NO LEADER? NO PARTY! #ditantointango

La butto in caciara ma, in realtà, credo si tratti di un argomento pesante, specie per il pubblico femminile.

Non disporre di un partner di ballo. Praticamente l’80% delle donne danzanti che conosco vive questa condizione.

Non avere un parter fisso cosa comporta?

Sicuramente mette in gioco ed esalta le qualità di follower: ogni uomo un abbraccio, ogni uomo una lettura musicale diversa, con ogni uomo un mix fisico diverso. [BENEFICIO]

Starci, seguire, leggere tutte le sfumature, proprio perchè non si conoscono, non sono “casa”, di certo accresce molte qualità della tanguera: sensibilità, connessione. [BENEFICIO]

Ciò detto, mi vengono in mente cose:

  1. percorso di studio: sempre più complicato trovare qualcuno con cui studiare, e penso non solo ai corsi ma agli stages, alle private…
  2. stile personale: se la follower sente dentro di sè di avere qualcosa da esprimere come tanguera, chiamiamolo uno “stile personale” un po’ più spiccato che si distingue dal tipico canone di “seguidora”, fatta eccezione per alcune follower di dichiarato talento, per tutte le altre sarà ben difficile poter lavorare ed esprimere la loro cifra stilistica più personale
  3. la fame: le vedi in sala, in attesa di quello sguardo, di quel battito di ciglia che prelude una tanda. Affamate di tango, in perenne attesa di venir soddisfatte. Molto spesso se ne tornano a casa con le pive nel sacco, perchè… non abbastanza brave, non abbastanza seguidore, non abbastanza giovani, non abbastanza qualcosa.
  4. Eventi: no leader, (quasi mai) no party. Siamo troppe e loro, sempre troppo pochi. Liste di attesa, e tantissimi no.

Da 1 a 4 solo criticità.

Poi c’è tutta la sfera psicologica che si attiva negativamente quando la follower non fa parte della/e cerchie, perchè è una cosa che si sente sulla pelle appena metti piede nella sala che “stai fuori”. Puoi essere dannatamente brava ma se non fai parte del cerchio magico, avrai poche chances di giocarti delle tandas. Come si fa a dimostrare la propria bravura se non vi è l’invito.

Non si tratta di piangersi addosso, si tratta di trovare una soluzione.

Studiare, ma stavolta da leader. Studiare da paura in versione maschia. Le migliori lo fanno già da tanto tempo, sono ballerine di livello decisamente superiore, richieste dalle loro amiche follower e pure dai leader che ne riconoscono le indubbie qualità.

Ballare il tango non è un’attività democratica, non è come fare sport che se ti alleni migliori, magari solo rispetto a te stesso.

Ballare il tango ti sbatte in faccia la realtà della vita che se non sei in equilibrio sui tacchi e con te stessa, l’energia che emani è contaminata e tutti se ne accorgono, lasciando la malcapitata a fare da sfondo alla tappezzeria.

No leader, no party.

Non scambierei comunque, per nessuna ragione al mondo, il fatto di stare nel gruppo follower, non fosse per le mie amatissime scarpe con il tacco.

No leader? I’m the party!

Pimpra

ALLA RICERCA DELLA “FIRMA TANGUERA”.

Tra i molteplici benefici di avere una passione è quella di poterla condividere con gli amici. Se poi ci porta a spostarci, si creano delle situazioni da gita scolastica estremamente piacevoli, quando non esilaranti.

Nella macchinata che ha portato me e una coppia di meravigliosi amici, oltre che tangueros sopraffini, a raggiungere l’agognata meta della maratona, è stata occasione per ciarlare amabilmente di tango, ça va sans dire.

Le chiacchiere più interessanti sono sempre quelle che si fanno post evento dove si scambiano opinioni, esperienze e – normalmente- si condivide l’assoluta soddisfazione, unita al godimento, di avervi partecipato.

Il mio post maratona è come se avesse acceso tutte le lampadine del cervello, per gli enormi stimoli che ho ricevuto.

In questo articolo vi racconterò della “firma tanguera”, ovvero di quell’impronta assolutamente soggettiva e personalissima che ogni tanguer* lascia, o, a mio parere, dovrebbe lasciare.

Non si tratta della forma in cui si esprime la danza, non è questione di stile, non di preparazione tecnica, neppure di abbraccio è una sfumatura sottile, unica, personalissima che non tutti i danzator* riescono a scrivere.

Cerco di spiegarmi meglio: vi sarà capitato di riuscire – dopo lunga attesa- a ballare la tanda con quel particolare ballerin* con il quale da tempo desideravate ballare. Ebbene, alla fine vi resta un’immensa delusione, non determinata dalla incapacità del soggetto ma, semplicemente, dalla mancanza di un colore personale della sua danza che, all’interno dell’abbraccio, non avete percepito.

