LOGICHE TRASVERSALI

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Trieste è, o per lo meno era, una città tutto sommato abbastanza tranquilla. Un numero di popolazione adeguato alla sua geografia marittimo carsica, popolazione per lo più diversamente giovane, respiro ancora, tutto sommato, abbastanza mitteleuropeo.

Certo le “invasioni barbariche”- e non scatenatevi su questa definizione che vuole essere leggera e scherzosa- , stanno cambiando il volto della città anche in questo estremo lembo del nord est. Ma, pare, siano questi i tempi moderni e non ci si possa opporre.

Al mattino, prima di entrare al lavoro, in quella che da anni definisco la mia “gabbietta”, faccio sempre lo stesso percorso: parcheggio lo scooter sull’albero (metafora per dire che, in zona piazza Unità, è impresa quasi impossibile trovare un posto regolamentare pure per un due ruote), mi reco alla Torrefazione Triestina, dove il caffè, per il mio palato viziato, fa moderatamente orrore ma i banconieri che ci lavorano sono così gentili che anestetizzo le mie esigentissime papille gustative e sorseggio, tra due chiacchiere, l’immonda bevanda.

Piazza Cavana è davvero una piccola agorà, i cui richiami antichissimi, trasudano ancora dalle case medievali rimesse a nuovo dai progetti comunitari. Certo, manca la puzza di umidità e di piscio che era la marca odorosa della vecchia Città, ma, diciamocelo, è meglio come è diventata oggi. Si sono perse pure le puttane, questo va detto, che in strada, attendevano gli attempati clienti e, come questi ultimi, vecchie pure loro , probabilmente il Tempo se le sarà prese.

Ogni mattina incontro gli stessi volti, persone a me sconosciute e pur note , ognuna con il suo andare, chi veloce chi quieto, a dar corso alla loro giornata.

Questa è Trieste.

Poi, un giorno, annunciano un grande evento che, a ben guardare, sembra incredibile possa svolgersi proprio qui. Non dimentichiamo che siamo la città del “no se pol” e forse per questo “non fare” che viene mantenuta nel tempo quella particolare allure che tanto piace ai foresti.

Sbarca un gruppo musicale che, ai tempi della mia gioventù faceva furori, gli Iron Maiden , e che vanta ancora una schiera di fedelissimi tra giovani e meno giovani.

Loro, i musicisti, sono un collage di anziani signori con criniere tenute su dalla lacca e volti fossilizzati da quintali di silicone, eppure se la ridono, dormendo sogni d’oro sui miliardi guadagnati in 40 anni di carriera.

Ma ciò che ho trovato di più esaltante è vedere, in questi luoghi a me così cari e familiari, riversarsi il popolo dei loro fan: agguerriti, a caccia del posto migliore fin dalle prime ore del pomeriggio, sotto una canicola devastante, tutti vestiti di nero, come da copione.

T-shirt cattivissime, scritte e grafismi inquietanti, ventri grandi come otri di birra, barboni, occhialini, tatuaggi cattivissimi ovunque.

E poi li osservi meglio e in quei signori attempati, rivedi tutta la loro sfiorita giovinezza, gli anni verdi oramai lontani, ma il desiderio che rimane vivo sempre, la vita che continua a pulsare anche se, il corpo si è fatto decisamente pesante e mostra i segni tutti della vita trascorsa.

Ma di bello c’è che con i padri ci sono i figli e le loro compagne, ci sono le mogli che, poveracce, sono pure peggio dei loro partner, perché, il metallo pesante, su una signora, conferisce ancora più anni di quelli registrati all’anagrafe.

A me questa umanità che segue il sogno della sua gioventù piace, e piace tantissimo, anche se la loro musica è orrore per le mie orecchie. Però li rispetto, e spero che, questo piccolo passaggio in questa piccola città del nord est possa risvegliare in tutti loro, una nuova scintilla…

Pimpra

 

DOVE CI SIAMO PERSE? (post per sole donne, pippolotto annesso)

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Mentre sorseggiavo il caffè e programmavo gli impegni della giornata, per puro caso sono incappata in un video su FB che parlava di donne. La durata di 24′ ha fatto sì che ne vedessi solo uno spezzone e, ovviamente, poi ho perso il link… mannaggia. [grazie all’amica Anna, ecco qui il link che vi invia al citato video, qui]

I pochi minuti che gli ho dedicato, hanno comunque acceso numerose lampadine su alcuni stati mentali miei e, purtroppo, condivisi con molte altre donne.

