SIX.Q IL TANGO EMERGENTE. Francesco Paglionico e Tamaki Casellato. #ditantointango

Six.Q. Sei domande. Nessun paracadute.

Nel tango la parola “emergente” viene usata con generosità sospetta. Basta un paio di tour, qualche festival internazionale, una manciata di follower e il titolo è servito. Ma emergere da cosa, esattamente? E verso dove?

Quando guardo Francesco Paglionico e Tamaki Casellato, la questione non è la loro età. È la loro postura. Non solo fisica — culturale.

Ballano con un’energia che non chiede permesso, ma allo stesso tempo non fa la rivoluzione per farsi notare. Non cercano l’effetto speciale continuo, e questa, oggi, è quasi una forma di ribellione. In un’epoca in cui tutto deve essere spettacolare, loro parlano di memoria, di ritualità, di “cura”. Parola pericolosamente fuori moda.

Mi interessava metterli alla prova su questo: la generazione nuova è davvero portatrice di altri codici o sta semplicemente rivestendo di giovinezza un linguaggio antico?

E ancora: cosa resta quando l’entusiasmo dell’“emergente” si normalizza? Rimane una visione o solo una buona tecnica?

Sei domande per capire se dietro la brillantezza c’è struttura. Se dietro l’energia c’è profondità. Se dietro il talento c’è pensiero.

Le loro risposte non gridano. Non fanno proclami. E forse è proprio questo il dato più interessante.

Perché nel tango non emerge chi alza la voce. Emerge chi, tra dieci anni, sarà ancora lì — a dire qualcosa che non avevamo ancora sentito.

Godiamoci l’intervista a Francesco e Tamaki.

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  1. Ogni coppia di tango ha un “punto zero”. Com’è avvenuto il vostro primo abbraccio e in quale momento esatto avete capito che non sareste stati solo due ballerini che studiano insieme, ma una vera coppia artistica?

    Francesco: Ricordo bene il nostro primo abbraccio di tango. Fu a Napoli al Santa Maradona Marathon 2017, Tamaki aveva 10 anni ed io 14, i nostri percorsi di tango erano in due momenti ben distinti ma quella tanda la ricordo con molto affetto. Diverso è invece il momento in cui abbiamo deciso di ballare insieme, la decisione fu molto veloce e spontanea, e a novembre dell’anno scorso, a tre giorni dalla decisone, stavamo già organizzando le date per i tour.

    Tamaki: La prima volta che io e Francesco abbiamo ballato insieme avevo 10 anni e lui 14. È stato divertente, forse un po’ imbarazzante: non ero abituata a vedere altri giovani nel mondo del tango, ero cresciuta viaggiando e frequentando le milonghe quasi esclusivamente con i miei genitori e i loro amici. Non saprei indicare un momento preciso in cui abbiamo deciso di ballare davvero insieme. Era una sensazione che avevo da tempo, come una certezza silenziosa che prima o poi sarebbe successo. Le nostre esperienze erano diverse, ma in fondo molto simili, e sembravano destinate a incontrarsi. Alla fine non c’è stata una decisione vera e propria: abbiamo semplicemente fatto un passo avanti l’uno verso l’altra.

    2. Se doveste scattare una fotografia concettuale della vostra idea di tango oggi, che elementi ci sarebbero? Privilegiate la ricerca estetica e coreografica o la connessione viscerale e improvvisata -e in quale momento una delle due prende il sopravvento sull’altra?

    Francesco: Nella mia fotografia trovereste sicuramente degli studenti a ripetere all’infinito tutti i movimenti. È difficile per me privilegiare uno o l’altro. Nella mia dinamica sicuramente si trova tanta tecnica per migliorarsi esteticamente e tanti esercizi per migliorare il proprio sentire viscerale, che senza dubbio è quello che prende sempre di più il sopravvento.

    Tamaki: Penso che nella mia fotografia ci sarebbero un abbraccio stretto, contrasti di luce e ombra, persone che chiacchierano sullo sfondo e un movimento sospeso, come uno scatto rubato. Un’immagine viva capace di raccontare un momento autentico. Per quanto riguarda ciò che cerchiamo, per me la parte estetica è sicuramente molto importante, ma la connessione, l’improvvisazione, la complicità della coppia e soprattutto l’impatto che riusciamo ad avere sugli altri vengono prima di tutto. Credo sarà sempre così. Il desiderio di trasmettere ed esprimere ciò che provo resta al primo posto, e poterlo fare attraverso il ballo, è un sogno.

    3. Sentite di stare costruendo qualcosa che parla a un’altra generazione, con altri codici emotivi e corporei? Cosa c’è nel vostro modo di ballare che un “boomer” del tango non riuscirà mai a replicare — non per limiti tecnici, ma per visione? In cosa la vostra energia è figlia del vostro tempo?