Una tanda che definisco “neutra”, non cattiva ma nemmeno particolarmente saporita, una pasta al burro, per cercare la metafora culinaria. Anche qui si può aprire una discussione: moltissime persone adorano la pasta al burro, anche la pasta al burro ha una sua dignità e un suo senso. Certamente ma… nell’economia di uno scambio molto frequente con tantissimi soggetti, la pasta al burro ha un’intensità che, probabilmente, la nasconde, facendola passare in secondo piano.

Tornando al concetto della firma, mi sono fatta l’idea che sia un fattore legato al carattere: la firma racconta di noi, non come ballerini, ma come persone. Ci sono soggetti che detestano mostrarsi, far conoscere all’altro chi sono una volta smessi i panni del tanguer*. Timidezza, riservatezza, altre ragioni, li portano a darsi nelle tande in maniera più “neutra”, privando così l’altro del piacere di fare la conoscenza ANCHE della persona che sta dietro al ballerin*.

Per firmarsi serve l’esperienza, lo studio, la pratica, tutte cose che restano imprescindibili in un buon tanguer* ma entra forte anche la dominanza soggettiva: mi scopro veramente, fingo astutamente, resto in silenzio, parlo a voce alta, mi esprimo sottovoce.

Personalmente in pista adoro chi mi racconta anche altro, mi parla della sua vita in qualche modo, solo abbracciandomi e portandomi nell’incredibile viaggio che può essere ogni tanda.

Forse firmare è legato all’empatia, me lo chiedo.

Ad ogni modo, la prossima volta che ballerete, provate a percepire se quanto ho scritto in questo articolo vi risuona, mi piacerebbe sentire la vostra opinione, se vi va.

Vado a prendere la stilografica… 😉

Pimpra

SI RIAPRONO LE DANZE. TOSCA TANGO MARATHON

Marzo è il mese delle gite scolastiche e della Tosca. Due certezze nella vita che non guastano, specie la seconda.

Mancavo dal lontanissimo 2019, in senso assoluto non è un tempo infinito, lo diventa se consideriamo tutto quello che c’è stato in mezzo, fortuntamente superato, alle spalle, dimenticato o quasi.

I segni degli ultimi terribili anni in realtà si sentono eccome. Un specie di ferita, rimarginata – certamente- ma ancora fresca, troppo fresca.

La villa monumentale e il suo parco accolgono gli ospiti nella consueta magnificenza, varcato l’ingresso gli amici di sempre, le Tosche e il team di supporto regalano sorrisi, abbracci e sguardi che raccontano il piacere e la gioia di ritrovarsi.

La Tosca è casa, non si discute.

Rivedere prima, rivivere poi gli abbracci a lungo lontani è un’emozione potente, capace di far sgorgare quel fiume incontrollato di sensazioni, di ricordi, di momenti incastonati come perle nella memoria.

Ho portato in valigia l’umiltà, dovuta, al mio periodo inglorioso di pausa. Inglorioso perchè, per ciò che si ama, ci si deve battere ed io mi sono lasciata sopraffarre, allontanandomi troppo, dall’oggetto del mio amore.

Ho portato in valigia la curiosità di osservare il cambiamento che è essenza implicita del tango. Sono rimasta sorpresa da quanto ha saputo raccontarmi.

Appoggio quanto sto per scrivere a una breve premessa che mi è utile per definire lo scenario. La Tosca è una maratona. Tradizione vuole che chi sceglie il genere si aspetti un certo tipo di partecipanti e di musica, andando alla ricerca di un’energia molto particolare, che spinge, sostiene, motiva, promuove l’impegno che ogni maratoneta mette nelle lunghissime sessioni di ballo.

La maratona non incontra i gusti di coloro che prediligono un genere di evento più “intimista”, raccolto, dalle vibrazioni molto soffuse – sebbene potenti ma, in qualche modo, interiorizzate.

Il maratoneta ha una testa e un ballo di pulsazione più marcata, nel senso che ingaggia, si muove molto, a volte rischia, spesso esagera. Per queste ragioni, deve essere tanguer* preparat*, dal momento che “la potenza è nulla senza il controllo”.

Il primo clamoroso cambiamento che ho percepito è stato nel linguaggio musicale. Ho assistito a sessioni in cui le tandas proponevano una ricerca di gesto necessariamente intimista e raccolta, ho ascoltato numerosissimi blocchi di brani con una venatura particolarmente malinconica, a tratti cupa, struggente, estremamente romantica. Il ritmo, le battute, senza guizzi come a dipingere un cuore stanco, provato da una lunga sofferenza.

Prima del buco nero degli anni Covid, il racconto in note durante la maratona era un’esplosione di colore: si ballava sulle onde di un mare molto mosso, seguendo un’onda che ti portava via veloce, lasciandoti senza fiato, senza forze ma carico di una gioia vitale che ricompensava ogni energia spesa.

