AL GALOPPO

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Credo di averlo letto da qualche parte, a inizio d’anno, quando, tra il serio e il faceto, si sbirciano le riviste o gli articoli degli oroscopi: il 2015, sarà un anno di grandi cambiamenti, di svolte.

Ridevo pensando a quante cazzate scrivono per vendere, a come sia facile fare l’aruspice moderno, cambiamento qua, novità là, preparatevi, state pronti…

I mesi passano e la vita ti resta appiccicata come farina bagnata, uguale a se stessa e piuttosto noiosa. Un giorno dopo l’altro, scivola senza emozioni, senza sussulti. Il solito, le consolidate  abitudini condite di nuovi rompimenti di palle (perdonate il francesismo).

Alla faccia delle novità. E, con questa pessima attitudine, è meglio- pensi- che rimanga tutto stantio com’è, che se muta, lo fa in peggio…

Arriva, finalmente l’estate, il momento dell’anno in cui punti sul tuo cavallo vincente, spendi in una manche il denaro che hai conservato per l’occasione e… voilà, il tuo cavallo resta impigliato nella griglia, non si muove, non galoppa.

Ma che sorpresa.

Legge di Murphy, tanto ci sei abituato e, senza più un soldo, ti appresti a farti galleggiare fino all’autunno…

Invece, di punto in bianco, il tuo destriero tira su la testa, scuote la criniera e si mette a galoppare. Cazzo, quanto va veloce. Certo, gli altri hanno già finito la corsa e tu hai perso comunque, però il tuo cavallo ti sta proponendo una performance imprevista, alla quale non sei preparato.

Sticazzi se corre veloce.

E così, tra il lusco e il brusco, tutto lo scenario cambia e ti ritrovi come un fesso a fissare una linea d’orizzonte che ti è completamente nuova, estranea.

E’ così che va la vita, un’altalena tra il fango e la cenere, tra le stelle e lo champagne, tra prati e mari in tempesta…

Evviva… o sticazzi…

Pimpra

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MARATHON CONVENTELLO HOUSE: LA WOODSTOCK DEL TANGO ROMAGNOLO

HORSES

Sapevo già cosa avrei trovato, mentre, sotto alla canicola, armavo il camper per la trasferta nella ridente terra di Romagna.

La maratona bucolica più bella che ci sia, in mezzo ai campi, tra le balle di fieno utilizzate nei modi più creativi, a casa di una famiglia specialissima che i “Bradford” dell’epoca, gli fanno un baffo…

Il mio sogno di inizio estate e quello di coloro che, insieme a me, hanno condiviso l’esperienza.

Parlare di tango è riduttivo, anche se sempre presente, a tutte le ore del giorno e della notte: sudatissimo, abbracciato, fuso nei corpi dei convenuti, o, meglio, dei “Conventelli”.

Oramai siamo una famiglia.

Quando riesci a scambiarti senza pudore alcuno, litri e litri di sudore, puoi ben dire che sei in intimità con l’altro.

Così come quando una ciabattona infradito amoreggia con un tacco a spillo… tutto è lecito, nulla  fuori posto, nemmeno il bermuda con il fantasmino… [beh… forse… quello 😉 ] e la gonnellina di pareo svolazzante.

Non ci siamo fatti mancare nulla, compresa una spassosissima lezione di burlesque, improvvisata da allieve e allievi che, coraggiosi, si sono messi alla prova davanti a tutti.

E le risate… quanto abbiamo riso…

C’era tutto ciò che si può desiderare per stare bene, in compagnia di tanti come te, che hanno una passione in comune e una strepitosa voglia di vivere.

Un ritrovo alla Woodstock in versione romagnola, quindi ancora più caloroso, affettuoso e dirompente.

Mi porto a casa un cuore gonfio di allegria, di tandas che ti restano nella memoria, di magliette strabagnate, di terra, di fieno (ovunque!), di amici vecchi e nuovi in un accordo musicale che ha armonizzato tutto questo in un equilibrio perfetto.

E’ doveroso ringraziare pubblicamente il grande cuore di Cristina e di tutta la sua famiglia, amici e collaboratori compresi, che ci ha aperto casa sua, conducendoci, una volta in più, dentro a una bolla di estatico piacere…

Pimpra

Ps: va doverosamente segnalato che, per ottenere “l’effetto Woodstock” ci hanno messo lo zampino ben 20 TJ che si sono alternati alla consolle. Inutile dire che, più di tandas e cortinas, ci hanno regalato veri fuochi d’artificio! BRAVI!

