12 ORE DI TANGO. MA PERCHE’?

Giovedì. E’ trascorso un giorno e mezzo dalla “mia” 12 ore, in realtà “solo” 6 ore. Sto iniziando a riprendere il corretto ritmo circadiano sonno/veglia, benchè punteggiato – ancora! – da insistenti sbadigli.

Giunta quest’anno alla sua 15 edizione, la kermesse “triestina”, in realtà in quel di Sistiana per dovere di geolocalizzazione, continua a richiamare appassionati, anche foresti. Ottimo per il movimento tanguero regionale, in specie, triestino.

In tanti mi hanno scritto per accertarsi che la comunità tanguera oriunda partecipasse a questa milonga “doppia”? si potrebbe definire così? per essere vieppiù certi di trovare pane per le loro zanne affamate di tandas indimenticabili.

C’è sempre un particolare fermento quando si avvicina la data fatidica, “tu ci sarai? quando pensi di andare?” e domande simili.

Questa tipologia di evento non è affatto rara, se ne organizzano parecchie in ogni regione italiana e all’estero ovviamente, ma per i triestini e non ha un sapore particolare.

La nostra 12 ore scandisce inesorabile l’arrivo del culmine della stagione estiva, avendo luogo esattamente la settimana che precede ferragosto, indicando l’inizio del lento avvicinarsi di settembre e del cambiamento di stagione.

Sono ben 15 anni che gli amanti del tango si danno appuntamento a Sistiana, nell’incantevole baia che con le sue falesie e il respiro della risacca, contribuisce a rendere unici gli abbracci scambiati in pista, aggiungiamoci la falce di luna e un bel venticello di borino a raffrescare gli animi roventi e abbiamo lo scenario perfetto!

Ma perchè 12 ore? Cosa andiamo mai cercando per sottoporre il nostro fisico a una tenuta così pesante, a tante ore di ballo? Dalle prime luci del tramonto fino a quelle dell’alba?

Mi sono data più spiegazioni: dal tramonto all’alba è una meravigliosa metafora del cerchio della vita celebrata dentro un abbraccio, godendo dei colori rossastri del sole adagiato sul mare e delle luci acquerellate dell’alba.

E’ una prova fisica importante ballarle tutte e 12 le ore, può essere una sfida per i più audaci, il desiderio di dimostrare a se stessi di poterlo fare.

Fame, desiderio, curiosità che esplodono al loro meglio con più tempo a disposizione? Chissà forse per taluni è così.

Personalmente la mia formula esce dal paradigma 12, poichè me la vivo a metà, per me 6 ore sono più che sufficienti. Ma non scelgo mai delle ore a caso. Arrivo dopo la mezzanotte, con il corpo ancora addormentato (mi scuso con i primi ballerini che mi hanno invitata!), entro nella notte come fossi un gatto, delicatamente i piedi diventano polpastrelli ovattati e il corpo inizia a rispondere a musica e abbracci. La mente si perde ed è come se, ballando, riprendessi a sognare, ma ad occhi aperti.

L’alba arriva dolcemente accarezzando gli occhi ancora abituati alla notte. Foto di gruppo di rito e, come tanti pipistrelli, voliamo alla ricerca del buio e di un buon sonno ristoratore.

Pimpra

DATEVI UNA REGOLATA. #ditantointango

Avete presente il traffico congestionato stile esodo di ferragosto, le lunghe code, il fastidio di quelli – disgraziati! – che pensano di avere il diritto di arrivare in villeggiatura prima di te, ecco, è quello che ancora accade in certe milonghe.

E’ passata una settimana dalla serata in uno dei luoghi sicuramente più entusiasmanti dove ballare a Trieste, quello che noi locali chiamiamo ancora “Cantera” che ad oggi è stato rinominato “Base Sistiana”.

Un musicalizador meraviglioso che non era possibile pensare di star sedut*, meteo bizzarro come l’estate che stiamo vivendo e quindi utilizzo esclusivo della sala interna. Mica piccola sia chiaro. Pavimento adatto, nuovo piacevole allestimento, non fosse per quella assurda luce sulla pista che rendeva gli abiti fosforescenti (il mio caso – sorvolo sull’imbarazzo).

Osservando la ronda-fracassina, ricordo di aver pensato “meno male che non ballo da leader”, garantisco che una pista più maleducata fatico a ricordarla. Allora mi chiedo: PERCHE’.

