Le foto che non sono di mia proprietà, vengono utilizzate linkando la fonte da cui sono state prese e utilizzando la frase "Image credit da qui".
Tutte le altre foto sono di mia esclusiva proprietà. Se vi piacciono, chiedetemi l'autorizzazione al loro utilizzo inviando una mail a: pimpra@hotmail.it
Andrà, comunque, sempre citato il post di riferimento con apposito link.
Nel rispetto del provvedimento emanato dal Garante della protezione dei dati personali in data 8 maggio 2014, si avvisano i lettori che questo blog è ospitato gratuitamente dalla piattaforma Wordpress.com ed i relativi cookie sono visibili e gestiti da WordPress secondo la Automattic Inc. , proprietaria della piattaforma. Questo sito si serve di cookie per migliorare la navigazione e per analisi statistiche completamente anonime; questo sito non utilizza in alcun modo cookie di profilazione propri, ma consente l'invio di cookie di terze parti. Continuando la navigazione in questo sito, si acconsente all’uso di tali cookies. In alternativa è possibile rifiutare tutti i cookies cambiando le impostazioni del proprio browser.
Il mio anno tanguero ha preso vita in Emilia Romagna dando un felice imprinting alle mie velleità danzerecce, riportandomi, una volta ancora, nell’accogliente terra del tortellino (e non solo!).
Una formula che amo particolarmente: un “All you can dance” di 14 ore di fila. Un sabato dedicato all’attività preferita: ballare e – soprattutto – ballare bene.
In Emilia Romagna, diciamocelo, sono molto viziati, non c’è parquet che si calpesti dove non si trovi ottima offerta di ballerin* che siano oriundi o in trasferta, di sicuro amano ritrovarsi colà. Me compresa.
Della sede prescelta, Casa Katia Bertasi ne ho già parlato qui, ribadisco la comodità di raggiungerla, specie per la sottoscritta che ha viaggiato in treno, oltre la piacevolezza di ballare in una ampia sala vetrata con affaccio sul verde.
Quale sia la formula di una nuova milonga nel ricco panorama bolognese, non mi è difficile identificarlo: la passione di tre donne, le art director dell’evento, che, oltre alla esperienza come ballerine ed insegnanti di tango, hanno messo la sensibilità e l’organizzazione tipica delle donne.
Programma cristallino: offriamo 14 ore di ballo, piccoli snacks (non vi riempiremo la pancia perciò organizzatevi, ma noi vi forniamo tutte le informazioni per aiutarvi, compresi i cockatil al bar a prezzo convenzionato), una tonnellata di deliziose arance Resca che fanno anche bene alla salute (ps: next time provate a noleggiare il macchinario utile alla spremitura del nettarino frutto così da agevolare gli avventori dell’aranciata), una super coppia di Dj che ci hanno fatto fondere la suola delle scarpe.
Trovo interessante la formula che le tre madrine di BOca tango, Antonella, Luciana e Marianna hanno scelto, il prossimo incontro a marzo per concludere (in questa prima fase) a giugno. Diluire l’evento per dare la possibilità anche a chi non è dei luoghi di organizzarsi il viaggio, e, immagino, anche per non andare contro alle milonghe fisse di Bologna e dintorni. Sensibilità tutta femminile, a mio parere e forse, anche legata alla logistica di sala che, bella com’è, sarà spesso utilizzata per eventi.
Cosa posso aggiungere se non che è sempre un piacere assistere a un “ciack si gira” di una prima edizione che finisce con l’esclamazione “buona la prima”!
Felice di essere stata presente e ballare il vostro successo!
Milonga in una delle sedi che preferisco, splendida atmosfera, amici, tango per tutti i livelli, dai beginners ai più navigati, pomeridiana unita alla serale, in una parola festa grande.
Partecipo con un’amica, balliamo, ci divertiamo.
Mentre sono tutta presa in una tanda, con la coda dell’occhio colgo il suo sguardo disperato e noto il ballerino che la cinge.
Qui, serve fare una doverosa premessa:
siamo stati tutti principianti, quindi possiamo accogliere le difficoltà che ambo i sessi sperimentano nel grande agone della milonga. E’ compito dei più esperti agevolare le giovani leve, accompagnarle nella loro crescita, anche spiegando per bene il bon ton del tanguer*, al fine di evitare al lui o lei di turno pessime figure che sporcheranno la “fedina tanguera” a volte, pregiudicando per sempre, un piacevole e sereno percorso.
