IL MOMENTO PRESENTE E’ INEVITABILE

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Ci sono quei giorni, quei periodi in cui sei giù. La vita scolora improvvisamente, tutto appare grigio e piatto e non vedi quella scintilla particolare che tanto ti è cara.

A nulla vale cercare di accendere il lume della ragione che, proprio al momento del bisogno, improvvisamente fa tilt.

Ondate di melma emotiva arrivano fin verso il cuore e oltre. E ti pare che nulla possa tirarti fuori dal tuo magma nero.

Poi però…

Uno stupido messaggio lanciato nell’etere, più per sfogo che per altro, e ti arriva una caldo abbraccio dai tuoi amici reali e virtuali. E già ti pare meno brutto. Una carezza, anche se sui pixel colorati di uno schermo, resta una carezza.

E il messaggio, quello vero, quello che proprio DEVI ascoltare, ti arriva. E’ l’Universo che te lo manda, per darti quella sberla che ti risveglia, ti rimette sul pezzo e ti fa riflettere profondamente.

Io Gabriel non lo conoscevo nemmeno, epperò leggo il suo messaggio su FB, adesso che ha lasciato questo mondo. Ed è un messaggio che pare scritto per la mia Anima di oggi, quella che trascina con sé il mio corpo triste.

Leggete, è scritto in spagnolo, ma si può capire, e comunque, impegnatevi a farlo:

“EL MOMENTO PRESENTE ES INEVITABLE”
La 1ra vez que la escuché si bien comprendia la escencia porque es muy simple, la profundidad muchas veces no la veia. Con esto que me está pasando me di cuenta que si quiero decir lo que siento, el único momento es AHORA, si quiero conectar con alguien, el momento es AHORA, si quiero amar, éste es el único momento posible, ya que el único momento que existe es AHORA
Quiero compartir esto con ustedes ya que me hizo ver que las cosas que me perdí de vivir por pensar demasiado en el futuro, hoy no sé si pueda llegar a hacerlas.
Por eso AHORA, EN ESTE MOMENTO, DONDE QUIERA QUE ESTES, ANIMATE A SER VOS MISMO, CONECTATE Y COENCTA, DISFRUTA,AMA, BAILA CON TODO TU SER Y NO PIERDAS EL TIEMPO.
Gracias infinitas por esta noche y por todo el apoyo y amor que me brindan. Gracias a todos los que colaboraron !!!
NOS VEMOS PRONTO
GABY”

“Il momento presente è inevitabile.  Ho capito che se decido di dire ciò che sento, l’unico momento è adesso, se desidero contattare qualcuno, il solo momento è adesso, se desidero amare, è questo l’unico momento possibile, l’unico momento possibile è ADESSO.”

Prendo le  sue parole, il suo messaggio che mi arriva così forte, oggi, che il pensiero triste mi accompagna, e decido di svegliarmi e vivere questo “adesso” che, oggi, mi regala spine, ma, evidentemente, ha un senso così.

Buon viaggio, caro Gabriel…

Pimpra

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In questa foto c’è tutto.

Il nostro andare nella vita.

La pioggia che copre, momentaneamente, la linea dell’orizzonte.

Il sole che ci aspetta oltre la tempesta.

 

Stamani il calendario filosofico  propone una frase riportata da Terzani:

“Finirai per trovarla  la via… se prima hai il coraggio di perderti”.

Sembra che tutto faccia quadratura del cerchio. Adesso, con determinazione e una buona dose di incoscienza, proviamo a liberarci delle certezze. Io per prima.

Vediamo cosa succede…

Pimpr(osophy) 😉

IL BELLO DELLE DONNE.

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Finalmente un aperitivo con una cara amica che non riesco mai a vedere che le nostre vite corrono e lo fanno veloce, impegni di qua e di là, e pare impossibile che i mesi scorrano senza riuscire ad incontrarsi mai.

Arriva finalmente il giorno dell’appuntamento e la confidenza e il cuore sono presenti lì, sul piatto, come se il Tempo tiranno nono esistesse. Questa è amicizia, quella vera, dove non serve chiedere spiegazioni o giustificarsi, perché o c’è o non c’è.

Parte denso il fiume di parole, le confidenze, le riflessioni, gli stordimenti. C’è tutta la vita che si mostra e lo fa senza veli.

Ho portato a casa come una patina di tristezza perché, la mia cara amica, non riesce ad essere felice, a trovare una dimensione che la renda soddisfatta della donna che è.

Scopro, con parziale stupore, che gli archetipi e gli stereotipi con i quali siamo state allevate, volente o nolente, rimangono ben attaccati alla pelle non permettendoci di vivere appieno come dovremmo.