Sono della generazione di quelli nati in pieno ’68, che sono stati bimbi negli anni ’70 e adolescenti negli ’80.

Ricordo perfettamente quando, da un vivere e da un sentire strettamente connesso al sociale, al gruppo, alle diverse e numerose umanità, intese nelle loro pregevoli sfumature (anni 70), d’un tratto siamo stati proiettati in un universo di significati alterati, indotti e spinti verso tutto ciò che era prettamente “apparenza”, manifestazione visibile, appartenenza in senso negativo poichè impostato solo su “status symbol” imposti dall’alto.

Ricordo che, allora, il mio corpo sportivo, la floridezza del mio viso ancora di bimba e le forme sontuose (abbondanti) del mio didietro, venivano prese in giro in malo modo. Aggredite, quasi, poichè non ideali al modello corrente.

Ricordo ancora quante lacrime ho versato perchè a me non piaceva uniformarmi, non avevo il corpo e l’apparenza di “tutte” (mingherline, alte, ma con grandi tette), io ero me, la ragazza sportiva, allegra, ciarliera e… i cui genitori non avevano (all’epoca) possibilità economiche grandiose per soddisfare le mie eventuali richieste di “simboli”.

Già, perchè noi siamo stati una generazione basata su “etichette”, formali e virtuali che gli adulti dell’epoca, ci hanno imposto.

Ricordo i miei sogni di ragazza, immaginavo me stessa in tailleur a dirigere un’azienda, una donna manager, realizzata ed indipendente. Non vedevo nel mio orizzonte immaginario nè famiglia, nè figli.

Un uomo in teorica gonnetta.

Affatto in connessione e sintonia con la sua femminilità, completamente repressa, chiusa, archiviata poichè, comunque, non corrisondente al “modello”.

E due stramaroni di questi modelli che hanno perseguitato la mia/nostra esistenza! Da quelli fisici (non hai le tette, il culo è troppo grande, sei in sovrappeso, sei bassa, hai le spalle troppo larghe e qui mi fermo) a quelli sociali e psicologici.

Crescendo, per fortuna, ci si libera un po’ di questi colossi che impediscono di vivere la propria esistenza, dandole il taglio che meglio si crede… ci si libera… insomma…

Guadata la boa dei 40, come una pirla, mi ritrovo dentro a questi cliché malati, con tutte le scarpe.

Se per 20 anni, conclusa l’adolescenza, vivaddio!, ho creduto di scegliere secondo le mie corde la vita che volevo fare (più o meno) e la persona che volevo essere, sbarchi nella “mezza età” e sei nella merda un’altra volta.

E certo, perchè a noi donne, ci smaronano di ideali impossibili da raggiungere, come se vita significasse perfezione. Ecco donne che a 50-60 anni ne devono mostrare 20 di meno, ragazze che non godono della loro giovinezza acqua e sapone e sembrano delle matrone (certo senza rughe e con un corpo da svenimento), perchè la società ci vuole “ggiovani”, strafighe, iper sexy, costantemente portate a sedurre il mondo intero.

Da quarantenne, mi guardo allo specchio e invece di cercare la vita che ho vissuto sul mio volto e sul mio corpo, vorrei cancellarne ogni traccia. Ciò è male, malissimo! Sticazzi, mi hanno beccato di nuovo nell’ingranaggio bestiale che mi obbliga ad essere ciò che non sono…

Fortunatamente ci sono gli amici, la famiglia e… un barlume di intelligenza che mi resta e provo a guardare ancora, e vedo me, quella che sono diventata a forza di sberle e sorrisi che la vita mi ha regalato fino a qui… e amo (finalmente) le mie tette piccole e il mio culo grande, perchè sono solo miei e va bene così.

Non è facile “ritrovarsi” in questo marasma di stimoli demenziali che provengono da ogni dove e sentirsi una giaguara serena e rilassata in pace con se stessa e felice di quello che è, adesso, in questo momento.

Vabbè, concludo il pippolotto invitando tutte Voi che siete meravigliose nella vostra unicità, nel vostro difetto e nella bellezza del pregio, ad AMARVI, come solo voi meritate davvero.

Per il resto: a fanculo tutti!