    Francesco: Beh forse dovrei rispondere di sì, ma sicuramente no, non credo. La milonga mi ha sempre affascinato perché la trovo un luogo senza tempo, così come il tango. I cosiddetti “boomer” non penso possano replicare nulla, e dunque tutto, della nuova generazione. Riuscirebbero sicuramente a replicare tutta la tecnica e nulla del nostro sentire, come penso che anche io non riesca a sentire per la mia visione quello che sentano i miei studenti principianti di qualsiasi generazione appartengano. Per concludere non penso che il sentire a livello viscerale possa appartenere ad una generazione e non all’altra.

    Tamaki: Non penso di star costruendo qualcosa di completamente nuovo, credo piuttosto che in noi ci sia il tentativo di portare avanti un’anima molto antica in corpi nuovi e giovani. Personalmente non individuo dei “boomer” del tango, ma forse una cosa che per qualcuno di un’altra generazione potrebbe risultare difficile, è lasciare emergere la propria parte bambina, quella più genuina, che vuole divertirsi e che non si preoccupa troppo dello sguardo altrui. Da parte mia c’è meno bisogno di “controllare” l’istante, e più desiderio di viverlo davvero.

    4. Essere “emergenti” è una fase elettrizzante ma faticosa. Tra cinque anni, dove sognate di aver portato il vostro stile? Puntate ai grandi palchi internazionali o a lasciare un segno nel modo in cui la gente balla in pista?

    Francesco: Emergenti è forse l’unità di misura temporale più lunga che io conosca, soprattutto per percezione. Tra cinque anni spero di aver raggiunto altri tanti palcoscenici internazionali per bravura tecnica ma soprattutto didattica. Quindi, come dire, spero di raggiungere entrambi gli obiettivi.

    Tamaki: Tra 5 anni, spero che avremo la capacità di ballare lo stile che più ci rappresenta in ogni momento, senza sentirci legati a un’unica forma. Mi piacerebbe avere la flessibilità di variare, portare sempre qualcosa di nuovo e riscoprirsi continuamente senza stancarsi mai. I grandi palchi sicuramente attraggono, e forse li attraverseremo, ma il desiderio più profondo, oltre al semplice piacere e il portare avanti questa passione, è lasciare un segno nelle persone che ci incontrano, seguono e che ci guardano ballare. Far provare emozioni, trasmettere conoscenza e consapevolezza, suscitare sensazioni e, soprattutto, non nascondere mai ciò che siamo, che sia su un palco sotto i riflettori o in pista, circondati da altri ballerini.

    5. Qual è la rinuncia più grande che avete dovuto fare per dar vita a questo progetto di coppia e qual è, invece, il “marchio di fabbrica” che volete che il pubblico riconosca ogni volta che entrate in pista?

    Francesco: Probabilmente le rinunce più grandi, oltre al sonno, sono le possibilità che convengono a te ma non al progetto comune. Penso anche però che quando si sogna e si crede tanto in qualcosa non si può chiamare veramente “rinuncia”. Il “marchio di fabbrica” della coppia penso che venga molto naturale e spontaneo e penso anche che Tamaki ed io non lo abbiamo ancora. Sono sicuro però del nostro “marchio di fabbrica” a livello didattico.

    Tamaki: Non c’è stata una grande rinuncia, ma piuttosto un lavoro fatto di pazienza comprensione e ascolto. Stiamo cercando di costruire qualcosa insieme, siamo solo all’inizio di questo percorso. Il tempo, lo studio e le esperienze condivise ci daranno molto. Il nostro marchio di fabbrica non è ancora definito, ma quello a cui aspiro è arrivare ad avere un ballo e un’espressività che non puntino ad impressionare per forza nell’immediato, ma che sappiano restare dentro chi ci guarda. Un tango che lasci una traccia più emotiva che spettacolare e che parli di noi.

    6. C’è qualcosa del tango “di prima” che difendereste a denti stretti, anche se oggi va fuori moda?

    Francesco: Non trovo nulla del tango “di prima” che mi sento di difendere rispetto altro. Trovo che tutto il tango “di prima” vada difeso proprio perché ci ha portato al tango unico e complesso dei nostri giorni.

    Tamaki: Ciò che personalmente più difenderei del tango sono le tradizioni. Non come regole rigide, ma come una memoria viva del corpo. Avendo avuto la fortuna di crescere nel mondo del tango, ricordo ancora quando da bambina vedevo tutti quei vecchi signori in abito elegante e mi chiedevo come mai fosse così importante vestirsi in un certo modo, salutarsi con rispetto, aspettare uno sguardo prima di entrare in pista. Solo dopo ho capito che non era formalità: era cura. Le tradizioni ci ricordano da dove veniamo, ci insegnano l’ascolto e il rispetto, non solo come ballare, ma come stare in relazione. Anche quando il tango cambia forma, credo sia fondamentale non perdere quel senso di ritualità che lo rende un linguaggio condiviso, riconosciuto e sentito da tutti i ballerini. Senza le tradizioni il tango rischia di diventare solo movimento; con esse, resta relazione.

