UNA FAMIGLIA ALLARGATA

VillaIl bello della vita del “tanguero errante” è che, a forza di andare in giro, conosce un bel gruppo di persone, malate di tango come lui.

La festa grande poi, arriva quando altri organizzano un evento specialissimo, di quelli dove in tanti deisderano essere presenti perchè, colà, si sta proprio proprio bene.

Vuoi l’atmosfera, il giardino, gli ospiti estremamente accoglienti, il gruppo di persone che sanno mettere insieme.

Non per nulla, tra gli “adepti” in quel raduno lì ci si sente dentro la “famiglia milonguera”.

Certo che parlare di famiglia, con quello che si vede in giro (!!!), è un bel azzardo, invece, in questo caso particolare, non vi è modo migliore di esprimere la calda e fraterna atmosfera che vi si respira, che vi si vive.

E’ stato un week end piacevolissimo (non fosse che la sottoscritta ha fatto i maledetti conti con l’ormone di traverso e la conseguente “facciona” non proprio allegra…), carico di abbracci, di tandas ballate con entusiasmo, tra amici conosciuti e nuovi.

Infatti, come ogni famiglia moderna che si rispetti, anche l’Experiencia Milonguera di Villa Giacomelli, non sfugge alle logiche di “apertura” offrendo ai suoi ospiti una nuova “famiglia allargata”.

All’inizio ci si osserva, ci si annusa, tu chi sei da dove vieni, con il classico atteggiamento misto di curiosità e timore. Poi il tango fa il resto: apre le porte degli abbracci, del cuore, dei sorrisi e, ci si riconosce, tutti, parte di un gruppo condiviso.

… E come ogni volta, anche in questo caso si è accesa di tutte le scintille una meravigliosa “Experiencia”…

Pimpra

 

E’ TUTTA UNA QUESTIONE DI … MOTIVAZIONE.

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Anche per quest’anno il rito stagionale del cambio degli armadi è stato compiuto.

Mi dico “Brava” perchè, mettendomici di impegno, in 6 (!!!) anni, sono – finalmente – riuscita a tenere solo gli abiti in uso, regalando tutto quanto non mi serviva.

Puntualmente, ad ogni passaggio estate/inverno e viceversa, mi liberavo di sacchi e sacchi di vestiario inutile. Finalmente, sono arrivata al punto di pareggio. Alla buon’ ora!

Questo momento dell’anno, in particolare verso l’estate, risulta traumatico a moltissime persone.

Gli abiti si fanno più stretti, più corti, più trasparenti, più aperti, svelando – che lo si voglia o no – se siamo stati bravi, se abbiamo mantenuto un corretto e salutare regime di vita (alimentazione e sport) oppure se abbiamo gozzovigliato “senza pensare al domani”.

Personalmente ho sempre combattuto con la mia propensione ai piaceri della tavola, cedendo sotto svariati fronti, dal salato al dolce, senza farmi mancare il dolce nettare divino. E le conseguenze, tutte, il mio corpo le ha puntualmente registrate: rotolini, gambotte, pancettina. E ad ogni passaggio di stagione, l’incubo: mi sta, non mi sta, mi tira, non mi tira.

Finchè, un giorno di qualche anno addietro, qualcosa è cambiato e, con costanza e determinazione, mi sono liberata della zavorretta che, da anni, era mia fedele compagna. Ho scritto “zavorretta”, non sono mai stata proprio un pezzo da novanta, solo piuttosto formosa.

“Messa la testa a posto” posso finalmente surfare senza patimenti nelle stagioni, negli abiti e, dirò di più, grazie alla mia formula magica, quasi quasi va sempre meglio, nonstante gli anni passino e, si sa, i “muri antichi tendono a fare la pancia”.

La motivazione a muovere il culo, nel mio caso, è la pura vanità sportiva che, tradotto significa, aver voglia di allenarsi di più quando il trainer della palestra che frequenti da un po’ si accorge, sua sponte, del tuo miglioramento fisico.

