SIX.Q IL TANGO EMERGENTE. Francesco Paglionico e Tamaki Casellato. #ditantointango

Six.Q. Sei domande. Nessun paracadute.

Nel tango la parola “emergente” viene usata con generosità sospetta. Basta un paio di tour, qualche festival internazionale, una manciata di follower e il titolo è servito. Ma emergere da cosa, esattamente? E verso dove?

Quando guardo Francesco Paglionico e Tamaki Casellato, la questione non è la loro età. È la loro postura. Non solo fisica — culturale.

Ballano con un’energia che non chiede permesso, ma allo stesso tempo non fa la rivoluzione per farsi notare. Non cercano l’effetto speciale continuo, e questa, oggi, è quasi una forma di ribellione. In un’epoca in cui tutto deve essere spettacolare, loro parlano di memoria, di ritualità, di “cura”. Parola pericolosamente fuori moda.

Mi interessava metterli alla prova su questo: la generazione nuova è davvero portatrice di altri codici o sta semplicemente rivestendo di giovinezza un linguaggio antico?

E ancora: cosa resta quando l’entusiasmo dell’“emergente” si normalizza? Rimane una visione o solo una buona tecnica?

Sei domande per capire se dietro la brillantezza c’è struttura. Se dietro l’energia c’è profondità. Se dietro il talento c’è pensiero.

Le loro risposte non gridano. Non fanno proclami. E forse è proprio questo il dato più interessante.

Perché nel tango non emerge chi alza la voce. Emerge chi, tra dieci anni, sarà ancora lì — a dire qualcosa che non avevamo ancora sentito.

Godiamoci l’intervista a Francesco e Tamaki.

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  1. Ogni coppia di tango ha un “punto zero”. Com’è avvenuto il vostro primo abbraccio e in quale momento esatto avete capito che non sareste stati solo due ballerini che studiano insieme, ma una vera coppia artistica?

    Francesco: Ricordo bene il nostro primo abbraccio di tango. Fu a Napoli al Santa Maradona Marathon 2017, Tamaki aveva 10 anni ed io 14, i nostri percorsi di tango erano in due momenti ben distinti ma quella tanda la ricordo con molto affetto. Diverso è invece il momento in cui abbiamo deciso di ballare insieme, la decisione fu molto veloce e spontanea, e a novembre dell’anno scorso, a tre giorni dalla decisone, stavamo già organizzando le date per i tour.

    Tamaki: La prima volta che io e Francesco abbiamo ballato insieme avevo 10 anni e lui 14. È stato divertente, forse un po’ imbarazzante: non ero abituata a vedere altri giovani nel mondo del tango, ero cresciuta viaggiando e frequentando le milonghe quasi esclusivamente con i miei genitori e i loro amici. Non saprei indicare un momento preciso in cui abbiamo deciso di ballare davvero insieme. Era una sensazione che avevo da tempo, come una certezza silenziosa che prima o poi sarebbe successo. Le nostre esperienze erano diverse, ma in fondo molto simili, e sembravano destinate a incontrarsi. Alla fine non c’è stata una decisione vera e propria: abbiamo semplicemente fatto un passo avanti l’uno verso l’altra.

    2. Se doveste scattare una fotografia concettuale della vostra idea di tango oggi, che elementi ci sarebbero? Privilegiate la ricerca estetica e coreografica o la connessione viscerale e improvvisata -e in quale momento una delle due prende il sopravvento sull’altra?

    Francesco: Nella mia fotografia trovereste sicuramente degli studenti a ripetere all’infinito tutti i movimenti. È difficile per me privilegiare uno o l’altro. Nella mia dinamica sicuramente si trova tanta tecnica per migliorarsi esteticamente e tanti esercizi per migliorare il proprio sentire viscerale, che senza dubbio è quello che prende sempre di più il sopravvento.

    Tamaki: Penso che nella mia fotografia ci sarebbero un abbraccio stretto, contrasti di luce e ombra, persone che chiacchierano sullo sfondo e un movimento sospeso, come uno scatto rubato. Un’immagine viva capace di raccontare un momento autentico. Per quanto riguarda ciò che cerchiamo, per me la parte estetica è sicuramente molto importante, ma la connessione, l’improvvisazione, la complicità della coppia e soprattutto l’impatto che riusciamo ad avere sugli altri vengono prima di tutto. Credo sarà sempre così. Il desiderio di trasmettere ed esprimere ciò che provo resta al primo posto, e poterlo fare attraverso il ballo, è un sogno.

