IN&OUT E WAITING LIST. IL TANGO MODERNO E’ ANCHE QUESTO

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A quanto pare, il post precedente ha toccato corde molto sensibili degli animi tangueri di entrambi i sessi. Affrontare argomenti “spinosetti”, a mio modo di vedere, fa bene, sempre e comunque. Perciò eccomi, di nuovo,  qui.

Parliamo di come ci si sente quando:

  1. si viene espressamente invitati ad un evento
  2. ci si iscrive ad un evento ma si viene messi in waiting list che, il più delle volte, significa starne fuori
  3. si viene, gentilmente, rifiutati.

L’argomento è vasto perchè implica diversi punti di osservazione: se sono donna o uomo, se ho un ballerino/a, se mi iscrivo direttamente in coppia.

Va detto che l’iscrizione in coppia è, di norma,  premiante. Nella difficile arte di creare un bilanciamento tra i sessi dei partecipanti, la coppia vale lo “zero neutro” e ciò è bene.

Ma non sempre va così. Non sempre si riceve l’attesa mail: “you are IN” che tanto ci piace leggere perchè, ammettiamolo, è come una carezza alla nostra autostima: significa che ci vogliono!

Nella mia decennale carriera di ballerina, mi sono cuccata tanti dinieghi che mi hanno fatto male. Molto male. Ancora oggi, ci sono delle maratone a cui vorrei partecipare che non mi aprono le loro porte. Mi dispiace, lo ammetto, ma mi sono data una spiegazione che mi rasserena.

La maratona (in particolare), ma lo stesso vale per un encuentro o un qualsiasi altro evento che duri più di una serata, è immaginato, costruito, pensato dal team dei suoi organizzatori.

E’ come quando decidiamo di dare una gran festa, pensiamo all’impatto che vogliamo creare, al tipo di sensazioni e di emozioni che desideriamo regalare ai nostri ospiti e vivere noi stessi.

Ecco, appunto, è la NOSTRA festa.

Da invitato posso solo essere felice di aver ricevuto la convocazione, o, nei casi in cui l’iscrizione è aperta, devo solo sperare che, per qualche ragione, sia essa emotiva e/o organizzativa, il  mio nome entri a far parte della lista dei SI’.

Certo che se mi arriva il due di picche ci rimango male, ma è necessario indossare i panni di chi sta dall’altro lato del bancone e comprendere quali siano le sue esigenze organizzative e le aspettative e i colori che desidera dare al SUO evento.

Forse noi ospiti, a volte, perdiamo di vista questo importante dettaglio, credendo che, se siamo belli e bravi e paghiamo la quota di ingresso, automaticamente siamo dentro per forza. Non è così!

La capienza delle sale che ci ospiteranno è un elemento logistico FON DA MEN TA LE per la buona riuscita dell’evento, e chi va spesso in giro lo sa bene. Nulla di peggio dell’organizzatrore che, per fare “cassetta”, infarcisce la sala di un numero disumano di ospiti, scontentando tutti.

Dentro la mia capienza di sala posso e devo fare entrare coloro che, secondo me, offriranno, con la loro presenza, le sensazioni e le emozioni che avevo in mente all’inizio.

Mettiamoci il cuore in pace.  I dinieghi, non sono insulti al nostro valore umano e di ballerini, sono, semplicemente, delle scelte basate su dei perchè.

Certo, a tutti piace essere considerati quelli cool, quelli “famosi“, quelli che, con la loro sola presenza, apportano un plus all’evento. Ma non è così. Mettiamocela via. Non siamo tutti “fighi” abbastanza, per entrare da tutte le porte.

Detto questo, faccio pace anche io con il mio Narciso che moltissime volte è uscito bastonato, quando la sospirata email del sì si, non è arrivata.

Epperò, senza perdere il sorriso e la voglia di riprovarci, ho ricevuto anche tantissimi sì, che mi hanno resa immensamente felice.

La vita è fatta a scale. A volte si scende, a volte si sale…

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

 

 

 

TANGO YOUNG VS TANGO MASTER

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Eppure c’è qualcosa che non mi torna, una nota stonata, una sfumatura di grigio che imperla di sottile fastidio una spumeggiante giornata di bora… sono felice ma…

Torno da una maratona strepitosa, dove sono stata strabene e dove ho ballato strabene.