#TTYT 2015. BRILLIANT EDITION

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Ballare il tango argentino è una grande fortuna.

Innanzitutto sviluppa un alto tasso di benefiche endorfine che servono a lenire, ringalluzzire i nostri corpi stanchi e le nostre menti appannate. Aiuta a mantenersi elastici, fisicamente attivi e… non solo.

A prescindere da tutti questi positivi effetti, consente l’incontro, lo scambio e la condivisione con anime davvero molto speciali. Non si passa solo il tempo a cercare la tanda con il ballerino perfetto/a, si parla.

E non solo di grandi/piacevoli/leggere cazzate. Si parla. Di intimità profonde, di vita, di esperienze.

Se, accanto a tutto questo aggiungi un evento che ti coinvolge per tre giorni, a casa tua, circondato dagli amici più cari e da quelli che conoscerai per la prima volta, in location che esprimono al meglio la tua città, con i suoi paesaggi  i suoi colori i suoi sapori… beh… ma che ve lo dico a fare???? Non vi siete già iscritti al vostro primo corso di tango argentino? No? … peccato per voi!

Torno da una festa che definire grandiosa è poco, perchè, più dei fuochi d’artificio (che pure ci sono stati in pista), è stato un evento così pregno di amicizia che mi sembra quasi impossibile di questi tempi moderni.

Adesso la “traggedia” è viversi la settimana in gabbietta, chiusa tra le mura dell’ufficio che mi fanno sentire sempre più prigioniera… sempre più…

Tutto questo per dire GRAZIE agli Amici triestini che ci hanno regalato un’altra indimenticabile edizione del Trieste Tango y Tú.

… coraggio mancano poco più di 360 giorni alla prossima edizione!

😀

Pimpra

 

COME PERDERE L’ECCELLENZA: IL CASO DEL BURLO GAROFALO- post di denuncia #malasanità

d9_2_hospital_symbolNon si può sempre tacere ed accettare che le cose migliori che la città ha saputo costruire negli anni, poco a poco, perdano la qualità, il prestigio e il senso che avevano.

Oggi voglio denunciare, e so perfettamente di utilizzare un verbo dalle tinte forti, il degrado dei servizi dell’ospedale pediatrico infanitle della mia città, il Burlo Garofalo.

Premetto che mi duole il cuore ad utilizzare parole tanto dure nei confronti di una struttura ospedaliera amatissima in città. Praticamente tutti i triestini sono nati lì, da generazioni.

La crisi, i riassetti della sanità hanno, purtroppo, minato le basi del duro lavoro dei medici ospedalieri, e di tutti coloro che ruotano nel mondo dell’ospedale, dal personale amministrativo a quello infiermieristico ecc.

La mia esperienza che, purtroppo, è stata confermata dai racconti di altre donne, è che, il trattamento riservato alla paziente adulta, rasenta livelli di intollerabile sopportazione.

Il fatto: dovevo fare un’isterescopia. Un esame banalissimo, di routine.

Tempi di attesa: bibilici. Nel mio caso 2 mesi e mezzo.

Il giorno dell’esame, vengo ripresa dal ginecologo che avrebbe eseguito il prelievo, il quale parte con una manfrina sull’inutilità dell’esame dal momento che, in ragione della mia età, era molto normale avere ciò che avevo e che tanto avrei dovuto prendere degli ormoni.

Resto sbalordita e replico che la mia ginecologa era di opposto parere. Poi, tanto per farmi sentire a mio agio, mi preannuncia che avrei provato parecchio dolore e che, non avendo io avuto figli, l’esame era piuttosto difficoltoso da eseguire. Il tutto brandendo un aggeggio che sembrava un kalasnikov…

Temendo il peggio, stoica, ho replicato che il dolore l’avrei saputo gestire ma che facesse il prelievo.

A onor del vero, siccome la tensione tra il medico e me era palpabile, le infermiere dello staff, hanno cercato di tenermi tranquilla ed io, onde evitare di attivare tutti i muscoli del mio corpo, ho deposto le armi dialettiche, replicando con battute di spirito che hanno fatto sorridere il cerbero ginecologo.

La morale della mia storia è che, quel qualcosa va tolto e che, la sottoscritta, si è ben guardata dal tornare nell’ospedale della sua città, dove sono nati quasi tutti i triestini, preferendo “emigrare” nel vicino centro ospedaliero di Monfalcone.