ALLEGRIA!

Pimpra

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ps: mi sono scappate un bel po’ di parolacce… abbiate pazienza… 😦

 

 

 

DI TANTO IN TANGO. POST PER SOLI TANGHERI. L’EGO ASSOLUTO.

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Ennesimo pippolotto su argomenti triti e ritriti, ma è più forte di me, devo dire anche io la mia.

Ieri sera in milonga: ambiente accogliente, persone grandicelle che si conoscevano tra loro, questa la sensazione. Padrona di casa molto ospitale. Musicalizador interessante. Pista decorosa.

Le premesse buone.

Arrivo presto e ballo, con il mio partner, sin dalla prima tanda.

Il TJ comincia soft, correttamente, osserva la pista e i ballerini: non sbaglia una tanda. Non crea un’onda “pesante” perchè il pubblico dei presenti non l’avrebbe sorretta musicalmente.

Una selezione interessante di brani molto famosi ma suonati e interpretati da orchestre in modo alternativo, particolare. Una musica non solo bella da ballare  ma piacevolissima all’ascolto.

E QUI CASCA L’ASINO.

Da quanto ho potuto osservare, la pista, della musica se ne fotteva bellamente. Certo, erano tutti poco più che principianti, ma, nessuno e dico NESSUNO di loro, ascoltava.

Presi a fare le più assurde combinazioni di sequenze, senza tener conto che, di base, c’era una melodia, un ritmo, un sacco di sfumature musicali. Il nulla.

Così come NON ascoltavano la musica, la coppia non si ascoltava reciprocamente, tutti presi in un’esibizione onanistica del proprio sè.

Non una coppia che si fosse presa la briga di … CAMMINARE. E di farlo in modo raccolto, compiaciuto, intimo, sulla musica… No, perbacco!, era tutto un arzigogolare passi improbabili, su temi musicali impossibili da ballare al loro livello super basico.

Che peccato e che grande dispiacere, manco fossi un’argentina!, vedere come opere musicali straordinarie venissero sgualcite, calpestate, ignorate da tanta indifferenza…

Ma allora mi chiedo: che senso ha? Perchè perdere tutta la poesia, l’emozione che la musica evoca e che l’abbraccio del tango sublima?

Ma dios mio! Questi maestri perchè, perchè, perchè commerciano tango  e basta?  Vendono sequenze, passi, giravolte, ganci che le persone non sanno gestire, sono pure orrendi da vedere dal momento che, di base, non sanno nemmeno camminare…

E divento sempre più stronza, me ne rendo conto, perchè il marketing dell’anima di un popolo mi disturba nel profondo. Perchè la distruzione dell’arte musicale mi ferisce, perchè l’ignoranza, la superficialità di questi pseudo ballerini mi fa male al cuore.

Dov’è l’amore, il rispetto, la gioia pura di far scivolare il corpo dentro un poema di note, cullati dal contatto di colui o colei che ci cinge in un abbraccio presente, sentito, puro?

Sarà che sto invecchiando e la giaguara è sempre meno tollerante… però, mi chiedo, perchè, invece di provare a ballare insieme, ascoltando con le orecchie e con il cuore la musica, il ballerino medio vuole solo esibire il proprio ego assoluto…? perchè?

Pimpra

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PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE IL TEMA DELLA MUSICALITA’, suggerisco la lettura del testo

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se interessati, potete inviare una email di richiesta a: tangare@tin.it

E’ TEMPO DI PREPARARSI. SAPERSI DIFENDERE.

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Sono rimasta molto colpita dalla notizia apparsa sul quotidiano locale relativa alla violenza sessuale a danno di una giovane di 17 anni che, alla fine di una serata nei luoghi del divertimento cittadino situati in provincia, ha preferito utilizzare il servizio navetta fornito dal comune per rientrare in città.

Servizio-navetta pensato per i giovani, nell’età dell’incoscienza e delle grandi bevute, per garantire loro un rientro a casa, in “sicurezza”.

MA QUALE???

La povera ragazza, trovandosi da sola nel pullmino (non era tardissimo e lei voleva rientrare a casa un po’ prima), si è vista letteralmente “assalire” dal conducente dello stesso mezzo e violentare.

SERVIZIO A TUTELA DEI GIOVANI.