Al che, aumento le sedute, mi do da fare e … i risultati arrivano. Piano piano, nel corso dei mesi, ma arrivano!

Ieri il più bel complimento dal campione di body building : “Complimenti, da quest’inverno ti sei asciugata di almeno tre chili, specie sulle gambe!”

Non fosse per i gusti sessuali reciproci che non sono conciliabili, gli sarei saltata al collo per riempirlo di baci.

… Invece ho corso come una pazza indemoniata sul tappeto rotante, sudando le proverbiali 7 camicie.

MORALE:

Oggi zoppico.

Non ho considerato che, per mantenermi in forma, i chili persi sulle gambe, mi costano un mutuo di fisiatra.

😀

Pimpra

 

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

 

 

IMPARARE A VEDERE

TriesteA volte mi rendo conto di quanto possiamo essere distratti.

Percorriamo la vita come un treno in piena corsa, non lasciandoci lo spazio ed il tempo per accorgerci di quanto ci sfila intorno.

Andiamo veloce, troppo veloce.

Organizzando diversamente i miei impegni, ieri, finito il lavoro, mi sono concessa un’ora di “cazzeggio”, ipod nelle orecchie, cellulare alla mano e gambe in spalla. Avevo una meta da raggiungere ma, nel farlo, mi sono goduta il percorso.

A differenza di quanto mi accade di consueto, lo sguardo non era rivolto a terra o ad altezza occhi (o vertine, lo confesso!), ma proiettato in alto, verso il cielo, verso i palazzi di questa piccola città che, così facendo, scopro magnifica.

Il dialogo delle facciate dei palazzi musica il passaggio della storia, celebrando periodi fausti e infausti; architetture sublimi e rozze si rincorrono in un orizzonte unico che, solo ora, dopo tanti anni, riesco a vedere.

Ed è partita la mia mano a scattare la bellezza che i miei occhi riuscivano a catturare e la loro meraviglia.

E mi sono messa a pensare a quanto siamo distratti, poco attenti, superficiali. A quante sfumature ci passano davanti senza che ce ne accorgiamo. Al tempo che sprechiamo dietro alle scemenze, a cose che non ci arricchiscono affatto e che, soprattutto, non siamo in grado di elaborare da noi stessi.

E così celebro il mio smartphone che tanto mi ha fatto incazzare nella mia finta settimana di vacanza, quanto oggi, invece, mi sia caro strumento per rapire la bellezza che mi sta intorno. Della quale non posso fare a meno. Per togliere un po’ di grigio all’esistenza affannata.

Pimpra

IMAGE CREDIT: PIMPRA_TS

DI TANTO IN TANGO. SONO FINITI GLI ABBRACCI

image credit: Claudio VisintinIMAGE CREDIT: Claudio Visintin_Borgoricco

Torno da una milonga – graditissima – dove ho finalmente, liquefatto la suola delle scarpette.

Musica dal vivo strepitosa, la bella atmosfera di un luogo familiare, i sorrisi degli amici che non vedo oramai quasi più e il tango che amalgama, mixa la bella gente che partecipa alla festa.

Ho ballato con una variopinta sfumatura di umanità maschile, da quelli malati di tango a coloro che lo vivono in una dimensione meno eccessiva, dagli esperti a quelli che hanno meno chilometri sulle gambe.

In tutto questo bel caleidoscopio, sono stata molto colpita da un – nuovo per me –  fenomeno.

Sono finiti gli abbracci.

Questi uomini, non sanno o non vogliono più “abbracciare” la ballerina. Ora, non intendo dilungarmi con un lunghissimo pippolotto su cosa significhi “abbracciare”, il web è popolato su discorsi a tema e non mi aggiungerò al coro.

Per me è stato un piccolo choc, una grande delusione, in primis “esistenziale”.

Se danzare, nella moda corrente, significa porgere il tocco di una mano, un abbraccio finto o virtuale in nome di una dinamica che si vuole il più possibile vorticosa, ecco, c’è qualcosa che non mi quadra più.