Due sono le regole d’oro che vanno tatuate nel comportamento dei danzatori: si invita con mirada e cabeceo, il no (eventualmente ricevuto – poi ne parliamo) è un no che va rispettato.
Torno alla mia amica, finisce la tanda e con rabbia mi racconta il suo vissuto: un uomo, pure di età piuttosto avanzata, non solo le si para davanti (non si conoscevano) e la invita verbalmente, mentre lei, nel momento in cui si era accorta che si stava avvicinando, aveva girato lo sguardo da altra parte, manifestando con rispetto la chiara intenzione di NON ballare con dato soggetto. L’uomo, indifferente, piantandosi davanti a lei “Balli?”, “NO GRAZIE, non mi va la milonga”, “Non ti devi preoccupare, faccio tutto io” e, porgendole la mano, con tono imperioso, l’ha costretta ad alzarsi e andare.
Quando me lo ha raccontato le ho parlato del sacrosanto diritto di dire di NO e di NON accettare – per nessuna ragione- un invito che risulta sgradito, ma poi, a mente fredda, ho analizzato meglio la situazione, comprendendo quante leve emozionali, una simile prevaricazione – altro che patriarcato! – muove nell’animo di una donna.
Lui era fisicamente imponente, anziano, con modi decisi. Lei molto più giovane, educata e gentile, la classica “brava ragazza” abituata a comportarsi bene. E’ facile dire “Ti dovevi alzare e lasciarlo lì”, per lei, al contrario, sebbene le facesse raccapriccio l’idea di quella tanda, si è alzata quasi obbedendo a una voce interiore e ha ballato una tanda tremenda.
Proviamo a metterci nei panni dell’altro e impariamo a scovare, anche in un luogo di divertimento, comportamenti di fatto aggressivi. La violenza si traveste di moltissimi abiti, non solo di urla, parole ferenti, minacce più o meno velate, botte. Violenza è anche costringere qualcuno a fare qualcosa che non gradisce, impedendogli di agire il suo libero arbitrio, come in questo caso, di declinare un invito.
E’ violenza anche quando un ballerino che non conosci e che scansi con lo sguardo, ti si para davanti, “obbligandoti” con il corpo ad accettare l’invito. Non tutte le donne sono forti abbastanza per ribellarsi, in tante – ancora, si piegano a certi soprusi.
Il tango è democratico, sociale, e, soprattutto, rispettoso di entrambi i sessi e di entrambi i ruoli. Mai vorrei incrociare chi, con fisica insistenza, mi costringesse a fare ciò che non desidero o nel momento in cui non lo desidero.
Tutti noi dobbiamo imparare ad accettare i NO, essi ci servono per riflettere, per imparare e per crescere. Ricevere un NO in milonga non significa che siamo esseri umani senza valore (o valore tanguero), infinite sono le ragioni – logiche, illogiche, di pancia- che fanno sì che a quella tal persona, in quel tempo, siamo sgradit*. Pensiamo che può essere “per sempre” o momentaneamente.
Quando ero una giovane ballerina, leggi principiante, e mi riempivo gli occhi guardando i bravi, sognavo ad occhi aperti di essere invitata da uno di loro. Immaginavo il giorno in cui sarebbe successo (ho sempre voluto essere ottimista! 🙂 ) e come mi sarei sentita, e il percorso di crescita che avrei fatto.
Per sopportare l’attesa, ho ideato il gioco della bandierina. Immaginandomi un’alpinista di vette himalayane, quando – finalmente!, fosse arrivato l’invito tanto sperato, avrei assegnato alla tanda la bandierina di vetta conquistata. Con gli anni, la pratica, lo studio, l’umiltà dell’attesa, le bandierine sono arrivate numerose e, ancora oggi, con immutata gioia, continuano a sorprendermi.
Cari uomini all’ascolto, quelli che credendo di ballare una quadriglia ottocentesca si parano con manina tesa davanti alla tanguera riluttante, fate cinque passi indietro, trovate la giusta posizione in cui potreste intercettare il suo sguardo e guardatela, non va bene la prima volta, riprovateci, con serenità e costanza. E, se per quella milonga non andrete a segno, non fatene una malattia, ci saranno altre occasioni.