Non voglio soffermarmi sulla nazionalità del conducente, pare fosse serbo, perchè, di fatto, è stato assoldato da chi di dovere che avrà fatto i necessari controlli, almeno spero…

Penso alla vita rovinata di quella povera ragazza, alla micidiale violenza che ha subito e non posso pensare che, se mai dovesse accadere a me, non saprei come difendermi…

Da qui la decisione presa: a settembre mi iscriverò a un corso di autodifesa personale.

Non ho manie nè velleità di “menar le mani”, desidero solo conoscere approfonditamente le manovre necessarie che mi permettano di liberarmi e di scappare perchè, da donna, cosa altro posso pensare di fare contro la furia violenta di un uomo (sperando che non sia più di uno…)

MALA TEMPORA CURRUNT.

Per la prima volta in vita mia, vedo, nella mia piccola città di periferia, volti di persone che, istintivamente, mi fanno paura.

C’è povertà, molta, c’è molta rabbia, tutti elementi che concorrono a generare violenza, perciò, mio malgrado, ho deciso di “prepararmi”.

Non sono affatto felice di sentirne l’esigenza, perchè non mi sento più di stare tranquilla e fiduciosa, come è nelle mie corde, e come ho sempre fatto fin qui.

Purtroppo il mondo cambia, e non si può mettere la testa sotto la sabbia, ahimè…

Pensateci, Amiche, meglio sapersela cavare. A prescindere…

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO: TANGO E GIUNGLA. LE MIE STRATEGIE DI SOPRAVVIVENZA

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Rimango sempre molto stupita quando, di fronte a uno dei miei post sul tango, per ragioni che mi sfuggono, si scatenano lunghissimi ed articolati dibattiti.

La cosa in sè mi diverte un mondo, ma, al contempo, mi inquieta percepire come, quanto scrivo, venga interpretato in modi lontanissimi dal mio reale intendimento.

Potere della comunicazione.

Ciò detto, avendo utilizzato lemmi che tanto hanno fatto discutere, “guerra”, “mirada assassina”, “fuoco sacro”, solo per fare alcuni esempi, svelerò le mie personalissime tecniche di sopravvivenza per far sì che, una serata di tango, mi rechi piacere e non danno.

Sono profondamente convinta che il desiderio è la leva motivazionale principale per ogni danzatore di balli di coppia.

VOGLIO BALLARE. E lo voglio fare bene, lo voglio fare di qualità, voglio portarmi a casa belle sensazioni, nuove emozioni. Voglio COLORE nella danza.

Se sono animato da questo desiderio, che amo definire “sacro fuoco”, ho qualche possibilità in più che la milonga, che sia quella sotto casa o una delle serate di maratona o di un encuentro milonguero, possa arrecarmi piacere, darmi soddisfazione.

Milonga, in questo, senso è GUERRA.

Lo so che la parola non piace, ma è di sicuro la più efficace ad esprimere il concetto di “mors tua, vita mea” che, tradotto in pratica, significa che si “conquista” la tanda solo il ballerino/a VERAMENTE motivato, ovvero, colui o colei mosso da maggior DESIDERIO (ve lo ricordate Quello che diceva “restate folli, restate affamati”? Ecco, così!).

Ne scaturisce che, per essere proattivi (che vi piacerà sicuramente di più della parola “competitivi” che non ritenete abbastanza “politically correct“), bisogna muovere il culo. Cioè, per sperare di muoverlo poi danzando (ahahahah!), bisogna darsi da fare.

Nell’etica che contraddistingue il vero tanguero, questa azione si esplicita semplicemente, mettendo in atto il codice assoluto, la verità prima, unica e indiscutibile: l’utilizzo della MIRADA.

OSSERVO. PUNTO LO SGUARDO. MANTENGO IL CONTATTO VISIVO SE QUESTO E’ RICAMBIATO. VADO A PRENDERMI LA BALLERINA, ASPETTO SEDUTA IL BALLERINO MANTENENDO LO SGUARDO.

Nel frattempo, sorrido, perchè sono felice della possibilità di questa tanda.

In fondo, sopravvivere alla giungla di una milonga, non è così difficile.

Certo, bisogna “starci” di testa, di cuore, di corpo.

Non sempre le serate vanno bene, magari risultiamo invisibili, magari, semplicemente balliamo male, o la musica non ci va. Ma questa è la vita e bisogna saper accettare anche le sconfitte.

