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Io ci ho messo dentro mirade assassine, una pista larga abbastanza da non pestare nessuno e una colazione da Massari che definirei atto filosofico.
La mia ultima partecipazione risaliva al 2018, in epoca precovid. Periodo aureo delle maratone.
Ho trovato cambiamenti, decisamente migliorativi: la pista più grande, la gestione di tutta la parte ristorativa molto più fluida e funzionale del passato. Si vede che l’esperienza ha insegnato migliori prassi.
Quanto alla popolazione dei partecipanti, una bella sorpresa anche lì: un bel misto mare di italiani, francesi, spagnoli. E chi se lo aspettava!
Quanto all’energia sul piso direi molto bene, a mio parere un crescendo dalla pomeridiana di sabato ai fuochi tangueri della domenica pomeriggio, condotti dall’italo, oramai francesizzato, dj che ne sa una più del diavolo. Indovinate voi di chi sto parlando.
Mi sono gustata particolarmente i mix di stili che ho ballato in questa maratona: dai classici “maratoneti”, ai più intimisti “milongueros” ma con brio (altrimenti che noia!) ai “mistomare” che non si sa esattamente quale mondo preferiscono abitare e, meglio così.
Niente gruppi dei famosi, una bella sala dove non abbiamo fatto fatica a lanciare e ricevere mirade assassine, quelle che vanno a segno a molti metri di distanza e, per questo, danno molta soddisfazione.
Ci aggiungo la colazione della festeggiata dal maestro pasticcere Iginio. E che dire? La ciliegina sulla torta. Ops, era pure il mio compleanno. Fine settimana perfetto.
Ci sono weekend che “risanano”. Il selfie scattato sotto al tabellone delle partenze, lo sguardo complice della tua amica e si sale sul treno, con l’ebbrezza di un’avventura che sta per iniziare.
La destinazione è molto familiare. Bologna oramai profuma di casa, l’Emilia Romagna lo sta diventando. Ho perso il conto di quante volte sono tornata portandomi indietro gioiose sensazioni, quella leggerezza che ti rende i ritmi settimanali, meno pesanti.
La gita, come amo chiamare queste fugaci trasferte, ha avuto due punti focali: la mia prima volta alla Milonga Sì, e il graditissimo ritorno a Ferrara all’Ottocento tango party.
Qualcosa mi deve essere accaduto, di molto piacevole, come se un’energia sottile e luminosa avesse inondato il mio essere. Ho ballato tanto, ho ballato bene, in sintonia con me stessa, e con l’abbraccio che mi cingeva.
Quando parto ho imparato una cosa: non devo avere NESSUNA aspettativa. E così ho fatto.
La prima bella sorpresa l’ho vissuta in Milonga Sì, luogo che da tantissimo mi aveva affascinato e dove volevo andare.
Per le ballerine della mia età, mi era stato detto da più parti, ballare è molto difficile. Si tratta di una milonga molto quotata e popolata di giovani.
Mi sono presentata così, con la curiosità di vedere più il luogo che con l’intenzione di ballarci e lì il “miracolo” si è compiuto. Ho ballato, tanto da dovermi fermare per sopraggiunta vescica.
Quanto pesa l’equilibrio interno su ciò che gli altri percepiscono di noi. Ho la consapevolezza di aver lanciato mirade che non lasciavano scampo. Il mio sguardo diceva nettamente “Desidero ballare con te”. Loro hanno risposto, non hanno scartato, hanno accettato l’invito e la tanda si è rivelata uno scambio potente.
Mi è chiaro che posso andare a segno solo se, in quello sguardo, non c’è esitazione su chi sono. Nel senso che non cerco conferma di me – nè come ballerina, nè come donna- in quegli occhi che si incrociano.
La sfida sta qui: nell’essere viva nel mio centro. Poi, la realtà mi può solo sfiorare, un invito che non va a segno, o toccarmi in modo gentile, ma non mi scalfisce. La mia identità resta solida. Beh, questa è una enorme conquista.
Ciò che ho vissuto la dice lunga su due aspetti: sempre fare l’esperienza in prima persona, evitare di affidarsi al “si dice”. Ogni milonga è sempre una nuova milonga: una volta l’energia gira in un verso e coinvolge tutti, un’altra gira in modo opposto e magari si rimane in attesa.
Poi c’è stata la trasferta in in provincia di Ferrara, dove Alessandro Parise ha organizzato il suo party annuale presso il suo ristorante.