Il tango, per me, è necessità creativa con cui coloro una vita che, per troppi aspetti, mi risulterebbe banale e scontata.

La milonga come momento social/creativo è sempre stato luogo di espressione di sè, mai l’ho percepita/interpretata come territorio di caccia. Perchè sono una donna esigente e le sfide che non sono vere sfide non attraggono il mio interesse, ovvero: la milonga è troppo spesso associata a potenziale luogo di “cucco” e questo mi fa perdere completamente interesse per i potenziali “incontri”. Perciò, per la sottoscritta, è  e resta ambiente neutro nel quale esprimere e godere ai massimi livelli dell’espressione creativa di corpi danzanti. Nulla più.

Poi, va detto, ho conosciuto persone assolutamente straordinarie, di entrambi i sessi, con cui sono nati bellissimi rapporti di amicizia.

Il pippolotto che sto per scrivere riguarda il pruritino che mi porto dietro dall’ultima maratona.

Osservo il mondo popolato dei danzatori e, sempre di più, scopro con allegria che è popolato di giovanissimi.

Nulla di male, anzi, energia fresca, stimoli nuovi. Evviva!

Però, il lato della medaglia è che questa nuova linfa ha tolto molte possibilità ai danzatori “master”, di entrambi i sessi.

Durante l’ultima maratona, osservando il folto pubblico di “(ggiovane) figa danzante”, ho commentato il fatto con un ballerino mio coetaneo, immaginando la sua gioia.

Mi ha risposto “Non sono contento. Queste non le puoi neanche mirare, tanto girano lo sguardo”.

Aveva appena invitato me, che, se fossi una tanguera argentina, a una frase del genere l’avrei dovuto piantare in pista (come dire che, la sottoscritta, che è vecchia abbastanza, uno come lui, lo mira eccome! – eccerto che ti miro mio caro, sei un ottimo ballerino!!!- chiusa parentesi), invece ci ho ballato  e molto bene, come sempre accade insieme.

Però, però qualcosa mi si è mosso dentro e non ho potuto non osservare con altri occhi le dinamiche di pista.

I ballerini miei coetanei, specie se “quotati”, piuttosto bravi, rivolgevano il loro interesse prevlentemente sulle nuove leve.

Ma io li capisco, ci mancherebbe altro!, se fossi uomo, per principio, “me le farei tutte”, ma sono donna e più di mirare, non posso. E mai elemosinerò una tanda, sia chiaro.

Allora ripenso ai tempi dell’atletica leggera, dove gli atleti dai 30 anni in poi, erano divisi in categorie di 5 anni, master 35, 40 ecc.

Era bello competere con persone più o meno coetanee, perchè, si partecipava alla gara, quasi alla pari.

Nel tango un discorso del genere è, ovviamente, fuori questione, ci mancherebbe, però non posso non rilevare come,  l’esperienza di una ballerina, conti sempre meno della sua avvenenza. Ma non mi sto piangendo addosso, sia chiaro!, perchè per ballare ho ballato e con danzatori strepitosi!

La maggior parte di essi erano amici, ovvero persone con le quali avevo già ballato e che, con piacere, mi hanno invitato ancora.

Ho saettato dardi anche con degli sconosciuti mai visti prima, alcuni di loro anche moooolto più giovani, ma ho scoperto l’arcano. Erano convinti di invitare una ucraina, piuttosto che una ballerina dell’est europeo, alla mia risposta di pura italianità rimanevano stupefatti, come a dire che non era possibile, ma eravamo in pista ed abbiamo continuato a ballare.

[dentro di me provavo un infernale godimento nell’averli per bene messi nel sacco…!]

Tutto il pippolotto per dire che, a mio modesto parere, il mondo è bello perchè  è vario, ma, appunto, dobbiamo renderlo vario, assaggiando sapori nuovi senza scartare definitivamente quelli vecchi…

Ma io sono oramai una “master” e, forse, dovrò rassegnarmi a ballare sempre meno…

S T I C A Z Z I !!!! SIA CHIARO!!!

