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Avete presente quel fenomeno assurdo secondo cui, se qualcosa è vicina non la noti perchè lo sguardo vola lontano? Ecco è precisamente ciò è accaduto a me nel pomeriggio di ieri, quando ho messo per la prima volta piede nella bellissima sala “Piccola Fenice” a Trieste.
Mille volte amici tangueri triestini mi hanno invitato ad andarci, in occasione di milonghe, e mai ho trovato il tempo.
Stimolata dall’occasione, per me irresisitibile, della pomeridiana, finalmente mi sono decisa.
Lo spazio fisico mi ha stupita, un meraviglioso salone delle feste, ampio e arioso con un piacevolissimo pavimento di parquet, il massimo per ballare. L’audio, nonostante l’ampiezza della sala, ben costruito, il parterre danzante più frizzante che mai.
In pista ho visto rappresentata la generazione tanguera con la quale ho iniziato e un bel gruppo di nuove leve. La musica di Filippo Giacomelli ha saputo mantenere vivace lo spirito dei ballerini che apparivano coinvolti e stimolati.
Fa piacere constatare che gli sforzi messi in atto dal direttivo del Circolo del Tango di Trieste stiano portanto i loro frutti, così che anche Trieste possa, un giorno non lontano, diventare un polo di attrazione e di interesse per coloro che amano ballare.
Da quanto comunicato ieri sera, durante il mese di dicembre ci saranno altre ghiotte occasioni per ballare a km zero (che pare un piccolo miracolo!), non lasciamocele scappare e prepariamo le “scarpette rosse” delle feste.
Amarcord è una delle mie maratone preferite da sempre, tanto che, quest’anno, non vedendo arrivare la notizia dell’edizione, mi sono preoccupata e ho scritto direttamente agli organizzatori.
Non era un ritardo voluto, ma necessario perché, l’edizione 2023 ha riservato moltissime sorprese.
La location: una sala affacciata sul giardino di un complesso chiamato casa di quartiere Katia Bertasi che da “centro sociale per anziani (…) diventa “casa di quartiere”, ma non cambia la sua natura inclusiva e tanto meno il suo nome, che è dedicato a una delle 85 vittime della Strage del 2 Agosto e rappresenta quindi un pezzo di storia particolarmente importante per la città.” ( cit. ).
La nuova veste di maratona “non stanziale”, come tutti i cambiamenti, ha portato i suoi pro e i suoi contro.
I pro: doversi trovare l’alloggio permette anche di scoprire nuovi quartieri della città ed entrare in un contatto più profondo con il cuore pulsante di una realtà urbana e sociale che non è la propria.
La sala dove si è ballato, ha offerto una vista piacevole e aperta su uno spazio verde, essendo costruita con due pareti a vetrata. I frequentatori del luogo, giovanissimi o adulti, spesso si fermavano dinnanzi alla grande parete di vetro, incuriositi. C’è chi faceva foto, chi si tratteneva per un lungo momento dinnanzi a quello spettacolo così inusuale: persone di tutte le età che si abbracciavano lanciandosi in un ballo dalle mille sfumature.
La novità più interessante che la nuova livrea di Amarcord ha riservato è stato l’orario: oltre a quello solito di maratona che tutti conosciamo, c’era la possibilità di ballare la “matinée”, ovverosia dalle 10.00 del mattino alle 15.00 senza intervallo con la pomeridiana che prendeva il via alle 15.00.
Una sorta di passaggio di testimone tra tj pensata, in particolar modo, per favorire le numerose coppie con bambini ancora molto piccoli che, in questo modo, potevano fare staffetta tra accudimento pupo e ballo. Una proposta che ho trovato particolarmente interessante oltre che un segno di grande sensibilità degli organizzatori.
Il contro: la difficoltà di trovare alloggi/hotel/b&b a prezzi accettabili (e disponibili!) poiché nello stesso weekend, la città ospitava tre fiere ed altri eventi sportivi di grande rilievo.
Per ovviare al problema, e in esaltazione dello spirito da sempre molto ospitale degli emiliano-romagnoli, così come si fece a Trieste con il bellissimo evento Trieste Tango y Tù che in molti, quando vi dico che sono triestina, ancora ricordate, per la prossima edizione si potrebbe proporre ai bolognesi di “portarsi un* maratonet* a casa”.