Ritrovarsi senza un marito, senza un compagno appena superati i 40 anni, non avere figli, non sono marchi che impediranno di rivivere ancora una volta, di rimettere in moto la macchina dei sentimenti, dei progetti e dei sogni.

Invece pare proprio di sì…

Da donna, da donna “matura”, credo di poter serenamente affermare che, di fatto, non abbiamo bisogno di avere un uomo al nostro fianco per sentirci realizzate.

Stiamo bene a prescindere, come esseri umani. E’ questa la lezione da imparare, che vale per tutti gli esseri umani, di entrambi i sessi.

E’ vero che, se l’Amore bussa alla nostra porta e ci accompagna, la vita avrà un sapore in più, un colore in più, e, molto probabilmente, sarà più stimolante ma, lo ribadisco, non dobbiamo mai mai mai e poi mai sentirci persone che valgono di meno se, per qualche ragione, non abbiamo costruito o mantenuto una relazione stabile e duratura con un compagno/a di vita.

Eccerto non è facile accettare il ticchettio dell’orologio biologico che ci mette di fronte a una scadenza imprescindibile, oltre la quale, un figlio, ad esempio, con il nostro corpo, non potremo più concepirlo.

Ma siamo solo questo? Tutte delle madri?

Non credo.

Di sicuro ci sono molte, moltissime donne che hanno dentro di sé questa spinta emotiva alla quale devono dare ascolto, devono diventare madri perché fa parte della loro intima essenza. Ma non è così per tutte le donne.

Allora, Amiche care, mi piace dirvi di “godere di voi stesse” per tutto quello che siete oggi e che diventerete domani. Che la vita è bella, anche se piena di spine che, troppe volte, si conficcano nella carne delicata… ma sapreste rinunciare alla bellezza della rosa?

Io no di certo.

Allora, AMATEVI E BASTATEVI. Sono sicurissima che poi,  uno dietro l’altro, vi arriveranno TUTTI i doni per voi più preziosi e cari.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

DOVE CI SIAMO PERSE? (post per sole donne, pippolotto annesso)

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Mentre sorseggiavo il caffè e programmavo gli impegni della giornata, per puro caso sono incappata in un video su FB che parlava di donne. La durata di 24′ ha fatto sì che ne vedessi solo uno spezzone e, ovviamente, poi ho perso il link… mannaggia. [grazie all’amica Anna, ecco qui il link che vi invia al citato video, qui]

I pochi minuti che gli ho dedicato, hanno comunque acceso numerose lampadine su alcuni stati mentali miei e, purtroppo, condivisi con molte altre donne.

Sono della generazione di quelli nati in pieno ’68, che sono stati bimbi negli anni ’70 e adolescenti negli ’80.

Ricordo perfettamente quando, da un vivere e da un sentire strettamente connesso al sociale, al gruppo, alle diverse e numerose umanità, intese nelle loro pregevoli sfumature (anni 70), d’un tratto siamo stati proiettati in un universo di significati alterati, indotti e spinti verso tutto ciò che era prettamente “apparenza”, manifestazione visibile, appartenenza in senso negativo poichè impostato solo su “status symbol” imposti dall’alto.

Ricordo che, allora, il mio corpo sportivo, la floridezza del mio viso ancora di bimba e le forme sontuose (abbondanti) del mio didietro, venivano prese in giro in malo modo. Aggredite, quasi, poichè non ideali al modello corrente.

Ricordo ancora quante lacrime ho versato perchè a me non piaceva uniformarmi, non avevo il corpo e l’apparenza di “tutte” (mingherline, alte, ma con grandi tette), io ero me, la ragazza sportiva, allegra, ciarliera e… i cui genitori non avevano (all’epoca) possibilità economiche grandiose per soddisfare le mie eventuali richieste di “simboli”.

Già, perchè noi siamo stati una generazione basata su “etichette”, formali e virtuali che gli adulti dell’epoca, ci hanno imposto.

Ricordo i miei sogni di ragazza, immaginavo me stessa in tailleur a dirigere un’azienda, una donna manager, realizzata ed indipendente. Non vedevo nel mio orizzonte immaginario nè famiglia, nè figli.

Un uomo in teorica gonnetta.

Affatto in connessione e sintonia con la sua femminilità, completamente repressa, chiusa, archiviata poichè, comunque, non corrisondente al “modello”.

E due stramaroni di questi modelli che hanno perseguitato la mia/nostra esistenza! Da quelli fisici (non hai le tette, il culo è troppo grande, sei in sovrappeso, sei bassa, hai le spalle troppo larghe e qui mi fermo) a quelli sociali e psicologici.