Oggi è come se la gioia facesse paura, o fosse, oramai, una emozione di cui non fidarsi perchè – e lo abbiamo imparato a nostre spese – può esserci tolta da un secondo all’altro.

L’intimismo musicale si è tradotto in un messaggio diverso rimandato dagli abbracci che si sono fatti più avvolgenti e calorosi.

Ho goduto dei momenti in cui l’onda cresceva per poi lasciarmi cullare dalla sua morbida risacca, nel flusso di un respiro dolce.

Tutto cambia. A volte è faticoso accettarlo ma standoci dentro noi stessi diventiamo cambiamento e scopriamo nuove forme, nuove frasi, nuovi linguaggi.

Grazie, per una volta ancora, a questa maratona del cuore e a chi con fatica, cura e dedizione la organizza da 13 anni. Ogni edizione è una nuova scoperta.

Pimpra

#ditantointango LE CHIACCHIERE CHE FANNO MALE.

Chi è assiduo frequentatore di eventi, specie di quelli più lunghi, da weekend come le maratone, i festival, sa benissimo che, tra le ciarle a margine delle tandas, ci sono sempre i commenti più disparati sui partecipanti.

“Quell* è brav* ma non mi invita, quell’altr* se la tira e balla solo con i suoi, non capisco perchè quella (i commenti sulle donne, espressi dalle donne, sono sempre i più tremendi) balli così tanto che è una principiante, ovvio perchè è giovane e figa e ha pure le tette in mostra (ecc ecc)” vi risparmio.

Una sorta di analisi sociologico/comportamentale/sputtanatoria dei tangueros/as in pista.

Non si dovrebbe mai cadere dentro questo genere di trappole perchè tornano indietro come un boomerang.

Innanzitutto ognuno di noi partecipa per stare bene, per divertirsi, per ballare, per socializzare, chi anche per trovare una nuova fiamma. Quale che sia la motivazione l’imperativo categorico rimane uno: godersela. Vivere il momento della socialità con gaia apertura, con animo e cuore leggero. Così facendo, ovvero impostando il proprio asset mentale su pensieri positivi “Oggi starò bene, ballerò bene, mi divertirò” la modalità energetica si predispone correttamente, facendoci diventare sorridenti, aperti verso l’altro senza giudizio, senza ansia, senza paure senza sentimenti di frustrazione e men che meno senza retropensieri negativi.

Provate, funziona!

La PNL insegna che per il nostro cervello realtà e immaginazione sono la stessa cosa, il cervello non distingue i pensieri prodotti da situazioni “reali” e quelli solo immaginati. Provate ad andare in milonga, la prossima volta, immaginando che ballerete assai, godendo assai. Vi stupirete dei risultati!

Troppo spesso ho sentito donne, solo perchè nell’attesa di una tanda mi trovo tra il pubblico femminile, lamentarsi per questo e quello, criticare questo e quello per poi ritrovarsi inchiodate alla sedia che quasi nessuno si accorgeva di loro.

Siamo tutti animali sociali e, specie in contesti legati al ballo, andiamo alla ricerca di leggerezza, desideriamo non pensare ai problemi, al lavoro e a tutto ciò che nella nostra vita è difficile e pesante.

Parola d’ordine: leggerezza.

A chi mi ribatte “io ci vado in milonga con i bei pensieri ma poi nessuno mi si fila” rispondo che crede di avere bei pensieri, invece c’è un forte rumore di fondo legato ad ansia, preoccupazione, frustrazione, paura dell’insuccesso e queste sensazioni, malgrado ciò che crediamo, vengono percepite all’esterno, producendo effetti contrari a quelli sperati.

Mi sto perdendo in questo pippolotto, ma era tanto che non ne scrivevo uno, per esortare TUTTI a vivere pensando al lato positivo dell’esistenza, sforzandosi di trovare ogni piccola scintilla di bene. In sala da ballo i risultati saranno immediati, lo garantisco, e porteranno una sferzata di benessere di cui tutti abbiamo bisogno.

Teniamo sempre a mente che noi meritiamo di essere felici.

AMEN.

Pimpra

Image credit da qui

GOOD VIBES ONLY

La giornata grigia e piovigginosa di dicembre, un lunedì per giunta, non aiuta a tenere gli occhi aperti sul mondo. Sono davanti al pc dell’ufficio con il corpo, solo con quello.

Sto inseguendo pensieri colorati, girandole di emozioni vibranti, spicchi di allegria scanzonata che mi hanno accompagnato durante il weekend bolognese.