Per esperienza garantisco che sia per l’ospite che per l’ospitante si creano meravigliosi legami e ricordi.
Un’altra chicca che voglio assolutamente citare è la seguente: il braccialetto maratona che ha riportato parole importanti/simboliche/amate/divertenti di noi partecipanti.
A me è capitata “ESTASI” e posso confermare che le emozioni, le gioie, le risate, le tandas che ho ballato mi hanno traghettato senza dubbio alcuno in quella dimensione.
Cari Antonella e Fabio e tutta la splendida crew che vi ha supportato, avete il cuore grande e Amarcord, una volta in più, lo ha dimostrato!
Per chi non lo sapesse ancora, questi cinque volti sorridenti sono l’anima pulsante della Colegiala, maratona in quel posto pazzesco, ex colonia estiva della Fiat, che rappresenta – per me- la chiusura con bacio sulla fronte, delle maratone “estive”.
Quest’anno giunta alla sua 8 edizione, con una verve, un desiderio di stupire, di divertire, ai massimi livelli infatti i numeri ne sono stati la testimonianza: 300 e più persone di fedelissimi e nuove leve. Questi sono i numeri del successo!
Quando la data del weekend si avvicina mi sale un’allegria mista di curiosità e desiderio immaginando le sorprese che sempre ho trovato, in tutte (5?) le mie Colegiala.
Ogni anno mi ripeto e dico che l’ultima maratona è la più bella, anche questa lo conferma. Ogni anno ne assaporo maggiormente i dettagli e le sfumature organizzative. Una macchina da divertimento perfetta.
Su 300 eravamo un gran bel mix di provenienze, di età, di “stili” che hanno creato un curry di tango speziato di gran gusto.
Ai miei Colegiali del cuore, a quelle Anime adorabili che l’hanno pensata e ogni anno l’organizzano, il mio sentito GRAZIE, dal profondo della mia anima tanguera! ❤
Affrontiamo adesso il “fattore A”. Avete già capito? Se non vi è chiaro vi offro un esempio: una sala enorme, piena di gente, di gente che fa una cosa per cui praticamente tutti sono accettabilmente brav*, dove – ovviamente – vi sono dei soggetti particolarmente brav*, dove quella cosa accade con brama e desiderio in una zona particolare della sala dove prendono posto quell* dai 20 ai 39 che a 40 butta già male.
Il fattore età, miei cari, quei maledetti segni su pelle e sul corpo che ci qualificano come “passati, andati, decrepiti, vecchi, cariatidi ecc. (…)”. Chi ha superato la boa ed ha messo piede nei meravigliosi “anta” e balla il tango, comincia a farci i conti: si diventa, piano piano, come persone trasparenti oppure invisibili, non si occupa più uno spazio fisico, si fatica a portare la propria luce tra le mura della milonga.
Ci sono “anta” da sballo, giovanili, virtuos* ballerin* che riescono ancora a giocarsela molto bene, ma se tiriamo i remi in barca e smettiamo di darci da fare, la simbolica morte sulla pista è garantita.
Mentre osservavo le dinamiche cercavo di capire certe motivazioni alla base di un invito accettato o respinto, volevo chiarirmi i motivi che spingono molte persone a voler ballare sempre/solo con cert* senza avere l’azzardo, la curiosità di provare o riprovare altri “sapori”. Credevo che 3 giorni di balli matti e forsennatissimi aprissero la possibilità di fare tande nuove, intendo fuori dagli schemi: giovane/figa+adulto normale, giovane/figo+”madre di famiglia” (definizioni che vogliono essere scherzose, sia chiaro), magari che so osando un giovane/adultissim* così, magari per farsi una risata.
Eh no, i tempi non sono affatto maturi per produrre simili acrobazie relazionali. Accettiamolo e basta. Nel mentre, però, per chi è entrato a pieno diritto nella soglia “anta, anta…” il consiglio rimane sempre lo stesso: bisogna STUDIARE. Già il corpo, ci piaccia o no, invecchia, non ci basta più (ma credo non fosse mai sufficiente) dedicarsi a ballare e ballare e ballare. Bisogna affinare, migliorare, smussare ovvero studiare.