Siate cavalieri rispettosi dell’altrui volontà. Così vi vogliamo.
Avete presente quel fenomeno assurdo secondo cui, se qualcosa è vicina non la noti perchè lo sguardo vola lontano? Ecco è precisamente ciò è accaduto a me nel pomeriggio di ieri, quando ho messo per la prima volta piede nella bellissima sala “Piccola Fenice” a Trieste.
Mille volte amici tangueri triestini mi hanno invitato ad andarci, in occasione di milonghe, e mai ho trovato il tempo.
Stimolata dall’occasione, per me irresisitibile, della pomeridiana, finalmente mi sono decisa.
Lo spazio fisico mi ha stupita, un meraviglioso salone delle feste, ampio e arioso con un piacevolissimo pavimento di parquet, il massimo per ballare. L’audio, nonostante l’ampiezza della sala, ben costruito, il parterre danzante più frizzante che mai.
In pista ho visto rappresentata la generazione tanguera con la quale ho iniziato e un bel gruppo di nuove leve. La musica di Filippo Giacomelli ha saputo mantenere vivace lo spirito dei ballerini che apparivano coinvolti e stimolati.
Fa piacere constatare che gli sforzi messi in atto dal direttivo del Circolo del Tango di Trieste stiano portanto i loro frutti, così che anche Trieste possa, un giorno non lontano, diventare un polo di attrazione e di interesse per coloro che amano ballare.
Da quanto comunicato ieri sera, durante il mese di dicembre ci saranno altre ghiotte occasioni per ballare a km zero (che pare un piccolo miracolo!), non lasciamocele scappare e prepariamo le “scarpette rosse” delle feste.
Amarcord è una delle mie maratone preferite da sempre, tanto che, quest’anno, non vedendo arrivare la notizia dell’edizione, mi sono preoccupata e ho scritto direttamente agli organizzatori.
Non era un ritardo voluto, ma necessario perché, l’edizione 2023 ha riservato moltissime sorprese.
La location: una sala affacciata sul giardino di un complesso chiamato casa di quartiere Katia Bertasi che da “centro sociale per anziani (…) diventa “casa di quartiere”, ma non cambia la sua natura inclusiva e tanto meno il suo nome, che è dedicato a una delle 85 vittime della Strage del 2 Agosto e rappresenta quindi un pezzo di storia particolarmente importante per la città.” ( cit. ).
La nuova veste di maratona “non stanziale”, come tutti i cambiamenti, ha portato i suoi pro e i suoi contro.
I pro: doversi trovare l’alloggio permette anche di scoprire nuovi quartieri della città ed entrare in un contatto più profondo con il cuore pulsante di una realtà urbana e sociale che non è la propria.
La sala dove si è ballato, ha offerto una vista piacevole e aperta su uno spazio verde, essendo costruita con due pareti a vetrata. I frequentatori del luogo, giovanissimi o adulti, spesso si fermavano dinnanzi alla grande parete di vetro, incuriositi. C’è chi faceva foto, chi si tratteneva per un lungo momento dinnanzi a quello spettacolo così inusuale: persone di tutte le età che si abbracciavano lanciandosi in un ballo dalle mille sfumature.
La novità più interessante che la nuova livrea di Amarcord ha riservato è stato l’orario: oltre a quello solito di maratona che tutti conosciamo, c’era la possibilità di ballare la “matinée”, ovverosia dalle 10.00 del mattino alle 15.00 senza intervallo con la pomeridiana che prendeva il via alle 15.00.
Una sorta di passaggio di testimone tra tj pensata, in particolar modo, per favorire le numerose coppie con bambini ancora molto piccoli che, in questo modo, potevano fare staffetta tra accudimento pupo e ballo. Una proposta che ho trovato particolarmente interessante oltre che un segno di grande sensibilità degli organizzatori.
Il contro: la difficoltà di trovare alloggi/hotel/b&b a prezzi accettabili (e disponibili!) poiché nello stesso weekend, la città ospitava tre fiere ed altri eventi sportivi di grande rilievo.
Per ovviare al problema, e in esaltazione dello spirito da sempre molto ospitale degli emiliano-romagnoli, così come si fece a Trieste con il bellissimo evento Trieste Tango y Tù che in molti, quando vi dico che sono triestina, ancora ricordate, per la prossima edizione si potrebbe proporre ai bolognesi di “portarsi un* maratonet* a casa”.