🙂

Pimpra

IMAGE CREDIT : courtesy of Tatyana Matveyeva photography

 

DI TANTO IN TANGO. #PTM: UNA MARATONA DA RED CARPET

red

Andar per maratone riserva sempre delle sorprese.

Innanzitutto è necessario tenere a bada le aspettative: ballerò, non ballerò, che livello ci sarà in pista,mi piacerà il posto, la musica, la gente, avrò di che nutrirmi a sufficienza senza cadere stecchito per crisi ipoglicemica nel bel mezzo di una tanda di D’Arienzo…

Sono pensieri che ogni tanguero militante che si rispetti, si pone prima di varcare la soglia del luogo che lo accoglierà, ospiterà, cullerà, vezzeggerà per l’intero fine settimana.

E i tangueri sono una brutta razza, i maratoneti: pessima. Esigenti, viaggiatori, presuntuosi, una casta tutta particolare. Non sono odiosi, per carità, ma soddisfarli non è cosa da poco…

Maratona a Milano. Aspettative al top.

Perchè “Milan l’è sempre Milan”, e quindi ti senti autorizzato ad essere un maratoneta ancora più spocchioso del solito, perchè, dentro di te, percepisci la sfida: sapranno stupirmi questi Lumbard tutti di un pezzo?

MA-CHE-VE-LO-DICO-A-FARE!!!!

L’impatto è da choc: metti i piedini direttamente sul red carpet (non sto scherzando!) che ti proietta dritto in sala.

Location assolutamente strepitosa, ricavata dalla riqualificazione di un insediamento industriale.

Dal pavimento, agli spazi interni, alla pista di legno, alle luci, tutto, assolutamente perfetto.

1 a 0 per Milano.

Parliamo dell’accoglienza del gruppo che ha organizzato la kermesse: una favola. Dal bigliettino pescato in fase di registrazione come fosse un oracolo da biscotto cinese, contenente una sola parola evocativa e di buon augurio che accompagnasse l’ospite per la durata della manifestazione.

La birra personalizzata. Perchè “co/ce/vò/ce/vò”.

Un buffet che era un godimento solo a guardarlo.

2 a zero per Milano.

In pista: tj top di gamma. E poteva non essere così?

3 a zero per Milano.

Tanta di quella (ggiovane) figa danzante che mai si è vista dalle nostre parti.

5 a zero per Milano (questa vale doppio)

Un “genius loci” incredibile. E penso che della città vera e dei suoi abitanti/abitudini non ho visto nulla, sono sempre rimasta nel perimetro della maratona.

6 a zero per Milano.

MORALE DELLA FAVOLA:

Hanno vinto loro, il dream team degli organizzatori del Pensalobien (mai nome fu più opportuno): Alessandro, Maria Elena, Silvia, Marianna e tutti gli altri!

Perchè “Milàn l’è sempre Milàn”!

G R A Z I E !!!

Pimpra

 

 

 

PER SEMPRE

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Quando possiamo con sicurezza affermare “Per sempre?”, ti vorrò bene per sempre, ti amerò per sempre, saremo amici per sempre…

Tutte promesse aleatorie, dalla durata già definita, con la parola “fine”già scritta.

Ma, di una cosa si può stare certi: quando si è fatto parte di una squadra, il legame che si crea, quello sì che è PER SEMPRE.

Ieri sera, la più grande  reunion di pallanuotiste dell’Edera, la sola ed unica squadra di pallanuoto femminile che la storica società triestina abbia mai messo in piedi. Chiusa l’esperienza con noi, chiuso il settore femminile.

E noi siamo state la Storia.

Abbiamo firmato gli annali sportivi con le nostre performances che, se non sono mai state particolarmente straordinarie a livello di risultati, lo sono state in termini di legami, di emozioni, di gioia, di divertimento, di gogliardia, di bellezza e di sport secondo il vecchio e sublime motto di De Coubertin

“L’IMPORTANTE NON E’ VINCERE, MA PARTECIPARE” [STICAZZI!!!]