È questo il punto a cui siamo giunti, insieme ai miei compagni di viaggio, nella disamina del perché, a un certo momento del nostro percorso di tangueros, cominciamo a stare fermi al palo. Forse, senza saperlo, siamo diventati ballerini arrugginiti, pertanto le lamentele ci tornano indietro.
Il piacere di ballare in una maratona oramai va conquistato con la volontà e il sacrificio. Non ci sono alternative possibili. Una, in realtà: il divano di casa. 😀
Avevo un desiderio furioso di andarci al “Molo 5“, erano anni che ne sentivo parlare.
Ieri sera, finalmente, in missione con le amiche. Ferie il giorno successivo e una voglia matta di ballare.
Le milonghe estive possone riservare sorprese di ogni sorta, nel bene e nel male, nel caso di “Molo 5” la fama è assolutamente meritata.
Il calendario degli incontri, sempre al mercoledì, è curato nei dettagli: lezione pre milonga con professionisti di livello, stesso discorso vale per i musicalizadores. Stefania è una padrona di casa come piace a me, “vecchia scuola”, ti accoglie, introducendoti agli amici che non conosci, assicurandosi che gli ospiti stiano bene, si divertano, socializzino. Stefania sceglie sempre con competenza e criterio chi invitare a suonare e a tenere la lezione pre milonga, non è cosa di poco conto.
Il caldo di questa seconda metà di agosto è passato in secondo piano, perchè la musica di Coppola ha rapito tutti i presenti, facendoci ballare senza sosta, sudati in modo imbarazzante, senza pudore alcuno, a macinare tandas su tandas.
La pista è grande, comoda e permette a tutti di esprimersi nei movimenti senza dare noia agli altri, per me un valore assoluto.
Molo 5 a Marghera è il compromesso ideale per i ballerini del Triveneto con punte di audaci dall’Emilia Romagna e oltre, a dimostrazione che – la qualità dell’organizzazione/servizi- attrae persone che si accollano anche una trasferta impegnativa.
Scrivo quanto scrivo con una lacrimuccia poiché, per la sottoscritta, sarà molto complicato tornarci con una certa continuità, a casa alle 4.00 del mattino, non ho più l’età per svegliarmi alle 7.00 ed andare in ufficio. Ma voi… fatevi un regalo: i mercoledì estivi una tappa al Molo 5 vale sicuramente il viaggio!
Giovedì. E’ trascorso un giorno e mezzo dalla “mia” 12 ore, in realtà “solo” 6 ore. Sto iniziando a riprendere il corretto ritmo circadiano sonno/veglia, benchè punteggiato – ancora! – da insistenti sbadigli.
Giunta quest’anno alla sua 15 edizione, la kermesse “triestina”, in realtà in quel di Sistiana per dovere di geolocalizzazione, continua a richiamare appassionati, anche foresti. Ottimo per il movimento tanguero regionale, in specie, triestino.
In tanti mi hanno scritto per accertarsi che la comunità tanguera oriunda partecipasse a questa milonga “doppia”? si potrebbe definire così? per essere vieppiù certi di trovare pane per le loro zanne affamate di tandas indimenticabili.
C’è sempre un particolare fermento quando si avvicina la data fatidica, “tu ci sarai? quando pensi di andare?” e domande simili.
Questa tipologia di evento non è affatto rara, se ne organizzano parecchie in ogni regione italiana e all’estero ovviamente, ma per i triestini e non ha un sapore particolare.
La nostra 12 ore scandisce inesorabile l’arrivo del culmine della stagione estiva, avendo luogo esattamente la settimana che precede ferragosto, indicando l’inizio del lento avvicinarsi di settembre e del cambiamento di stagione.
Sono ben 15 anni che gli amanti del tango si danno appuntamento a Sistiana, nell’incantevole baia che con le sue falesie e il respiro della risacca, contribuisce a rendere unici gli abbracci scambiati in pista, aggiungiamoci la falce di luna e un bel venticello di borino a raffrescare gli animi roventi e abbiamo lo scenario perfetto!