    3. Sentite di stare costruendo qualcosa che parla a un’altra generazione, con altri codici emotivi e corporei? Cosa c’è nel vostro modo di ballare che un “boomer” del tango non riuscirà mai a replicare — non per limiti tecnici, ma per visione? In cosa la vostra energia è figlia del vostro tempo?

    Francesco: Beh forse dovrei rispondere di sì, ma sicuramente no, non credo. La milonga mi ha sempre affascinato perché la trovo un luogo senza tempo, così come il tango. I cosiddetti “boomer” non penso possano replicare nulla, e dunque tutto, della nuova generazione. Riuscirebbero sicuramente a replicare tutta la tecnica e nulla del nostro sentire, come penso che anche io non riesca a sentire per la mia visione quello che sentano i miei studenti principianti di qualsiasi generazione appartengano. Per concludere non penso che il sentire a livello viscerale possa appartenere ad una generazione e non all’altra.

    Tamaki: Non penso di star costruendo qualcosa di completamente nuovo, credo piuttosto che in noi ci sia il tentativo di portare avanti un’anima molto antica in corpi nuovi e giovani. Personalmente non individuo dei “boomer” del tango, ma forse una cosa che per qualcuno di un’altra generazione potrebbe risultare difficile, è lasciare emergere la propria parte bambina, quella più genuina, che vuole divertirsi e che non si preoccupa troppo dello sguardo altrui. Da parte mia c’è meno bisogno di “controllare” l’istante, e più desiderio di viverlo davvero.

    4. Essere “emergenti” è una fase elettrizzante ma faticosa. Tra cinque anni, dove sognate di aver portato il vostro stile? Puntate ai grandi palchi internazionali o a lasciare un segno nel modo in cui la gente balla in pista?

    Francesco: Emergenti è forse l’unità di misura temporale più lunga che io conosca, soprattutto per percezione. Tra cinque anni spero di aver raggiunto altri tanti palcoscenici internazionali per bravura tecnica ma soprattutto didattica. Quindi, come dire, spero di raggiungere entrambi gli obiettivi.

    Tamaki: Tra 5 anni, spero che avremo la capacità di ballare lo stile che più ci rappresenta in ogni momento, senza sentirci legati a un’unica forma. Mi piacerebbe avere la flessibilità di variare, portare sempre qualcosa di nuovo e riscoprirsi continuamente senza stancarsi mai. I grandi palchi sicuramente attraggono, e forse li attraverseremo, ma il desiderio più profondo, oltre al semplice piacere e il portare avanti questa passione, è lasciare un segno nelle persone che ci incontrano, seguono e che ci guardano ballare. Far provare emozioni, trasmettere conoscenza e consapevolezza, suscitare sensazioni e, soprattutto, non nascondere mai ciò che siamo, che sia su un palco sotto i riflettori o in pista, circondati da altri ballerini.

    5. Qual è la rinuncia più grande che avete dovuto fare per dar vita a questo progetto di coppia e qual è, invece, il “marchio di fabbrica” che volete che il pubblico riconosca ogni volta che entrate in pista?

    Francesco: Probabilmente le rinunce più grandi, oltre al sonno, sono le possibilità che convengono a te ma non al progetto comune. Penso anche però che quando si sogna e si crede tanto in qualcosa non si può chiamare veramente “rinuncia”. Il “marchio di fabbrica” della coppia penso che venga molto naturale e spontaneo e penso anche che Tamaki ed io non lo abbiamo ancora. Sono sicuro però del nostro “marchio di fabbrica” a livello didattico.

    Tamaki: Non c’è stata una grande rinuncia, ma piuttosto un lavoro fatto di pazienza comprensione e ascolto. Stiamo cercando di costruire qualcosa insieme, siamo solo all’inizio di questo percorso. Il tempo, lo studio e le esperienze condivise ci daranno molto. Il nostro marchio di fabbrica non è ancora definito, ma quello a cui aspiro è arrivare ad avere un ballo e un’espressività che non puntino ad impressionare per forza nell’immediato, ma che sappiano restare dentro chi ci guarda. Un tango che lasci una traccia più emotiva che spettacolare e che parli di noi.

    6. C’è qualcosa del tango “di prima” che difendereste a denti stretti, anche se oggi va fuori moda?

    Francesco: Non trovo nulla del tango “di prima” che mi sento di difendere rispetto altro. Trovo che tutto il tango “di prima” vada difeso proprio perché ci ha portato al tango unico e complesso dei nostri giorni.

