SIX.Q CLAUDIO COPPOLA. #ditantointango

Non sempre serve un microfono per raccontare una storia.

A volte bastano quattro tanghi, una cortina e uno sguardo dalla consolle. È così che Claudio Coppola parla con la musica, da anni. Ma cosa si nasconde dietro le sue scelte, i suoi silenzi, le sue “furberie” in pista? In una sera bolognese l’ho conosciuto da vicino, e ne è nata questa intervista che, ne sono certa, vi farà ballare con l’anima ancor prima che con i piedi.

Godetevela!

***

1. Sei un ottimo tanguero con esperienza internazionale, italiano di origine, vivi a Parigi, sei cittadino del mondo. Cosa ti ha spinto a diventare un tj? Vocazione o bisogno di creare?

Grazie Michaela per le belle parole.

Il principale spingitore (cit) è stato il bisogno di dissetarmi le orecchie: volevo ascoltare certe canzoni che a volte non c’erano in milonga. Non parlo di pezzi rari, erano proprio i classici che mi mancavano, così mi sono messo in consolle.

C’era poi anche un altro bisogno, più materiale: ho iniziato a ballare da studente universitario e da statuto non c’avevo una lira, mi son detto: chissà, magari un giorno mi chiameranno pure in quegli eventi che non posso permettermi. Un giorno mi suona il telefono ed era un organizzatore di un evento in cui avevo sempre sognato di andare e non avevo i mezzi per andarci. un cerchio si era chiuso e saltavo dalla gioia.

2. Hai mai “mentito” con una scelta musicale per salvare la serata? Un brano che non ami, una cortina ruffiana, una tanda “furba”. Cosa succede quando il gusto personale cede il passo alla regia emotiva della pista?

Una volta un dj più esperto di me mi ha detto: la cosa più difficile in consolle é mettere da parte i propri gusti per far posto a quello che serve alla gente. Un altro mi ha detto: metti una tanda per te, una per un amico e una per un nemico.

Sono consigli preziosi che mi porto sempre dietro, oggi quando metto la tanda per il “nemico” non credo di star mentendo, credo di star servendo la gente.

Detto ciò, voglio essere onesto e rispondere completamente alla tua domanda: sì, ho fatto-e a volte faccio ancora-scelte populiste.

Perché le faccio? perché mi sembra che é quello che voglia la gente in quel momento.

Cosa succede? Niente di grave, il veleno sta nella dose: una tanda ruffiana si può tollerare, una canzone che parla alla pancia ci può stare, una cortina ruffiana passa, non muore nessuno.

Poi a volte la quantità di ruffianate necessarie per salvare la serata sono tante, la dose di veleno aumenta e quelle serate fanno un po’ male, sento di non aver fatto un buon lavoro, che non sono riuscito a far apprezzare le cose più belle che il tango ci offre, ammesso che quello che piace a me sia bello.

3. Quanto è importante il “tempo” nella tua costruzione musicale? Il tempo della serata, delle coppie, del locale. Come scegli quando osare e quando restare nel comfort?

Il tempo è fondamentale, il pubblico pensa che il dj scelga le canzoni, in realtà lavoriamo più col tempo che coi brani. Il momento in cui metti una canzone è importante tanto quanto la canzone scelta: immagina un tandone di Pugliese come prima tanda della serata… si potrebbe farne una formula: bella tanda +momento sbagliato = dj di merda.

Cerchiamo di seguire il tempo della serata e allo stesso tempo ne manipoliamo la percezione: acceleriamo il tempo con canzoni o cortine incalzanti, lo rallentiamo, lo dilatiamo, lo rendiamo denso o leggero…

Per questi e altri cento motivi una playlist, anche se ottima, non può rimpiazzare un buon dj: una playlist è fissa, la serata respira.

Come scegliere quando osare? cerco di usare il buonsenso, un po’ si va a esplorare un po’ torna a casa al sicuro, e dopo un po’ si torna a esplorare. Col passare della serata l’esplorazione diventa più profonda, si scava, prima una piccola buca nel giardino e poi si respira, e poi di nuovo a scavare più a fondo, finché la musica non ti porta a scavare dentro di te.