Giocare a pallanuoto “da bionde” perchè, il 90% di noi lo era, e non solo in termini di fibra capillare… ci siamo capiti… ma che importa… abbiamo giocato, abbiamo vinto, abbiamo imparato schemi, riuscivamo a gestire una palla che sgusciava dalle mani…

Sono stati anni meravigliosi, indimenticabili. Il ritrovo di ieri sera ci ha viste donne, madri, mogli, e cougar sgrillettate ma sempre legate dal ricordo di quei momenti straordinari vissuti insieme.

E poi, Lui, il nostro Coach, l’Allenatore per definizione, il nostro Amore e il nostro Tormento di quegli anni, Guido, inossidabile macina sassi, le ha provate tutte, ma proprio tutte per insegnarci qualche cosa… e, in parte, ci è riuscito…

Oggi sono distrutta, che la bisboccia è durata fin quasi al mattino, ma felice di avere intorno Amiche e Compagne così speciali, uniche.

Con gioia affermo “SE SEI SQUADRA, SEI SQUADRA PER SEMPRE!”

In alto i calici!

Un pensiero e un caro ricordo va anche a Lucio, l’altro meraviglioso allenatore che adesso ci guarda da lassù… ❤

Pimpra

 

 

 

 

INTOLLERANZE SENZA FRONTIERE

TORTA DI MELE E NOCCIOLE

La vita di un blogger può essere anche piuttosto divertente. In rete si conoscono persone davvero interessanti, piacevoli e molto stimolanti.

Una di queste amiche è Manuela, una food blogger, la cui casa virtuale vi invito caldamente a visitare: Una favola in tavola

Ebbene Manuela mi ha invitato a partecipare a un contest per far conoscere quanto si possa mangiare con gusto, anche se portatori di “intolleranze” (al glutine, al lattosio ecc.)

Dovevo preparare la ricetta che potete trovare qui, sul blog Cioccolato e liquirizia, cosa che ho fatto, apportando due piccole modifiche, determinate dal mio, personale gusto.

Ho aggiunto cannella sulle mele, e uva passa nell’impasto. Perchè a me piace così! 🙂

Il risultato estetico del mio dolcetto è veramente orripilante ma, chi l’ha gustato con me, assicura che vale il detto

“BRUTTO MA BUONO!”

Buoni dolcetti a tutti!

Passo il mestolo a Manuela!

Pimpra

Con questa ricetta partecipo al contest di Welda ed Elisa Intolleranze senza frontiere con Manuela di Una Favola in Tavola.

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L’hashtag per i social è #intolleranzesenzafrontiere

 

 

 

PAROLANDO IN ALLEGRIA

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“La dalia è un fiore estremamente petaloso

Dentro a testa bassa nelle tendenze del momento #petaloso, neologismo uscito dalla penna e dalla sensibilità di bimbo Matteo e della sua fantastica maestra, Margherita Aurora (il cui nome è già tutto un programma).

Detto fatto, inviato il lemma all’Accademia della Crusca, si è vista rispondere che, se la parola si diffonde, prende piede, i parlanti la utilizzano, entrerà a tutto diritto nel vocabolario della lingua italiana. Leggete qui, e qui e qui  e molto altro in rete.

Una eco mediatica, degna dei tempi, con un nutrito seguito di persone coinvolte nel suo lancio e diffusione e, altrettante, inorridite dal medesimo fatto.

Mi chiedo: perchè mai ci si stupisce negativamente della risposta dell’Accademia della Crusca a un lemma decisamente di matrice italiana e non si storce il naso su tutti i beceri neologismi derivati, che so, dal marketing, dalla lingua dell’informatica, ecc ecc. [“linkami”, “postami”, “taggami” bla bla bla]

PETALOSO è un aggettivo tenue, delicato, evoca prati, i colori sgargianti della natura, la caducità dello stesso petalo, la sua capacità di essere profumato, vellutato, grande o piccolo.

Mi piace ricordare che le lingue si definiscono “vive” proprio perchè subiscono le influenze dei tempi, dei popoli che le parlano, dei momenti storici. Le lingue sono cartina tornasole del mondo, nel suo vissuto più autentico.