Crescendo, per fortuna, ci si libera un po’ di questi colossi che impediscono di vivere la propria esistenza, dandole il taglio che meglio si crede… ci si libera… insomma…

Guadata la boa dei 40, come una pirla, mi ritrovo dentro a questi cliché malati, con tutte le scarpe.

Se per 20 anni, conclusa l’adolescenza, vivaddio!, ho creduto di scegliere secondo le mie corde la vita che volevo fare (più o meno) e la persona che volevo essere, sbarchi nella “mezza età” e sei nella merda un’altra volta.

E certo, perchè a noi donne, ci smaronano di ideali impossibili da raggiungere, come se vita significasse perfezione. Ecco donne che a 50-60 anni ne devono mostrare 20 di meno, ragazze che non godono della loro giovinezza acqua e sapone e sembrano delle matrone (certo senza rughe e con un corpo da svenimento), perchè la società ci vuole “ggiovani”, strafighe, iper sexy, costantemente portate a sedurre il mondo intero.

Da quarantenne, mi guardo allo specchio e invece di cercare la vita che ho vissuto sul mio volto e sul mio corpo, vorrei cancellarne ogni traccia. Ciò è male, malissimo! Sticazzi, mi hanno beccato di nuovo nell’ingranaggio bestiale che mi obbliga ad essere ciò che non sono…

Fortunatamente ci sono gli amici, la famiglia e… un barlume di intelligenza che mi resta e provo a guardare ancora, e vedo me, quella che sono diventata a forza di sberle e sorrisi che la vita mi ha regalato fino a qui… e amo (finalmente) le mie tette piccole e il mio culo grande, perchè sono solo miei e va bene così.

Non è facile “ritrovarsi” in questo marasma di stimoli demenziali che provengono da ogni dove e sentirsi una giaguara serena e rilassata in pace con se stessa e felice di quello che è, adesso, in questo momento.

Vabbè, concludo il pippolotto invitando tutte Voi che siete meravigliose nella vostra unicità, nel vostro difetto e nella bellezza del pregio, ad AMARVI, come solo voi meritate davvero.

Per il resto: a fanculo tutti!

ALLEGRIA!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

ps: mi sono scappate un bel po’ di parolacce… abbiate pazienza… 😦

 

 

 

IN&OUT E WAITING LIST. IL TANGO MODERNO E’ ANCHE QUESTO

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A quanto pare, il post precedente ha toccato corde molto sensibili degli animi tangueri di entrambi i sessi. Affrontare argomenti “spinosetti”, a mio modo di vedere, fa bene, sempre e comunque. Perciò eccomi, di nuovo,  qui.

Parliamo di come ci si sente quando:

  1. si viene espressamente invitati ad un evento
  2. ci si iscrive ad un evento ma si viene messi in waiting list che, il più delle volte, significa starne fuori
  3. si viene, gentilmente, rifiutati.

L’argomento è vasto perchè implica diversi punti di osservazione: se sono donna o uomo, se ho un ballerino/a, se mi iscrivo direttamente in coppia.

Va detto che l’iscrizione in coppia è, di norma,  premiante. Nella difficile arte di creare un bilanciamento tra i sessi dei partecipanti, la coppia vale lo “zero neutro” e ciò è bene.

Ma non sempre va così. Non sempre si riceve l’attesa mail: “you are IN” che tanto ci piace leggere perchè, ammettiamolo, è come una carezza alla nostra autostima: significa che ci vogliono!

Nella mia decennale carriera di ballerina, mi sono cuccata tanti dinieghi che mi hanno fatto male. Molto male. Ancora oggi, ci sono delle maratone a cui vorrei partecipare che non mi aprono le loro porte. Mi dispiace, lo ammetto, ma mi sono data una spiegazione che mi rasserena.

La maratona (in particolare), ma lo stesso vale per un encuentro o un qualsiasi altro evento che duri più di una serata, è immaginato, costruito, pensato dal team dei suoi organizzatori.

E’ come quando decidiamo di dare una gran festa, pensiamo all’impatto che vogliamo creare, al tipo di sensazioni e di emozioni che desideriamo regalare ai nostri ospiti e vivere noi stessi.

Ecco, appunto, è la NOSTRA festa.

Da invitato posso solo essere felice di aver ricevuto la convocazione, o, nei casi in cui l’iscrizione è aperta, devo solo sperare che, per qualche ragione, sia essa emotiva e/o organizzativa, il  mio nome entri a far parte della lista dei SI’.

Certo che se mi arriva il due di picche ci rimango male, ma è necessario indossare i panni di chi sta dall’altro lato del bancone e comprendere quali siano le sue esigenze organizzative e le aspettative e i colori che desidera dare al SUO evento.