Ho creduto di essere sbarcata sulla luna: personale gentilissimo, disponibile, struttura in perfetto ordine, il primario (addirittura!) che mi ha trattato come la più importante delle pazienti.

MORALE e poi smetto:

se una persona SCEGLIE o si trova a lavorare nella sanità, che sia il primo gradino della scala o il gotha dei professoroni, HA OBBLIGO  di tenere sempre a mente che le persone che DEVONO per qualche ragione frequentare la struttura, NON STANNO BENE.

Pertanto, non hanno nessuna voglia/desiderio/forza di sopportare/supportare le frustrazioni di coloro che, all’ospedale, ci lavorano. E so che sono tremende, e difficili da gestire, ma NON VANNO MAI RIVERSATE SUL PAZIENTE.

Perchè, se il mio spirito di sopportazione è basso o è diventato basso, DEVO cambiare mestiere dal momento che la mia professione E’ e RIMARRA’ sempre UNA MISSIONE.

E con questo, passo e chiudo.

Pimpra

LA MIA FAVOLA MODERNA. PARTE 3° (e non è finita)

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Ieri sera mi ha telefonato, una voce squillante e sicura che poco aveva a che fare con l’uomo timido reincontrato qualche mese addietro.

“Buonasera Michaela! Sono XXXX. Mi ha fatto tanto piacere incontrarti e mi scuso davvero per il mio modo brusco, da istrice, in famiglia mi chiamano così”.

“Non ti preoccupare, ricordavo bene come eri orso all’epoca e, con il tempo, non potevi che peggiorare!”

Ridiamo.

Parte immediato l’invito per il giorno seguente, un caffè alla tale ora in tal altro luogo. Non faccio nemmeno a tempo di dirgli che dovrò prendere un permesso che scatta immediato l’invito a cena.

Mitigo il suo desiderio incontenibile di incontrarmi, ripristinando l’incontro per il caffè.

Ci salutiamo.

Non so cosa aspettarmi da questo incontro al buio. La memoria si ricollega al passato, ripensa al bel tempo dell’Università, a come era piacevole la mia vita di allora, anche se difficile e confusa e, a volte, triste.

Arrivo puntualissima, anche se la mia donna avrebbe preferito presentarsi con qualche minuto di ritardo. Lui non c’è. Mi viene da ridere “Si vendicherà del primo appuntamento “bucato”  “, penso tra me e me.

Dopo un piccolo istante lo vedo, è già all’interno del bar, deve esserci sgattaiolato mentre io guardavo il cellulare per distogliere l’attenzione della gente. Non mi piace essere osservata mentre aspetto qualcuno.

E’ molto più vecchio della polaroid mentale che gli avevo fatto un mese addietro. E’ vestito elegantemente, con una camicia di crepon di seta ocra pallido, cravatta vintage in perfetto cromatismo su pantaloni di velluto a costa larga, marrone scuro. Al braccio tiene un montone grigio lungo e in mano il Manifesto.

Mi saluta, baciandomi per finta le gote, perchè il contatto cade sulle reciproche tempie. “Che modo curioso”, penso “non poteva che essere così”.

Prendiamo posto in un tavolino, dove lui cede a me il posto migliore, quello che guarda fuori dalla finestra, la vita degli altri, dei passanti quasi sempre affannati da vite trascorse a correre dietro a qualcosa che non si conosce.

Capisco che lui non vuole vedere tutta quella gente, preferisce voltare le spalle a loro, alla società che gli scivola dietro.

Abbiamo passato insieme un’ora di orologio. Sessanta minuti riempiti in ogni secondo. Di filosofia, di arte, di pensiero, di cultura.

Ho ritrovato quell’uomo tanto straordinario quanto assolutamente fuori da qualsiasi schema si possa pensare cercando di inquadrare un essere umano.

Egli è un uomo libero. Forse il solo che io abbia mai avuto il piacere di conoscere. Un visionario, un pensatore, una mente brillante, nonostante ci separino ben 30 anni di vita, di storia,  di respiri.

Ci rivedremo, è certo. Per dare ordine e forma a tutto quello che abbiamo voglia di raccontarci, di condividere e di pensare insieme.

Lo troverò scrivendogli un biglietto.

Lui mi chiamerà al cellulare di cui, orgogliosamente, mi ha recitato tutte le cifre che lo compongono.