    Tamaki: Ciò che personalmente più difenderei del tango sono le tradizioni. Non come regole rigide, ma come una memoria viva del corpo. Avendo avuto la fortuna di crescere nel mondo del tango, ricordo ancora quando da bambina vedevo tutti quei vecchi signori in abito elegante e mi chiedevo come mai fosse così importante vestirsi in un certo modo, salutarsi con rispetto, aspettare uno sguardo prima di entrare in pista. Solo dopo ho capito che non era formalità: era cura. Le tradizioni ci ricordano da dove veniamo, ci insegnano l’ascolto e il rispetto, non solo come ballare, ma come stare in relazione. Anche quando il tango cambia forma, credo sia fondamentale non perdere quel senso di ritualità che lo rende un linguaggio condiviso, riconosciuto e sentito da tutti i ballerini. Senza le tradizioni il tango rischia di diventare solo movimento; con esse, resta relazione.

    Pimpra

    Brescia Tango Maraton. Tredicesima edizione. Numero sospetto #ditantointango

    Io ci ho messo dentro mirade assassine, una pista larga abbastanza da non pestare nessuno e una colazione da Massari che definirei atto filosofico.

    La mia ultima partecipazione risaliva al 2018, in epoca precovid. Periodo aureo delle maratone.

    Ho trovato cambiamenti, decisamente migliorativi: la pista più grande, la gestione di tutta la parte ristorativa molto più fluida e funzionale del passato. Si vede che l’esperienza ha insegnato migliori prassi.

    Quanto alla popolazione dei partecipanti, una bella sorpresa anche lì: un bel misto mare di italiani, francesi, spagnoli. E chi se lo aspettava!

    Quanto all’energia sul piso direi molto bene, a mio parere un crescendo dalla pomeridiana di sabato ai fuochi tangueri della domenica pomeriggio, condotti dall’italo, oramai francesizzato, dj che ne sa una più del diavolo. Indovinate voi di chi sto parlando.

    Mi sono gustata particolarmente i mix di stili che ho ballato in questa maratona: dai classici “maratoneti”, ai più intimisti “milongueros” ma con brio (altrimenti che noia!) ai “mistomare” che non si sa esattamente quale mondo preferiscono abitare e, meglio così.

    Niente gruppi dei famosi, una bella sala dove non abbiamo fatto fatica a lanciare e ricevere mirade assassine, quelle che vanno a segno a molti metri di distanza e, per questo, danno molta soddisfazione.

    Ci aggiungo la colazione della festeggiata dal maestro pasticcere Iginio. E che dire? La ciliegina sulla torta. Ops, era pure il mio compleanno. Fine settimana perfetto.

    E no, il 13 non porta sfiga!

    Pimpra

    Nessuna conferma, solo l’abbraccio. #ditantointango

    Ci sono weekend che “risanano”. Il selfie scattato sotto al tabellone delle partenze, lo sguardo complice della tua amica e si sale sul treno, con l’ebbrezza di un’avventura che sta per iniziare.

    La destinazione è molto familiare. Bologna oramai profuma di casa, l’Emilia Romagna lo sta diventando. Ho perso il conto di quante volte sono tornata portandomi indietro gioiose sensazioni, quella leggerezza che ti rende i ritmi settimanali, meno pesanti.

    La gita, come amo chiamare queste fugaci trasferte, ha avuto due punti focali: la mia prima volta alla Milonga Sì, e il graditissimo ritorno a Ferrara all’Ottocento tango party.

    Qualcosa mi deve essere accaduto, di molto piacevole, come se un’energia sottile e luminosa avesse inondato il mio essere. Ho ballato tanto, ho ballato bene, in sintonia con me stessa, e con l’abbraccio che mi cingeva.

    Quando parto ho imparato una cosa: non devo avere NESSUNA aspettativa. E così ho fatto.

    La prima bella sorpresa l’ho vissuta in Milonga Sì, luogo che da tantissimo mi aveva affascinato e dove volevo andare.

    Per le ballerine della mia età, mi era stato detto da più parti, ballare è molto difficile. Si tratta di una milonga molto quotata e popolata di giovani.

    Mi sono presentata così, con la curiosità di vedere più il luogo che con l’intenzione di ballarci e lì il “miracolo” si è compiuto. Ho ballato, tanto da dovermi fermare per sopraggiunta vescica.

    Quanto pesa l’equilibrio interno su ciò che gli altri percepiscono di noi. Ho la consapevolezza di aver lanciato mirade che non lasciavano scampo. Il mio sguardo diceva nettamente “Desidero ballare con te”. Loro hanno risposto, non hanno scartato, hanno accettato l’invito e la tanda si è rivelata uno scambio potente.