Le mie personalissime strategie di sopravvivenza sono cresciute con me, con la ballerina che sono diventata.

Regola n. 1

Andare in milonga SOLO se si è veramente motivati. Cioè, la fiamma del “fuoco sacro”, è bella sbrillucciante. In caso contrario, fare altro.

Siamo animali sociali e, per prima cosa, gli uni degli altri percepiamo l’energia che emaniamo, che si traduce in gesti, in sguardi, in movimenti. Se questa energia non è fluida, vibrante, gli animali della sala lo percepiscono e rivolgeranno l’attenzione verso altre fonti luminose. C’è poco da rimanerci male, è sempre colpa nostra.

 Regola n. 2

Avere sempre ben alta la propria autostima.

Non si può piacere a tutti. Quindi, mettersela via se quello/a ballerino/a non ci si filano di pezza perchè, semplicemente, ciò che siamo, non entra nelle loro corde.

Pazienza. Siamo una popolazione di tangueri ENORME, troveremo senza dubbio anche il nostro estimatore/trice.

La cosa FONDAMENTALE è NON FARSI PRENDERE DALLO SCONFORTO e mettere in dubbio chi siamo. Insomma buttarci da soli la zappa sui piedi. Se la serata non gira, per X ragioni, si levano le tende, SEMPRE CON IL SORRISO perchè quella sarà l’ultima immagine che gli animali della giungla tanguera avranno di noi, e noi non siamo tristi, umorali, negativi e pesanti… siamo LUCE. SEMPRE.

Regola n. 3

Avere cura di sè.

La prima immagine che gli altri hanno di noi è ciò che vedono di noi. Sicchè, la sciatteria è una pessima scelta.

Ad ognuno libertà di esprimere se stesso, tenendo conto che anche il fattore visivo avrà il suo peso nella dinamica dell’invito.

Se uso abiti che mi “nascondono” (colori molto scuri, ad esempio), non mi dovrò lamentare se gli animali in sala non si accorgeranno di me. Semplicemente, non voglio che mi vedano. E datevi da soli la risposta.

Da ballerina, il ricordo che il danzatore con cui ho ballato mi lascia passa anche attraverso questi elementi: l’affinità che è scaturita nella tanda (ovviamente!), la cura del suo abbigliamento (l’uomo che si porta i cambi per ovviare al sudore, si profuma delicatamente…).

Magari per loro è lo stesso, e mi adeguo anche io. Si tratta di aver rispetto dell’altro e di riservargli cura.

Al momento, di strategie non me ne vengono in mente altre.

Quando cado nella trappola mentale della “serata di merda”, mi vengono sempre in mente le parole di una cara amica che, tanto tempo fa, mi disse: “Cara Pimpra, non devi abbatterti se il tal ballerino per cui sbavi, non ti vede nemmeno. Tu insisti e sii paziente. Se lavorerai bene, arriverà il giorno in cui verrà a prenderti.”

Ed aveva ragione, quando ciò accade, è sempre una gran festa (interiore) ed è un’altra “bandierina” piazzata in cima all’Everest tanguero!

E adesso divertiamoci!

BUON TANGO A TUTTI!

Pimpra

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NON SCORDARE IL BUON GUSTO

 

Gli amici lo sanno, ad ogni inizio estate riparte la mia tiritera contro l’utilizzo improprio delle flip flop in contesti urbani.

Le infradito di gomma sono, di fatto, il più disgustoso, orripilante, mefitico schiaffo in faccia all’eleganza, alla raffinatezza dell’uomo e della donna moderni.

INACCETTABILE!!!!

Lo capite o no? esibire piedazzi dal tallone sdrucito e sporco, estremità dalle dita pelose e dalle unghie incolte…

L’ORRORE CHE CAMMINA.

Non voglio sentire ragioni, non mi convincerete MAI!!!!

Il piede è una parte del corpo sicuramente molto bella, sexy, in qualche modo “comunicativa” ma va espressa e utilizzata con garbo e discrezione.

Manca la civiltà della cura del corpo, intesa come igiene e decoro personali, sicchè accade di vedere spettacoli innominabili sia che si tratti di piedi maschili che femminili.

L’eleganza non appare, non è sfrontata, suggerisce piuttosto che urlare. Idem dicasi dell’esibizione e/o mostra volontaria del corpo.