Un uomo raro e difficile, come certe gemme di diamante.

(TO BE CONTINUED)

Pimpra

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LA MIA FAVOLA MODERNA – (post lunghissimo!!!)

Drogheria da Toso Trieste

Se non siete mai passati a Trieste, vale una gita.

Non solo il meraviglioso castello bianco di Miramare, i culetti, le tettine al vento e gli addominali scolpiti della “Muleria” della riviera barcolana, un paninazzo di cotto caldo in crosta di pane, kren e senape o una frittolina con la crema, solo per citarne –  casualmente – alcuni.

A Trieste bisogna venire per fare un tuffo dove il tempo si è fermato, la drogheria da Toso.

Ci scrissi già tempo addietro, qui, perchè nella più bella drogheria che io conosca, accadono sempre cose mirabolanti…

La mia favola moderna.

Sotto le feste ci vado a fare la mia spesa di spezie ed altre amenità, ben consapevole che, entro con una lista di cose, ed esco con una quintalata di roba in più. Perchè il bello di Toso è che, mentre sei in fila, ascolti la comanda delle altre persone che, di norma, acquistano sempre articoli strani, di cui tu non eri a conoscenza, allora chiedi loro a che servono e, ovviamente, ringraziando per il consiglio, ordini anche te lo stesso.

Stavo per pagare il mio conto, dopo aver disquisito con una fila di signore in attesa delle proprietà e del modo d’uso della paprika. (Per la cronaca, ho scoperto che esiste anche quella “affumicata”).

Ad un certo punto vengo rapita dalla voce profonda e senza accento di un signore che fa la sua comanda.

Una voce teatrale, densa, con una sfumatura nel timbro che richiama suoni dell’est europeo, chissà perchè ho immaginato potesse trattarsi di un interprete russo. Lo guardo, rimango colpita dal suo abito, sobrio, d’altri tempi, e da un paio di occhiali decisamente vintage che sembravano disegnati sul suo viso, regalandogli un aspetto ancora più affascinante.

Ha un’età indefinita, tra i 50 e 60 anni.

Chiede dei semi di senape, maledicendo la volta in cui ha comprato un vasetto di Maille che ha trovato disgustosa. Non riesco a farmi gli affari miei, ascolto e, quando l’uomo sta pagando il conto, mi permetto di chiedergli: “Mi scusi la domanda, ma dai semi di senape, come riesce a creare la crema?”. La reazione dell’uomo mi lascia basita, vedo che mi osserva infastidito, come fosse un animale distrubato nel momento del pasto, mi risponde con freddezza e distacco “Bisogna pestare i semi a lungo con il pestello”.

Lo guardo fisso negli occhi e… bam! capisco di chi si tratta ed esclamo “Ma noi ci conosciamo! Università di lettere!”, l’uomo, come fosse colpito da un bastone in pieno viso, indietreggia, fa come per scansarsi e risponde “Non ricordo, non credo”, io insisto “Ma sì certo, lei mi ha regalato una stilografica, una Verbena che ho ancora!!!”.

Al mio entusiasmo corrisponde il suo schernirsi con un “Mi spiace per lei se ci conosciamo” si gira sui tacchi e se ne va, lasciando tutti coloro che hanno assistito alla scena, senza parole.

Mi sono sentita davvero a disagio, perchè non ero stata sgradevole nè maleducata, infatti i gentili titolari della drogheria mi hanno subito rinfrancata dicendomi che quel cliente è una persona davvero particolare.

Non passa molto tempo che torno in drogheria, con mia madre stavolta e… i tre titolari di Toso, felicissimi di rivedermi, mi dicono di avere un biglietto per me, scritto da quel signore così poco gentile che, il giorno dopo era tornato in negozio ed aveva passato almeno mezz’ora a scusarsi per la cafonaggine con cui mi aveva trattato, dicendo che poco dopo essere uscito si era ricordato di me, ma era troppo tardi per tornare indietro a scusarsi.

Ha lasciato un biglietto nel quale mi chiama per nome, cosa che io di lui non ricordo assolutamente, e si scusa per il modo poco gentile che mi ha riservato. Mi lascia il suo indirizzo.

Nessun numero di telefono e a me viene da ridere perchè, una persona così attenta alla privacy, mai e poi mai l’avrebbe dato ad un estraneo.