4. Ti capita mai di “testare” la pista come un laboratorio? Osservi, misuri, provochi. Ci sono momenti in cui la tua selezione diventa quasi un esperimento sociale?

Non ho mai vissuto la milonga come un esperimento sociale, magari un giorno mi capiterà. So però di colleghi che la vivono più così, alcuni sono bravissimi e fanno delle belle serate.

Ho testato delle tande, specialmente a inizio serata, però la maggior parte delle volte che propongo qualcosa di nuovo non è un test, è un rischio che prendo, che a volte va bene, altre meno.

Poi si sa che ci sono delle cose che inducono risposte quasi pavloviane: una canzone che se la metti in un certo momento parte un coro di sospiri, un’altra che sai che scatta la risata, un’altra l’applauso, un’altra che sai che alla fine le persone fanno fatica a staccarsi… alla fine, come i cani di Pavlov siamo delle bestie anche noi umani.

5. Come immagini il futuro musicale delle milonghe? Vinyl revival, contaminazioni elettroniche, IA, nuove generazioni… quali fermenti senti nascere dalla pista? Cosa ti entusiasma e cosa ti fa paura del tango che verrà?

Per il futuro musicale del tango ho un po’ paura: sempre più spesso sento dire che la tanda da 4 è troppo lunga, perché “con la tanda da 4 le donne non ballano” … a mio modo di vedere queste sono stupidate: il fatto è che se vuoi stare 4 canzoni con una persona devi essere capace di starci, ci vuole attenzione, concentrazione, presenza, impegno, ascolto, creatività, tutte cose che non mi sembrano tanto di moda. Più facile dire che la tanda da 4 è lunga.

Riguardo l’IA, alcuni dj hanno già proposto canzoni create con l’intelligenza artificiale, Io stesso ho fatto dei test con degli amici dj e nessuno si è reso conto che fosse una canzone generata da un computer, però personalmente non ho ancora fatto proposte in milonga, comunque la tanda dell’orchestra «intelligenza atipica» prima o poi ci sarà.

Una cosa che mi piacerebbe sentire un giorno, per curiosità personale, sono i «what if ».

Tipo: come sarebbe Uno se Di Sarli l’avesse registrata? Come suonerebbe un Troilo se Podestà fosse diventato un suo cantante?

Poi credo che sentiremo più registrazioni di orchestre vive, ci saranno più dj populisti, “cafoni” direbbe qualcuno, e penso che questo genererà movimenti opposti, tipo quello che vediamo coi vinili.

Spero solo che continuino ad esserci i dj fuoriclasse, quelli capaci di integrare le diverse anime del tango in un’unica serata, dandoci sensazioni speciali, di buono, giusto e onesto.

6. Che cos’è per te il silenzio tra un tango e l’altro? È solo una pausa tecnica o un tempo emotivo che scegli di orchestrare? Raccontaci cosa accade nel vuoto tra una tanda e la successiva.

Il silenzio per un dj è come il silenzio per un musicista: è musica.

Quel silenzio tra un pezzo e un altro suona come una canzone: hai presente quei dj che non lasciano neanche un secondo tra una canzone e un’altra? Oppure se passano troppi secondi tra i due pezzi? In entrambe i casi viviamo emozioni forti che amplificano o smontano quelle date dalle canzoni.

Ci sono tanti dj che giocano con quel silenzio per dare energia, intensità, intimità, fluidità alla serata.

Il vuoto del dj non coincide temporalmente con quello dei ballerini: il vuoto del dj è quando non ha ancora trovato la prossima tanda, e spesso succede mentre la gente balla. Delle volte la trovi facile: quello che ti viene in mente è quello che ci vuole. Altre volte la tanda è un parto, non c’hai l’ispirazione e allora devi trovarla di mestiere, con l’esperienza.

A volte ti arriva durante la cortina, e la sensazione è tra adrenalina e infarto.

Magari un giorno un dj ci lascerà le penne, speriamo solo che non sia io.