Se esiste quella che si chiama ronda un motivo ci sarà: si gira IN TONDO, non si fanno i zig zag, non si supera a destra e a manca, non si centra la coppia che precede o che segue. Si balla, si rispetta il flusso, come si fosse fatti d’acqua.

I principianti devono stare nel cerchio interno, perché è loro sacrosanto diritto prendersi il tempo per ragionare sul da farsi- passo, musica, ballerina, e, allo stesso modo, per lasciare spazio ai più avanzati di procedere con maggiore fluidità nel perimetro esterno.

Non è difficile, lo capisco pure io che con numeri/geometria e scienza esatta faccio a pugni!

Questo roteare informe, farcito di fretta ingestibile, ha reso, quella che poteva essere una serata strepitosa, un incubo.

E così non va bene per niente e non lamentiamoci poi, se i pochi foresti che passano da noi a ballare, non tornano più. Per tutti, si rende vieppiù necessaria la patente del milonguero. Ecco, l’ho detto.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

IO BALLO DA SOLA. Punti di forza, di debolezza, le opportunità e le minacce.

Che il tango non fosse un ambiente “democratico” l’ho sempre saputo, quando misi per la prima volta piede in una milonga. Passai molti anni di lotte interiori prima di accettare e comprendere le dinamiche dell’invito ed altrettanti anni a combattere con certe logiche non premianti, non meritocratiche che pure si esprimono in milonga.

Il mio ingresso nel mondo tanguero l’ho fatto con il ballerino di allora e l’ho continuato, per molti anni, con un successivo partner. La ruota del tempo gira portando con sé il cambiamento, massima espressione di vita, sono quindi diventata una ballerina senza partner.

All’inizio ho fatto fatica a riconoscermi nel mio nuovo status, dentro di me, da qualche parte, era come se avessi perso qualcosa. Non posso negare che l’abbraccio che mi aveva accompagnato per lunghi anni in molte ore di ballo, rappresentasse oramai la mia “casa” del tango e quindi, le prime volte, il distacco è stato piuttosto pesante. I nuovi abbracci però hanno fatto il loro dovere, ridefinendo la nuova tanguera che sono diventata: felice senza partner fisso.

A tutte le amiche che si riconoscono nella mutata situazione o che non hanno mai avuto un ballerino con cui allenarsi e ballare con assiduità, dico che non tutto il male viene per nuocere. Vi spiego il perché.

Partiamo dalle MINACCE. Che si intendono qui, ovviamente, in senso metaforico.

Non avere qualcuno con cui studiare/ballare con costanza può sicuramente limitare le possibilità di:

  • frequentare un corso con un partner di qualità (di solito sono già impegnati)
  • iscriversi ad eventi di livello più alto (mediamente finiamo in “waiting list“)
  • poter lavorare sulla definizione del proprio stile personale di ballo. (La ballerina tipicamente seguidora avrà probabilmente un po’ meno problemi di un ballerina dal carattere danzereccio più “spinto”).

Quanto ai punti di DEBOLEZZA, a mio parere, vanno a toccare maggiormente la sfera emozionale della donna, ovvero:

  • Non essere invitate perché ci “cade la faccia”, quando nessuno ci vede, ci nota, ci invita.
  • Non avere la possibilità di dimostrare le proprie capacità, l’espressività, la competenza, chi siamo in termini di tanguere perché balliamo con partner che non vogliono rischiare e quindi richiedono una personalità più delicata quando non accomodante
  • inutile aggiungere che a tutte sarà capitata almeno una volta la sindrome del “brutto anatroccolo” che sono brutto e nero e non mi vuole nessuno (e così restiamo per davvero a fare tappezzeria per l’intera serata).

Essere una ballerina senza partner offre, in realtà, delle incredibili opportunità.

Se saprò trovare la lezione in ogni brano ballato con ogni persona con cui intreccerò il mio abbraccio, diverrò sicuramente una tanguera migliore.

La motivazione (punto di forza) di crescere ed imparare mi porterà a cercare il miglior elemento per lo studio in quel momento storico della mia formazione.

La cerchia delle amicizie tanguere subirà un impulso notevole, regalando, oltre al piacevole momento della milonga, deliziosi e divertenti “fuori pista”.

Psicologicamente costringe a guardarsi dentro, costringe a tirare fuori l’energia vitale, obbliga al confronto con i propri demoni (se ci sono) per poterli rendere innocui. Rende la donna completamente indipendente, meravigliosamente avventuriera, libera come un refolo di bora.

Amiche care, mai mi stancherò di dire quanta fantastica vita c’è dentro il tango. Andiamo a prendercela tutta.