La situazione accende in me tutte le lampadine dell’allegria: scrivere a un compagno di università che è sempre stato “fuori dal tempo” che non ha mai accettato la modernità che ha sempre detestato la società attuale… lo ricordo bene in sala di lettura, lui ci veniva per scrivere, era già laureato da tempo, è molto più grande di me. Odorava di sapone di marsiglia, nulla più, vestito da uomo di sinistra, con i maglioncini a maglia rasata fatti a mano, la camicia blu, i jeans a tubo blu scuro e le clark.

Anche allora indossava occhiali da lettura molto particolari e scriveva con stilografiche di inizio secolo. Ne ero affascinata, era così diverso da tutti gli altri che vedevo e poi, i suoi quaderni, la carta che avevano. Erano speciali perchè, come molte altre cose, se li fabbricava lui.

Lo avevo approcciato, perchè la mia curiosità non poteva prescindere da quell’essere umano così diverso e speciale, di una timidezza apocalittica che seppi smantellare con il sorriso.

Mi regalò una stilografica che posseggo ancora, e uno dei suoi meravigliosi quaderni. Parlammo di filosofia, di vita, della società.

All’inizio pensavo fosse omosessuale, per certo tipo di delicatezza nei modi, per quella sua “abilità manuale” nel fare tantissime cose (i maglioni, ad esempio), poi, in realtà, ci fu il giorno in cui capii che si stava innamorando di me, putroppo non corrisposto, perchè io amavo sì la sua anima così particolare, ma ero troppo giovane per un uomo tanto complicato.

Rivederlo è stato come essere proiettata negli anni verdi, quelli in cui la tua vita è nella primavera più bella.

Non gli ho scritto perchè il cognome era illeggibile. L’ho cercato in ogni pixel a me noto sul web e nulla, nessuna traccia, nessun segno. Peccato, mi  sono detta.

Ma, il destino ci mette lo zampino e, ieri, ho trovato un suo nuovo messaggio, nel luogo che entrambi amiamo, la nostra drogheria preferita.

Mi dice che non possiede telefono nè cellulare, mi dice di scrivergli.

Oggi ho preso una cartolina che gli spedirò, dicendogli che una lettera lo aspetta, dove lui sa.

TO BE CONTINUED…

Pimpra

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DAL PORNO AL … FORNO (CHE’ A NATALE SI CUCINA!)

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E’ passata poco più di una settimana dalla precedente pubblicazione del post che, fino ad oggi, ha polverizzato ogni record di lettori e provenienze di paesi  che ogni più rosea immaginazione potesse immaginare.

Vi ringrazio tutti, che avete speso il vostro tempo qui, avete avviato discussioni in merito, avete condiviso l’articolo tantissime volte, mi avete dedicato mail con le vostre riflessioni e inondata di apprezzamento.

Grazie.

Non mi capacito ancora di quanto la parolina giusta (porno) e l’immagine strategica a corredo, abbiano scatenato la curiosità. … Bugiarda che sono, lo sapevo benissimo! 😉

Ho deluso alcuni lettori … chissà che bei racconti “porno_soft” speravano di trovare, invece… fa nulla. L’importante è che, il variopinto popolo del tango, si sia fermato per un nanosecondo a riflettere sull’argomento. Poi via andare!  🙂

Oggi è la pre-vigilia di Natale e, non so per voi, ma qui, in gabbietta, ci aspettano i saluti della nostra Queen Lady. Vedremo cosa avrà voglia di dirci.

Per il resto, lo confesso, le mie scarpette e tutta la me che ci sta sopra, attendono con gioia di festeggiare il natale sulla pista da ballo, insieme alla “Famiglia Milonguera”. E’ da tanto che non li incontro tutti, e mi sono mancati, come la zia del cuore che vedi una volta all’anno perchè vive in America! 🙂

L’abito rosso è pronto nell’armadio e, ogni giorno, mi strizza l’occhio ricordandomi che manca davvero poco…

A voi tutti, miei affezionati Lettori, auguro di trascorrere questo tempo in letizia e leggerezza (di spirito, ben si intende, non di forchetta!), grati dell’amore che avete intorno, vi arrivi dalla famiglia, dagli amici, dal vostro animale preferito o da tutti messi insieme.

E che la soavità del nostro spirito sereno ci regali grandi sorrisi!

BUONE FESTE!

Pimpra

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DI TANTO IN TANGO. IL PORNO_TANGO. E IO NON LO SAPEVO

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Si definisce “Porno_tango” quella pratica onanistica, ammantata di tango argentino, con la quale singoli e coppie, si compiacciono di manifestare la parte più estrema e pericolosa del loro narcisismo incontenibile.