***

Dopo aver letto le sue parole, vi invito ad riascoltarlo in milonga con orecchie nuove. Le sue scelte musicali parlano, scavano, accompagnano. E ora che ne conosciamo un po’ di più la visione e il mestiere, sarà ancora più bello lasciarsi portare da lui in quel viaggio chiamato tango.

Pimpra

OFF TOPIC. L’AI CHE MI PIACE #offtopic

Nuova rubrica: off topic, fuori tema.
Qui parlerò di tutto ciò che mi incuriosisce ma non è tango, il filone maestro del blog Pimpra.

Da brava acquariana, non seguo un piano editoriale preciso.
Quindi non so con quale cadenza mi allontanerò dalla strada maestra per esplorare questi territori.
Seguitemi, e lo scopriremo insieme.

Tema di oggi: AI l’intelligenza artificiale.

Noi, vetusti non-nativi digitali, da anni rincorriamo affannosamente i cambiamenti epocali e iper rapidi che la tecnologia ci mette davanti.

Il nostro, Gen X, primo salto quantico nella modernità è stato l’avvento di Internet, quando già ci sembrava di volar enell’iperspzio ci hanno messo in mano gli smart phone, le app e tutto il resto che hanno nuovamente rivoluzionato le nostre vite. E il nostro sapere.

Oggi è AI, l’intelligenza artificiale generativa che è entrata nel nostro vivere comune.

Utilizzarla è semplice, tu chiedi, lei risponde. Fa un gigantesco passo in avanti rispetto al caro amico Google (o altro motore di ricerca) che restituisce migliaia di dati che siamo noi a dover analizzare e segliere se e come farne uso.

I motori di ricerca ricordano un po’ le vecchie enciclopedie, ci trovi di tutto, anche quello che stai cercando ma devi sfogliare molte pagine prima di trovare esattamente ciò che ti serve.

AI ci fa risparmiare tempo, perchè filtra a monte e restituisce. Sta a noi decidere a quale livello di profondità vogliamo arrivare.

Questo post mi è stato ispirato dall’articolo dell’amico Shai (ottimo tanguero peraltro!) dove si afferma che “(…) Quando l’intelligenza artificiale è progettata con empatia, coerenza e sicurezza psicologica, non solo funziona, ma si connette.” (omissis) “Il futuro dell’intelligenza artificiale non riguarda solo l’essere intelligenti, ma anche l’essere emotivamente intelligenti.” (fonte Linkedin qui)

Sono d’accordo.
Un agente conversazionale può guadagnarsi la tua fiducia. E, in certi casi, persino la tua gratitudine.

Intelligenza emotiva. Che concetto meraviglioso.

Ho testato due chatbot: ChatGPT e Gemini. Ho posto loro la stessa domanda, per confrontare le risposte.

Sono rimasta molto impressionata dai risultati.

ChatGPT “mi conosce”: abbiamo interagito più volte, ha assimilato il mio tono, le mie preferenze. Le sue risposte mi sono sembrate più in linea con la mia voce.

Gemini, invece, usato per la prima volta, mi è sembrato freddo, distante, quasi impersonale.

Questa esperienza mi ha fatto riflettere.

Esiste un rischio reale di trovare connessioni profonde con una macchina, uno strumento, piuttosto che con gli esseri umani?

Credo di sì che i rischi ci siano.

L’AI non giudica, se non glielo chiedi.

E anche quando lo fa non è distruttiva, mai svalutante. Mantiene sempre un tono rispettoso ed educato. Non usa il sarcasmo.

Ci tratta, insomma, con delicatezza. E forse ci piace per questo.

Siamo diventati fragili?

Probabilmente lo siamo diventati. AI sta diventando l’amico invisibile di quando eravamo bambini, con il rischio però che prenda sempre più spazio nelle nostre vite, specie in quelle di relazione.

E se ci piacesse più della realtà?

Pensate a quanto preferiamo scrivere su WhatsUp piuttosto che telefonare a un amico, con l’utilizzo incrementale di AI, finiremo per “parlare, confrontarci, confidarci” solo con l’intelligenza artificiale.

E poi cì’è il tema della dipendenza.