    Pimpra

    Brescia Tango Maraton. Tredicesima edizione. Numero sospetto #ditantointango

    Io ci ho messo dentro mirade assassine, una pista larga abbastanza da non pestare nessuno e una colazione da Massari che definirei atto filosofico.

    La mia ultima partecipazione risaliva al 2018, in epoca precovid. Periodo aureo delle maratone.

    Ho trovato cambiamenti, decisamente migliorativi: la pista più grande, la gestione di tutta la parte ristorativa molto più fluida e funzionale del passato. Si vede che l’esperienza ha insegnato migliori prassi.

    Quanto alla popolazione dei partecipanti, una bella sorpresa anche lì: un bel misto mare di italiani, francesi, spagnoli. E chi se lo aspettava!

    Quanto all’energia sul piso direi molto bene, a mio parere un crescendo dalla pomeridiana di sabato ai fuochi tangueri della domenica pomeriggio, condotti dall’italo, oramai francesizzato, dj che ne sa una più del diavolo. Indovinate voi di chi sto parlando.

    Mi sono gustata particolarmente i mix di stili che ho ballato in questa maratona: dai classici “maratoneti”, ai più intimisti “milongueros” ma con brio (altrimenti che noia!) ai “mistomare” che non si sa esattamente quale mondo preferiscono abitare e, meglio così.

    Niente gruppi dei famosi, una bella sala dove non abbiamo fatto fatica a lanciare e ricevere mirade assassine, quelle che vanno a segno a molti metri di distanza e, per questo, danno molta soddisfazione.

    Ci aggiungo la colazione della festeggiata dal maestro pasticcere Iginio. E che dire? La ciliegina sulla torta. Ops, era pure il mio compleanno. Fine settimana perfetto.

    E no, il 13 non porta sfiga!

    Pimpra

    Nessuna conferma, solo l’abbraccio. #ditantointango

    Ci sono weekend che “risanano”. Il selfie scattato sotto al tabellone delle partenze, lo sguardo complice della tua amica e si sale sul treno, con l’ebbrezza di un’avventura che sta per iniziare.

    La destinazione è molto familiare. Bologna oramai profuma di casa, l’Emilia Romagna lo sta diventando. Ho perso il conto di quante volte sono tornata portandomi indietro gioiose sensazioni, quella leggerezza che ti rende i ritmi settimanali, meno pesanti.

    La gita, come amo chiamare queste fugaci trasferte, ha avuto due punti focali: la mia prima volta alla Milonga Sì, e il graditissimo ritorno a Ferrara all’Ottocento tango party.

    Qualcosa mi deve essere accaduto, di molto piacevole, come se un’energia sottile e luminosa avesse inondato il mio essere. Ho ballato tanto, ho ballato bene, in sintonia con me stessa, e con l’abbraccio che mi cingeva.

    Quando parto ho imparato una cosa: non devo avere NESSUNA aspettativa. E così ho fatto.

    La prima bella sorpresa l’ho vissuta in Milonga Sì, luogo che da tantissimo mi aveva affascinato e dove volevo andare.

    Per le ballerine della mia età, mi era stato detto da più parti, ballare è molto difficile. Si tratta di una milonga molto quotata e popolata di giovani.

    Mi sono presentata così, con la curiosità di vedere più il luogo che con l’intenzione di ballarci e lì il “miracolo” si è compiuto. Ho ballato, tanto da dovermi fermare per sopraggiunta vescica.

    Quanto pesa l’equilibrio interno su ciò che gli altri percepiscono di noi. Ho la consapevolezza di aver lanciato mirade che non lasciavano scampo. Il mio sguardo diceva nettamente “Desidero ballare con te”. Loro hanno risposto, non hanno scartato, hanno accettato l’invito e la tanda si è rivelata uno scambio potente.

    Mi è chiaro che posso andare a segno solo se, in quello sguardo, non c’è esitazione su chi sono. Nel senso che non cerco conferma di me – nè come ballerina, nè come donna- in quegli occhi che si incrociano.

    La sfida sta qui: nell’essere viva nel mio centro. Poi, la realtà mi può solo sfiorare, un invito che non va a segno, o toccarmi in modo gentile, ma non mi scalfisce. La mia identità resta solida. Beh, questa è una enorme conquista.

    Ciò che ho vissuto la dice lunga su due aspetti: sempre fare l’esperienza in prima persona, evitare di affidarsi al “si dice”. Ogni milonga è sempre una nuova milonga: una volta l’energia gira in un verso e coinvolge tutti, un’altra gira in modo opposto e magari si rimane in attesa.

    Poi c’è stata la trasferta in in provincia di Ferrara, dove Alessandro Parise ha organizzato il suo party annuale presso il suo ristorante.

