/le invidiosi/e. Coloro che guardano sempre fuori da loro stessi ma non lo fanno per cercare bellezza, ma per evidenziare gli aspetti negativi (o così loro li percepiscono) del mondo e di chi lo popola.

Questi sfigati sono infestanti perché, su Anime gentili, posano i loro artigli cattivi e inoculano il tremendo veleno: fanno partire brutti gossip, demoliscono le persone, criticano tutto/i/e e, purtroppo, molto molto spesso riescono a distruggere l’amore verso se stessi delle loro vittime.

Ovviamente le donne sono il bersaglio per eccellenza di questi sfigati che si accaniscono a demolirle a più non posso.

Allora sapete quale è il mio antidoto? un bel ME NE FOTTO!

Sono come sono, ballo come ballo, non ho (abbastanza) tette per essere tra le ballerine più gettonate (?) , ma sto bene così e non cambierei, di me, una sola virgola… [bugia!!! vorrei essere una tanguera migliore!!!]

E adesso, sfigati, potete scatenarvi!

STICAZZI, OLE’!

🙂

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

DI TANTO IN TANGO. RICOMINCIO DAL… CONTATTO

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Un fine settimana non è degno di tale nome se non è condito da una milonga. Ho bisogno di fare rifornimento di abbracci, di ricaricare le pile di buona musica, di sentire il mio corpo voluttuoso e vibrante sulle note, ho bisogno di ballare.

Per una serie di motivi mi riesce sempre meno spesso di farlo alla sera, quindi mi “accontento” di una pomeridiana.

Ho conosciuto il “Contatto” parecchi anni addietro e, mi ci sono sempre trovata bene. All’inizio mi sembrava un luogo strano, perché erano i tempi in cui amavo ballare i Gotan, Bajofondo e tutto quel genere di tango moderno che, tra le pareti della più vecchia milonga tradizionale del Nord Est, non era contemplato. Ammiravo i tangueros ballare stretti stretti, mentre allora il mio abbraccio era elastico e aperto. Eppure li ammiravo, trovavo una poesia sottile dentro i loro passi piccoli, gli adornos delle ballerine che, sebbene un pochino statiche per i miei gusti espressivi, rappresentavano di certo un mio ideale di femminilità consapevole e sicura.

Il tempo passa, il tango evolve e io stessa muto come ballerina.

L’abbraccio si fa vicino, la dinamica resta sempre vivace, ma cambia il modo in cui esce, la sua forma esterna.

Torno al Contatto dopo molto, molto tempo, e neppure nella serata clou della settimana, ma durante la pomeridiana domenicale.

La prima impressione è quella di entrare a casa di qualcuno perché si viene accolti. I milongueros sono grandicelli, e va bene così, la ronda è una vera ronda, come dio comanda in terra e, anche i principianti presenti, si adeguano con rispetto.

Percepisci l’amore che si deve al Tango e alle persone che lo amano, dai padroni di casa  a tutti gli ospiti presenti. Il tepore emotivo della sala è ulteriormente riscaldato dall’ottima scelta musicale che i TJ invitati propongono.

Allora la mia fame, la mia sete di ballo trovano una dimensione intimista e profonda, resa tale anche dagli sguardi delicati che i presenti rivolgono alla pista.

Al Contatto ritrovo la mia anima danzante, ritrovo il tocco delicato e forte del mio compagno, ritrovo quella ebbrezza speciale che mi regala la musica.

Allora, sai che c’è? Ricomincio da qui.

Pimpra

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ODE ALL’UNIVERSO

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Ci ho messo non so più quanti anni a capirlo, a viverlo, a sentirlo in ogni atomo del mio essere. Una vocina da lontano me lo diceva, da sempre, che per essere felici, bisogna trovare quel qualcosa che accende la nostra intima scintilla.

Ed io proseguivo a non capire, a non ascoltare, a perdere tempo e a disperdere energie credendo di cercare, senza però trovare mai. E, con il trascorrere degli anni, la frustrazione aumentava, esponenzialmente, al farsi di quel vuoto interiore incolmabile.

Pensavo “Forse manca l’amore, forse devo cambiare me stessa, forse non ho abbastanza qualità, forse…” e giù a macinare tristezza, a cospargere la mia vita di polvere di insoddisfazione, un giorno dopo l’altro.

Poi, inaspettatamente, mi sono innamorata perdutamente (sì, anche di un uomo!), è arrivato il tango nella mia vita, ed ecco che quelle scintille spente di gioia di vivere e del piacere di esistere che, sempre, hanno colorato la mia anima, hanno ripreso a vibrare.

Gli anni sono passati e questo Amore è cresciuto, si è modificato, ha vinto sulle sue tempeste, ha subito e sopportato litigi ma è divenuto forte, radicato, adulto dentro di me.

Sono cresciuta pure io con questo Amore, imparando a scorgere la donna che avevo dentro, l’ho finalmente fatta nascere e l’ho portata nel mondo. Un cerchio che ha assunto la sua forma perfetta, di vibrazione intima e animistica, vera, assolutamente pura, senza sbavature, dentro di me.

E questo amatissimo tango mi ha messo vicino una persona speciale, una donna, con la quale ho aperto un nuovo orizzonte, creativo e colorato, della mia vita.

Sono onorata e felice, e, finalmente, ho trovato quello che cercavo, quello che non avevo nemmeno mai osato immaginare, la mia realizzazione attraverso le mani altrui, la creatività altrui che, però, filtra anche attraverso di me, in modo diverso e consono a quella che sono.

Ho voglia di dire all’Universo che lo ringrazio di avere aspettato tanto a propormi questa possibilità, perché lo ha fatto nel momento in cui ero pronta, matura e consapevole.

E, all’improvviso la vita, che, di fatto è la stessa di prima, si anima improvvisamente perché, la luce che hai dentro illumina tutto.

Sorrido felice… Sticazzi che grande conquista!

Pimpra

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