L’Emilia Romagna è sempre un bel stare. Quale che sia l’ingrediente segreto non so di preciso, ma azzardo nel dire che sta custodito negli abitanti. A Bologna c’è casa, quella che sa di tortelli, di quintalate di carboidrati che ti mettono allegria per forza, di popolosa gioventù che i miei occhi non sono abituati a trovare.

I colori stessi della città, o quantomeno del suo centro, sono caldi e terrosi, a differenza dei toni ghiacciati del neoclassico di casa mia, all’estrema periferia “dell’impero”.

A Bologna si è, in totale pienezza.

Ho rimesso piede su un parquet dopo molto tempo, con l’anima in subbuglio, in un misto di adrenalinica emozione e un pizzico di ansia. Ho legato alle caviglie i laccetti delle scarpe preferite, ritrovando, nell’affacciarsi mogano dello smalto passato sulle dita, un punto di vista familiare.

Ero pronta e tremante, vibrante di una vita rimasta troppo a lungo come sospesa.

Le prime note sono entrate potenti e, senza pensarci, una mano amica mi ha condotto nei solchi di quella musica grassa di argilla e di stelle, e il mio corpo, come se nulla fosse, si è connesso.

Noi che abbiamo questo potente alleato nella nostra vita, dovremmo sempre ricordarci di onorarlo. Noi balliamo il tango, siamo dentro il flusso della sua vita che scorre, sempre, anche se a volte non la vediamo, come un fiume carsico.

Si è mostrato davanti a me, tremate e sudata, mi ha rincorso, abbiamo giocato insieme, a prenderci a nasconderci, insieme abbiamo suonato una nuova musica, la nostra, accompagnata dai diversi abbracci e dalle orchestre che creavano un prisma colorato di gioia.

Questi i doni che mi porto a casa, ebbra di me e di lui, di questo assurdo e fenomenale tango meraviglioso che mi ha sua. Per sempre.

La mia magia assoluta si chiama Amarcord. Perchè solo chi ama veramente, sa come si crea amore.

Grazie Antonella Fabio e crew per questo nuovo dono.

Pimpra

3 GENERAZIONI E TANGO. LA CONVIVENZA CHE CI PIACE

Una volta in più, ce ne fosse mai stato il bisogno, la maratona di tango mi ha insegnato qualcosa. Non penso alle dinamiche evoluzioni dei tangueros, quanto agli altri insegnamenti che ne ho ricavato.

L’ho sicuramente già scritto in passato e lo ripeto oggi: ballare il tango è come rappresentare la vita, nel suo corso, nelle sue dinamiche, nelle sue relazioni. Ed è su questo ultimo aspetto che desidero soffermarmi.

Dopo due anni abbondanti di stop per pandemia, anche quando si poteva ballare con “con attenzione”, non mi sono affacciata alle milonghe, sono finalmente rientrata in pista direttamente in maratona (matta che sono!!!).

Riempiti gli occhi e il cuore di tutte le sfumature di emozioni, di stupore, di curiosità che potevo contenere, ho osservato le dinamiche relazionali perchè percepivo qualcosa di nuovo a cui non sapevo dare voce.

Al secondo giorno di ballo, tanto ballo, tanto bel ballo, ho capito: esiste una “frattura” abbastanza netta tra le generazioni che popolano la pista che, riassumo per brevità, in giovanissima, nuova e vecchia. La prima, arriva fino ai 30 enni, la seconda più o meno dai 30 ai 45, la terza dai 45 in poi.

Fascia 1 e 2 interagiscono discretamente, specie se i soggetti appartengono ai primi anni del secondo gruppo. Le cose diventano molto diverse con gli abitanti del terzo, i 45 enni e oltre, con una spaccatura decisamente evidente dai 50 in su.

Cosa significa?

Mirade che non arrivano o che scivolano via, scelte precise di campo: con la terza fascia no.

Se indossiamo gli occhi di un giovanissimo/a non è difficile immaginare come veda quelli più grandi: assolute mummie, sia in termini fisiologici che tangueri. Possiamo dare loro torto? Non credo, nel senso che anche noi a 20 anni e poco più non andavamo alla ricerca di un abbraccio così maturo, lontano dal nostro universo generazionale. Si sta con coloro che sentiamo “vicini” e, simpatia e bravura a parte, l’età è una discriminante potente.

Speravo in una maggiore democrazia tanguera nella relazione tra seconda e terza fascia, in special modo tra i più “vecchi” della seconda e i più “giovani” della terza. Anche in questo caso sono rimasta sorpresa. Certo l’interazione c’è, è più fitta che tra la prima e la terza, ma con riserve.

Uomini e donne volgono lo sguardo – preferibilmente – ai giovani che rappresentano la novità sia in termini di ballerini/e, sia in termini di “freschezza” fisica. E come fai a non accorgerti della bellezza ingenua e potentissima di un corpo non ancora segnato dal tempo, dell’energia vitale e sessuale che emanano i ragazzi/e? Come fai? La vedono tutti, i coetanei, e quelli più grandi.