Lunga vita alla Giaguara!

Pimpra

IMAGE CREDIT: frame da foto di Mauro Tonkic

IL RESPIRO DEL TANGO.

Ieri sera, in compagnia di amiche non tanguere, raccontavo di tango. Le dinamiche dell’invito, la mirada, l’abbraccio, la musica. Incantate dalle mie storie, più di una volta hanno affermato con certezza che mai sarebbero capaci di cimentarsi nel sensuale (a detta loro) ballo.

Morale: abbiamo organizzato un weekend in campeggio dove farò provare i primi passi. Gli ettolitri di birra croata sono certa aiuteranno i partecipanti a superare eventuali tabù.

Nel mentre, mi sono riaffiorate delle immagini, sonore questa volta, relative agli ultimi eventi a cui ho partecipato.

Il respiro del tango: non è un caso il titolo del post, credo di non aver mai letto nulla a proposito.

Ne parlo riportando la mia percezione da sportiva.

Quando ballo una milonga al fulmicotone, piuttosto che una tanda languida, non posso fare a meno di percepire il… vivace respiro del leader. Ovvio stando così a contatto, ma un conto è respirare normalmente un conto è ansimare.

Ansimare nel tango.

Non è la versione argentina di 50 sfumature di rosso, è la versione nostrana di un* ballerin* in affanno. Punto. Fame d’aria, polmoni poco espansi, bassa soglia aerobica, in una parola fisico non allenato a sufficienza.

Le emozioni sicuramente, in taluni casi, concorrono a “tagliare il fiato” di color* che sono più sensibii, ma non è possibile che ogni tanda procuri tale effetto.

I ballerini competitori debbono sostenere la visita di idoneità agonistica, elettorcadiogramma sotto sforzo, spirometria, misurazione della pressione ecc ecc, un motivo ci sarà. Ballare è a tutti gli effetti anche un’attività sportiva!

Bailar el tango es como caminar” sticazzi, perchè se cammini per 6 ore di fila, cambiando costantemente ritmo, fai fatica come se corressi una 10 chilometri!

Tutto questo per stimolare quei tangueros, uomini e donne, che – quasi da subito- respirano piuttosto affannosamente nell’orecchio del partner, manifestando chiara sindrome da affaticamento.

A me succede sempre di ascoltare il concerto ritmico del respiro del leader che si fa più veloce, più corto, più affannato. Non mi dà fastidio, sia chiaro, ma – confesso – a volte mi distrae perchè penso “Mamma mia ma non gli verrà mica un coccolone?”, sposto immediatamente il pensiero nefasto, rasserenandomi sul fatto che conosco molto bene le prime manovre di rianimazione, anche se mai vorrei metterle in pratica.

Ballare molto, specie per coloro che da un pezzo hanno superato gli anta, facendo le ore piccole, magari dopo settimane di lavoro stressante e problemi vari, fa certamente strabene all’umore ma, attenzione, può minare un fisico non sufficientemente preparato.

Io cerco di correre, se non riesco perchè ho qualche acciacco che me lo impedisce, cammino molto, a passo svelto cosicchè la pompetta sia sempre in esercizio e i polmoni pure. Inoltre, le attività aerobiche fatte all’aria di solito utilizzano i piedi, rinforzandoli aiutandoci anche a spingere meglio quando balliamo.

Il pippolotto è finito, andate in pace.

Parola d’ordine: riguardatevi, allenatevi e ballate.

Un bel sospiro di piacere, di seduzione, di apprezzamento intimo – credetemi – poggia su note vellutate ben lontane da un ansito. Poi vedete voi…

Pimpra

PS: se poi il rantolo del* tanguer* è condito da afflati alcolici… vabbè ma che ve lo dico a fare…

Image credit da qui

ALLA RICERCA DELLA “FIRMA TANGUERA”.

Tra i molteplici benefici di avere una passione è quella di poterla condividere con gli amici. Se poi ci porta a spostarci, si creano delle situazioni da gita scolastica estremamente piacevoli, quando non esilaranti.

Nella macchinata che ha portato me e una coppia di meravigliosi amici, oltre che tangueros sopraffini, a raggiungere l’agognata meta della maratona, è stata occasione per ciarlare amabilmente di tango, ça va sans dire.

Le chiacchiere più interessanti sono sempre quelle che si fanno post evento dove si scambiano opinioni, esperienze e – normalmente- si condivide l’assoluta soddisfazione, unita al godimento, di avervi partecipato.