Ma perchè 12 ore? Cosa andiamo mai cercando per sottoporre il nostro fisico a una tenuta così pesante, a tante ore di ballo? Dalle prime luci del tramonto fino a quelle dell’alba?
Mi sono data più spiegazioni: dal tramonto all’alba è una meravigliosa metafora del cerchio della vita celebrata dentro un abbraccio, godendo dei colori rossastri del sole adagiato sul mare e delle luci acquerellate dell’alba.
E’ una prova fisica importante ballarle tutte e 12 le ore, può essere una sfida per i più audaci, il desiderio di dimostrare a se stessi di poterlo fare.
Fame, desiderio, curiosità che esplodono al loro meglio con più tempo a disposizione? Chissà forse per taluni è così.
Personalmente la mia formula esce dal paradigma 12, poichè me la vivo a metà, per me 6 ore sono più che sufficienti. Ma non scelgo mai delle ore a caso. Arrivo dopo la mezzanotte, con il corpo ancora addormentato (mi scuso con i primi ballerini che mi hanno invitata!), entro nella notte come fossi un gatto, delicatamente i piedi diventano polpastrelli ovattati e il corpo inizia a rispondere a musica e abbracci. La mente si perde ed è come se, ballando, riprendessi a sognare, ma ad occhi aperti.
L’alba arriva dolcemente accarezzando gli occhi ancora abituati alla notte. Foto di gruppo di rito e, come tanti pipistrelli, voliamo alla ricerca del buio e di un buon sonno ristoratore.
Avete presente il traffico congestionato stile esodo di ferragosto, le lunghe code, il fastidio di quelli – disgraziati! – che pensano di avere il diritto di arrivare in villeggiatura prima di te, ecco, è quello che ancora accade in certe milonghe.
E’ passata una settimana dalla serata in uno dei luoghi sicuramente più entusiasmanti dove ballare a Trieste, quello che noi locali chiamiamo ancora “Cantera” che ad oggi è stato rinominato “Base Sistiana”.
Un musicalizador meraviglioso che non era possibile pensare di star sedut*, meteo bizzarro come l’estate che stiamo vivendo e quindi utilizzo esclusivo della sala interna. Mica piccola sia chiaro. Pavimento adatto, nuovo piacevole allestimento, non fosse per quella assurda luce sulla pista che rendeva gli abiti fosforescenti (il mio caso – sorvolo sull’imbarazzo).
Osservando la ronda-fracassina, ricordo di aver pensato “meno male che non ballo da leader”, garantisco che una pista più maleducata fatico a ricordarla. Allora mi chiedo: PERCHE’.
Se esiste quella che si chiama ronda un motivo ci sarà: si gira IN TONDO, non si fanno i zig zag, non si supera a destra e a manca, non si centra la coppia che precede o che segue. Si balla, si rispetta il flusso, come si fosse fatti d’acqua.
I principianti devono stare nel cerchio interno, perché è loro sacrosanto diritto prendersi il tempo per ragionare sul da farsi- passo, musica, ballerina, e, allo stesso modo, per lasciare spazio ai più avanzati di procedere con maggiore fluidità nel perimetro esterno.
Non è difficile, lo capisco pure io che con numeri/geometria e scienza esatta faccio a pugni!
Questo roteare informe, farcito di fretta ingestibile, ha reso, quella che poteva essere una serata strepitosa, un incubo.
E così non va bene per niente e non lamentiamoci poi, se i pochi foresti che passano da noi a ballare, non tornano più. Per tutti, si rende vieppiù necessaria la patente del milonguero. Ecco, l’ho detto.
Ci sono luoghi che, appena li vedi, ti vibrano dentro come se ti sentissi a casa.
Arrivo a pomeriggio inoltrato accompagnata da una brezza di mare che riconosco molto bene, un bel venticello teso, fresco e piacevole che toglie di dosso la stanchezza delle lunghe ore di viaggio e l’arsura di questa estate da poco iniziata.
Le note sono già nell’aria e danzano lievi come i filamenti di un soffione rendendo quel primo impatto ancora più suggestivo.