La curiosità di fare domande, di ricevere risposte, di farci aiutare in attività che non abbiamo voglia di svolgere o i mezzi intellettuali per affrontare?

Rischiamo di legarci troppo a qualcosa che non è umano?

L’AI è una stampella o un acceleratore evolutivo?
Un ostacolo o una guida?

Dipenderà da noi. Dal nostro senso critico. Dalla nostra capacità di mantenere un sereno distacco.

Sono domande che avranno risposte nel prossimo futuro, ne sono certa.

Non ho risposte. Per ora, solo domande. Ma sono curiosa di sapere: voi che rapporto avete con l’AI?

Pimpra

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DENTRO LA TANDA, FUORI DA NOI. #ditantointango

Foto di Samuel di Luca

Fuori siamo professionisti, madri o padri, indaffarati, soli. Dentro, una tanda basta per trasformarci. In qualcuno.

Entriamo in sala e ci vestiamo del nostro personaggio.

Ballare ci permette di giocare con chi “vorremmo essere” o “non essere”.

Ho fatto spesso questo ragionamento sulla duplicità perché la vivo sulla mia pelle.

In pista, permetto a me stessa di far uscire allo scoperto alcuni aspetti della mia personalità che, normalmente, non mostro.

Dalle insicurezze iniziali è nata la mia giaguara. La vedo in pista, la sento nel corpo. Vive nella tanda. Fuori non mi segue. Non ama la luce.

Ho visto molti tangueros trasformarsi come me. Li ho visti tremare e diventare giganti. O svanire mentre danzano. Ma in quel momento, sono veri.

La milonga è il nostro personale teatro dove alcuni si spogliano del quotidiano, altri inventano un alter ego.

Si tratta di maschere, di rappresentazioni verosimili di ciò che siamo. Una sorta di carnevale del possibile. Di ciò che vorremmo. Dei nostri sogni. Dei nostri desideri. Di essere scelti, toccati. Di esistere per qualcuno.

Chi cerca visibilità, chi conforto, chi potere, chi vendetta, chi amore e a volte lo trova. E c’è chi non cerca più nulla. Eppure continua a venire.

Fuori dalla pista, siamo fragili, stanchi, a volte invisibili. Dentro, anche il corpo più incerto può diventare lingua, invito, eleganza.

Il tango ci dà una nuova identità. E come ogni identità, rischia di diventare una trappola.

Ci sono tande che ci portano via la pelle e il cuore, illudendoci di aver dato vita a un sogno fatto di realtà.

Ma è solo polvere di musica, sudore scambiato e battiti condivisi. Finisce la tanda e cala il sipario. Su di noi.

Pimpra

NEI PANNI DI UN “MEDIOMAN” TANGUERO. #ditantointango

Alzi la mano chi non ha mai stramaledetto la tanda eseguita, magari per distrazione, con un “medioman” tanguero.

Dicesi Medioman tanguero quel tanguero che dopo percorsi di studio o frequentazione di più o meno svariati corsi di tango, non riesce ad esprimere interpretazione della musica, propone una due o tre sequenze di passi che sono sempre uguali, balla tango-milonga-vals, Pugliese, D’Arienzo, Troilo come se fossero la stessa cosa. Insomma il leader che è la classica X sulla schedina del piacere: non si può dire un disastro ma neppure un fuoco d’artificio, ma, soprattutto, si connota per essere troppo prevedibile.

Per non fare sconti a nessuno, esiste la medesima figura pure per lei. La Mediowoman tanguera è quella follower senza infamia e senza lode, quella che, sente D’Arienzo, Pugliese o Vargas, non modifica nulla nella sua energia, nei suoi movimenti, come se l’onda potente delle note non la riguardasse.

Si muove facilmente, leggera, come una foglia al vento.

Personalità non pervenuta.

Quando due medioman si incontrano nell’abbraccio ce ne accorgiamo: lui impasta le sue sequenze tutte uguali, lei lo segue con distacco. Manca la scintilla, quella connessione vibrante di anime.

Non posso smettere di chiedermi perchè ostinarsi a ballare così, senza colore, con poche forme, senza varietà, almeno energetica.