Il mio post maratona è come se avesse acceso tutte le lampadine del cervello, per gli enormi stimoli che ho ricevuto.

In questo articolo vi racconterò della “firma tanguera”, ovvero di quell’impronta assolutamente soggettiva e personalissima che ogni tanguer* lascia, o, a mio parere, dovrebbe lasciare.

Non si tratta della forma in cui si esprime la danza, non è questione di stile, non di preparazione tecnica, neppure di abbraccio è una sfumatura sottile, unica, personalissima che non tutti i danzator* riescono a scrivere.

Cerco di spiegarmi meglio: vi sarà capitato di riuscire – dopo lunga attesa- a ballare la tanda con quel particolare ballerin* con il quale da tempo desideravate ballare. Ebbene, alla fine vi resta un’immensa delusione, non determinata dalla incapacità del soggetto ma, semplicemente, dalla mancanza di un colore personale della sua danza che, all’interno dell’abbraccio, non avete percepito.

Una tanda che definisco “neutra”, non cattiva ma nemmeno particolarmente saporita, una pasta al burro, per cercare la metafora culinaria. Anche qui si può aprire una discussione: moltissime persone adorano la pasta al burro, anche la pasta al burro ha una sua dignità e un suo senso. Certamente ma… nell’economia di uno scambio molto frequente con tantissimi soggetti, la pasta al burro ha un’intensità che, probabilmente, la nasconde, facendola passare in secondo piano.

Tornando al concetto della firma, mi sono fatta l’idea che sia un fattore legato al carattere: la firma racconta di noi, non come ballerini, ma come persone. Ci sono soggetti che detestano mostrarsi, far conoscere all’altro chi sono una volta smessi i panni del tanguer*. Timidezza, riservatezza, altre ragioni, li portano a darsi nelle tande in maniera più “neutra”, privando così l’altro del piacere di fare la conoscenza ANCHE della persona che sta dietro al ballerin*.

Per firmarsi serve l’esperienza, lo studio, la pratica, tutte cose che restano imprescindibili in un buon tanguer* ma entra forte anche la dominanza soggettiva: mi scopro veramente, fingo astutamente, resto in silenzio, parlo a voce alta, mi esprimo sottovoce.

Personalmente in pista adoro chi mi racconta anche altro, mi parla della sua vita in qualche modo, solo abbracciandomi e portandomi nell’incredibile viaggio che può essere ogni tanda.

Forse firmare è legato all’empatia, me lo chiedo.

Ad ogni modo, la prossima volta che ballerete, provate a percepire se quanto ho scritto in questo articolo vi risuona, mi piacerebbe sentire la vostra opinione, se vi va.

Vado a prendere la stilografica… 😉

Pimpra

#ditantointango LE CHIACCHIERE CHE FANNO MALE.

Chi è assiduo frequentatore di eventi, specie di quelli più lunghi, da weekend come le maratone, i festival, sa benissimo che, tra le ciarle a margine delle tandas, ci sono sempre i commenti più disparati sui partecipanti.

“Quell* è brav* ma non mi invita, quell’altr* se la tira e balla solo con i suoi, non capisco perchè quella (i commenti sulle donne, espressi dalle donne, sono sempre i più tremendi) balli così tanto che è una principiante, ovvio perchè è giovane e figa e ha pure le tette in mostra (ecc ecc)” vi risparmio.

Una sorta di analisi sociologico/comportamentale/sputtanatoria dei tangueros/as in pista.

Non si dovrebbe mai cadere dentro questo genere di trappole perchè tornano indietro come un boomerang.

Innanzitutto ognuno di noi partecipa per stare bene, per divertirsi, per ballare, per socializzare, chi anche per trovare una nuova fiamma. Quale che sia la motivazione l’imperativo categorico rimane uno: godersela. Vivere il momento della socialità con gaia apertura, con animo e cuore leggero. Così facendo, ovvero impostando il proprio asset mentale su pensieri positivi “Oggi starò bene, ballerò bene, mi divertirò” la modalità energetica si predispone correttamente, facendoci diventare sorridenti, aperti verso l’altro senza giudizio, senza ansia, senza paure senza sentimenti di frustrazione e men che meno senza retropensieri negativi.

Provate, funziona!

La PNL insegna che per il nostro cervello realtà e immaginazione sono la stessa cosa, il cervello non distingue i pensieri prodotti da situazioni “reali” e quelli solo immaginati. Provate ad andare in milonga, la prossima volta, immaginando che ballerete assai, godendo assai. Vi stupirete dei risultati!