    Mi è chiaro che posso andare a segno solo se, in quello sguardo, non c’è esitazione su chi sono. Nel senso che non cerco conferma di me – nè come ballerina, nè come donna- in quegli occhi che si incrociano.

    La sfida sta qui: nell’essere viva nel mio centro. Poi, la realtà mi può solo sfiorare, un invito che non va a segno, o toccarmi in modo gentile, ma non mi scalfisce. La mia identità resta solida. Beh, questa è una enorme conquista.

    Ciò che ho vissuto la dice lunga su due aspetti: sempre fare l’esperienza in prima persona, evitare di affidarsi al “si dice”. Ogni milonga è sempre una nuova milonga: una volta l’energia gira in un verso e coinvolge tutti, un’altra gira in modo opposto e magari si rimane in attesa.

    Poi c’è stata la trasferta in in provincia di Ferrara, dove Alessandro Parise ha organizzato il suo party annuale presso il suo ristorante.

    Ancora oggi mi chiedo chi glielo faccia fare di accollarsi tutta quella fatica per mettere in piedi un evento di 10 ore dove non manca assolutamente nulla.

    Credo sia stata la mia terza volta, e posso confermare che l’asticella è sempre lì, in alto, non è scesa.

    Il livello medio di ballerin* capace di soddisfare palati esigenti, un buffet ricco e continuativo con prelibatezze che sono il marchio di fabbrica dell’evento.

    Mi piacciono gli eventi dove c’è cura, delle persone, del loro benessere.

    A voler essere puntigliosi il pavimento appiccicava. La sola pecca in un’architettura organizzativa brillante. Con un po’ di talco e le finestre aperte, questo fastidio è stato contenuto.

    Questo weekend mi ha lasciato più ricca, se non fosse per lo shopping a cui non riesco a sottrarmi, con una certa consapevolezza che mi nutre in profondità e, di sicuro con qualche etto di troppo che in Emilia Romagna non si esce indenni.

    Pimpra

    UN BATTESIMO TARDIVO: LA MILONGA SI’ #ditantointango

    Image credit DIEGO BILLI

    Se parli di tango e pensi a una città che ti offre il mondo quella è Bologna. In tutta l’Emilia Romagna si balla stra bene, va detto, ma il capoluogo merita una menzione speciale.

    Le milonghe fioriscono come i fiori sul prato a primavera, ma, a differenza di altre città, riescono ad avere ognuna la sua sfumatura, il suo colore: se altre sono il regno della convivialità urbana, la Milonga Sì mette in scena il pathos del dramma teatrale, dove ogni tanda sembra un atto messo in scena solo per noi.

    Sono stata rapita dai bianco/neri di certe foto che ritraevano volti immersi in una dimensione surreale, giochi di chiaroscuri e luci che venivano assorbite e rimbalzate dal nero pece sbiadita delle assi di legno di un teatro. Questa è la sede di Milonga Sì, la pancia di un teatro capace di scomporsi e ricomporsi per le diverse esigenze che l’arte richiede.

    Avevo una curiosità potenziata da mesi di attesa, immagini e racconti che mi rimbalzavano nella memoria, accendendo il sacro fuoco della passione.

    Un sabato sera umidiccio in una Bologna vivace e giovane, ho finalmente varcato la soglia.

    Lasciato alle spalle il minimalismo moderno dell’ingresso si sprofonda nel ventre caldo del teatro. Le pareti sono vive, agghindate con uno spartito regolare di mantegne, tiri a corda, americane che sparano coni di luce soffusa. L’atmosfera della sala è l’incanto della milonga.

    Un sabato di pomeridiana che scollina fino alla notte con 10 ore filate di tango, due tj session. Nel mezzo si può fare una pausa, per coccolare anche il palato, rifugiandosi nelle trattorie che si affacciano su San Vitale.

    Milonga Sì è sicuramente una delle tappe da fare a Bologna. Raccoglie tangueros dal centro Italia, fino al lontano Nord Est.

    Tutti desiderano parteciparvi, ed è ben comprensibile, la pista nel pomeriggio è molto popolata. Forse troppo per permettere lo sfilare leggero delle coppie. Nelle intenzioni della padrona di casa, in questo modo si sperimentano tutte le sfaccettature dell’andare in milonga: dal momento super popolato, a quello in cui le coppie iniziano a ritirarsi e lo spazio prende maggior respiro.

    Personalmente, ho preferito la seconda fase, meno caotica e decisamente più piacevole.

    Un battesimo decisamente tardivo, il mio. Ma di assoluto effetto.

    Pimpra

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