Allora penso entrino in gioco dinamiche più legate alla psiche che al puro sapere tanguero.

Il leader sente di aver bisogno del controllo per evitare l’errore. Tiene saldamente la regia della tanda. Immagina che un pacchetto preconfezionato di passi/strutture/movimenti possa soddisfare la follower.

Spesso accade che lei non si prenda spazio, non osi, non si esponga. Sta e basta. Quasi passiva mi verrebbe da dire, anche se a marca, esegue.

Qui sta il punto: eseguire non è ballare.

Esecuzione è movimento, gesto, linea. Senza l’emozione che nasce dall’incontro tra musica e abbraccio rischia di essere una combinazione vuota. Magari eseguita tecnicamente in modo ineccepibile, ma assolutamente priva di scintilla.

Ogni danza necessita di un bagaglio che deve necessariamente essere tecnico ed espressivo.

Il tango argentino credo possa essere una delle massime espressioni di questa diade: corpo e cuore.

Come follower mi aspetto, specie da leader navigati, la capacità di ballare per esprimere, non per muoversi. Se voglio solo muovermi, vado in palestra.

So che è molto difficile, specie per il leader: gestire la ronda sempre più impazzita, impegna moltissimo la concentrazione portandola via alla creatività della tanda. Ciononostante vorrei un leader che si sentisse libero di osare anche se- a causa di forza maggiore, il rischio di sbagliare è più alto.

Preferisco una tanda “sporca” ma vissuta, goduta e complice, al compitino ben eseguito.

La modalità “medioman/woman” è forse legata alla stanchezza?

Dopo 5-6 ore ininterrotte di ballo, arriva il momento in cui i serbatoi di energia, vitalità, creatività si esauriscono. E’ quello il momento di togliersi le scarpe e andare via.

Nunquam in medio.

Almeno proviamoci. Ogni volta che entriamo in quell’abbraccio.

Pimpra

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BALLARE PER NON CROLLARE. IL TANGO OLTRE LA CRISI #ditantointango

Immagine di Radu

Non è sempre tutto scintillante.

Una festa dentro la notte, un farsi dell’alba stretti in abbracci indimenticabili.

A volte è maschera di un sorriso che nasconde una ferita.

Ballare -come lo sport, e forse meglio ancora- ci connette al corpo, che è la più potente medicina quando l’anima e il cuore soffrono.

Il corpo ci riporta nel qui e ora. Ci ancora alla realtà. Ci tiene vivi.

Nel 2023 il mio piccolo mondo mi è crollato in testa.

Senza fare rumore. In un silenzio peggiore di qualsiasi esplosione.

Il cuore si è sciolto, così pure le immagini che aveva creato, rivelando uno scenario squallido.

Ci sono stati momenti in cui non ho più percepito emozioni, sensazioni, ho vissuto dentro una linea piatta, fatta di routine, di gesti conosciuti e oramai meccanici, senza provare alcunchè, dolore e rabbia compresi.

La vita scivolava a gocce scolorite, così i giorni. Il corpo si muoveva come un automa. Vuoto di senso. Vuoto di stimoli. Solo vuoto.

Poi, una mattina, nella quotidiana passeggiata verso l’ufficio, la playlist del cellulare mi ha sbattuto in faccia uno dei miei tanghi preferiti. Un monito. Un richiamo. Uno schiaffo alla mia apatia.

Ho concluso il mio anno orribile andando in maratona da sola, viaggiando da sola, restando da sola. Un’iniziazione. Una consacrazione alla mia nuova me. Alla giaguara ferita, ma ancora palpitante di vita, pronta a rialzarsi.

E così è stato. Weekend dopo weekend, ho ripreso a viaggiare e a ballare. Tanto. Con tutti.

Non era una fuga, la mia, era la dimostrazione della mia resistenza ai colpi della vita, agli inganni delle persone, alla solitudine.

E sono rinata.

E il mio tango è rinato.

Anzi: è nato per la seconda volta.