Troppo spesso ho sentito donne, solo perchè nell’attesa di una tanda mi trovo tra il pubblico femminile, lamentarsi per questo e quello, criticare questo e quello per poi ritrovarsi inchiodate alla sedia che quasi nessuno si accorgeva di loro.

Siamo tutti animali sociali e, specie in contesti legati al ballo, andiamo alla ricerca di leggerezza, desideriamo non pensare ai problemi, al lavoro e a tutto ciò che nella nostra vita è difficile e pesante.

Parola d’ordine: leggerezza.

A chi mi ribatte “io ci vado in milonga con i bei pensieri ma poi nessuno mi si fila” rispondo che crede di avere bei pensieri, invece c’è un forte rumore di fondo legato ad ansia, preoccupazione, frustrazione, paura dell’insuccesso e queste sensazioni, malgrado ciò che crediamo, vengono percepite all’esterno, producendo effetti contrari a quelli sperati.

Mi sto perdendo in questo pippolotto, ma era tanto che non ne scrivevo uno, per esortare TUTTI a vivere pensando al lato positivo dell’esistenza, sforzandosi di trovare ogni piccola scintilla di bene. In sala da ballo i risultati saranno immediati, lo garantisco, e porteranno una sferzata di benessere di cui tutti abbiamo bisogno.

Teniamo sempre a mente che noi meritiamo di essere felici.

AMEN.

Pimpra

Image credit da qui

3 GENERAZIONI E TANGO. LA CONVIVENZA CHE CI PIACE

Una volta in più, ce ne fosse mai stato il bisogno, la maratona di tango mi ha insegnato qualcosa. Non penso alle dinamiche evoluzioni dei tangueros, quanto agli altri insegnamenti che ne ho ricavato.

L’ho sicuramente già scritto in passato e lo ripeto oggi: ballare il tango è come rappresentare la vita, nel suo corso, nelle sue dinamiche, nelle sue relazioni. Ed è su questo ultimo aspetto che desidero soffermarmi.

Dopo due anni abbondanti di stop per pandemia, anche quando si poteva ballare con “con attenzione”, non mi sono affacciata alle milonghe, sono finalmente rientrata in pista direttamente in maratona (matta che sono!!!).

Riempiti gli occhi e il cuore di tutte le sfumature di emozioni, di stupore, di curiosità che potevo contenere, ho osservato le dinamiche relazionali perchè percepivo qualcosa di nuovo a cui non sapevo dare voce.

Al secondo giorno di ballo, tanto ballo, tanto bel ballo, ho capito: esiste una “frattura” abbastanza netta tra le generazioni che popolano la pista che, riassumo per brevità, in giovanissima, nuova e vecchia. La prima, arriva fino ai 30 enni, la seconda più o meno dai 30 ai 45, la terza dai 45 in poi.

Fascia 1 e 2 interagiscono discretamente, specie se i soggetti appartengono ai primi anni del secondo gruppo. Le cose diventano molto diverse con gli abitanti del terzo, i 45 enni e oltre, con una spaccatura decisamente evidente dai 50 in su.

Cosa significa?

Mirade che non arrivano o che scivolano via, scelte precise di campo: con la terza fascia no.

Se indossiamo gli occhi di un giovanissimo/a non è difficile immaginare come veda quelli più grandi: assolute mummie, sia in termini fisiologici che tangueri. Possiamo dare loro torto? Non credo, nel senso che anche noi a 20 anni e poco più non andavamo alla ricerca di un abbraccio così maturo, lontano dal nostro universo generazionale. Si sta con coloro che sentiamo “vicini” e, simpatia e bravura a parte, l’età è una discriminante potente.

Speravo in una maggiore democrazia tanguera nella relazione tra seconda e terza fascia, in special modo tra i più “vecchi” della seconda e i più “giovani” della terza. Anche in questo caso sono rimasta sorpresa. Certo l’interazione c’è, è più fitta che tra la prima e la terza, ma con riserve.

Uomini e donne volgono lo sguardo – preferibilmente – ai giovani che rappresentano la novità sia in termini di ballerini/e, sia in termini di “freschezza” fisica. E come fai a non accorgerti della bellezza ingenua e potentissima di un corpo non ancora segnato dal tempo, dell’energia vitale e sessuale che emanano i ragazzi/e? Come fai? La vedono tutti, i coetanei, e quelli più grandi.

Far parte, oramai, della “vecchia guardia” temevo diventasse un problemone difficile da gestire psicologicamente nel senso che a nessuno piace essere trasparente, non essere quello scelto o prescelto, insomma diventare parte della tappezzeria della sala. E sticazzi!