Forse noi ospiti, a volte, perdiamo di vista questo importante dettaglio, credendo che, se siamo belli e bravi e paghiamo la quota di ingresso, automaticamente siamo dentro per forza. Non è così!

La capienza delle sale che ci ospiteranno è un elemento logistico FON DA MEN TA LE per la buona riuscita dell’evento, e chi va spesso in giro lo sa bene. Nulla di peggio dell’organizzatrore che, per fare “cassetta”, infarcisce la sala di un numero disumano di ospiti, scontentando tutti.

Dentro la mia capienza di sala posso e devo fare entrare coloro che, secondo me, offriranno, con la loro presenza, le sensazioni e le emozioni che avevo in mente all’inizio.

Mettiamoci il cuore in pace.  I dinieghi, non sono insulti al nostro valore umano e di ballerini, sono, semplicemente, delle scelte basate su dei perchè.

Certo, a tutti piace essere considerati quelli cool, quelli “famosi“, quelli che, con la loro sola presenza, apportano un plus all’evento. Ma non è così. Mettiamocela via. Non siamo tutti “fighi” abbastanza, per entrare da tutte le porte.

Detto questo, faccio pace anche io con il mio Narciso che moltissime volte è uscito bastonato, quando la sospirata email del sì si, non è arrivata.

Epperò, senza perdere il sorriso e la voglia di riprovarci, ho ricevuto anche tantissimi sì, che mi hanno resa immensamente felice.

La vita è fatta a scale. A volte si scende, a volte si sale…

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

 

 

 

LIBERI. FINO ALLA FINE.

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E’ così strano anche solo riuscire a pensare a qualcosa di diverso, di intenso e, per certi versi, pesante, in questi giorni.

Le città sono uno sfavillio di luci, la gente corre indaffarata portando in giro quintalate di pacchetti colorati. Ci si saluta, come mai durante l’anno, quando siamo  delle figure trasparenti agli occhi del nostro prossimo.

Ma è (quasi) Natale, allora tutti a scimiottare sentimenti, comportamenti richiesti da copione.

Poi, lì fuori, c’è la Vita Vera, quella delle persone che ne vivono ogni singolo respiro e quella di coloro che stanno morendo.

Oggi, mentre surfavo leggera sui pixel, incontro, come un tronco portato dalla marea, un video. Non li guardo mai, i video, che mi annoiano, ma questo ho dovuto. Il link qui .

Dominique oggi lascerà questa dimensione, per sua scelta, aiutata da una équipe di medici svizzeri. Forse, a quest’ora, è già volata via.

Mi sono commossa davanti al pc, ascoltando la storia di questa signora che, a tre mesi dalla scoperta della inguaribile malattia, ha deciso, consapevolmente, di mettere fine alla sua vita.

I medici le aveano prospettato da 1 anno a 3 anni di aspettativa, a fronte di trattamenti chemioterapici molto forti. E Dominique  ha detto di no, che non lo voleva fare. Che tutto il dolore che avrebbe dovuto sopportare, le era troppo.

Provo un senso di reverenziale rispetto per coloro che hanno un simile coraggio, non so se ne sarei capace e, allo stesso momento, sono fermamente convinta che non sia giusto dover emigrare in altro paese per decidere di percorrere la strada dell’eutanasia.

Dovremmo poter essere liberi di morire in casa nostra o, comunque, nel nostro paese. Anche il solo viaggio per raggiungere il ponte del non ritorno in un altro dove, è una sofferenza in più che il futuro “suicida” dovrà sopportare.

“Suicida” perchè l’atto finale di staccare la presa di corrente con la vita, lo si deve attuare in assoluta autonomia.

Non mi piace questo termine, per definire chi, costretto (da una malattia inguaribile o da una depressione insostenibile) sceglie l’ultima via.

Sono persone coraggiose ed estremamente determinate che hanno saputo accettare il loro destino, la malattia, senza rimanerne completamente intrappolati.

La morte, in fondo, è solo un cambiamento di stato.

Vorrei, da cittadina del mondo, poter vedere garantita a tutti gli effetti la mia libertà personale di essere umano. Togliersi la vita in una struttura che accompagna, non è divenire peso sociale, non è tradire la civiltà, non è atto di follia premeditata. E’ pura espressione del Libero Arbitrio.

In un mondo globale inquinato di trappole che ingannano e imprigionano, vorrei poter immaginare, al contrario, la libertà di essere umano.

Libera di vivere, se riesco. Libera di morire, se non ce la faccio più.

Cara Dominique, fai un buon viaggio.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

 

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