    Ancora oggi mi chiedo chi glielo faccia fare di accollarsi tutta quella fatica per mettere in piedi un evento di 10 ore dove non manca assolutamente nulla.

    Credo sia stata la mia terza volta, e posso confermare che l’asticella è sempre lì, in alto, non è scesa.

    Il livello medio di ballerin* capace di soddisfare palati esigenti, un buffet ricco e continuativo con prelibatezze che sono il marchio di fabbrica dell’evento.

    Mi piacciono gli eventi dove c’è cura, delle persone, del loro benessere.

    A voler essere puntigliosi il pavimento appiccicava. La sola pecca in un’architettura organizzativa brillante. Con un po’ di talco e le finestre aperte, questo fastidio è stato contenuto.

    Questo weekend mi ha lasciato più ricca, se non fosse per lo shopping a cui non riesco a sottrarmi, con una certa consapevolezza che mi nutre in profondità e, di sicuro con qualche etto di troppo che in Emilia Romagna non si esce indenni.

    Pimpra

    UN BATTESIMO TARDIVO: LA MILONGA SI’ #ditantointango

    Image credit DIEGO BILLI

    Se parli di tango e pensi a una città che ti offre il mondo quella è Bologna. In tutta l’Emilia Romagna si balla stra bene, va detto, ma il capoluogo merita una menzione speciale.

    Le milonghe fioriscono come i fiori sul prato a primavera, ma, a differenza di altre città, riescono ad avere ognuna la sua sfumatura, il suo colore: se altre sono il regno della convivialità urbana, la Milonga Sì mette in scena il pathos del dramma teatrale, dove ogni tanda sembra un atto messo in scena solo per noi.

    Sono stata rapita dai bianco/neri di certe foto che ritraevano volti immersi in una dimensione surreale, giochi di chiaroscuri e luci che venivano assorbite e rimbalzate dal nero pece sbiadita delle assi di legno di un teatro. Questa è la sede di Milonga Sì, la pancia di un teatro capace di scomporsi e ricomporsi per le diverse esigenze che l’arte richiede.

    Avevo una curiosità potenziata da mesi di attesa, immagini e racconti che mi rimbalzavano nella memoria, accendendo il sacro fuoco della passione.

    Un sabato sera umidiccio in una Bologna vivace e giovane, ho finalmente varcato la soglia.

    Lasciato alle spalle il minimalismo moderno dell’ingresso si sprofonda nel ventre caldo del teatro. Le pareti sono vive, agghindate con uno spartito regolare di mantegne, tiri a corda, americane che sparano coni di luce soffusa. L’atmosfera della sala è l’incanto della milonga.

    Un sabato di pomeridiana che scollina fino alla notte con 10 ore filate di tango, due tj session. Nel mezzo si può fare una pausa, per coccolare anche il palato, rifugiandosi nelle trattorie che si affacciano su San Vitale.

    Milonga Sì è sicuramente una delle tappe da fare a Bologna. Raccoglie tangueros dal centro Italia, fino al lontano Nord Est.

    Tutti desiderano parteciparvi, ed è ben comprensibile, la pista nel pomeriggio è molto popolata. Forse troppo per permettere lo sfilare leggero delle coppie. Nelle intenzioni della padrona di casa, in questo modo si sperimentano tutte le sfaccettature dell’andare in milonga: dal momento super popolato, a quello in cui le coppie iniziano a ritirarsi e lo spazio prende maggior respiro.

    Personalmente, ho preferito la seconda fase, meno caotica e decisamente più piacevole.

    Un battesimo decisamente tardivo, il mio. Ma di assoluto effetto.

    Pimpra

    TTM: I segreti di una maratona che impara. #ditantointango

    Se è vero che “una mela al giorno toglie il medico di torno”, per me, Torino è la mia mela, la mia annuale dose di benessere. Almeno una visita l’anno in questa città ti ripaga da ogni affanno.

    La scusa per tornare è sempre la stessa: un evento di tango. Si chiami Eroica o Torino Tango Marathon poco cambia, solo il numero di partecipanti, la sede è quella meraviglia del Fortino che si specchia nelle acque dinamiche della Dora.

    Torino vale sempre il viaggio, ve lo dico. La città è semplicemente meravigliosa, pur aggirandomi in un perimetro non enorme se confrontato all’estensione della città, ogni volta faccio nuove scoperte che mi sorprendono.

    Sono passati i tempi in cui mi presentavo puntuale a ballare la prima tanda, adesso, se il contesto fuori milonga mi attrae, arrivo con gran calma, a ballerini già “accesi”.

    L’esperienza regala questa saggia malizia: si sfoghino prima i giovani con i giovani, poi entrano le serie d’annata che vanno apprezzate per le sfumature e il sapore più deciso. A ognuno il suo ritmo.