Non passa l’emozione. E, anche il tango, diventa una speciale “performance” dentro una sorta di “trance ritmica” nella quale le altre sfumature vanno perdendo colore.

Ricordo nel mio viaggio in Argentina dello scorso anno che i maestri insistevano molto sul punto “abbracciami”, dopo che – a mio modo di vedere europeo – non era immaginabile abbracciarli più di così… invece il modo c’era, e, nell’esatto istante in cui loro “abbracciavano” me, passava una speciale scintilla che illuminava il tocco e il tango si animava di magia.

Io non ballo con gli argentini o, se lo faccio, accade troppo di rado, io ballo con i miei conterranei. I miei conterranei non mi abbracciano più e, quando a me viene naturale di farlo, capisco che non è più cosa gradita.

E mi chiedo:

  • sono vecchia e si sentono a disagio?
  • abbraccio in modo troppo intenso e loro non “tengono botta”
  • copro la loro visibilità e/o credono che, così facendo, metta le radici nel pavimento e non mi muova più?

So che resteranno interrogativi senza risposta.

Nel frattempo devo solo decidere se uniformarmi o mantenere viva la mia passione per questa danza straordinaria, continuando – nell’abbraccio –  a mettere la mia anima a nudo. Perchè farlo, a me, non fa paura…

STICAZZI.

Pimpra

 

VOGLIO IL PAPA’ … ???

esempio

Nei brevi momenti di pausa della giornata, capita di rilassarsi leggendo amenità varie sui quotidiani di  molteplici siti.

Sono rimasta colpita, in particolare, da un articolo (qui)  che riguardava le nuove relazioni moderne, ovvero quelle a grande differenza di età.

Lui tra i 50 e i 60 che “amano” donne di 20-25 anni più giovani. Giovani donne che cercano un lui molto, molto più agé.

Spaccato sociale che dichiara questo: uomo benestante e/o “arrivato”, con un passato alle spalle chiuso, con tanta voglia di godersi finalmente la vita, di essere stimolato da energia/corpo/mente freschi: donna giovinetta.

Lei: giovinetta di belle speranze che vede/cerca/trova il papà di turno. Benefici: protezione, status sociale, coccole, vizi a profusione, zero resposabilità.

E come dar loro torto? Sulla carta funziona da dio.

In fondo i 50-60enni di oggi, se ben tenuti, possono spacciarsi per uomini ben più giovani, con il benefit dell’esperienza e della pillola blu (aiuta ad essere performanti anche a letto), possono davvero giocarsela con quelli più giovani e, perchè no, anche uscirne vincenti.

Per le ragazze/giovani donne è tutto un vantaggio, fino a che l’età del lui non aumenta in modo esponenziale (ma di solito chiudono la relazione prima), evidenziando le ovvie differenze, almeno genetico/biologiche.

E quindi mi chiedo: io lo vorrei un “amante/papà” al mio fianco?

E ci ho pensato, pensato seriamente e, ancora una volta, la risposta che mi sono data testimonia di quanto sia “fuori dai tempi moderni”, perchè per me è no.

Non sopporterei di avere al mio fianco un uomo agé, insomma molto più grande di me, diciamo con una differenza dai 15 anni di più in su.

Non lo sopporterei.

Tutta quella “protezione”, le coccole “smielate”, i regali, i “ci penso io”, i “non ti preoccupare”, “andiamo a fare shopping”, “ti serve qualcosa”, “vuoi un aiuto”, “stasera ti porto a cena fuori”, “prepara la borsa, questo week end andiamo via” … ecc. ecc.

No, non lo sopporterei.

Un amante/papà che mi guardasse negli occhi vedendo la donna più bella e affascinante del mondo, quella che ha sempre cercato senza trovarla mai e che sono io, quella che gli ha colorato di nuovo la vita e che lo fa respirare gioia.

No, non lo sopporterei.