Sono alla mia prima Maratonguera, incredula di poter finalmente apprezzare di persona quel luogo così particolare affacciato sull’acqua. La realtà supera di molto l’immaginazione e mi procura un’emozione forte come al primo appuntamento con l’amore.
La formula è perfetta: si balla ininterrottamente dalle cinque del pomeriggio a notte inoltrata, chi non ce la fa, si concede una pausa gaudente, tra il buon cibo dell’antica locanda “Il pilota” che allestisce i tavoli a ridosso della pista così che, volendo, tra una portata e l’altra, ci si possa concedere proprio quella tanda speciale lì che è un peccato perdere.
Arrivare in milonga a pomeriggio inoltrato è una strategia ideale che permette agli ospiti di dedicarsi al mare/turismo senza quel retro pensiero di “mi sto perdendo qualcosa la pomeridiana è già iniziata”. E poi, diciamocelo, regala un tempo di recupero utilissimo dalle fatiche del giorno precedente.
Il luogo ha il sapore di bei tempi andati, si balla su tessere di mosaico come si usava posare negli stabilimenti balneari degli anni ’50. È perfetto, cosa posso dire, i piedi non ci provano neanche a lamentarsi che la superficie è dura perché ci pensano gli abbracci, la musica, i sorrisi di tutti i partecipanti a lenire qualsiasi acciacco. E poi c’è il brufen, ma questo i tangueros esperti lo sanno già!
Ad ogni modo l’impianto scenico è nullo se non è animato da quella sana accoglienza che impronta di sé ogni evento ben riuscito e questo lo è stato senza dubbio. Si sa che molta parte dell’atmosfera è data dai padroni di casa e di certo Marcella e Flavio e il loro staff, sanno bene cosa significhi ricevere.
Un miscuglio meravigliosamente stimolante di stili di tango diversi, di persone gioiose e sorridenti in una cornice che regala un sapore di vacanza al mare. Ma che vogliamo di più? Ne vogliamo ancora!
Argomento stuzzicante la coppia sentimentale nel tango.
Se ne vedono moltissime nell’ambiente, se ne formano altrettante e… per equilibrio cosmico, un buon numero scoppia.
È un bene o è un male essere una coppia e ballare il tango? È un rischio o un’opportunità?
La prima risposta che mi viene in mente è: ognuna di queste.
In prima battuta i vantaggi sono indubbi:
si frequentano insieme i corsi/stages/lezioni
ci si iscrive agli eventi e di solito si entra
si possono condividere le spese
si viaggia in compagnia
Poi però ci sono aspetti che cominciano a delinearsi e che, non sempre, vestono il rosa del “va tutto nel migliore dei modi”. Spesso, il tango per la coppia, è come un catalizzatore di quello che non funziona, a partire dalla comunicazione.
Si vedono a lezione le coppie che si prendono a male parole, che litigano per incomprensioni su un movimento, sulla sua esecuzione. E tornano a casa ancora più frustrati quando non arrabbiati, con i volti scuri.
L’altra faccia della medaglia è rappresentata dagli innamorati della prima ora che, a lezione pur non capendo una cippalippa di quanto richiesto, si guardano in faccia con gli occhi a forma di cuore. E se ne tornano a casa, ancora più contenti di come sono arrivati.
Ciò che fluisce o che trova ostacoli nella coppia tout court, il tango tira fuori. A quel punto non si può fare finta che tutto funzioni, perché non è così.
Inserisco questo aspetto in quelli che definisco “rischi” ma che, a ben guardare, risulta una incredibile “opportunità”: di riparlarsi, di trovare il modo di comunicare ancora, di ritrovarsi.
Avere un partner sentimentale con cui condividere la passione tanguera può sicuramente contribuire a scrivere la cifra stilistica della coppia tanguera: gli amanti danzano la loro relazione, le loro affinità, il loro modo di stare insieme. Esce tutto: l’energia vibra forte, l’abbraccio è catartico, l’espressione corporea esprime un sottile legame, una profonda complicità, una intimità radicata. Mi sembra indubbiamente meraviglioso ballare una tanda, esprimendo e godendo di tutto questo.