Lessi, tanto tempo fa, che la raffinatezza estetica, si esalta nell’accuratezza della scelta degli accessori. La scarpa è uno di quelli più importanti, assieme ad altri dettagli di stile. Posso permettermi di indossare un capo semplice, anche di fattura non eccezionale, se gli accessori che lo accompagnano sono belli, di qualità.

Allora, perchè buttarsi la zappa sui piedi, cadendo e cedendo al richiamo di sirena della gomma colorata delle orride flip flop estive?

Lasciatele vivere vicino all’acqua, che sia una piscina, in mare o un bel rivo di montagna ma, per favore, non violentate la loro gentile suola di gomma sul bruciante asfalto cittadino…!

ps: la ceretta di fa anche sulle dita dei piedi, così per dire… 😉

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. FRIVOLEZZE TANGUERE

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Il tema di oggi è: come diventare una ballerina di tango migliore. E una donna più “donna”.

Niente di nuovo sotto il sole, lo so bene, però non posso non portare la mia testimonianza. Quindi, siccome qui sono a casa mia, vi tocca sorbirvi il pippolotto del lunedì! 😀

Torno da un fine settimana a tutto tango, come piace a me, ma stoggiro condito da tanto studio. Oltre una milonga serale da “yabbadabbaduuuuu” ho frequentato lezioni sia sabato che domenica: UNO SBALLO!

Tornando al punto, ecco la mia ricetta per migliorare le nostre qualità di danzatrici e, conseguentemente, di donne.

PREMESSA:

Per essere una ballerina decente/decorosa/brava si DEVE studiare. SEMPRE.

Questo è il principio primo, la tavola della legge.

Non si è MAI arrivati, come danzatori, nè a livello amatoriale, nè a livello professionale. Si deve continuare nella propria ricerca, quindi nello studio.

I movimenti vanno ripuliti, perfezionati, migliorati, sublimati per raccontare con il corpo il nostro modo unico di sentire e di ballare, trasmettendo così, al nostro partner, sensazioni, colori, emozioni che la tanda è capace di provocarci.

Lo studio e la pratica ci aiutano ad esprimerci, raccondando, nella danza, chi siamo. Veramente.

MA NON BASTA.

E qui viene il bello.

L’io danzante deve essere “vestito”. L’abito è l’elemento coreografico della rappresentazione.

Vi sarete sicuramente accorti che osservare una donna ballare in jeans offre una sensazione diversa quando la stessa ballerina indossi un abito formale, o semplicemente sexy, svolazzante o stretto. Il corpo viene accompagnato nel movimento, in modo diverso, assume linee e riflette uno stato d’animo diversi.

Provare per credere, specie se siete donne. Per l’uomo lo spettro di possibilità è un po’ più ristretto.

Fino a qualche anno fa, in pista, si vedevano in prevalenza abiti fluidi, scivolati, certo molto scollati ma che avevano lo speciale compito di rendere il movimento “aereo”, sottile, leggiadro e soave. Scollature a parte, il corpo non veniva sottolineato, ma suggerito da spacchi e svolazzi.

In pista, di questi tempi, si nota un grande cambiamento: la fisicità del corpo è manifesta. Gli abiti si sono fatti guaine aderenti, ben segnate su tutti i punti della femminilità, in mostra, in bella evidenza a dire “eccomi”.

A quelle di voi che non avessero ancora affrontato l’esperienza, suggerisco di provare: un abito succinto, vi regalerà un tango più raccolto, più sensuale, più femminile, dove le linee della gamba, del gluteo della schiena creeranno un quadro armonioso. O così, almeno, dovrebbe essere.

Abiti dai richiami anni 50′ non perdonano errori. Gambe aperte, piedi portati male, difetti di postura e di abbraccio. Regalano, di contro, molta “self confidence” con il proprio corpo, con la gioia di essere una femmina, ma femmina al 100%.

Sono rimasta colpita dalla democrazia che regala un abito stretto: sta bene praticamente a tutte. Non serve essere in forma smagliante, magre e asciutte, anzi, al contrario, un tubino aderente, va in esaltazione, se è ben farcito.

Con la mia amica mi sono concessa un gozzoviglio in quel di Riccione, all’atelier di una cara amica, ballerina pure lei e straordinaria stilista. Ho scoperto cose che non potevo immaginare e… i risultati sono arrivati da soli…

Allora, donne, osate! Poi, passate per di qua a raccontarmi se quel che dico è vero perchè… “anche l’abito fa la tanguera”!