    TTM non ha deluso le mie aspettative: passato il momento di stupore nel vedere in pista l’esatta metà dei partecipanti rispetto alla sua maratona maggiore, ne ho apprezzato tutte le sfumature.

    La premessa d’obbligo è una: le maratone moderne sono diventate una situazione d’incontro democratica ed eterogenea, in cui i livelli di ballo spaziano da tangueros intermedi a quelli avanzati e oltre. Non come accadeva nel decennio precedente dove il taglio di ingresso era molto più alto.

    Ciò detto mi sono goduta delle gran tandas e, cosa più interessante, ho ballato con molte persone nuove e stranieri il che ha dato una sferzata di gran gusto all’evento intero.

    I torinesi imparano e fanno tesoro delle esperienze.

    Un anno fa, scrissi un post questo, nel quale lamentavo il disordine imperante della ronda. Ricordo che feci scalpore, toccando un tasto sensibile per tutti gli organizzatori di grandi eventi.

    Tornata quest’anno non potevo credere ai miei occhi. Sulla pista, disegnati i corridoi di ballo, dal più esterno a quello centrale, un’infografica illustrava il flusso delle danze ben visibile a tutti e gli organizzatori che, di tanto in tanto, ricordavano di mantenersi nei propri canali, senza invadere gli spazi altrui.

    Questo significa stare sul pezzo, credere che si possa fare qualcosa per migliorare un aspetto problematico, ed ha funzionato! Il flusso si è sempre mantenuto scorrevole, concedendo ai danzanti la serenità di godersi la tanda senza dover impiegare troppe risorse fisiche e mentali per governare un traffico caotico. Chapeau!

    Un apprezzamento che mi sento di fare è riservato al buffet. Per tutta la durata della maratona i nostri palati sono stati coccolati- letteralmente- da squisitezze dolci fatte in casa. Una meraviglia! A metà pomeriggio dopo che si è tanto camminato e ballato la merendina della nonna è il non plus ultra. Quel panettone affogato una vera chicca!

    La cena sociale, alla quale non ho partecipato solo per non rischiare di non entrare più nei vestiti che mi ero portata, è un esempio di buona pratica. Si condivide anche il cibo, come si fa con gli abbracci. Lo trovo poetico, ma Torino mi fa questo effetto.

    Sono rientrata a casa desiderosa di tornare ancora. I sabadudi, senza fare troppo rumore, con il loro savoir faire ti conquistano diventando un “ne voglio ancora, ancora!”.

    Segnate in agenda: a marzo la magia si ripete!

    Pimpra

    BOLOGNA, TANDE E TORTELLINI: il mio Amarcord. #ditantointango

    La vita della tanguera errante è ricca di stimoli ma pure tappezzata di insidie. La valigia rimane pronta da una settimana all’altra, il tempo di fare la lavatrice e ripiegare gli abiti. Il kit viaggio è ripristinato.

    Passo il tempo a smanettare sul pc, cercando le offerte migliori per spostarmi da un luogo all’altro, alberghi, b&b, appartamenti in affitto. Non so nemmeno dire quanti ne ho visitati in questi ultimi anni.

    Il duo funziona. Siamo affiatate, stesse manie da donne ordinate — sistemare tutto appena arrivate, controllare prese e specchi — e la stessa fame di ballare.

    Il tempo, però, scorre nei nostri corpi, e ce ne rendiamo conto. L’energia si assotiglia, tirare mattina si fa più faticoso. A volte si rinuncia a una tanda per riprendere fiato.

    Amarcord è una tappa fissa del profondo autunno italiano. Ho perso il conto delle edizioni svolte e di quelle a cui ho partecipato. Tante, in entrambi i casi.

    Mi piace tornare perchè è come riaprire la porta della casa delle vacanze, quel luogo magico che conosci bene e dove sai che vivrai qualcosa di bello.

    Ad Amarcord ritrovi gli amici, quelli che come te non la smettono di correre dietro alle onde vibranti delle maratone. Li vedo da più di dieci anni, e con loro mi sento viaggiatrice nel tempo e nello spazio.

    Alcuni hanno messo su famiglia e per un po’ hanno diradato gli impegni sulle assi delle piste. Ma poi tornano, sempre, con nuovi ingredienti che rendono la maratona ancora più accogliente.

    Oramai sono previsti i servizi di baby sitting, si può ballare anche al mattino, per venire incontro alle esigenze di tutti – genitori compresi.

    Ci tornerò fino a che mi accetteranno, perchè Amarcord è casa. Conosco ogni centimetro della pista, gli spazi dove è bene sostare e quelli che non funzionano. C’è l’area vip, vicino alla postazione del dj, dove prendono posto quelli che possono… e quelli che hanno faccia tosta e coraggio.

    Fila tutto liscio, organizzato come un’orchestra che segue le sapienti mani del suo direttore. E se qualche strumento stecca, si rimedia subito.