Possono, in taluni casi e circostanze, entrare dei rumori di fondo, come la gelosia, il fastidio come se qualcun* entrasse a casa nostra senza essere invitato. Lì la coppia deve essere forte, ben strutturata per affrontare questo genere di “sfide relazionali”.
Ne ho visti tantissim* cadere, sedott* da uno sguardo più torbido ed emozionante della loro quotidianità senza onde. Cedere alle sirene di un abbraccio sconosciuto ed avvolgente. Anche questa è vita, non resta che accettarlo. Il tango accelera i tempi: se la coppia è destinata a scoppiare, lo fa con anticipo.
Ho in mente meravigliose coppie che, al contrario, nel tango hanno trovato un cemento che ha reso ancora più solida la relazione, regalando momenti di gioia condivisa, di stimoli funzionali a nutrire un percorso insieme rendendolo nuovo ogni giorno.
Ho pure negli occhi molti tanguer*s rifiorit* dopo la chiusura di una relazione divenuta arida.
Concludendo, specie per tutte le amiche che non hanno mai provato il tango in coppia, credo che sperimentare cosa significhi ballare con il proprio partner sentimentale, sia un’esperienza potente, molto emozionante ma, aggiungo, non per tutti.
Che il tango non fosse un ambiente “democratico” l’ho sempre saputo, quando misi per la prima volta piede in una milonga. Passai molti anni di lotte interiori prima di accettare e comprendere le dinamiche dell’invito ed altrettanti anni a combattere con certe logiche non premianti, non meritocratiche che pure si esprimono in milonga.
Il mio ingresso nel mondo tanguero l’ho fatto con il ballerino di allora e l’ho continuato, per molti anni, con un successivo partner. La ruota del tempo gira portando con sé il cambiamento, massima espressione di vita, sono quindi diventata una ballerina senza partner.
All’inizio ho fatto fatica a riconoscermi nel mio nuovo status, dentro di me, da qualche parte, era come se avessi perso qualcosa. Non posso negare che l’abbraccio che mi aveva accompagnato per lunghi anni in molte ore di ballo, rappresentasse oramai la mia “casa” del tango e quindi, le prime volte, il distacco è stato piuttosto pesante. I nuovi abbracci però hanno fatto il loro dovere, ridefinendo la nuova tanguera che sono diventata: felice senza partner fisso.
A tutte le amiche che si riconoscono nella mutata situazione o che non hanno mai avuto un ballerino con cui allenarsi e ballare con assiduità, dico che non tutto il male viene per nuocere. Vi spiego il perché.
Partiamo dalle MINACCE. Che si intendono qui, ovviamente, in senso metaforico.
Non avere qualcuno con cui studiare/ballare con costanza può sicuramente limitare le possibilità di:
frequentare un corso con un partner di qualità (di solito sono già impegnati)
iscriversi ad eventi di livello più alto (mediamente finiamo in “waiting list“)
poter lavorare sulla definizione del proprio stile personale di ballo. (La ballerina tipicamente seguidora avrà probabilmente un po’ meno problemi di un ballerina dal carattere danzereccio più “spinto”).
Quanto ai punti di DEBOLEZZA, a mio parere, vanno a toccare maggiormente la sfera emozionale della donna, ovvero:
Non essere invitate perché ci “cade la faccia”, quando nessuno ci vede, ci nota, ci invita.
Non avere la possibilità di dimostrare le proprie capacità, l’espressività, la competenza, chi siamo in termini di tanguere perché balliamo con partner che non vogliono rischiare e quindi richiedono una personalità più delicata quando non accomodante
inutile aggiungere che a tutte sarà capitata almeno una volta la sindrome del “brutto anatroccolo” che sono brutto e nero e non mi vuole nessuno (e così restiamo per davvero a fare tappezzeria per l’intera serata).
Essere una ballerina senza partner offre, in realtà, delle incredibili opportunità.
Se saprò trovare la lezione in ogni brano ballato con ogni persona con cui intreccerò il mio abbraccio, diverrò sicuramente una tanguera migliore.
La motivazione (punto di forza) di crescere ed imparare mi porterà a cercare il miglior elemento per lo studio in quel momento storico della mia formazione.