Evoluzioni, movimenti, passi e contropassi prodotti all’interno di uno spazio che, dimenticano, non è di loro esclusiva proprietà, con lo scopo finale di mettersi in mostra, nel tentativo – vano- di affermare la loro presenza.

La musica, che dovrebbe essere la magia sulla quale la coppia si muove, per costoro, ovviamente, è un elemento relativamente indifferente, poichè, si tratti di tango vals o milonga, ballano tutto allo stesso modo, con la stessa frenesia.

Ed è proprio la FRENESIA l’elemento che danneggia la ronda poichè costoro, non ascoltano, non si connettono con l’onda generata dagli altri corpi che danzano, ma vanno per conto loro, spintonando, colpendo, fregandosense bellamente se, qualcheduno, ha il piacere della fermata, dell’attesa, della connessione e dell’ascolto o solo perchè il flusso della pista è “bloccato”.

Ballare non significa  correre i cento metri piani, non significa arrivare primi, non significa cercare di dimostrare al mondo quanti si è bravi, quanti passi e combinazioni si possono produrre.

Sono letteralmente basita, sconcertata, inorridita e indignata dal livello di arroganza e di supponenza dei neofiti i quali, invece di rubare con gli occhi osservando i più bravi (quelli che hanno chilometri di ballo nelle gambe!), li sfidano a farsi più in là.

Inconcepibile l’ignoranza dilagante delle “buone maniere” in pista rivolte alla propria partner e alle altre coppie con cui lo spazio viene condiviso.

Vogliamo parlare del”fuori pista”, del momento dell’invito???? Quando il porno_tanguero in frenesia da esibizione non si preoccupa di osservare se la prescelta lo sta mirando, se risponde visivamente al suo segnale d’invito, se non ha proprio voglia di ballare…Loro se ne fregano, ti si parano davanti ed allungano la mano per invitarti… mi spiace, ma è quasi certo ottenere un rifiuto, perchè non è così che si fa!

E, di questo, bisogna fare atto di accusa ai maestri che non dedicano il tempo necessario per insegnare le basi del comportamento in pista, producendo Kamikaze invece che ballerini sensibili, rispettosi ed educati.

E così si rischia di perdere per sempre la poesia dell’abbraccio, la soavità di lasciarsi andare dentro brani musicali capaci di evocare un universo di sensazioni.

Il tango non è una performance da porno_attore/rice. Il tango sta su un piano dove sensibilità, connessione, ascolto, rispetto regalano i migliori accordi.

 

Pimpra (molto incazzata questo dì)

 

Già scrissi che ci vorrebbe una PATENTE DEL MILONGUERO 😉

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DONNE, PROFESSIONI E TACCHI

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Quest’oggi, mentre transitavo da un piano all’altro della gabbietta, sono stata letteralmente folgorata dal tacco 12 di una ospite del palazzo.

Qui da me, spesso accade che si svolgano eventi di rappresentanza, ed oggi era un giorno di questi.

Dallo stiletto risalgo alla gamba e su su fino ad avere la visione completa dell’insieme. Un abito nero ben segnato nei punti giusti, issato su un paio di stabilianti decolleté dal tacco altissimo.

Oggi ospitavamo la categoria “legulei” in svariate declinazioni: avvocati, magistrati, consiglieri, praticanti, professori… insomma la variopinta umanità che ruota attorno al macrocosmo della “Legge”.

A parte il solito abito da lavoro degli uomini, su cui non mi soffermerò (benchè ci sarebbe, comunque, tanto da dire), sono rimasta colpita dalle calzature sfoggiate dal gentil sesso.

Tutti voi conoscete la mia passione radicale per i tacchi, i tacchi a stiletto, per la precisione, quelli aguzzi, affilatissimi, sottili e pericolosi. Li adoro. Venderei la macchina per potermi permettere un paio di Louboutin. Un paio a settimana. 🙂

Ciò detto e premesso, le signore presenti mi hanno inondato di non poche perplessità.

Ho notato che, brutte o belle fossero, tutte indossavano scarpe da capogiro (anche per l’altezza!). Adirittura fuori contesto tanto erano eleganti e/o evidentemente da sera.

Molto spesso le ho viste traballare e avere un portamento non precisamente da danzatrici classiche ma, loro, se ne fregavano assai di ciò. L’importante era svettare, elevarsi, farsi notare, rubare gli sguardi.