L’insegnamento che ho colto è agire un sano distacco dalle dinamiche che mortificano la propria autostima, le mirade che non vanno a segno non sono un fallimento di tutto, la “Waterloo della tanguera”, nel mio caso, ma semplicemente una delle possibilità che accadono in milonga.

In maratona ho mirato incuriosita dei ballerini che nemmeno se fossi caduta tra le loro braccia, si sarebbero accorti di me, e infatti non si sono accorti di me, allora? dove sta il problema? Ho scambiato altri sguardi andati a segno che mi hanno portato a tandas che mi hanno felicissimamente sorpresa, divertita e fatta emozionare.

Ognuno di noi, se messo nella possibilità e ribadisco “possibilità” di scegliere, lo fa secondo criteri unici, individuali, personalissimi: chi cerca un corrispondente tecnicamente affine, chi predilige la sensualità della persona, chi la simpatia, chi vuole quello/a “famoso/a” ecc ecc. Quindi se, malauguratamente, non siamo destinatari di “attenzioni” leggi mirade, non siamo noi ad essere “sbagliati” in alcun modo, semplicemente non corrispondiamo alla sfera del gusto dell’altro. Facile no?

Nel tango, come nella vita, è chiaro che bisogna viaggiare leggeri, rimanendo fluidi e resilienti. E così, dal nulla, arriva la tanda della serata, quella che aspettavi da anni e oramai non ci speravi più. Invece arriva…

Concludo dicendo che “Fin che c’è vita c’è speranza, fin che c’è il tango, c’è vita” e se in più ci aggiungo un sorriso è tutto ancora più bello!

Pimpra

IMAGE CREDITS MARCO VAGHESTELLE

LA GIAGUARA TORNA IN COLLEGIO

Ho chiuso le mie ferie estive con una bellissima gita a Marina di Massa. Scarpette da tango in borsa, tre amici deliziosi, chiacchiere e allegria.

La prima vera maratona dopo… 3 anni?! Un periodo infinito che ho vissuto in totale “astinenza”.

Ripresentarmi in pista dopo così tanto tempo ha richiesto una dose incredibile di coraggio e faccia tosta. Epperò, mi sono detta, dopo tutti questi anni, qualcosa sarà pure rimasto.

Basta organizzare la mente e il beauty: il mantra interiore ripeteva “Vai e goditela”, il beauty attrezzato con brufen e fiori australiani contro l’ansia. Questo è invecchiare in modo intelligente e furbo, dicevo a me stessa preparando il bagaglio.

Non potevo scegliere evento migliore. La Colegiala è una navicella spaziale che ti proietta nello spazio siderale del piacere e del divertimento. La location nella vecchia colonia della Fiat, in quegli spazi anni 30′ dove sono passate generazioni di ragazzini, la spirale sulla quale si affacciano le camere, spartane come un monastero, ma, alla fine, dotate di ciò che è strettamente necessario, creano un’atmosfera unica.

La proposta della serata a tema, manco a dirlo il sabato, è una provocazione in più per lanciarsi in creative mise che, di solito, in pista, producono un effetto esilarante.

Ho sentito per la prima volta dei Dj che lavorano in tandem. Mi sono chiesta il perchè in coppia rispondendomi che, in questo modo, la pausa pipì non interrompe il flusso musicale. Probabilmente non è la risposta giusta, ma solo il punto di vista da donna che ha più spesso necessità di… “blin blin” 😉

Oltre all’accoglienza calorosa dello staff molto nutrito, che peraltro ho sempre ritrovato in ogni edizione, sono stata letteralmente abbracciata dalla straordinaria energia positiva dei partecipanti.

Ho incontrato persone che vedevo solo nei pixel virtuali del pc, ho rivisto amici che, nel frattempo, hanno allargato la famiglia, è stato un tripudio di sorrisi e di abbracci.

La buena onda alla Colegiala, nasce già fuori dalla pista, in questa vibrante allegria che i padroni di casa spruzzano nell’aria, i ferormoni della felicità.

In tutto questo, il mio tango arrugginito, dal sapore “vintage”, si è riaffacciato alla pista risalendo verso il cuore, emozionandomi, divertendomi, lasciandomi sorpresa, dando una sferzata di Vita a tutta me, facendomi sudare (di più) per l’emozione, facendomi (ri)sentire fibre del corpo di cui non ricordavo l’esistenza.