    Poi Amarcord è Bologna.

    Al mattino dell’arrivo, puntuale, ci scappa il giretto in città: tortellini per gli amici da portare a casa, un piccolo shopping in quei negozietti belli che hai scoperto durante il soggiorno precedente, un gelato godurioso nel tuo posto segreto.

    Sono una veterana oramai.

    Ma ogni volta felice come la prima, grata di esserci e di godermi quelle tande magnifiche che, ad Amarcord, ho sempre avuto la fortuna di ballare!

    Pimpra

    QUANDO LA LUCE SI SPEGNE E L’OMBRA IMPARA A BALLARE. #ditantointango

    Novembre è il mese dei morti e il motivo non è, semplicemente, legato alla loro festa. C’ è un di più, un’energia che arriva fino dentro le ossa e chiede di essere percepita.

    I miei novembre mi hanno sempre guardata diritto negli occhi, passandomi i messaggi che dovevano.

    L’ho capito piano, come tutte le cose che ci fanno male. Sempre meno fotografie, primo sintomo evidente che la luce si sta spegnendo.

    All’inizio non ci ho fatto troppo caso, ma, nell’ultimo periodo è diventato chiaro. Non ci sei per lo sguardo del fotografo, non esisti più. L’assioma è duro e diretto. Come un pugno.

    Lo elaboro, con la testa della donna matura che sono diventata e capisco che devo lasciare andare. Un periodo brillante della mia vita, nel quale, per qualche ragione, avevo una luce che splendeva.

    Oggi non è più così.

    Si cambia, e anche se dentro crediamo di essere sempre noi stessi, dobbiamo disfarci di una pelle che non ci corrisponde più. Un po’ come si fa con gli abiti.

    Ballare il tango non perdona. La vita e la persona sono tutte lì e non si può fingere non sia così. Ogni tanguero o tanguera ha un’emivita che dura un tot poi si volatilizza. Può essere presente e continuare a partecipare ma, nei fatti, la sua esistenza ai bordi della pista, scolora.

    Sento ancora tutto: la gioia che mi prende quando una tanda mi ricarica di energia, la voglia di migliorare, il desiderio di coltivare questo splendido linguaggio corporeo ma… non è più come prima.

    La fame di tande è minore. Non mi interessa più ballare per ore facendo “ginnastica”, oggi voglio la tanda che mi lascia il segno, quella che mi porto a casa, che ricorderò.

    La qualità della ricerca evidenzia una maturazione compiuta ma, allo stesso tempo, un percorso che ha chiuso il suo ciclo.

    Pensavo di appendere le scarpette al chiodo, per non essere una marionetta a bordo pista, l’ombra sfocata di quella che ero. Voglio celebrare la donna e la tanguera che sono diventata, ma mi servono altri sguardi, più profondi, più curiosi, più intensi.

    Sono arrivata a un bivio importante: ritirarmi o continuare.

    Sento la vertigine dell’una e il rischio dell’altra. La tanguera di oggi non è più abbagliante, ma è più vera.

    La verità, anche se meno luminosa, è l’unica luce che mi permette di ballare senza paura del buio. Con la pelle che ho scelto e non con quella che ho perso.

    A bordo pista, sapendo che non è la vita ma solo un suo onesto riflesso, aspetterò la tanda che mi toglierà il fiato. Se mai arriverà.

    Pimpra

    COLEGIALA TANGO MARATHON BIG 10. BIG BANG! #ditantointango

    La decima edizione: un bivio. O si evolve e si sboccia in una nuova epoca o si sfiorisce. Colegiala ha scelto il Big Bang!

    La Colegiala ha festeggiato il suo compleanno con una festa che ha scritto un nuovo punto di partenza per le maratone che verranno.

    Ma veniamo ai fatti. Il cambio di location sulle prime mi ha preoccupato, sono un’abitudinaria. Colegiala era la colonia della Fiat, la Torre circolare, le ridicole stanzette con il bagno in comune, l’ascensore che due volte su tre non arrivava. Nonostante il poco appeal sotto l’aspetto prettamente “logistico”, tutto il contesto era semplicemente favoloso. La spiaggettina di fronte alla sala pranzo, il baretto dei caffè del mattino e delle infinite chiacchiere tra amici, la pista da ballo così bella e spaziosa.

    Colegiala era un marchio di fabbrica.

    Al decimo compleanno ha traslocato in un complesso residenziale a 4 stelle, dentro una pineta di altissimi pini marittimi, circondata da verde. C’era la Spa, il mare incazzoso a due passi, un’atmosfera di fine fine estate che accarezzava l’umore.

    La stanza d’albergo era una vera stanza, il servizio di ristorazione come MAI goduti in questi lunghi anni di trasferte tanguere. Una qualità nell’offerta alimentare, nel servizio, negli spazi a disposizione che hanno lasciato tutti i partecipanti senza parole.