Non posso negare che le ho pure invidiate un po’, perchè, in sala, ho visto più d’una suola rossa…

Nello stesso momento mi ponevo una domanda: “Come mai, dai tempi dell’Università le studentesse di legge erano sempre le più fighe di tutte, quelle tiratissime (e che se la tiravano anche…) a dispetto di tutte le altre?”

[Per inciso quelle di lettere erano considerate ottimo territorio di caccia, ma più per il concetto che a lettere i “costumi” erano più lassi ovvero vigeva l’allegro motto del “darla_via” (e di non doverlo nascondere che la vita è bella e va vissuta pienamente)].

A ben pensarci, non credo che le future avvocatesse, notaio, magistrato lo fossero meno, zoccole, intendo, solo che, nel loro caso, vigeva il codice d’onore del darla_via “segretamente” e – così i malevoli vociferano – solo a quelli da cui poter ricavare un qualche vantaggio. Ma si sa queste sono dicerie di campanile, perciò lasciano il tempo che trovano… 🙂

Tornando all’oggi, eppure mi chiedo, dove risieda il bisogno di “esagerare” così tanto, di manifestare una femminilità talmente eccessiva da essere quasi violenta.

Che sia per far paura ai colleghi maschi, incutendo in siffatta maniera, una sorta di rispetto professionale che, altrimenti, non sarebbe altrettanto riconosciuto?

Perchè, le signore, più che “normali” professioniste, davano la sensazione di essere delle tigri appena uscite di gabbia.

Belle, ma tremendamente pericolose.

Quindi, donne all’ascolto, adesso guardatevi i piedi e ditemi che cosa indossate. Da lì saremo in grado di capire il vostro livello di prestigio sociale, di volontà di emergere,  di realizzazione professionale, l’aggressività presunta o latente,  e un sacco di altre cose belle!

😉

Pimpra

FIORI D’ARANCIO

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Crescere, dopo gli “anta”, non significa solo invecchiare, è scoprire nuovi aspetti di sè stessi e, a volte, rimanerne piacevolmente stupiti.

E’ accaduto alla sottoscritta proprio questo fine settimana.

Ospite a un graditissimo matrimonio di una coppia di amici che hanno superato i 30 anni, perciò – oserei dire – ben più consapevoli del passo che si accingevano a fare.

Cos’ho scoperto?

Quello che credevo un rito assolutamente inutile, superfluo, solo un gran baccanale, una pseudofesta comandata, una tappa obbligata nel percorso di una coppia, ha – inaspettatamente –  prodotto in me, una eco molto positiva.

Ho visto due persone scambiarsi una promessa davanti a tutti i loro amici e parenti, le ho viste guardarsi profondamente negli occhi e formulare un credo sentito (il matrimionio era civile), le ho viste convinte, e, soprattutto, ho percepito la sicurezza nel voler mettere un sigillo alla loro unione, così, dinnanzi al mondo.

I detrattori del matrimonio mi prenderanno a sassate, già lo so.

Si tratta di avere coraggio. Di rischiare lanciandosi in una promessa di “eternità” legata a un sentimento che, per sua natura, è tutto, fuorchè “eterno”. L’amore.

Eppure è tanto bello crederci, impegnarsi e provare a far funzionare il rapporto in un percorso sulla lunga distanza, e provarci con il cuore puro, convinto, sperando di potersi tenere per mano fino alla fine.

Gli sposi mi sono piaciuti tantissimo. Perchè erano sposi “adulti”. Hanno aspettato di incontrarsi per potersi scambiare le promesse con convinzione, senza le giovanili illusioni emotive della verde età.

Ho visto negli occhi della sposa una luce che mi è entrata in profondità, sì, l’ho invidiata anche, ma di quell’invidia che è solo bella, senza retropensieri, perchè lei ha trovato la sua metà di mela.

Lui è un uomo di poche parole, ma di molti fatti, così come la novella moglie ha più volte espresso, con tanta commozione, durante la giornata di festa.

Come erano belli, come erano felici, come erano consapevoli.

E mi riscopro amante di questa tradizione tanto antica, che tutto evoca in me, meno che sciatteria o illusione.

Perchè, nulla di più dolce hanno visto i miei occhi che lo sguardo innamorato e profondo degli sposi, e immaginare me al posto loro è stato un attimo…

BUONA VITA!!!

 

Pimpra

 

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