Ancora oggi mi chiedo chi glielo faccia fare di accollarsi tutta quella fatica per mettere in piedi un evento di 10 ore dove non manca assolutamente nulla.
Credo sia stata la mia terza volta, e posso confermare che l’asticella è sempre lì, in alto, non è scesa.
Il livello medio di ballerin* capace di soddisfare palati esigenti, un buffet ricco e continuativo con prelibatezze che sono il marchio di fabbrica dell’evento.
Mi piacciono gli eventi dove c’è cura, delle persone, del loro benessere.
A voler essere puntigliosi il pavimento appiccicava. La sola pecca in un’architettura organizzativa brillante. Con un po’ di talco e le finestre aperte, questo fastidio è stato contenuto.
Questo weekend mi ha lasciato più ricca, se non fosse per lo shopping a cui non riesco a sottrarmi, con una certa consapevolezza che mi nutre in profondità e, di sicuro con qualche etto di troppo che in Emilia Romagna non si esce indenni.
Se parli di tango e pensi a una città che ti offre il mondo quella è Bologna. In tutta l’Emilia Romagna si balla stra bene, va detto, ma il capoluogo merita una menzione speciale.
Le milonghe fioriscono come i fiori sul prato a primavera, ma, a differenza di altre città, riescono ad avere ognuna la sua sfumatura, il suo colore: se altre sono il regno della convivialità urbana, la Milonga Sì mette in scena il pathos del dramma teatrale, dove ogni tanda sembra un atto messo in scena solo per noi.
Sono stata rapita dai bianco/neri di certe foto che ritraevano volti immersi in una dimensione surreale, giochi di chiaroscuri e luci che venivano assorbite e rimbalzate dal nero pece sbiadita delle assi di legno di un teatro. Questa è la sede di Milonga Sì, la pancia di un teatro capace di scomporsi e ricomporsi per le diverse esigenze che l’arte richiede.
Avevo una curiosità potenziata da mesi di attesa, immagini e racconti che mi rimbalzavano nella memoria, accendendo il sacro fuoco della passione.
Un sabato sera umidiccio in una Bologna vivace e giovane, ho finalmente varcato la soglia.
Lasciato alle spalle il minimalismo moderno dell’ingresso si sprofonda nel ventre caldo del teatro. Le pareti sono vive, agghindate con uno spartito regolare di mantegne, tiri a corda, americane che sparano coni di luce soffusa. L’atmosfera della sala è l’incanto della milonga.
Un sabato di pomeridiana che scollina fino alla notte con 10 ore filate di tango, due tj session. Nel mezzo si può fare una pausa, per coccolare anche il palato, rifugiandosi nelle trattorie che si affacciano su San Vitale.
Milonga Sì è sicuramente una delle tappe da fare a Bologna. Raccoglie tangueros dal centro Italia, fino al lontano Nord Est.
Tutti desiderano parteciparvi, ed è ben comprensibile, la pista nel pomeriggio è molto popolata. Forse troppo per permettere lo sfilare leggero delle coppie. Nelle intenzioni della padrona di casa, in questo modo si sperimentano tutte le sfaccettature dell’andare in milonga: dal momento super popolato, a quello in cui le coppie iniziano a ritirarsi e lo spazio prende maggior respiro.
Personalmente, ho preferito la seconda fase, meno caotica e decisamente più piacevole.
Un battesimo decisamente tardivo, il mio. Ma di assoluto effetto.
Millemila passi di trasformazione. Da fuori a dentro.
Ho smontato pezzo a pezzo le scorie di resistenza della mia mente.
Ho affrontato i severi giudizi che mi sono data.
Ho accolto i limiti del mio corpo.
Quando tocco le assi di legno della pista oggi so chi sono, consapevole dei miei confini e dei tratti unici che mi contraddistinguono come ballerina.
Il mio tango è passato da fuoco d’artificio a fiume, come il Timavo del mio nord est.
Sono diventata acqua che scorre e s’inabissa. Entro in profondità, nel buio, in grotte e anfratti nascosti dove si aprono cupole inesplorate.
Intorno solo il verseggiare dell’acqua, ora più ciarliera ora più silente dentro un movimento compatto che resta perpetuo.
Sento molto di più di un tempo.
Nel buio, la vibrazione delle emozioni si espande elettrica raggiungendo ogni molecola dell’essere. Non ho più bisogno di mostrarmi, non cerco lo sguardo, ricevo e restituisco calore e movimento.