Per esperienza garantisco che sia per l’ospite che per l’ospitante si creano meravigliosi legami e ricordi.
Un’altra chicca che voglio assolutamente citare è la seguente: il braccialetto maratona che ha riportato parole importanti/simboliche/amate/divertenti di noi partecipanti.
A me è capitata “ESTASI” e posso confermare che le emozioni, le gioie, le risate, le tandas che ho ballato mi hanno traghettato senza dubbio alcuno in quella dimensione.
Cari Antonella e Fabio e tutta la splendida crew che vi ha supportato, avete il cuore grande e Amarcord, una volta in più, lo ha dimostrato!
Per chi non lo sapesse ancora, questi cinque volti sorridenti sono l’anima pulsante della Colegiala, maratona in quel posto pazzesco, ex colonia estiva della Fiat, che rappresenta – per me- la chiusura con bacio sulla fronte, delle maratone “estive”.
Quest’anno giunta alla sua 8 edizione, con una verve, un desiderio di stupire, di divertire, ai massimi livelli infatti i numeri ne sono stati la testimonianza: 300 e più persone di fedelissimi e nuove leve. Questi sono i numeri del successo!
Quando la data del weekend si avvicina mi sale un’allegria mista di curiosità e desiderio immaginando le sorprese che sempre ho trovato, in tutte (5?) le mie Colegiala.
Ogni anno mi ripeto e dico che l’ultima maratona è la più bella, anche questa lo conferma. Ogni anno ne assaporo maggiormente i dettagli e le sfumature organizzative. Una macchina da divertimento perfetta.
Su 300 eravamo un gran bel mix di provenienze, di età, di “stili” che hanno creato un curry di tango speziato di gran gusto.
Ai miei Colegiali del cuore, a quelle Anime adorabili che l’hanno pensata e ogni anno l’organizzano, il mio sentito GRAZIE, dal profondo della mia anima tanguera! ❤
Affrontiamo adesso il “fattore A”. Avete già capito? Se non vi è chiaro vi offro un esempio: una sala enorme, piena di gente, di gente che fa una cosa per cui praticamente tutti sono accettabilmente brav*, dove – ovviamente – vi sono dei soggetti particolarmente brav*, dove quella cosa accade con brama e desiderio in una zona particolare della sala dove prendono posto quell* dai 20 ai 39 che a 40 butta già male.
Il fattore età, miei cari, quei maledetti segni su pelle e sul corpo che ci qualificano come “passati, andati, decrepiti, vecchi, cariatidi ecc. (…)”. Chi ha superato la boa ed ha messo piede nei meravigliosi “anta” e balla il tango, comincia a farci i conti: si diventa, piano piano, come persone trasparenti oppure invisibili, non si occupa più uno spazio fisico, si fatica a portare la propria luce tra le mura della milonga.
Ci sono “anta” da sballo, giovanili, virtuos* ballerin* che riescono ancora a giocarsela molto bene, ma se tiriamo i remi in barca e smettiamo di darci da fare, la simbolica morte sulla pista è garantita.
Mentre osservavo le dinamiche cercavo di capire certe motivazioni alla base di un invito accettato o respinto, volevo chiarirmi i motivi che spingono molte persone a voler ballare sempre/solo con cert* senza avere l’azzardo, la curiosità di provare o riprovare altri “sapori”. Credevo che 3 giorni di balli matti e forsennatissimi aprissero la possibilità di fare tande nuove, intendo fuori dagli schemi: giovane/figa+adulto normale, giovane/figo+”madre di famiglia” (definizioni che vogliono essere scherzose, sia chiaro), magari che so osando un giovane/adultissim* così, magari per farsi una risata.
Eh no, i tempi non sono affatto maturi per produrre simili acrobazie relazionali. Accettiamolo e basta. Nel mentre, però, per chi è entrato a pieno diritto nella soglia “anta, anta…” il consiglio rimane sempre lo stesso: bisogna STUDIARE. Già il corpo, ci piaccia o no, invecchia, non ci basta più (ma credo non fosse mai sufficiente) dedicarsi a ballare e ballare e ballare. Bisogna affinare, migliorare, smussare ovvero studiare.