Gli abbracci sono una forma di regolazione emotiva, riducono l’ansia, ricompongono la frammentazione. Pezzo dopo pezzo, il tango ha incollato i miei cocci, riassemblandomi in un insieme decisamente migliore.

Gli abbracci del tango non chiedono nulla eppure ti restituiscono tutto. Ti rimettono in mano la tua vita, la tua persona, i tuoi desideri. Riaccendono i sogni.

Le crisi oggi arrivano a onde, come la risacca. Tornano, sempre.

A vent’anni cerchi il tuo posto nel mondo.

A cinquanta ti chiedi chi sei diventato.

In tutto questo il tango. Che resta, accoglie, contiene, racconta.

Oggi, quando tocco le assi di legno della milonga mi emoziono ancora. Quel tango, quello che mi ha salvato, mi risuona dentro.

Da allora ho la mia playlist di preferiti, brani che sanno suonare dentro di me tutte le note delle emozioni.

Chiudo gli occhi e inizio a muovere i passi.

Rinasco, una volta ancora.

Pimpra

TANGO “OVER”: IL CORPO CAMBIA, LA DANZA EVOLVE. #ditantointango

Quando si è agli esordi, spesso non ci si pensa, tanto siamo travolti dal desiderio di imparare, poi, più avanti si porta la passione, più ci rendiamo conto di un fattore importante: il tempo balla con noi.

Quando il corpo è nella sua verde età, diciamocelo, gli puoi far fare qualsiasi cosa e gli effetti collaterali sono minimi e di breve durata. Serate infinite, seguite da levatacce orrende per tornare al lavoro, ore ed ore issate su tacchi, piedi/caviglie/ginocchia/schiena devastati da pavimenti inidonei eppure, ogni fastidio, nel giro di poco sparisce e si riparte con foga.

Una costante rimane: le litrate di caffè ingurgitate per reggere i ritmi infernali, perchè, quando la passione brucia, bisogna stare dentro la sua fiamma e pensare di fermarsi e riposare non sono opzioni ammissibili.

Ballare da “over” è altro, è come stare sulla luna e guardare da lontano quel che accade sulla terra. Si percepisce tutto, si conosce molto bene il “pianeta tango” ma si è al contempo “dentro e fuori”.

Ci sono trasformazioni oggettive nel nostro involucro esterno che influenzano moltissimo anche l’aspetto emotivo di noi tangueros diversamente giovani.

Si abbassa la soglia di energia fisica, se non altro per affontare le sessioni lunghissime che un tempo si ballavano senza battere ciglio, c’è meno fame di mangiarsi più e più volte tutto ciò che il banchetto tanguero propone in termini di ballerin*, non ci interessa più assaggiare “tutto” ma solo ciò che ci piace veramente.

Il Tanguero over viaggia con una pochette in più, quella dei rimedi per affontare tutti i dolori che attanagliano i vari distretti del corpo. Oramai il Voltaren è un fedele compagno, da condividere con gli amici se sprovvisti.

Se tutto ciò può essere inteso come un panorama di decadenza, e fisicamente un po’ lo è per forza, dall’altro lato si apre un nuovo sipario che svela un inedito palcoscenico: impariamo a ballare per la gioia di noi stessi, non per piacere agli altri, per farci vedere quanto siamo bravi e belli.

Si apre la stagione dell’intimità vissuta in profondità, scambiata con il partner di tanda, lontana da frenesie vibranti giovinezza. E’ un dialogo diverso, raffinato, seduttivo in modo più intrigante e silenzioso.

Oramai scegliamo di ballare con chi ci fa stare bene, non con chi è reputat* vip della pista.

Le milonghe sono dominate dall’estetica giovane? Gli over sono valorizzati o trascurati? C’è spazio per tutte le età nel tango?

Ad ognuna delle domande risponderei di sì e di no, assecondando il valzer della vita, la risacca dell’onda, che viene e va.

Danzo, quindi sono. E’ il solo senso per cui sto, per cui mi accollo ancora chilometri per trovare gli abbracci e le milonghe preferite, per cui ho sempre voglia di studiare. Nonostante tutto.

Il tango over come atto di resistenza, di identità e di amore per sé.