Far parte, oramai, della “vecchia guardia” temevo diventasse un problemone difficile da gestire psicologicamente nel senso che a nessuno piace essere trasparente, non essere quello scelto o prescelto, insomma diventare parte della tappezzeria della sala. E sticazzi!

L’insegnamento che ho colto è agire un sano distacco dalle dinamiche che mortificano la propria autostima, le mirade che non vanno a segno non sono un fallimento di tutto, la “Waterloo della tanguera”, nel mio caso, ma semplicemente una delle possibilità che accadono in milonga.

In maratona ho mirato incuriosita dei ballerini che nemmeno se fossi caduta tra le loro braccia, si sarebbero accorti di me, e infatti non si sono accorti di me, allora? dove sta il problema? Ho scambiato altri sguardi andati a segno che mi hanno portato a tandas che mi hanno felicissimamente sorpresa, divertita e fatta emozionare.

Ognuno di noi, se messo nella possibilità e ribadisco “possibilità” di scegliere, lo fa secondo criteri unici, individuali, personalissimi: chi cerca un corrispondente tecnicamente affine, chi predilige la sensualità della persona, chi la simpatia, chi vuole quello/a “famoso/a” ecc ecc. Quindi se, malauguratamente, non siamo destinatari di “attenzioni” leggi mirade, non siamo noi ad essere “sbagliati” in alcun modo, semplicemente non corrispondiamo alla sfera del gusto dell’altro. Facile no?

Nel tango, come nella vita, è chiaro che bisogna viaggiare leggeri, rimanendo fluidi e resilienti. E così, dal nulla, arriva la tanda della serata, quella che aspettavi da anni e oramai non ci speravi più. Invece arriva…

Concludo dicendo che “Fin che c’è vita c’è speranza, fin che c’è il tango, c’è vita” e se in più ci aggiungo un sorriso è tutto ancora più bello!

Pimpra

IMAGE CREDITS MARCO VAGHESTELLE

LA GIAGUARA TORNA IN COLLEGIO

Ho chiuso le mie ferie estive con una bellissima gita a Marina di Massa. Scarpette da tango in borsa, tre amici deliziosi, chiacchiere e allegria.

La prima vera maratona dopo… 3 anni?! Un periodo infinito che ho vissuto in totale “astinenza”.

Ripresentarmi in pista dopo così tanto tempo ha richiesto una dose incredibile di coraggio e faccia tosta. Epperò, mi sono detta, dopo tutti questi anni, qualcosa sarà pure rimasto.

Basta organizzare la mente e il beauty: il mantra interiore ripeteva “Vai e goditela”, il beauty attrezzato con brufen e fiori australiani contro l’ansia. Questo è invecchiare in modo intelligente e furbo, dicevo a me stessa preparando il bagaglio.

Non potevo scegliere evento migliore. La Colegiala è una navicella spaziale che ti proietta nello spazio siderale del piacere e del divertimento. La location nella vecchia colonia della Fiat, in quegli spazi anni 30′ dove sono passate generazioni di ragazzini, la spirale sulla quale si affacciano le camere, spartane come un monastero, ma, alla fine, dotate di ciò che è strettamente necessario, creano un’atmosfera unica.

La proposta della serata a tema, manco a dirlo il sabato, è una provocazione in più per lanciarsi in creative mise che, di solito, in pista, producono un effetto esilarante.

Ho sentito per la prima volta dei Dj che lavorano in tandem. Mi sono chiesta il perchè in coppia rispondendomi che, in questo modo, la pausa pipì non interrompe il flusso musicale. Probabilmente non è la risposta giusta, ma solo il punto di vista da donna che ha più spesso necessità di… “blin blin” 😉

Oltre all’accoglienza calorosa dello staff molto nutrito, che peraltro ho sempre ritrovato in ogni edizione, sono stata letteralmente abbracciata dalla straordinaria energia positiva dei partecipanti.

Ho incontrato persone che vedevo solo nei pixel virtuali del pc, ho rivisto amici che, nel frattempo, hanno allargato la famiglia, è stato un tripudio di sorrisi e di abbracci.

La buena onda alla Colegiala, nasce già fuori dalla pista, in questa vibrante allegria che i padroni di casa spruzzano nell’aria, i ferormoni della felicità.

In tutto questo, il mio tango arrugginito, dal sapore “vintage”, si è riaffacciato alla pista risalendo verso il cuore, emozionandomi, divertendomi, lasciandomi sorpresa, dando una sferzata di Vita a tutta me, facendomi sudare (di più) per l’emozione, facendomi (ri)sentire fibre del corpo di cui non ricordavo l’esistenza.

La magia era tutta lì, davanti ai miei occhi e non me la sono lasciata sfuggire.