BUON BALLO A TUTTI!

Pimpra

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TRIESTE DA BERE.

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Il venerdì è una giornata che mi è sempre piaciuta. E’ carica di promesse, di profumi, di immaginazione. Davanti, due giorni da vivere senza limiti, nessuna gabbietta, nessun orario da rispettare.

Il MIO TEMPO LIBERO. (che poi veramente libero non è mai… ma questo è un altro discorso…)

L’altra Giaguara ed io, alla fine di una settimana pesante, ci concediamo una vera e signorile “uscita dalla gabbia”: finito il lavoro, belle, eleganti come si conviene alla nostra età, trucco e parrucco a posto, ci dirigiamo verso la via della “movida” triestina dove, un nostro compare dello stesso reparto di geriatria, ci ha consigliato vivamente di andare: “fidatevi Ragazze (ndr tra dinosauri, siamo sempre tutti “Ragazzi”), una bella atmosfera, gente giusta, un bello “struscio“.

Allegre il giusto, motivate il giusto, curiose il giusto, senza colpo ferire, raggiungiamo la meta suggerita.

Scelto il tavolinetto strategico, attendiamo di ordinare.

Attendiamo.

Attendiamo.

Attendiamo.

Al 12′ la sottoscritta, con uno scatto degno delle mie baby Maine Coon, si alza e procede verso il banco.

Un giovane acqua e sapone, dai vent’anni forse ancora da compiere, con sguardo annacquato ascolta la mia richiesta (senza scusarsi dell’affronto di non essersi preso cura di due giaguare di cotal fatta…), “Cosa desiderate Signore?” che, uscito da quella bocca ancora sporca di latte, suonava come un “Mamme o nonne”… “Un aperitivo” rispondo prontamente, “Analcolico vero?” chiede il decerebrato.

La mia amica ha dovuto trattenermi le vesti prima che scattassi oltre il bancone a menare di botte il cretinetto che avevo dinnanzi.

Curiosamente ha prevalso la maturità e mi sono limitata a rispondere un “Guarda che non siamo appena uscite da Villa Arzilla, niente aperitivo analcolico per noi!”.

Lo sbarbatello, resosi conto di non essere stato professionale, bastava si limitasse a chiedere un “Cosa desiderate?”, ci ha rifilato due spritz Aperol che avrebbero tagliato le gambe anche a Varenne . In più, il maledetto, per vendicarsi, non ci ha portato nemmeno uno straccio di patatina o altro, giustificandosi che “Gli stuzzichini li stanno ancora preparando ” (erano già le 18.45, non so se rendo…)

Ubriaca e imbizzarrita come poche volte mi capita, ho iniziato a sciorinare alla mia povera amica una filippica  tragicomica sull’età, su come questa società sia crudele e tracci una profonda discriminante basata sulla data di nascita delle persone.

Mentre io parlavo infervorata, l’amica, ovattata dalla botta alcolica e dalle mie chiacchiere, cercava di procacciarsi il cibo che non voleva assolutamente arrivare.

Gli avventori del promesso “struscio” in compenso, iniziavano a varcare la soglia del ritrovo. Classificabili in: ultimo anno di liceo, primo o massimo secondo anno di università. Ovvero BAMBINI!!!

MORALE:

Ho preso l’amica trascinandola nel bar di fronte che frequentavo ai tempi dell’università e che continua ad essere gestito dal medesimo proprietario di allora. Colà, un trattamento da vere principesse, circondate da non più giovani avventori, dove poter chiacchierare tranquillamente, farsi due risate e gustare un’ottima frittura di sardoni.

MORALE 2:

Mai fidarsi dei consigli di un amico cinquantenne in termini di luoghi “sociali”. Lui punterà all’incrocio di “bella gente” sui 20 -30.

… Carne decisamente ben poco frollata per il palato di due Giaguare come noi…

OK.

VADO A SUICIDARMI E POI TORNO!

😀

Pimpra

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ISTANTANEA DI UNA GIORNATA DI FINE MARZO

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Me ne stavo seduta davanti alla tazza di caffè fumante, in cucina, lasciando lo sguardo oltre il  muro colorato delle orchidee di fronte a me.