Se cambiare non ci piace, dovremmo esprimerci in latino, noi italiani, ad esempio. E, anche in quel caso, scegliere un  determinato periodo storico poichè, la stessa lingua dei nostri avi, subì, come ovvio, contaminazioni di ogni sorta, in ogni epoca.

PETALOSO mi piace un sacco, lo dico! Mi piace il gioco mentale che evoca, mi regala allegria.

E, se pure accetto che con l’imperare della nostra dimensione virtruale e social siamo tutti diventati un po’ percore, correndo dietro ai “trend” del momento, beh, sapete che c’è?, almeno facciamo la gioia di un innocente bambino!

CHE SIA UNA PETALOSA E BRILLANTE GIORNATA DI QUASI PRIMAVERA PER TUTTI!

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

 

 

 

 

DI TANTO IN TANGO. Tutto quello che una tanguera desidera e non ha mai osato chiedere.

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Ripenso all’ultima milonga di domenica scorsa e, a distanza di una settimana, affiora con maggiore chiarezza una nota stonata, una piccola sbavatura, in una serata che, lo ripeto, è stata deliziosa.

Ecco che mi e venuta voglia, per la prima volta, di mettere nero su bianco, il mio personale elenco di “desiderata”, ovvero, quello che mi aspetto in milonga, e non ho mai osato chiedere.

Dopo i miei primi 10 anni di tango, posso finalmente affermare che tipo di ballerina sono, oramai conosco bene i miei colori, i miei pro, i miei contro. In fondo la danza altro non è che uno degli specchi possibili in cui far affiorare la nostra personalità e, nel tango argentino, questa si manifesta in tutta la sua prorompente intensità e verità.

Avuta la prova provata che sono una donna dal carattere impetuoso, forte, dall’energia dirompente, a volte difficile da tenere “imbrigliata”, è facile immaginare cosa mi possa aspettare dal temerario che voglia cingermi nel suo abbraccio.

Partiamo dall’abbraccio.

Il mio “deve essere”. Ovvero voglio sentire il tocco, il contatto. Troppe volte incontro danzatori eterei, quasi “distaccati”, timorosi e autoreferenziali. Questo il messaggio che mi arriva da chi ha paura del “tocco”. Non significa che desidero essere stretta, intrappolata, chiusa, bloccata.

Ricordo perfettamente quando, in Argentina, qualche anno addietro, il maesto mi disse “Abbracciami”. Rimasi choccata perché, una delle mie peculiarità riconosciute era proprio quella di avere un abbraccio confortevole ed accogliente. Forse per i freddi ballerini del Nord Est, nella patria del tango, come donna, dovevo abbracciare, darmi di più e, confesso, all’inizio è stato difficile, come essere denudata, senza protezione. A poco a poco, ho capito, ho sentito, e ho appreso ad “abbracciare”. Ci vuole coraggio. Quello di mettersi inn gioco fino in fondo, ma è una gran bella scoperta quello che poi torna indietro.

La musicalità.
Sembra banale, ma, ahimè, non lo è. La musica va ascoltata, con le orecchie, il cuore, la pancia, la testa. Cosa può uscire, altrimenti, nel dialogo a due che è un tango?

Accade che il partner non conosca il brano specifico, ma dove sta il problema? Certo se Lui immagina una performance di passi semi coreografati, evidentemente si troverà in difficoltà, ma che dico, sarà nel panico più assoluto. Ma è tango questo? Ballare su blocchi di passi precostituiti, memorizzati dentro un cervello di cemento armato? … non direi….

Le piu belle tandas mi sono arrivate quando c’era questa inconsapevolezza perché, l’uomo, in detta circostanza, non si è preoccupato di “cosa fare” ma “con chi stava ballando”. Ha cercato maggiormente il dialogo, come a condividere un’esperienza nuova, scoprendo un territorio inesplorato insieme alla sua partner. Meno passi, meno performance, ma maggiore intimità, ricerca nel sentire. Devo dire che si trattava di ballerini esperti e consapevoli.