(Felice me).

Pimpra

TANGO POST COVID . NE PARLIAMO CON MARIA ELENA CAPORALETTI

Dopo due anni e più di delirio, in cui la comunità tanguera è stata costretta ad attaccare le scarpette al chiodo, torniamo finalmente a respirare. Le milonghe sono aperte e con esse il circuito mondiale degli eventi di tango.

Ma questo periodo incredibile che abbiamo da poco buttato dietro alle spalle, è scivolato via senza lasciare segni? Siamo sempre gli stessi tangueri? Il significato e l’approccio alla milonga, all’abbraccio sono cambiati?

Lo abbiamo chiesto alla globetrotter tanguera per eccellenza, Maria Elena Caporaletti che, credo, sia una delle ballerine italiane più conosciute all’estero, per le sue indiscusse qualità di tanguera e per la valigia sempre pronta a partire per ballare in tutto il vecchio continente. E, per non farsi mancare nulla, è parte attiva del team che organizza la favolosa maratona milanese Pensalobien Tango Marathon.

Dopo due anni di stop forzato, come è stato tornare in milonga?

Tremendo e bellissimo allo stesso tempo. Il primo pensiero appena entrata in milonga è stato “cosa ci faccio io qui?” trovarsi in un luogo affollato, abbracciare di nuovo un estraneo senza paura, lasciarsi andare ….erano azioni cancellate dal file del mio cervello. Poi il corpo, a poco a poco, ha ritrovato se stesso: i piedi hanno cominciato a muoversi secondo passi conosciuti, il corpo ha ritrovato  antichi  movimenti e l’anima ha ricominciato a sentire!  tutto è stato di nuovo bellissimo…e come ai vecchi tempi ho fatto chiusura!!

Nella tua doppia veste di ballerina e di organizzatrice di maratona, percepisci un “prima” e un “dopo” pandemia nel modo di vivere il tango?

Come ballerina, a parte avere due anni in più nelle gambe (che non aiuta ) direi non molto. Sono più “matura” e il tango europeo è sempre più giovane. Bene per il tango un po’ meno per me….. 🙂 però la maturità ha portato anche un nuovo rapporto con il ballo: meno tande, più qualità e  senza fretta.  Come organizzatrice rimettere in moto la nostra PTM ad esempio è stata una fatica: le nuove norme ci hanno costretto a cercare una nuova location mentre vaccino e guerra hanno bloccato molti ballerini provenienti dall’est. Inoltre c’è ancora una paura diffusa del virus: molti ancora non se la sentono di ricominciare ….o semplicemente hanno coltivato nuovi interessi che hanno sostituito il tango. Direi che noto più una differenza nelle milonghe regolari che non negli eventi: con grande dispiacere molte milonghe  oggi sopravvivono a malapena e molte serate vanno deserte. Un peccato: personalmente amo le milonghe e, pur andando spesso in maratona, cerco di non mancare mai agli appuntamenti locali. 

Nel 2022 si balla in modo diverso dal pre pandemia? Qualcosa nell’anima del tango, è cambiata nell’ultimo periodo?

Modalità e paradigmi non sono cambiati. Alcuni eventi si sono ritrovati un po’ meno affollati e glamour rispetto a prima,  mentre nuovi eventi sono nati e hanno subito avuto un grande successo. Come dicevo prima il tango europeo ha nuovi protagonisti sia in termini di ballerini che di paesi.  La Polonia (Varsavia e Cracovia in primis) direi che è senza dubbio  il nuovo “centro europeo” del tango.

La pandemia ha forzato a riscrivere certi paradigmi nell’organizzazione degli eventi di tango, e non mi riferisco alle regole tout court richieste dal Ministero della salute, o nulla è cambiato nella sostanza? Continueranno a (ri)fiorire eventi finalizzati unicamente far fondo cassa o vi è una nuova consapevolezza nelle scelte della comunità di tangueros?

Come prima Continuano ad esserci entrambe le tipologie: eventi per fare cassa ed eventi di qualità. Tutto dipende dagli organizzatori, da cosa vogliono per il loro evento. Organizzare un evento spesso rispecchia l’anima tanghera di chi lo organizza. Come sempre tutto dipende da noi. Cosa ci piace di più? Cosa scegliamo? A parte forse i primi mesi della riapertura al ballo dove “andiamo dove andiamo basta ballare” oggi gli eventi sono tornati numerosi come in pre-pandemia. Quindi …torniamo a scegliere. Cosa vogliamo per il nostro tango?

Secondo te è rimasta una vena sottile di timore, quell’istintivo ritirarsi dall’abbraccio? O il potere trascendente del tango supera ogni barriera?