È questo il punto a cui siamo giunti, insieme ai miei compagni di viaggio, nella disamina del perché, a un certo momento del nostro percorso di tangueros, cominciamo a stare fermi al palo. Forse, senza saperlo, siamo diventati ballerini arrugginiti, pertanto le lamentele ci tornano indietro.
Il piacere di ballare in una maratona oramai va conquistato con la volontà e il sacrificio. Non ci sono alternative possibili. Una, in realtà: il divano di casa. 😀
Ci vuole una grandissima motivazione per spararsi una 1020 km nello spazio di un fine settimana, non fai a tempo a sgranchire le gambe che ti ritrovi nuovamente in macchina.
E’ la seconda volta, in questa curiosa estate 2023, che affronto il viaggio per raggiungere quella perla di paese, affacciato alla foce del fiume Magra, dove ha luogo il mio evento preferito open air, la Maratonguera.
Mentre calcolavo le lunghe ore che avevo davanti prima di potermi sollazzare sulla pista affacciata sull’acqua, non nascondo di aver provato una sottile inquietudine, una domanda impertinente si è presentata alla mente: “Sarà bello come l’altra volta?”. Sarà capitato a tutti che il “secondo appuntamento” si fosse rivelato un fiasco, massacrando il cuore di panna dell’ innammorat* di turno.
Temevo che la mia seconda volta potesse essere un flop, causa altissime aspettative.
Ho macinato i primi 500 km combattendo con questa sensazione, fidandomi, al contrario, di quanto suggeritomi dall’istinto: sarà meraviglioso.
In un post precedente (qui) ho citato la cortesia di una padrona di casa che riceve gli ospiti della sua milonga dedicando loro un’attenzione speciale che fa sentire “a casa”. Anche alla Maratonguera si viene accolti così, con lo stesso calore e gioia.
Ho ritrovato gli amici vecchi e nuovi incontrati la volta precedente a cui se ne sono aggiunti altri. Un panorama tanguero di tutto rispetto che ha permesso ai presenti di dilettarsi nelle numerose sfaccettature in cui il tango è capace di vestirsi.
Le tre sessioni di musica, praticamente una pomeridiana e una serale tutte di fila, hanno offerto musica di grande qualità, hanno accolto, caricato, trattenuto, rilassato e ricaricato ancora facendoci ballare alla follia che, a stento, nemmeno il merendino di mezzanotte, a base di il culatello, ci ha tolto dalla pista.
La locanda del Pilota è un posticino che crea l’atmosfera di suo, ci mettiamo due meravigliosi padroni di casa – Flavio e Marcella- che sono nati per ricevere, un gruppo di tangueros assortito nel miglior modo possibile, la luna piena affacciata per un romantico saluto, la brezza della sera a rinfrescare i bollenti spiriti tangueri, musicalizadores di alto rango, direi una ricetta di assoluto successo.
El Adiós non sarà un addio, ma solo un caloroso arrivederci alla prossima!
La ricorderò questa estate 2023. Nessun viaggio in mete lontane, nessuna festa da fuochi d’artificio, eppure è stata un’estate carica di significato, densa di un fluido di benessere e pienezza che mancava nella mia vita, da troppo tempo.
Ho riscoperto passioni antiche. L’acqua, primo fluido che ha accolto una mini me, dopo quello del ventre di mia madre. L’acqua azzurra di una piscina all’aperto in cui ho ritrovato gesti familiari, sensazioni intime e profonde che sonnecchiavano da qualche parte, nascoste.
Avevo bisogno di meditare in silenzio, ma il silenzio vuoto dell’aria si riempiva ogni volta di pensieri che mi portavano lontano, in acqua non è così, si sta. Nella mente, solo il numero delle vasche nuotate, come un faro ad indicare la strada del porto, nel mentre, nel ritmico susseguirsi di bracciate e di respiri, ecco manifestarsi prepotente quel Vuoto tanto atteso, carico di un pieno immenso di coscienza presente. Si affaccia e mi guarda.
In acqua sono tornate le amicizie del tempo ed altre se ne sono aggiunte, rendendo la piscina comunale un luogo magico, carico dell’odore familiare di candeggina, un tempio di gioia.