La connessione o empatia.
Noi donne, per ruolo, siamo abituate a farlo (o dovremmo ), entrare in connessione profonda con il ballerino, comprendere la guida, i movimenti che il suo corpo suggerisce. Non è solo una storia di mera “esecuzione”, secondo me, si tratta di entrare in sintonia profonda. Come ascolta il brano? Cosa desidera ballare? Quali sono le sfumature che sta cercando?

Tutto quello che le follower normalmente fanno, lo aspetto anche dal partner. La connessione passa anche e, aggiungo, soprattutto, nel feeling sottile con il “sentire” fisico e psicologico dell’altro. Ecco che, per una ballerina dalle mie caratteristiche, diventa tutto più stimolante, un dialogo e una ricerca insieme all’altro, un gioco ed uno scambio profondo, una domanda e una risposta, un io e un tu che si sentono, comunicano e giocano con le proposte di ruolo.

Probabilmente questo è l’aspettopiù  complesso di tutta la faccenda e richiede anni di studio, la tecnica aiuta alla declinazione delle personali sfumature del proprio ballo. Trovare, in milonga, un ballerino che abbia voglia di “cercare” quella donna che si esprime danzando, richiede, effettivamente, oltre a un’attitudine mentale e una rara disponibilità, anche moltissima esperienza. Ore ed ore trascorse sulla pista a sperimentare e a sperimentarsi.

Che pippolotto, probabilmente con un sacco di luoghi comuni, cose trite e ritrite, ma che mi importa. In fondo ad ognuno/a il suo tango, la sua ricerca.

Quello che vorrei per tutti è la curiosità di andare verso l’altro,perché  non si balla da soli, si è in due.

AMEN.

Pimpra

image credit: Claudio Visentin

DI TANTO IN TANGO. RITROVARSI IN UN TANGO

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Ho la fortuna di essere nata in un giorno che tutto il mondo festeggia, San Valentino, e tutti ricordano.

E’ un privilegio perchè il genetliaco si colora di sfumature più tenere, soffuse, come se una patina di dolcezza calasse sulle persone, o, comunque, è l’effetto che la ricorrenza suscita in molti. E mi pare positivo.

Uno dei regali più belli che ho ricevuto è stata la serata di domenica, trascorsa al Contatto di Spinea, una storica milonga del Nord Est.

L’ambiente,  caldo ed accogliente, musica adatta alla domenica sera, pubblico ristretto. Il mio compagno ed io.

Non c’è monade più perfetta di due persone che sanno comunicare mentre danzano. Le note sono il pretesto per cercare, ognuno dentro di sè, quelle parole silenziose che solo il corpo, nel suo gesto, sa esprimere.

E’ un dialogo silenzioso, fatto di tocchi a volte lievi a volte più intensi. Un fluido magico che emana vibrante nell’aria, nella dimensione fisica ritagliata dai movimenti.

Non si può mentire, quando si balla il tango, la verità è tutta lì, cristallina, semplice e vera. Se l’alchimia funziona scatena un caleidoscopio colorato di emozioni, altrimenti resta uno specchio velato.

Ritrovarsi nel tango, dentro la più profonda e intimistica radice della nostra essenza. Toccare l’anima che danza, libera e fluida.

E’ ricongiungersi a sè. E scoprire e riscoprire l’altro, donandosi, ricevendo, legando e slegando movimenti.

Per me, quando tutto questo accade, è poesia. E dono, il più bello che possa desiderare.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Massimo Sangoi

 

 

IL MESTIERE DI ZIA

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La nipotina cresce, vistosamente, e a 4 anni è una piccola valchiria: bionda, con gli occhioni azzurri e una lunghissima coda di cavallo.

Definirla “piccola” è un eufemismo legato unicamente alla sua età anagrafica poichè, la meraviglia, raggiunge già il mio sterno…  e la zia è più alta di 150 cm…

E’ bello vederla crescere, farsi la persona che sarà da adulta, con le sfumature colorate della sua personalità.

Asia, questo il suo nome, manifesta in tutta evidenza alcune caratteristiche peculiari di famiglia: fisico a parte, dono di entrambi i genitori, ha un talento per le lingue (è già perfettamente bilingue), una memoria da Pico della Mirandola e un istinto alla competizione davvero incredibile.