Vuoi mettere un coetaneo o giù di lì, infestato di problemi, senza intenzione di costruire un progetto insieme, terrorizzato alla sola idea di impegnarsi in qualcosa con te, preso solo da se stesso, dalla sua vita, dal suo lavoro, dai suoi cazzi?

Non potrei decisamente pensare a nulla di diverso per me.

Il mantra è “arrangiarsi”, “non dipendere”, “realizzare qualsiasi cosa, da sola, con le proprie manine sante”, “non lamentarsi”, “non piangere”, “non avere botte di ormoni”, “non rompere i coglioni”.

Sì, decisamente preferisco questo.

Perchè a me, la culla, non l’hanno preparata nemmeno da piccola.

E, anche crescendo, non ho imparato a farmi furba.

[Sticazzi- miei]

 

Pimpra

 

 

 

 

ATTIMI

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Immagini come questa sono il regalo inatteso che una città di mare riserva ai suoi abitanti.

Mi scopro sempre più “cuore di panna” perchè non so resistere e colgo gli attimi degli innamorati, per godermeli dallo specchio del mio pc.

Sarà la vecchiaia, sarà la primavera che manda in esaltazione i sensi, fatto sta che mi muovo come un gatto per rubare un lauto bocconcino e lanciare il “clic”.

Voglio la poesia.

Voglio.

Chissà…

 

Pimpra

IMAGE CREDIT: PIMPRA_TS

DI SOLE, DI VENTO. UNA POLAROID DAL NORD EST.

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Il cielo di stamane regalava una delle più belle sfumature di indaco, spennellate di tocchi di grigio di nuvole in corsa.

Stendevo i panni cercando di risvegliarmi dai bui e pesanti sogni della notte. Ci ha pensato la bora accarezzandomi il viso con la sua aria frizzante.

La primavera regala fremiti di sorrisi aperti, mentre fotografo i palazzi inondati da questa luce del mattino così nuova e fresca.

E’ bello immergersi in tutto ciò che nasce, nella natura che rispovera il suo verde più intenso e carico di giovane clorofilla.

E il profumo? Arriva all’improvviso costringendoti a fermarti per lasciare che entri nel corpo come fosse musica.

Oggi sono innamorata più che mai di questa città capricciosa e lontana, provinciale e cosmopolita, nicchia, porto e anima. E mia.

Pimpra

IMAGE CREDIT:PIMPRA_TS

 

 

 

SMARRIRSI DENTRO A UN #SELFIE

Trieste

A voi accade mai di sentirvi improvvisamente “fuori asse” (e non mi riferisco alla ricerca del sublime equilibrio del corpo mentre danza) quanto piuttosto alla dimensione dell’anima, al comportamento, al modo di percepire la vita e noi stessi?

A me un sacco di volte. Sarà per la mia natura sanguigna e impulsiva, per l’energia che metto nelle cose, o, semplicemente perchè sono fatta così…

L’ultimo forte squilibrio percepito è recentissimo e riguarda l’uso smodato di tecnologia, il legame indissolubile alla rete e a tutte le sue dipendenze.

Parliamo di immagini.

Ne divoro quintali ogni giorno. Mi ci abbuffo, come davanti a un banchetto delle ghiottonerie più deliziose per il mio palato. E non mi limito a questo – purtroppo – condivido gioia e passione con gli altri.

Fin qui.

Il dramma orgina quando, nelle onde di pixel colorati, invece di fermarmi a riflettere, metto me stessa dentro questa caldaia infinita di tutti e tutto, facendomi prendere impunemente dal demone.

Oggi, il mostro narcisistico che si è impossessato di me, di noi, sono i selfie. Immagini autoprodotte e condivise nell’etere con anime che, bontà loro, ne farebbero volentieri a meno.

E mi ritrovo come una adolescente fuori tempo massimo a condividere parti di me assolutamente inutili, sicuramente gratuite e, di conseguenza inappropriate.

Per fortuna, nel bombardamento colorato dei pixel dello schermo del pc che mi accompagna per tutto il giorno, si attiva anche quel solo neurone che mi rimane in testa e  che mi fa recedere da questa sorta di demenza adolescenziale che non mi appartiene.