La cerchia delle amicizie tanguere subirà un impulso notevole, regalando, oltre al piacevole momento della milonga, deliziosi e divertenti “fuori pista”.
Psicologicamente costringe a guardarsi dentro, costringe a tirare fuori l’energia vitale, obbliga al confronto con i propri demoni (se ci sono) per poterli rendere innocui. Rende la donna completamente indipendente, meravigliosamente avventuriera, libera come un refolo di bora.
Amiche care, mai mi stancherò di dire quanta fantastica vita c’è dentro il tango. Andiamo a prendercela tutta.
Ieri sera, in compagnia di amiche non tanguere, raccontavo di tango. Le dinamiche dell’invito, la mirada, l’abbraccio, la musica. Incantate dalle mie storie, più di una volta hanno affermato con certezza che mai sarebbero capaci di cimentarsi nel sensuale (a detta loro) ballo.
Morale: abbiamo organizzato un weekend in campeggio dove farò provare i primi passi. Gli ettolitri di birra croata sono certa aiuteranno i partecipanti a superare eventuali tabù.
Nel mentre, mi sono riaffiorate delle immagini, sonore questa volta, relative agli ultimi eventi a cui ho partecipato.
Il respiro del tango: non è un caso il titolo del post, credo di non aver mai letto nulla a proposito.
Ne parlo riportando la mia percezione da sportiva.
Quando ballo una milonga al fulmicotone, piuttosto che una tanda languida, non posso fare a meno di percepire il… vivace respiro del leader. Ovvio stando così a contatto, ma un conto è respirare normalmente un conto è ansimare.
Ansimare nel tango.
Non è la versione argentina di 50 sfumature di rosso, è la versione nostrana di un* ballerin* in affanno. Punto. Fame d’aria, polmoni poco espansi, bassa soglia aerobica, in una parola fisico non allenato a sufficienza.
Le emozioni sicuramente, in taluni casi, concorrono a “tagliare il fiato” di color* che sono più sensibii, ma non è possibile che ogni tanda procuri tale effetto.
I ballerini competitori debbono sostenere la visita di idoneità agonistica, elettorcadiogramma sotto sforzo, spirometria, misurazione della pressione ecc ecc, un motivo ci sarà. Ballare è a tutti gli effetti anche un’attività sportiva!
“Bailar el tango es como caminar” sticazzi, perchè se cammini per 6 ore di fila, cambiando costantemente ritmo, fai fatica come se corressi una 10 chilometri!
Tutto questo per stimolare quei tangueros, uomini e donne, che – quasi da subito- respirano piuttosto affannosamente nell’orecchio del partner, manifestando chiara sindrome da affaticamento.
A me succede sempre di ascoltare il concerto ritmico del respiro del leader che si fa più veloce, più corto, più affannato. Non mi dà fastidio, sia chiaro, ma – confesso – a volte mi distrae perchè penso “Mamma mia ma non gli verrà mica un coccolone?”, sposto immediatamente il pensiero nefasto, rasserenandomi sul fatto che conosco molto bene le prime manovre di rianimazione, anche se mai vorrei metterle in pratica.
Ballare molto, specie per coloro che da un pezzo hanno superato gli anta, facendo le ore piccole, magari dopo settimane di lavoro stressante e problemi vari, fa certamente strabene all’umore ma, attenzione, può minare un fisico non sufficientemente preparato.
Io cerco di correre, se non riesco perchè ho qualche acciacco che me lo impedisce, cammino molto, a passo svelto cosicchè la pompetta sia sempre in esercizio e i polmoni pure. Inoltre, le attività aerobiche fatte all’aria di solito utilizzano i piedi, rinforzandoli aiutandoci anche a spingere meglio quando balliamo.
Il pippolotto è finito, andate in pace.
Parola d’ordine: riguardatevi, allenatevi e ballate.
Un bel sospiro di piacere, di seduzione, di apprezzamento intimo – credetemi – poggia su note vellutate ben lontane da un ansito. Poi vedete voi…
Pimpra
PS: se poi il rantolo del* tanguer* è condito da afflati alcolici… vabbè ma che ve lo dico a fare…
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