Ma non basta. E’ femmina che più femmina non si può. E ama gli animali.

Ma veniamo a me.

Una zia che non ha figli e che, per tenersi allenata nel gestire bene una truppa, ha  pensato di circondarsi di due favolose gatte (di cui sapete già tutto!).

Tra la nipote e me il rapporto funziona alla grandissima perchè, lo confesso, è bello da impazzire rivedere se stessi da bimbi, nella vita del cucciolo di casa.

Riproporre a lei gli stessi gesti che, quand’eri una bimba, tua madre faceva a te- come farti la coda di cavallo- ad esempio, ma farli a modo tuo (cioè senza scuoiare la povera malcapitata perchè hai le mani un tantino pesanti e zero manualità!), ti mette in una diversa prospettiva, dal sapore particolare.

E riaffiorano i ricordi… le tue zie, quelle che hai amato tantissimo, quelle che per te erano un modello, quelle che ammiravi e, sapere che, adesso, con la tua pulcina, sei tu a poter diventare “quella” zia specialissima.

Il mio training è già iniziato ed oggi vado fiera della prova che ho superato. Mi è stato chiesto di preparare la piccola per carnevale, disegnandole una mascherina per il suo vestito.

P-A-N-I-C-O!!!!

NON SO DISEGNARE! ma non vi erano altre possibilità! quindi, bando alle insicurezze e via!

Certo, non sono l’incarnazione di Giotto ma, per l’occasione e l’età della cucciola, il mio lavoro ha mantenuto uno standard decoroso.

Asia era contenta e, all’asilo, ha fatto furore!

EVVIVA LA ZIA!  😀

Pimpra

PIMPRA FU …

sport

1° febbraio.

Il mio giorno X, quello della rinascita, dell’uscita dalle “nebbie” dell’inverno, quello dove mi riprendo la motivazione al fare e, ovviamente, torno in palestra.

E’ stato un inverno cazzutissimo, infestato di fastidi fisici che mi hanno tenuta lontana dalla sala ginnica con conseguenze… Sticazzi…!!!

Lunedì inizio blanda con 30′ aerobici e stretching, sudo come un animale ma è quello che cercavo, sento il corpo goffo, irrigidito e … terribilmente pesante.

Martedì decido che “o la va o la spacca” e mi presento alla lezione del pomeriggio. L’istruttore chiede immediatamente se avessimo con noi l’asciugamano ed io mi sono chiesta come mai, parendomi una domanda assurda. Poi ho capito. Una serie potente di esercizi cardio/tonico/vascolari degni di un corso preparatorio per il battaglione San Marco. Così il mio corpo ha percepito l’intensità dello sforzo.

Mentre, prona, cercavo disperatamente di raccogliere le gambe sotto di me, per poi spingerle nuovamente in allungamento, ho avuta chiara la visione del mio declino fisico.

La Pimpra: FU un’atleta.

Lontanissimi i tempi in cui mio padre faceva fatica a battermi in una vasca a delfino, lontanissimi i tempi in cui giocavo una partita a pallanuoto, dimenticati i tempi degli allenamenti pre maratonina, archiviati gli straordinari allenamenti mattutini, prima di andare in gabbietta, dove, al posto della colazione, bevevo (producevo) decilitri di acido lattico sulla pista di atletica.

Il corpo scattante, agile, tonico, voglioso, grintoso come una piccola coupè sportiva…

TUTTO DIMENTICATO. TUTTO ARCHIVIATO.

Al momento mi ritrovo ad essere come quelle signore che, in palestra, si impegnano così tanto da non rovinarsi neppure la piega…

E la leonessa che ho dentro, piange. Ruggisce e piange.

PIMPRA E L’ATLETA CHE FU.

Addio.

Pimpra

ps:

Vabbè, questo è lo sfogo ma… OVVIAMENTE, secondo la logica del “No pain, no gain”, seppure il pain stia diventando esponeziale… NON MOLLOOOOOOOOOOOO! 😉

IMAGE CREDIT DA QUI

 

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