Aspetto di riemergere, trasparente e cristallina. Quando sarà il momento, foce piena e consapevole di tutta me.
Se è vero che “una mela al giorno toglie il medico di torno”, per me, Torino è la mia mela, la mia annuale dose di benessere. Almeno una visita l’anno in questa città ti ripaga da ogni affanno.
La scusa per tornare è sempre la stessa: un evento di tango. Si chiami Eroica o Torino Tango Marathon poco cambia, solo il numero di partecipanti, la sede è quella meraviglia del Fortino che si specchia nelle acque dinamiche della Dora.
Torino vale sempre il viaggio, ve lo dico. La città è semplicemente meravigliosa, pur aggirandomi in un perimetro non enorme se confrontato all’estensione della città, ogni volta faccio nuove scoperte che mi sorprendono.
Sono passati i tempi in cui mi presentavo puntuale a ballare la prima tanda, adesso, se il contesto fuori milonga mi attrae, arrivo con gran calma, a ballerini già “accesi”.
L’esperienza regala questa saggia malizia: si sfoghino prima i giovani con i giovani, poi entrano le serie d’annata che vanno apprezzate per le sfumature e il sapore più deciso. A ognuno il suo ritmo.
TTM non ha deluso le mie aspettative: passato il momento di stupore nel vedere in pista l’esatta metà dei partecipanti rispetto alla sua maratona maggiore, ne ho apprezzato tutte le sfumature.
La premessa d’obbligo è una: le maratone moderne sono diventate una situazione d’incontro democratica ed eterogenea, in cui i livelli di ballo spaziano da tangueros intermedi a quelli avanzati e oltre. Non come accadeva nel decennio precedente dove il taglio di ingresso era molto più alto.
Ciò detto mi sono goduta delle gran tandas e, cosa più interessante, ho ballato con molte persone nuove e stranieri il che ha dato una sferzata di gran gusto all’evento intero.
I torinesi imparano e fanno tesoro delle esperienze.
Un anno fa, scrissi un post questo, nel quale lamentavo il disordine imperante della ronda. Ricordo che feci scalpore, toccando un tasto sensibile per tutti gli organizzatori di grandi eventi.
Tornata quest’anno non potevo credere ai miei occhi. Sulla pista, disegnati i corridoi di ballo, dal più esterno a quello centrale, un’infografica illustrava il flusso delle danze ben visibile a tutti e gli organizzatori che, di tanto in tanto, ricordavano di mantenersi nei propri canali, senza invadere gli spazi altrui.
Questo significa stare sul pezzo, credere che si possa fare qualcosa per migliorare un aspetto problematico, ed ha funzionato! Il flusso si è sempre mantenuto scorrevole, concedendo ai danzanti la serenità di godersi la tanda senza dover impiegare troppe risorse fisiche e mentali per governare un traffico caotico. Chapeau!
Un apprezzamento che mi sento di fare è riservato al buffet. Per tutta la durata della maratona i nostri palati sono stati coccolati- letteralmente- da squisitezze dolci fatte in casa. Una meraviglia! A metà pomeriggio dopo che si è tanto camminato e ballato la merendina della nonna è il non plus ultra. Quel panettone affogato una vera chicca!
La cena sociale, alla quale non ho partecipato solo per non rischiare di non entrare più nei vestiti che mi ero portata, è un esempio di buona pratica. Si condivide anche il cibo, come si fa con gli abbracci. Lo trovo poetico, ma Torino mi fa questo effetto.
Sono rientrata a casa desiderosa di tornare ancora. I sabadudi, senza fare troppo rumore, con il loro savoir faire ti conquistano diventando un “ne voglio ancora, ancora!”.
La vita della tanguera errante è ricca di stimoli ma pure tappezzata di insidie. La valigia rimane pronta da una settimana all’altra, il tempo di fare la lavatrice e ripiegare gli abiti. Il kit viaggio è ripristinato.
Passo il tempo a smanettare sul pc, cercando le offerte migliori per spostarmi da un luogo all’altro, alberghi, b&b, appartamenti in affitto. Non so nemmeno dire quanti ne ho visitati in questi ultimi anni.
Il duo funziona. Siamo affiatate, stesse manie da donne ordinate — sistemare tutto appena arrivate, controllare prese e specchi — e la stessa fame di ballare.
Il tempo, però, scorre nei nostri corpi, e ce ne rendiamo conto. L’energia si assotiglia, tirare mattina si fa più faticoso. A volte si rinuncia a una tanda per riprendere fiato.