La magia era tutta lì, davanti ai miei occhi e non me la sono lasciata sfuggire.

(Felice me).

Pimpra

TANGO POST COVID . NE PARLIAMO CON MARIA ELENA CAPORALETTI

Dopo due anni e più di delirio, in cui la comunità tanguera è stata costretta ad attaccare le scarpette al chiodo, torniamo finalmente a respirare. Le milonghe sono aperte e con esse il circuito mondiale degli eventi di tango.

Ma questo periodo incredibile che abbiamo da poco buttato dietro alle spalle, è scivolato via senza lasciare segni? Siamo sempre gli stessi tangueri? Il significato e l’approccio alla milonga, all’abbraccio sono cambiati?

Lo abbiamo chiesto alla globetrotter tanguera per eccellenza, Maria Elena Caporaletti che, credo, sia una delle ballerine italiane più conosciute all’estero, per le sue indiscusse qualità di tanguera e per la valigia sempre pronta a partire per ballare in tutto il vecchio continente. E, per non farsi mancare nulla, è parte attiva del team che organizza la favolosa maratona milanese Pensalobien Tango Marathon.

Dopo due anni di stop forzato, come è stato tornare in milonga?

Tremendo e bellissimo allo stesso tempo. Il primo pensiero appena entrata in milonga è stato “cosa ci faccio io qui?” trovarsi in un luogo affollato, abbracciare di nuovo un estraneo senza paura, lasciarsi andare ….erano azioni cancellate dal file del mio cervello. Poi il corpo, a poco a poco, ha ritrovato se stesso: i piedi hanno cominciato a muoversi secondo passi conosciuti, il corpo ha ritrovato  antichi  movimenti e l’anima ha ricominciato a sentire!  tutto è stato di nuovo bellissimo…e come ai vecchi tempi ho fatto chiusura!!

Nella tua doppia veste di ballerina e di organizzatrice di maratona, percepisci un “prima” e un “dopo” pandemia nel modo di vivere il tango?

Come ballerina, a parte avere due anni in più nelle gambe (che non aiuta ) direi non molto. Sono più “matura” e il tango europeo è sempre più giovane. Bene per il tango un po’ meno per me….. 🙂 però la maturità ha portato anche un nuovo rapporto con il ballo: meno tande, più qualità e  senza fretta.  Come organizzatrice rimettere in moto la nostra PTM ad esempio è stata una fatica: le nuove norme ci hanno costretto a cercare una nuova location mentre vaccino e guerra hanno bloccato molti ballerini provenienti dall’est. Inoltre c’è ancora una paura diffusa del virus: molti ancora non se la sentono di ricominciare ….o semplicemente hanno coltivato nuovi interessi che hanno sostituito il tango. Direi che noto più una differenza nelle milonghe regolari che non negli eventi: con grande dispiacere molte milonghe  oggi sopravvivono a malapena e molte serate vanno deserte. Un peccato: personalmente amo le milonghe e, pur andando spesso in maratona, cerco di non mancare mai agli appuntamenti locali. 

Nel 2022 si balla in modo diverso dal pre pandemia? Qualcosa nell’anima del tango, è cambiata nell’ultimo periodo?

Modalità e paradigmi non sono cambiati. Alcuni eventi si sono ritrovati un po’ meno affollati e glamour rispetto a prima,  mentre nuovi eventi sono nati e hanno subito avuto un grande successo. Come dicevo prima il tango europeo ha nuovi protagonisti sia in termini di ballerini che di paesi.  La Polonia (Varsavia e Cracovia in primis) direi che è senza dubbio  il nuovo “centro europeo” del tango.

La pandemia ha forzato a riscrivere certi paradigmi nell’organizzazione degli eventi di tango, e non mi riferisco alle regole tout court richieste dal Ministero della salute, o nulla è cambiato nella sostanza? Continueranno a (ri)fiorire eventi finalizzati unicamente far fondo cassa o vi è una nuova consapevolezza nelle scelte della comunità di tangueros?

Come prima Continuano ad esserci entrambe le tipologie: eventi per fare cassa ed eventi di qualità. Tutto dipende dagli organizzatori, da cosa vogliono per il loro evento. Organizzare un evento spesso rispecchia l’anima tanghera di chi lo organizza. Come sempre tutto dipende da noi. Cosa ci piace di più? Cosa scegliamo? A parte forse i primi mesi della riapertura al ballo dove “andiamo dove andiamo basta ballare” oggi gli eventi sono tornati numerosi come in pre-pandemia. Quindi …torniamo a scegliere. Cosa vogliamo per il nostro tango?