Ed ecco che, fortunatamente, le immagini tornano a regalare solo paesaggi, momenti di una vita anonima, nel tepore di un pomeriggio primaverile.

… e per oggi “sono salva”… 😉

Pimpra

IMAGE CREDIT: PIMPRA_TS

 

SABOTARE I SABOTATORI. STICAZZI!

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A parte che, dopo un titolo del genere, cacofonico al 100%, dovrei “togliermi la licenza” di scrivere sul blog, facciamo finta di niente, il mantra di oggi è questo:

DEVO IMPARARE A SABOTARE I SABOTATORI.

Mi spiego:

a voi tutti sarà capitato, più volte nella vita, di vivere qualcosa/qualcuno che vi ha regalato un momento di grande euforia, forse anche di felicità o, comunque, di gioia, armonia.

Una sensazione di quelle che è bello tenere nel cuore e ricilare nei momenti di tutto grigio, tutto storto, tutto brutto.

Di solito sono momenti/situazioni che accadono per caso, non sono previste ed arrivano come un’onda festosa ad annaffiare la nostra vita, spesso abbastanza arida.

E noi, travolti da questa felicità ricevuta a gratis, senza poterla neanche immaginare, portiamo in giro la nostra faccia con un bel sorriso stampato e gli occhi spalancati per l’allegria.

Poi, però, troppo spesso accade che, il buco nero di turno, vede questa nostra luce e zac! ci lancia addosso una palettata della sua pece appiccicosa che ci rovina l’abito della festa, facendo ingrigire pure noi.

Perchè se io sto di merda, non voglio che tu sia felice. Anzi, la tua felicità mi sta proprio sulle palle e voglio fare di tutto per rovinartela.

Ciò che più mi spiazza, in tutto questo, non è l’umana invidia – che posso anche comprendere, se mi ci metto – ma la punizione che si vuole infierire al povero malcapitato perchè, sembra, che la felicità sia una colpa grave.

Allora, invece di assumerla per osmosi, di farsi pervadere da lei, dalla luce che emana dal soggetto felice, è preferibile spegnere ogni fotone luminoso che le tenebre a due sono più belle perchè più profonde e oscure.

Allora sai che c’è? mi sono rotta le palle dei “sabotatori della mia felicità” e da questo momento, mi armerò di un bazooka e sparerò le mie cartucce a salve fiorite.

Buchi neri, attenti che vi arriveranno secchiate di colore!

STICAZZI!!!!

Pimpra

 

UNA DONNA SENZA GONNA

Sandra Milo vespa

Non capisco.

Con tutte le prediche che diffondo ai quattro venti sulla femminilità da cercare, da vivere, da rispolverare, da esaltare, bla bla, proprio io – ma è un classico di chi predica bene e razzola male – proprio io non riesco a indossare una gonna.

La mia vita è scandita da spostamenti che effetuo, regolarmente, su due ruote: sono una scooterista. Va da sè che mi vesto prima degli altri e mi svesto dopo.

Fin qui.

Il problema è che, a forza di vedermi in tenuta da due ruote = pantaloni, giubbetti, maglioni, di solito scarpe basse… non riesco più a vedere la mia figura con una gonna.

Il problema sorge quando, per esigenze di lavoro, debbo vestirmi “da rappresentanza” circostanza in cui un tailleur femminile ci sta tutto. Il famoso “abito da lavoro”.

Inutile dire che il bionomio con un paio di tacchi è ovvio.

Davanti all’armadio, scarto tutte le possibilità che trovo – e sono parecchie – perchè, sia un tubino, sia una corolla, su di me fanno effetto “sciura”.

Voi mi direte “Pimpra, cara, ma tu SEI una sciura, ormai!”, io vi risponderò “Solo sulla carta di identità!”.

In una parola: mi vedo vecchia.

Non ci siamo. E non capisco il perchè.

#iproblemiveridellavita

 

Pimpra

 

 

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