Vedo ancora qualcuno ballare con la mascherina però balla…..Mah, direi che se ti trovi  in milonga vuol dire che non ci pensi più…

Se ti fosse permesso esprimere un “desiderio tanguero” cosa chiederesti?

Uno? Oddio ne ho tantissimi ….quanto tempo hai? Alcuni sono già andati delusi… altri sono troppo “intimi” per essere espressi. Se proprio devo……Auguro al “mio tango” una lunga vita e alle milonghe locali di tornare piene.

Ringrazio Maria Elena “MEC” Caporaletti per aver partecipato all’intervista!

Per contattare Maria Elena Caporaletti

Pimpra

FOTOGRAFARE IL TANGO. RADU TANASESCU

Chi come me, frequenta da lungo tempo le piste della milonga, non può non aver incontrato Radu con la sua macchina fotografica mentre, felpato come un felino in azione notturna, inizia a scattare. E dire che Radu è grande e non si può non notarlo, eppure, quando non balla e tu sai che fotografa, ti piace passargli davanti, magari è il tuo giorno fortunato e diventi una foto pure tu e il/la partner di quella tanda.

Le foto di Radu mi sono sempre piaciute assai perchè lui ama lavorare in bianco e nero e i suoi lavori hanno la sua indiscutibile firma. Ne escono sempre immagini potenti, che ti si fermano negli occhi, sono fotografie materiche, che fissano lo sguardo scolpendo nei ricordi, l’attimo.

Godiamoci l’intervista a Radu Tanasescu.

  1. Fotografo e tanguero. Il tuo tango, il tuo personale modo di viverlo in pista influenza le foto che fai?

Sicuramente sì. Conoscere a fondo le dinamiche del ballo e della pista mi aiuta ad immaginare ed anticipare alcuni istanti altrimenti difficili da cogliere.

2. Cosa arriva nell’obiettivo della tua macchina fotografica mentre scruti la pista durante la milonga? Quale scintilla ti spinge a fermare l’attimo?

Nell’obiettivo della macchina arriva il “viaggio” di singoli e coppie racchiuso in quel particolare brano musicale. Può essere uno sguardo, una particolare espressione del viso, un atteggiamento interessante oppure una determinata forma corporale, il tutto sotto la luce del momento e del luogo. Lo scatto è sempre una miscela tra ciò che vedo, ciò che immagino e le sensazioni che ne scaturiscono in quell’istante.

3. Secondo te, il fatto che ci siano oramai molti fotografi intorno alla pista, influenzano i tangueros? Se sì in che modo?

Credo che qualsiasi cosa estranea al ballo in milonga sia più o meno fastidiosa per chi balla. Il tango è, dopo tutto, una danza molto intima. Chi balla tende ad evitare i punti di luce forte e, di conseguenza, i fotografi. Per fortuna, quando la pista è piena, non si può fare a meno di passare davanti all’obiettivo.

4. Quanto influenza la riuscita di un evento, il suo buon nome, la presenza di un fotografo capace di cogliere le sfumature del tango?

Onestamente, penso che sia uno degli ultimi aspetti presi in considerazione dai partecipanti ad un evento. Ci sono molti altri aspetti che vengono valutati con molta attenzione prima di decidere l’iscrizione. Il lavoro di un fotografo è utile soprattutto per gli organizzatori, fornisce loro uno strumento in più per promuovere gli eventi.

5. Cosa ti piacerebbe fotografare che non hai ancora potuto fissare in una immagine?

Mi piacerebbe cogliere di più le forme delle coppie in movimento. Questo perché in una normale milonga, di solito, gli spazi sono contingentati, pertanto la fotografia finisce quasi sempre per esprimere dei ritratti abbastanza ravvicinati.

6. Quale è la foto a cui sei più legato e perché.

Difficilmente torno a guardare le mie foto e quando lo faccio ricordo con piacere i relativi contesti, quindi non ne ho di preferite in senso stretto. Sono contento se la gente si (ri)scopre e si piace in qualcuno dei miei scatti.

Per contattare Radu:

email: radugt@gmail.com

fb: Radu Tangodj Tanasescu

instagram: Radugt

twitter: Radugt

Website: lefotodiradu

Ringrazio molto Radu di aver partecipato all’intervista con l’artista!

Pimpra

FOTOGRAFARE IL TANGO. LUDOVICA PALOMA

IMAGE CREDIT LUDOVICA PALOMA

Ho conosciuto Ludovica Paloma attravero i suoi suggestivi scatti di Venezia. La città lagunare, direte voi, è esercizio facile, è bella in ogni istante, in ogni anfratto della sua esistenza. E’ proprio in questa bellezza così irreale da poter diventare scontata che le immagini di Paloma hanno fermato il mio sguardo, proponendo una lettura a volte musicale, a volte acquerellata, quando non direttamente cesellata della città.