Quest’estate ho indossato per la prima volta le scarpe da trekking e ho camminato su sentieri di montagna, accompagnata da un allegro e coinvolgente gruppo di amiche. Il mantello verdeggiante delle colline dapprima e dei monti poi ha vibrato nei miei occhi come un delicato suono d’arpa. Non ho resistito e ho scattato un selfie con la mucca pezzata nocciola e beige come quella che ho sul letto di casa. Adoro le mucche, mi procurano tenerezza e rispetto.
Il mare cittadino, nel luogo a me più caro, ha regalato giornate roventi del calore delle amicizie incontrate e di quelle celebrate che hanno, troppo presto, lasciato questo corpo fisico. Erano tutte lì, a godere insieme a me della semplicità di un asciugamano appoggiato sulla terrazza del Bivio, ad abbronzarsi in compagnia, tra nuotate, chiacchiere e qualche aperitivo sotto le stelle.
Il tango non è mancato, anche se, quello che oramai sta più vicino al mio cuore, ha lasciato la città, lo ritrovo in altro luogo, fisicamente lontano. Come l’amore cambia forma, anche il tango cambia luoghi, cambia cuori, e vive di un nuovo respiro.
La pioggia esagerata, seppur crudele in certe sue manifestazioni, ha portato a galla i ricordi di un passato molto lontano, in un altrove davvero distante da qui. L’ho celebrata correndo insieme alle gocce grasse, godendo di quella sensazione unica che nasce dalla profonda connessione con gli elementi. Siamo Natura, terra, acqua, fuoco, aria. Sentirli tutti dentro la pelle, nel sangue che scorre, nei profumi che arrivano a stimolare l’olfatto, mi ha resa potente, immersa nell’immensità del Tutto, come ne facessi interamente parte.
Estate 2023, metafisica e immanente, ambrosia d’anima, dolce come una freccia che trafigge il cuore e lo fa traboccare di senso.
Avevo un desiderio furioso di andarci al “Molo 5“, erano anni che ne sentivo parlare.
Ieri sera, finalmente, in missione con le amiche. Ferie il giorno successivo e una voglia matta di ballare.
Le milonghe estive possone riservare sorprese di ogni sorta, nel bene e nel male, nel caso di “Molo 5” la fama è assolutamente meritata.
Il calendario degli incontri, sempre al mercoledì, è curato nei dettagli: lezione pre milonga con professionisti di livello, stesso discorso vale per i musicalizadores. Stefania è una padrona di casa come piace a me, “vecchia scuola”, ti accoglie, introducendoti agli amici che non conosci, assicurandosi che gli ospiti stiano bene, si divertano, socializzino. Stefania sceglie sempre con competenza e criterio chi invitare a suonare e a tenere la lezione pre milonga, non è cosa di poco conto.
Il caldo di questa seconda metà di agosto è passato in secondo piano, perchè la musica di Coppola ha rapito tutti i presenti, facendoci ballare senza sosta, sudati in modo imbarazzante, senza pudore alcuno, a macinare tandas su tandas.
La pista è grande, comoda e permette a tutti di esprimersi nei movimenti senza dare noia agli altri, per me un valore assoluto.
Molo 5 a Marghera è il compromesso ideale per i ballerini del Triveneto con punte di audaci dall’Emilia Romagna e oltre, a dimostrazione che – la qualità dell’organizzazione/servizi- attrae persone che si accollano anche una trasferta impegnativa.
Scrivo quanto scrivo con una lacrimuccia poiché, per la sottoscritta, sarà molto complicato tornarci con una certa continuità, a casa alle 4.00 del mattino, non ho più l’età per svegliarmi alle 7.00 ed andare in ufficio. Ma voi… fatevi un regalo: i mercoledì estivi una tappa al Molo 5 vale sicuramente il viaggio!
Bracciate lunghe, distese sull’acqua a specchio della piscina comunale, mattino presto, forse troppo per una giornata di festa. Immagino che l’intero volume di liquido azzurrognolo rimarrà a mio uso esclusivo.
Le braccia iniziano a mulinare dolcemente, i muscoli silenziosi si nascondono sotto la pelle, a voler dichiarare il giorno di festa. Poco a poco, vasca dopo vasca, li sento con me.
Nuotare è immersione in se stessi, nelle profondità più nascoste. Nel ritmo regolare del respiro, una piccola apnea interrompe la presa d’aria tra una bracciata e l’altra lì dove si appoggiano i pensieri, alghe multiformi che compaiono dal fondo.