    La squadra è sempre la stessa, meno male!, rodata dopo lustri di maratone organizzate e, anche in questo caso, non ha sbagliato un colpo. Sabato mattina a modificare i posizionamenti delle sedie per favorire gli ingressi in pista e permettere almeno un minimo sindacale di mirada. Tutto ciò che andava sistemato è stato corretto con piccoli aggiustamenti per dare a tutti il comfort e la piacevolezza di sempre.

    La pista perfetta, morbida il giusto, nessun mostruoso mal di piedi alla fine delle danze. E le colonne hanno fatto il loro aiutando i maratoneti a seguire la ronda. Top!

    Anche la serata a tema, un topos irrinunciabile di Colegiala, è stato pensato per agevolare quelli come me che sono poco creativi quando si tratta di mascherarsi.

    Abbiamo assistito a due pomeridiane da incorniciare, le mie prefertite, dove un Piscitello ha creato un’onda di energia vibrazionale di cui tutti ci siamo accorti. Dieci minuti di applausi alla fine della sessione lo hanno testimoniato.

    E poi, il Re, monarca assoluto del mio cuore tanguero, il caro Mauro Berardi, che ha risposto tanda dopo tanda alle gioiose provocazioni del suo predecessore.

    Avevo qualche perplessità si potesse perdere il “dna Colegialo” cambiando sede, invece mi sono dovuta ricredere, semplicemente abbiamo fatto upgrade, dalle superiori all’università, questo è il nuovo spirito.

    Per l’anno prossimo devo ricordarmi il costume che la Spa mi attende.

    E a tutti gli organizzatori attenti: l’asticella si è alzata. E di molto.

    Pimpra

    Romagna Porteña: 30.000 passi di godimento. #ditantointango

    Organizzare eventi di tango in questo periodo è diventata una vera sfida. Di settimana in settimana fioriscono nuove milonghe, maratone, festival, e chi più ne ha più ne metta. Tutti quegli incontri che potremmo definire “storici” vedono minate le basi del loro pubblico di fedelissimi, rischiando di chiudere o – peggio- di organizzare un evento fallimentare.

    Nel weekend appena trascorso, solo in Italia abbiamo contato almeno due maratone, un encuentro milonghero, e numerose milonghe. È facile che la popolazione tanguera si disperda in mille rivoli facendo sì che i pienoni di un tempo possano diventare lontani ricordi.

    Nonostante questo rischio, la varietà, se supportata da qualità di offerta e capacità organizzative, è sempre benvenuta, nella gioiosa illusione che la quota di tangueros aumenti e le giovani generazioni prosperino felici. E noi “antichi” possiamo divertirci insieme a loro, perchè no.

    Premessa doverosa per definire il quadro tanguero attuale nel quale la storica maratona Romagna Porteña ci ha accolti a braccia aperte durante il fine settimana appena trascorso.

    Il lunedì arriva una sola volta alla settimana. Meno male! Sono devastata di stanchezza ma con un morale così radioso come non mi accadeva da tempo.

    Ovviamente la panacea dei miei fastidi esistenziali trova la sua cura nella calorosa terra dell’Emilia Romagna.

    Ho trascorso un weekend pazzesco dove ho ballato come non mai (vedi il record di passi/giornata), con un tale gusto che fatico a rendermene conto.

    La Romagna Porteña è una maratona con una storia alle spalle, solo io ne ho frequentate almeno 3 edizioni. Ci torno sempre con grande piacere ed ogni volta mi porto a casa un sapore nuovo, una nuova emozione.

    Questa edizione ha spostato alla fine di settembre le sue danze, regalandoci comunque una piccola illusione d’estate. Certo trascorrere il fine settimana a Riccione senza sguazzare nelle acque del suo mare è curioso (alcuni l’hanno fatto eccome!), ma le attività extra maratona non sono comunque mancate.

    Non so ancora quale sia il loro segreto ma la crew degli organizzatori ci sa davvero fare perché la sala è stata immersa di good vibes -musica pazzesca, ghiottonerie irresistibili e conseguenti abbracci indimenticabili!- per tutta la durata della festa.

    Personalmente sono partita male il venerdì, troppo stanca della settimana, dalla giornata stessa di lavoro, dal lungo viaggio. Cenato, il mio corpo urlava di tuffarmi nel letto invece di andare a ballare. Al motto di “non si molla mai” mi sono presentata. Dovevo ascoltarlo: ho ballato con la fluidità di un asse da stiro, altro che giaguara danzante! Poveri ballerini che mi hanno presa quel venerdì sera, mi scuso anche da qui per la pessima ballerina che sono stata.

    La notte di sonno, l’entusiasmo hanno fatto il resto e dalla pomeridiana di sabato non mi sono fermata un attimo. Tanda dopo tanda un piacere a crescere, una gioia che mi ha preso ogni cellula.

