
Nel tango, di democrazia, ne è rimasta ben poca.
E no: non è lo sfogo di chi non entra a un evento. È la fotografia di un sistema. È la fotografia di un sistema che da anni si regge su uno squilibrio evidente, tollerato da tutti perché ormai considerato normale.
Lo dico da donna che balla da vent’anni, che ha investito tempo, soldi, passione, chilometri, scarpe, emozioni. E che oggi fatica sempre di più a sopportare il potere sproporzionato che il sistema tango ha consegnato agli uomini.
Perché diciamolo chiaramente: nel tango non c’è parità di trattamento. Esattamente come spesso accade nella vita, anche qui gli uomini vengono “pagati” di più. Non in soldi, ma in possibilità, privilegi, margini di scelta.
Per una donna senza partner, iscriversi a un evento è diventata una prova di sopravvivenza sociale.
Le strade sono tre.
La prima: avere il dito più veloce della luce e riuscire a inviare il modulo nell’istante esatto in cui aprono le liste. E ormai nemmeno questo basta più.
La seconda: fare la questua tra amici e conoscenti tangueri per trovare un’iscrizione di coppia. Con il rischio, nemmeno troppo remoto, di sentirsi dire all’ultimo: “Scusa, ho trovato di meglio”.
La terza: lasciar perdere.
Perché questo è diventato il punto. La libertà si è trasformata in dipendenza.
Dipendenza da un sistema che, per ragioni numeriche, mette gli uomini in posizione di forza. I leader sono meno, quindi sono richiesti, corteggiati, attesi fino all’ultimo. A loro si concede tutto: iscrizioni tardive, ripensamenti, tempi biblici per dare conferma. Tanto, sono sempre necessari. Sempre benvenuti.
Alle follower, invece, si chiede rapidità, flessibilità, pazienza. E spesso pure silenzio.
Come se fosse naturale stare lì, educate e grate, ad aspettare che qualcuno ci conceda il privilegio di ballare.
E qui si apre un altro capitolo: l’età.
Se una follower non è più giovanissima, pur avendo esperienza, qualità, musicalità e anni di pista sulle spalle, parte già svantaggiata. L’anagrafe pesa, eccome se pesa.
Certo: il ricambio generazionale è importante. È giusto che i giovani abbiano spazio. Ma perché la mannaia cade quasi sempre sulle donne più grandi?
Perché ci sono leader con anni di tango che in pista non hanno mai davvero fatto il salto di qualità — diciamolo: alcuni non evolvono davvero nella qualità della pista— eppure continuano ad avere porte aperte, possibilità, corsie preferenziali?
Per il semplice fatto che sono uomini in un mercato dove la scarsità detta legge.
Io questa dinamica faccio sempre più fatica ad accettarla.
Perché la libertà, per me, è un valore non negoziabile. E non mi va di dover rincorrere uomini disponibili solo per sperare di partecipare a un evento dove, forse, riuscirò anche a ballare bene.
Se mettessi in fila tutti gli euro spesi in questi vent’anni per ballare tango, probabilmente potrei permettermi un anno sabbatico in giro per il mondo.
E allora mi fermo e mi chiedo: ne vale ancora la pena?
Negli ultimi anni il sistema è cambiato. Gli eventi sono proliferati, i partecipanti si sono diluiti, il rischio per chi organizza è aumentato. E in mezzo a tutto questo, il potere contrattuale maschile è cresciuto a dismisura.
Con il risultato di leader sempre più spocchiosi, sempre più lenti nel dare conferma, sempre più inconsapevoli del fatto che questo atteggiamento contribuisce a mandare in tilt un intero meccanismo.
Alla fine la risposta è più semplice di quanto sembri.
Il tango non sono gli eventi.
Gli eventi sono diventati il luogo in cui si esercita uno squilibrio di potere che tutti vedono e quasi nessuno mette in discussione.
Un sistema che pretende flessibilità solo da una parte.
Che trasforma il ballare in una concessione.
Che educa le donne ad aspettare e gli uomini a scegliere.
Io a questo meccanismo non intendo più partecipare.
Non mendicherò accessi, conferme, disponibilità.
Non normalizzerò uno squilibrio chiamandolo “necessità”.
Non baratterò il piacere di ballare con la perdita della mia libertà.
Il tango esiste anche senza tutto questo.
E io scelgo quello.
Perché lo strapotere maschile, ovunque si manifesti, non è folklore: è una forma di potere. E va chiamata per nome.
Pimpra
IMAGE CREDIT: Klara Kulikova su Unsplash











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