Amarcord è una tappa fissa del profondo autunno italiano. Ho perso il conto delle edizioni svolte e di quelle a cui ho partecipato. Tante, in entrambi i casi.
Mi piace tornare perchè è come riaprire la porta della casa delle vacanze, quel luogo magico che conosci bene e dove sai che vivrai qualcosa di bello.
Ad Amarcord ritrovi gli amici, quelli che come te non la smettono di correre dietro alle onde vibranti delle maratone. Li vedo da più di dieci anni, e con loro mi sento viaggiatrice nel tempo e nello spazio.
Alcuni hanno messo su famiglia e per un po’ hanno diradato gli impegni sulle assi delle piste. Ma poi tornano, sempre, con nuovi ingredienti che rendono la maratona ancora più accogliente.
Oramai sono previsti i servizi di baby sitting, si può ballare anche al mattino, per venire incontro alle esigenze di tutti – genitori compresi.
Ci tornerò fino a che mi accetteranno, perchè Amarcord è casa. Conosco ogni centimetro della pista, gli spazi dove è bene sostare e quelli che non funzionano. C’è l’area vip, vicino alla postazione del dj, dove prendono posto quelli che possono… e quelli che hanno faccia tosta e coraggio.
Fila tutto liscio, organizzato come un’orchestra che segue le sapienti mani del suo direttore. E se qualche strumento stecca, si rimedia subito.
Poi Amarcord è Bologna.
Al mattino dell’arrivo, puntuale, ci scappa il giretto in città: tortellini per gli amici da portare a casa, un piccolo shopping in quei negozietti belli che hai scoperto durante il soggiorno precedente, un gelato godurioso nel tuo posto segreto.
Sono una veterana oramai.
Ma ogni volta felice come la prima, grata di esserci e di godermi quelle tande magnifiche che, ad Amarcord, ho sempre avuto la fortuna di ballare!
La decima edizione: un bivio. O si evolve e si sboccia in una nuova epoca o si sfiorisce. Colegiala ha scelto il Big Bang!
La Colegiala ha festeggiato il suo compleanno con una festa che ha scritto un nuovo punto di partenza per le maratone che verranno.
Ma veniamo ai fatti. Il cambio di location sulle prime mi ha preoccupato, sono un’abitudinaria. Colegiala era la colonia della Fiat, la Torre circolare, le ridicole stanzette con il bagno in comune, l’ascensore che due volte su tre non arrivava. Nonostante il poco appeal sotto l’aspetto prettamente “logistico”, tutto il contesto era semplicemente favoloso. La spiaggettina di fronte alla sala pranzo, il baretto dei caffè del mattino e delle infinite chiacchiere tra amici, la pista da ballo così bella e spaziosa.
Colegiala era un marchio di fabbrica.
Al decimo compleanno ha traslocato in un complesso residenziale a 4 stelle, dentro una pineta di altissimi pini marittimi, circondata da verde. C’era la Spa, il mare incazzoso a due passi, un’atmosfera di fine fine estate che accarezzava l’umore.
La stanza d’albergo era una vera stanza, il servizio di ristorazione come MAI goduti in questi lunghi anni di trasferte tanguere. Una qualità nell’offerta alimentare, nel servizio, negli spazi a disposizione che hanno lasciato tutti i partecipanti senza parole.
La squadra è sempre la stessa, meno male!, rodata dopo lustri di maratone organizzate e, anche in questo caso, non ha sbagliato un colpo. Sabato mattina a modificare i posizionamenti delle sedie per favorire gli ingressi in pista e permettere almeno un minimo sindacale di mirada. Tutto ciò che andava sistemato è stato corretto con piccoli aggiustamenti per dare a tutti il comfort e la piacevolezza di sempre.
La pista perfetta, morbida il giusto, nessun mostruoso mal di piedi alla fine delle danze. E le colonne hanno fatto il loro aiutando i maratoneti a seguire la ronda. Top!
Anche la serata a tema, un topos irrinunciabile di Colegiala, è stato pensato per agevolare quelli come me che sono poco creativi quando si tratta di mascherarsi.
Abbiamo assistito a due pomeridiane da incorniciare, le mie prefertite, dove un Piscitello ha creato un’onda di energia vibrazionale di cui tutti ci siamo accorti. Dieci minuti di applausi alla fine della sessione lo hanno testimoniato.