Secondo te è rimasta una vena sottile di timore, quell’istintivo ritirarsi dall’abbraccio? O il potere trascendente del tango supera ogni barriera?

Vedo ancora qualcuno ballare con la mascherina però balla…..Mah, direi che se ti trovi  in milonga vuol dire che non ci pensi più…

Se ti fosse permesso esprimere un “desiderio tanguero” cosa chiederesti?

Uno? Oddio ne ho tantissimi ….quanto tempo hai? Alcuni sono già andati delusi… altri sono troppo “intimi” per essere espressi. Se proprio devo……Auguro al “mio tango” una lunga vita e alle milonghe locali di tornare piene.

Ringrazio Maria Elena “MEC” Caporaletti per aver partecipato all’intervista!

Per contattare Maria Elena Caporaletti

Pimpra

FOTOGRAFARE IL TANGO. RADU TANASESCU

Chi come me, frequenta da lungo tempo le piste della milonga, non può non aver incontrato Radu con la sua macchina fotografica mentre, felpato come un felino in azione notturna, inizia a scattare. E dire che Radu è grande e non si può non notarlo, eppure, quando non balla e tu sai che fotografa, ti piace passargli davanti, magari è il tuo giorno fortunato e diventi una foto pure tu e il/la partner di quella tanda.

Le foto di Radu mi sono sempre piaciute assai perchè lui ama lavorare in bianco e nero e i suoi lavori hanno la sua indiscutibile firma. Ne escono sempre immagini potenti, che ti si fermano negli occhi, sono fotografie materiche, che fissano lo sguardo scolpendo nei ricordi, l’attimo.

Godiamoci l’intervista a Radu Tanasescu.

  1. Fotografo e tanguero. Il tuo tango, il tuo personale modo di viverlo in pista influenza le foto che fai?

Sicuramente sì. Conoscere a fondo le dinamiche del ballo e della pista mi aiuta ad immaginare ed anticipare alcuni istanti altrimenti difficili da cogliere.

2. Cosa arriva nell’obiettivo della tua macchina fotografica mentre scruti la pista durante la milonga? Quale scintilla ti spinge a fermare l’attimo?

Nell’obiettivo della macchina arriva il “viaggio” di singoli e coppie racchiuso in quel particolare brano musicale. Può essere uno sguardo, una particolare espressione del viso, un atteggiamento interessante oppure una determinata forma corporale, il tutto sotto la luce del momento e del luogo. Lo scatto è sempre una miscela tra ciò che vedo, ciò che immagino e le sensazioni che ne scaturiscono in quell’istante.

3. Secondo te, il fatto che ci siano oramai molti fotografi intorno alla pista, influenzano i tangueros? Se sì in che modo?

Credo che qualsiasi cosa estranea al ballo in milonga sia più o meno fastidiosa per chi balla. Il tango è, dopo tutto, una danza molto intima. Chi balla tende ad evitare i punti di luce forte e, di conseguenza, i fotografi. Per fortuna, quando la pista è piena, non si può fare a meno di passare davanti all’obiettivo.

4. Quanto influenza la riuscita di un evento, il suo buon nome, la presenza di un fotografo capace di cogliere le sfumature del tango?

Onestamente, penso che sia uno degli ultimi aspetti presi in considerazione dai partecipanti ad un evento. Ci sono molti altri aspetti che vengono valutati con molta attenzione prima di decidere l’iscrizione. Il lavoro di un fotografo è utile soprattutto per gli organizzatori, fornisce loro uno strumento in più per promuovere gli eventi.

5. Cosa ti piacerebbe fotografare che non hai ancora potuto fissare in una immagine?

Mi piacerebbe cogliere di più le forme delle coppie in movimento. Questo perché in una normale milonga, di solito, gli spazi sono contingentati, pertanto la fotografia finisce quasi sempre per esprimere dei ritratti abbastanza ravvicinati.

6. Quale è la foto a cui sei più legato e perché.

Difficilmente torno a guardare le mie foto e quando lo faccio ricordo con piacere i relativi contesti, quindi non ne ho di preferite in senso stretto. Sono contento se la gente si (ri)scopre e si piace in qualcuno dei miei scatti.

Per contattare Radu:

email: radugt@gmail.com

fb: Radu Tangodj Tanasescu

instagram: Radugt

twitter: Radugt

Website: lefotodiradu

Ringrazio molto Radu di aver partecipato all’intervista con l’artista!

Pimpra

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