    30.000 passi non sono pochi specie se ballati per la quasi interezza. E sono la testimonianza più grande che una maratona costruita con il cuore si fonde con il cuore dei suoi partecipanti regalando emozioni belle, di quelle che ti porti a casa.

    Non mi resta che passare dalle mani della mia fisioterapista per rimettermi in sesto tutti i pezzi di corpo che mi fanno ancora male per giocarmi i prossimi 30.000 con la stessa allegria!

    Romagnoli siete una garanzia!

    Pimpra

    IMAGE CREDIT Alessandro Demontis .

    Ps Qui la Pimpra nella sua versione “asse da stiro” tra le mani di un pazientissimo e adorabile tanguero.

    LA FAI FACILE A DIRE MARATONA A PRAGA. #ditantointango

    Casa danzante. Foto mia

    Entrare all’edizione invernale (febbraio) non è per tutti: se la carta d’identità non riporta almeno il 1995 e sei donna single, è probabile che sia più semplice rinunciare. Io ho provato lo stesso — e mi hanno proposto la versione estiva, più “soft”: ho detto di sì.

    Popolazione più matura, meno competizione. Mi si prospettava una maratona comunque di livello unita al piacere di visitare una bellissima città che non conoscevo.

    Una settimana di vacanza, condita di visite a una città di una bellezza stupefacente, passeggiate infinite, scoperte meravigliose, amicizia. Anche se non avessi fatto una sola tanda, ne sarei comunque uscita contenta. [Bugia!]

    La sala rispecchia perfettamente l’anima della città, richiami art nouveau, una illuminazione calda, begli spazi, ottimo pavimento di legno. Ad accompagnare le lunghe sessioni di ballo, un’offerta costante di cibo e di snack di qualità, compreso lo strudel finale a coronare lo spirito paneuropeo della manifestazione. Non posso che dirne bene.

    Un’amica che frequenta da sempre la maratona invernale, mi aveva rassicurato dicendomi che la versione estiva fosse molto più easy: parliamone!

    Ballarci è difficile, inutile nascondersi dietro un dito. Le donne, specie le over 40, e ce n’erano parecchie, per lo più attendevano sguardi che faticavano ad arrivare. Osservando la pista, si notavano ottime ballerine giovani accanto ad altre giovanissime e ben più in erba. Le senior, quelle tangueristicamente ‘navigate’, facevano da tappezzeria.

    Difficile non farsi prendere dal malumore. Cosa che, ovviamente, mi è capitata. Ritrovandomi a fare la mirada andando a segno con grande difficoltà, mi sono fatta immediatamente delle domande: non ballo abbastanza bene? Sono diventata lenta? Sono fuori età massima? Sono brutta?

    Il castello di fantasmi che minano l’autostima si è presentato alla mente in pompa magna suonandomi la fanfara del “non vali niente”.

    Poi, per fortuna, la mia partner in crime è venuta a soccorrermi, mi ha dato una rassettata. Ho cercato di fare pace con i mostri che avevo in testa. Non facile, ma necessario.

    Le belle tande arrivano. Perché è sempre una questione di energia, di quella vibrazione sottile che metti nell’aria. Non basta sorridere con il viso, devi sorridere con l’anima, altrimenti non funziona.

    Più che una maratona, come quelle a me care, quelle in cui balli a fondere le scarpe e ti diverti da matti, è stata una grande lezione di vita.

    Il tango c’entra poco, il tango è sempre fedele a se stesso, se balli bene, se l’abbraccio funziona, se mente e corpo sono connessi, balli. Prima o poi balli. È tutto il contorno che ti mette alla prova.

    Ho scoperto tante cose di me che credevo di aver superato.

    La timidezza ad esempio. Chi mi conosce probabilmente fatica a crederlo, eppure, in fondo, sono (molto) timida.

    Mi crea disagio dover “combattere” a forza di miradas assassine per poter ballare. Fatico a mettermi nelle posizioni strategiche di uscita dalla pista dove stanno tutti per “adescare” il ballerino.

    Mi sembra di usare violenza, a me stessa in primis, cosa che in realtà non è.

    Me lo ha spiegato bene la mia amica che, al contrario, ci sa fare benissimo. L’osservavo: alla fine di ogni tanda tornava nella zona giusta con gli occhi che le brillavano, il corpo vivace, il sorriso aperto. E non era finzione, si capiva, si percepiva la verità della sua gioia.

    A casa ho portato tande speciali, di quelle che restituiscono il “senso” e pure un carico di insicurezze, tra tutte quella di non essere più giovane (abbastanza) come i ballerini desiderano e quindi molto meno interessante.

    Mi sconcerta rendermi conto di come il tango mi insegni sempre qualcosa, della vita, di me.

    Bisogna che ci lavori su, non mi arrenderò così facilmente, perché “nessuno mette la Pimpra in un angolo!” 😉

    Pimpra

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