E poi, il Re, monarca assoluto del mio cuore tanguero, il caro Mauro Berardi, che ha risposto tanda dopo tanda alle gioiose provocazioni del suo predecessore.
Avevo qualche perplessità si potesse perdere il “dna Colegialo” cambiando sede, invece mi sono dovuta ricredere, semplicemente abbiamo fatto upgrade, dalle superiori all’università, questo è il nuovo spirito.
Per l’anno prossimo devo ricordarmi il costume che la Spa mi attende.
E a tutti gli organizzatori attenti: l’asticella si è alzata. E di molto.
A fine evento Ale Parise mi ha detto: «Cerco di imparare dai miei errori e di fare meglio». Se questo è il metro, l’ultima edizione di 800 Tango Party l’ha vinta: meglio della precedente in ogni dettaglio.
Tre giorni di festa nell’ex Teatro Verdi di Ferrara, una sala circolare con la pista al centro — non il luogo più ovvio per mirada e cabeceo, ma con buona volontà si trova sempre il modo.
Per la mia seconda edizione ho scelto di posizionarmi sulla scalinata che porta alla pista, osservando dall’alto. Da lì, l’onda che si gioca in pista arriva con un riverbero amplificato, l’energia dei ballerini si espande raggiungendo i punti più lontani.
Ho ignorato il cartello che indicava “via di fuga,” perché, se so muovermi a razzo in pista, so anche sgomberare una scala. (Un’auto-giustificazione che nessun addetto alla sicurezza accetterebbe, ma che mi ha permesso di godermi al meglio le serate).
La formula collaudata della due giorni si è arricchita del venerdì, traghettando il “party” in una piccola maratona.
Valentina Ialacci — napoletana verace — ha acceso la milonga del venerdì: il suo set mi ha regalato le prime vesciche ai piedi e un entusiasmo contagioso. Dalla mia “piccionaia” non ho visto volti delusi: l’energia ha roteato luminosa per tre giorni.
Così è partita questa brillantissima edizione migliorando la sua già rodata e funzionante macchina organizzativa.
C’entra anche il cibo? Molto probabile! Tra una prelibatezza e l’altra, abbiamo condiviso tandas e litri di sudore, perché la “settembrata” ferrarese ha raggiunto temperature africane.
Questo lunedì mi pesa le ore non dormite sono tutte dipinte sul mio volto, ma nonostante questo resta quella speciale beatitudine che il tango ti sa dare.
Le pause servono, hanno sempre un senso se si usano nel modo giusto. Dopo la pandemia è la seconda volta che ho smesso di ballare prendendomi un mese sabbatico.
Luglio mi è scivolato dalle mani: al mattino ho nuotato nella piscina all’aperto, sono stata ad un concerto, ho fatto un weekend a Veglia – da cui mancavo da tantissimi anni- una gita bellissima in mare, un’altra gita a Pirano arrivandoci in battello. E ho passato molto tempo da sola, in silenzio, tra me e me.
La pausa dalla vita sociale e dai social che oramai ne fanno parte, mi ha permesso di ritrovare il filo che unisce le mie parti più profonde, a volte anche oscure, ma integranti.
Ok, questa è la premessa. Poi, agosto è ripartito alla grande con una bellissima milonga a Parma: Violetas.
Una milonga molto conosciuta in un crocevia ideale per il centro- nord Italia, Friuli Venezia Giulia escluso: per noi 3-4 ore di macchina sono una costante.
È stata la mia seconda Violetas. La prima non è andata benissimo. Non ho quasi ballato, nonostante conoscessi -di vista e non solo- praticamente tutti i partecipanti.
Così, spinta da una certa voglia di riscatto (e anche dalla correttezza degli organizzatori), ho deciso di tornare. E ho imparato che le seconde chances vanno sempre concesse.
La seconda Violetas, anche per me, è stata come me l’avevano sempre descritta: una bellissima festa.
La location è incantevole: si balla in uno spazio al coperto ma senza le pareti, arioso e piacevole. La struttura che ospita la milonga è un ristorante attrezzato per matrimoni e banchetti e, a cena (fa parte del biglietto d’ingresso), si viene coccolati con un’offerta alimentare ricca, varia e di grande qualità.
L’unico neo è il pavimento di piastrelle che a fine serata si fa sentire su piedi e articolazioni. Ma tutto non si può avere.
I padroni di casa sono stati davvero molto gentili, augurandomi una bella pomeridiana. Così è stato. E sono rimasta davvero molto soddisfatta.