E un giorno la incontro in milonga, in una posizione alquanto curiosa per una elegante e raffinata signora quale è, mentre coglie l’attimo che desidera fissare. E’ attrazione per me irresistibile, così come le foto che ci regala.

Godiamoci quindi l’intervista a Ludovica Paloma.

  • Fotografa e tanguera. Il tuo tango, il tuo personale modo di viverlo in pista influenza le foto che fai?

Se fossi stata invitata in milonga senza ballare il tango sicuramente le mie foto sarebbero state diverse. Avrei forse cercato il lato romantico dato dall’abbraccio di una donna ed un uomo. Negli scatti cerco sempre di catturare un movimento particolare delle mani, delle dita, degli incroci che formano le braccia, una postura eretta, gambe ben stese, pieghe di vestiti.

  • Cosa arriva nell’obbiettivo della tua macchina fotografica mentre scruti la pista durante la milonga? Quale scintilla ti spinge a fermare l’attimo?

Prima di scattare creo il vuoto intorno a me cercando di entrare in contatto con la mia intelligenza spirituale (ps ognuno di noi ce l’ha) e quando sento la vibrazione mi lascio guidare e scatto. Non esiste giusto o sbagliato è una sottile energia che sussurra: ora!

  • Quanto influenza la riuscita di un evento, il suo buon nome, la presenza di un fotografo capace di cogliere le sfumature del tango?

I social utilizzano l’immagine come principale mezzo espressivo. L’immagine è tutto su Fb ed instagram. Il mondo del tango oggi abbonda di persone che vengono chiamate ufficialmente a documentare la serata e partecipanti che scattano. Chi viene chiamato a fotografare il tango non scatta solo il tango, scatta il movimento, il ritratto, la street, il tutto concentrato nelle foto di tango. Se si sottovaluta la qualità di un’immagine si rischia di trovare foto sfocate, piste mezze vuote (perché c’è una cortina musicale o la gente sta iniziando a mirare) che non giovano alla resa dell’evento. La gente, dopo un evento torna a casa e ha voglia di avere dei piccoli souvenirs e quando vede una bella foto la condivide. Nel condividere la propria immagine in quell’evento si condivide l’evento stesso e tutti gli amici vedranno a quale evento l’amico ha partecipato.  Quindi sì, è importante la foto soprattutto se gli organizzatori la vogliono usare come strumento di marketing e va usata con consapevolezza.

  • Fotografare il tango a colori o in bianco e nero (BN)? Quanto la fotografia di tango è capace di creare un nuovo racconto rispetto a ciò che accade in pista?

Ci sono periodi della mia vita in cui ho bisogno del colore. Se potessi riempirei una piscina con tutti i colori dell’arcobaleno e mi ci tufferei. Il mondo, quando ho questa fase, ha colori e colori molto saturi. Quando cerco la poesia vedo il mondo in BN. Ci sono immagini che nella mia mente sono concepite già in BN, non devo rivederle e decidere cosa fare.

In milonga l’intensità della luce contribuisce a creare assieme ai colori degli effetti caravaggeschi incredibili.

Il rovescio della medaglia sono volti marcati con occhiaie enfatizzate che stravolgono quasi deformandone, a volte, l’espressione, e capelli scompigliati.

Il sudore ed il viso arrossato per l’intensità della tanda crea qualche perplessità a chi è abituato a farsi i selfie perfetti stile influencer.

Il bianco e nero oltre a romanzare l’immagine è magnanimo coi volti e con un’illuminazione complessa è preferibile.

Nel macrocosmo della milonga esistono tanti microcosmi quante sono le coppie che si son formate in pista quella sera. Ogni foto è una micronarrazione, svela un istante che altri hanno perso perché erano intenti a ballare.

Ogni album è una matriosca che contiene svariate narrazioni sempre diverse ma tenute assieme dal fil rouge della musica.

  • Cosa ti piacerebbe fotografare che non hai ancora potuto fissare in una immagine?

Non mi costruisco un’immagine in testa, mi affido sempre alla realtà, perché la realtà ha il potere di stupirmi sempre più di qualsiasi immagine immaginata.

  • Quale è la foto a cui sei più legata e perché.

Ho scelto questa foto perché rappresenta la fase embrionale del mio minimalismo.  Quando questa coppia di ballerini mi è passata davanti non avevo dubbi su cosa avrei “tirato fuori”.  A volte si sente l’esigenza di raccontare una storia senza protagonisti principali, creare un contenuto con un metalinguaggio che viene decodificato immediatamente da chi condivide la tua stessa esperienza: ballare.

Per contattare Ludovica Paloma

FB Ludovica Paloma 

Instagram Ludovica Paloma

Pagina Fb Ludovica Paloma a picture teller 

Ringrazio Ludovica Paloma per avere accettato l’invito alla SIX.Q intervista con l’artista.

Pimpra

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