Le sei del mattino, la mia ora preferita. Silenzio, a parte il rumore biscottato dei balzi e delle corse delle gattonzole scatenate nel perimetro di casa.

La quiete del giorno mi saluta con tocchi delicati e rosei delle prime luci. Sembra tutto così facile, naturale e semplice.

I minuti passano troppo veloci, e non posso permettrmi di stare ancora lì, come sospesa, tra la notte evaporata e il giorno nascente.

In ufficio mi chiedono perchè mi svegli così presto e arrivi così tardi, quasi allo scoccare dell’ultimo ingresso consentito.

La risposta è semplice: perchè sono donna e in quei pochi minuti liberi del mattino, riesco a farci stare dentro un sacco di attività. E’ il mio mantra quotidiano, fare, agire, programmare, resettare, ripetere, andare avanti.

Tutto con le mie sole forze, senza l’aiuto di nessuno, nemmeno per portare al piano le sporte pesanti della spesa, mai.  Sono mie le braccia, sono miei gli appuntamenti, gli amici, le attività, lo sport, la famiglia, le gattonzole.

Parlo con gli amici uomini e loro si meravigliano, non possono credere che, in un corpo piccino possa viaggiare vigorosa tanta energia.

Ma la forza è anche altrove. E’ ascoltare, connettersi, percepire le sottili vibrazioni di chi abbiamo intorno.

Ci viene di natura, siamo nate così.

La giornata di oggi mi è pesante, sono stanca nel corpo, leggera nella mente. Non vedo l’ora di atterrare nel mio piccolo appartamento, farmi coccolare dalle gatte e salutare questo giorno.

Domani sarà un’altra, dolce, alba…

REPEAT.

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. IL CALDO ABBRACCIO DI UN WEEK END MILONGUERO

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Due settimane gioiosissime. Una splendida maratona in quel di Milano, un week end milonguero dalle  mie parti, in Villa Giacomelli.

Che sensazioni diverse.

Se la maratona regala scosse di adrenalina, altra è l’energia che arriva da quanto possa iscriversi sotto l’egida di “milonguero”, che sia un encuentro, un week end o qualsiasi altro evento.

E’ proprio un fatto di energia, di scintille, di dinamica e di onda che sono molto diversi in questi due grandi modi e mondi di vivere il tango.

Li amo entrambi. Indissolubilmente.

La sfida, la competizione, il guizzo di una maratona, mi “accendono” letteralmente l’anima e il corpo. Si balla in modo diverso, la pista è molto più grande, le gambe si stendono in tutta la loro ampiezza, ci si muove tanto, si balla tutto e su tutto, con fervore appassionato.

E’ come il ritrovarsi di due amanti focosi, che hanno “fame” e desiderio incontenibili.

Altro è  la dimensione milonguera.

L’energia che arriva è profonda e potente ma meno di punta. L’onda, sulla pista, non può essere “anomala”, deve necessariamente, viaggiare più sulla lunghezza che sulla ampiezza di cresta.

E’ un calore che entra in profondità, ma si fa più intimo, quasi riservato. La connessione con il partner è forte ma, all’esterno, non trapela in modo vistoso.

Si balla tenendo in maggior conto l’intimità dell’abbraccio, dove tutto il dialogo affonda le sue radici comunicative. I piedi arrivano poi, l’ampiezza dei passi, gli spostamenti evidenti, non sono la marca più evidente, il tratto più interessante.

Sono due amanti che si conoscono già,  e cercano nuove sfumature nella passione che li lega. Sono amanti meno esplosivi ma con una intensità che tocca altre corde.

Adoro tutto questo, adoro questo meraviglioso tango capace di soddisfare gli aspetti poliedrici delle personalità di noi danzatori.

Amo e rispetto la passione di coloro che aprono le porte della loro casa, selezionando gli ospiti per poter creare ogni volta una magia rara.

Non so se sono più una maratoneta o una milonguera. E non ha nessuna importanza. E’ il tango che cerco e che trovo e che ogni volta mi stupisce e mi travolge.

… ora in un vortice di passione cieca, ora nel calore di un abbraccio…

e io ballo…

Pimpra

ps: la “famiglia milonguera” di Villa Giacomelli, come sempre, non tradisce mai le aspettative. Un abbraccio collettivo dove ritrovarsi, insieme, nella condivisone della passione più bella. Almeno per noi…

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

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