A Violetas si incontrano tangueros emiliano romagnoli, ovviamente, ma anche milanesi, toscani, veneti e non solo un mix stimolante e irrinunciabile. La formula pomeriggio+notte è assolutamente vincente, soprattutto per chi viene da lontano: si può fare una scorpaccitata di ottimo tango.
Dall’esperienza Violetas ho tratto una lezione che conoscevo molto bene, ma che ho dovuto ripassare: se non balli la colpa sei tu.
Devo ammetterlo: il mood energetico del ballerino, uomo o donna che sia, influisce pesantemente sulla scelta del partner.
L’energia che mettiamo nell’aria, pur in modo inconsapevole, non ci lascia scampo, parla per noi: se è negativa ci penalizza. Punto.
Credevo di essere di ottimo umore la prima volta. Ero curiosa, entusiasta di partecipare a una milonga che mi avevano tanto decantato. Invece qualche pensiero sotterraneo mi ha offuscato pesantemente. Morale: sono rimasta seduta a lungo.
Nella vita e nel tango è importante farsi un’analisi critica, evitando di dare colpe che spesso sono nostre, al di fuori.
Ho ancora il sapore di buono, quella vivacità e quella gioia che le belle tande ti lasciano addosso.
E pure una graziosa vescica sotto il piede, testimonianza fedele di ore ballate senza fermarmi.
A Parma il tango profuma di buono.
Le Violetas lasciano un segno delicato e profondo di tandas perfette.
Avete mai pensato ai prima e dopo della vostra vita? Quei passaggi epocali per cui, dopo, qualcosa cambia profondamente dentro di voi.
Nella vita ne esistono parecchi, sono pietre miliari, penso al percorso degli studi, al lavoro, ai cambi di lavoro, quando si lascia la casa genitoriale, la convivenza, il matrimonio i figli, l’arrivo del primo animale domestico. Gli esempi sono davvero infiniti.
Poi c’è il tango. Dal primo abbraccio ad oggi, quanto siamo diversi, cambiati.
Ci pensavo tornando dall’ultima maratona. Ho fatto mente locale a quante persone, per lo più estranee, ho abbracciato in questi ultimi vent’anni.
Adesso mi sembra una cosa assolutamente normale, anzi “naturale”, me lo avessero chiesto vent’anni fa avrei risposto “Ehhh abbracciare un estraneo? Non se ne parla!”. Oggi non solo li abbraccio senza provare alcun pudore, ma non mi scompongo minimamente ad appoggiare la mia guancia alla loro, in un atto che, oggettivamente, può essere letto come “intimo”.
L’abbraccio del tango, per me, è stato ed è tuttora, terapeutico.
Studi scientifici dimostrano che abbracciare qualcuno per più di un minuto sviluppa ossitocina, l’ormone del legame, del benessere, figuriamoci quanto ne produciamo nel corso di una sola serata di tango!
Eppure non è solo questo.
Abbracciare significa fidarsi, aprirsi all’altro che non si conosce, dare una possibilità a un incontro senza paracadute. Anzi il paracadute c’è eccome, la fine della tanda. Di sicuro nell’abbraccio del tango il controllo non esiste (balleremmo tutti malissimo), la mente si libera e si connette con parti profondissime che, troppo spesso nella vita quotidiana, restano nascoste, marginali, silenti.
Gli abbracci mi hanno fatta rinascere tante volte, sempre in modo diverso ma altrettanto struggente e profondo.
L’abbraccio del tango, l’ho scritto numerose volte, ha permesso alla mia donna di nascere veramente, di uscire allo scoperto senza che la mia volontà potesse nulla, puro istinto, pura verità.
Quante cose dell’altro si percepiscono in un solo abbraccio, sottilissime sfumature che, se colte, lo avvicinano a noi come essere umano. Difficile fingere, difficile farlo a lungo, la verità dell’essere si svela.
Mi piacerebbe poter contare tutte le persone che mi sono passate tra le braccia, credo che in una vita “normale” non ne avrei mai avuto la possibilità e penso alle emozioni, alle sensazioni che sono scaturite da questi scambi.
Molti si innamorano, non fatico a capirlo, come se il terreno fosse fertile per un incontro che si spinge oltre a una condivisione di passi.
Gli abbracci tornano indietro, ci pensate? Tanto si offre all’altro, tanto si ottiene, a volte anche molto di più, ricevendo una sorta di “affetto particolare” dal nostro partner, in quella tanda. Un calore che entra e, da qualche parte, ci cura.
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