Una meditazione consapevole, attiva o in totale silenzio, nel vuoto. A fare compagnia solo il numero delle vasche concluse, una dopo l’altra, come un metronomo assonnato.
Sessanta minuti, non reggo di più, nè fisicamente nè mentalmente. In un guizzo sono fuori e da pesce torno anfibio più sgraziato di quando scivolo sull’acqua.
E’ ferragosto e la piscina si riempie lasciandomi basita, non sono tutti in giro a fare festa, grigliate, frizzi e lazzi. Tanti come me, in compagnia dell’acqua e delle bracciate che la fendono.
Nuotare per un’ora è pochissima cosa, ma produce una gloriosa voglia di caffè latte. Il rito è concederselo, ancora a capelli umidi, nel bar del centro cittadino.
Trieste si presenta in veste nuova, scalo turistico di grandi navi da crociera che Venezia ci ha passato. Fatico ad abituarmi alle orde di crocieristi sbarcati a caccia di souvenir, tempo contato per lo shopping, un passaggio veloce ad assaggiare qualche proposta gastronomica locale. Li osservo sgusciarmi dinnanzi agli occhi mentre, cellulare alla mano, geolocalizzano i siti di loro interesse, alzano il naso al cielo, fanno il loro dovere di turisti insomma.
Il cappuccino alla soia inonda la mia bocca avida di caffeina, al primo sorso già mi sento appagata, il resto, lo centellinerò con calma.
Oggi è il 15 di agosto non è più tempo di fare progetti ma di viverli.
In questa calda estate, mentre rientro dal lavoro a piedi concedendomi una camminata flâneuse, ho notato sempre più di sovente, giovinette adolescenti e giovani donne indossare striminzite e aderenti magliettine, senza reggiseno.
Non ho potuto non notarlo, poiché, dinnanzi al mio sguardo, ho assistito alla danza tremolante del seno e dei capezzoli che, come occhi, giravano lo sguardo da una parte e dall’altra.
La prima volta che mi sono imbattuta in tale spettacolo ne sono rimasta incantata ma, al ripetersi comune di tale danza, quasi non ci faccio più caso. Vero è che sono una donna eterosessuale e che le tette non mi muovono gli ormoni. Non credo lo stesso ragionamento valga per un maschio.
Le giovani, giovanissime, portatrici sane di acerbo splendore mettono in mostra una parte del corpo di indiscussa bellezza, sono la prima a dirlo, ma non posso non pensare a un certo tipo di conseguenze.
Le vedi camminare che sembrano nude, ma non lo sono, in quel malizioso gioco di vedo e non vedo che cattura lo sguardo e l’interesse più di un corpo totalmente svelato. Seni alti, piccoli, rigogliosi, capezzoli puntiformi o maestosi, forme e dimensioni che la natura ha creato giocando con le possibilità.
In questo spettacolo, distolta l’attenzione dal corpo, osservo le dinamiche che si creano intorno a queste piccole donne: sguardi felini, predatori, bavosi di alcuni1 maschi che incontrano nel loro percorso. Sembrano lupi e le giovinette indifesi agnellini.
La libertà di essere e di esprimersi è un diritto ma, se fossi madre di una di loro, qualcosa vorrei dire loro. Il gioco della seduzione, il piacere di mostrarsi provocanti e impunite, libere e selvagge ha bisogno di maggiore consapevolezza che altro non è che una scelta più oculata su chi fare avvicinare.
Questo mi preoccuperebbe se fossi un genitore.
E questi giovani uomini, come percepiscono il potere del corpo delle donne? Con rispetto, con desiderio, con un sentimento di cura? Bisognerebbe chiederlo a loro.
Quanto al mostrare/mostrarsi a parer mio qualcosa toglie alla curiosità: quello che c’è non è più celato, il mistero svelato da subito. Perderei immediatamente la curiosità della conquista ma faccio parte di una generazione molto “antica”.
In origine il post riportava la frase “sguardi felini, predatori, bavosi dei maschi che incontrano nel loro percorso. Sembrano lupi e le giovinette indifesi agnellini.” Accetto il suggerimento dell’amico Riccardo Galasso su FB che propone di scrivere ALCUNI maschi. ↩︎
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.