Lunga vita alla Giaguara. Per il resto: STICAZZI!

Pimpra

La dittatura delle scarpe: anatomia di una schiavitu’ glamour. #ditantointango

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Il cambio di stagione che per fortuna ho già fatto, impone, come ogni anno da 20 anni a questa parte, non solo di sostituire gli abiti “borghesi” ma pure quelli da tango, scarpe comprese.

Possiedo, come la maggior parte delle tangueras che hanno iniziato con me e che continuano, una collezione fototonica di scarpe da tango con il tacco.

Ricordo perfettamente che, agli esordi, cercavo lo stiletto più stiletto che ci fosse in commercio, più sottile possibile per svettare come fossi il cigno bianco di Tchaikovsky, eterea e leggiadra nell’abbraccio del mio ballerino.

Ne ho comprate paia su paia che, se potessi monetizzarle oggi, un biglietto per fare il giro del mondo lo avrei già in tasca. Più ne avevo, più ne volevo, compiacendomi come una pavonessa degli sguardi arrapati dei feticisti tangueri alla visione delle sublimi calzature.

Così l’estetica prese il sopravvento sulla funzionalità, divorando la funzione primaria dell’oggetto: ballare e mentre io credevo di diventare leggiadra, dinamica, in asse perfetto, un giorno una maestra mi disse “Senti, perchè non scendi dai trampoli che balleresti meglio?”

Una doccia fredda alla mia vanità, uno sgarbo alla mia infinita collezione di sandali, uno schiaffo morale alla mia ballerina interiore che si sentiva una libellula, issata sui 10,5 cm di tacchi a spillo.

Per fortuna sono una donna intelligente e riconosco i miei limiti e, soprattutto, do credito a chi ne sa più di me, quindi ascoltai l’insegnante e scesi di 1,5 cm. Mi pareva di viaggiare sulle nuvole del comfort, percepivo nettamente di muovermi sulla pista con più sicurezza, con più dinamica e stabilità.

Sul fronte dell’orgoglio vanesio, ancora potevo reggere, io e il mio codazzo di ammiratori feticisti che quel centimetro e mezzo di meno si poteva tollerare.

Continuando a ballare senza sosta, sempre di più, per più ore arrivò il giorno in cui scesi di un altro centimetro per assestarmi, per lungo tempo, su tacchi da 8 cm.

Quale meraviglia, la caviglia poteva estendersi, le dita grippare la soletta e aderire ancora meglio al pavimento, le catene muscolari che dalle estremità risalivano fin su alla schiena e oltre mi ringraziavano per il bel gesto.

Per molti anni ho continuato così, e pure la frenetica corsa all’acquisto scarpe si è acquietata, perchè oramai mi era chiaro che volevo ballare bene e meno mi importava di richiamare lo sguardo sulle scarpe che indossavo, quanto piuttosto sulla qualità dei miei appoggi a terra.

Il tempo passa, lo stile si modifica, le mode cambiano, dagli abiti “solo tango” siamo passati a quelli che usiamo al di fuori della pista anche in pista e successivamente, direttamente da Buenos Aires, sono arrivati loro, gli stivaletti alla caviglia, 3 cm di alzata (non si può nemmeno parlare di tacco!), che avvolgono il piede stanco in una morbida carezza di pelle di bufalo.

ORRORE IN PISTA ma PARADISO ai piedi, quella sincera sensazione di “sto volando”.

I feticisti del tango, e ce ne sono molti, ogni volta inorridiscono poichè una piazza come quella della milonga era la cornice ideale per l’espressione della loro parafilia, dichiarano convintamente “Io con quella non ci ballerò mai! Che orrore!”, sentito con le mie orecchie.

Molte tangueras di oggi, al contrario, hanno abbracciato questa rottura degli schemi, delle convenzioni, il dover essere sempre seducenti, sexy, brillanti, a scapito di provare dolore.

La scarpa torna alla sua funzione originale: oggetto utile a ballare (bene). Pertanto, chi ce la fa continua a troneggiare dall’alto degli stiletti, ma si sta affacciando una nuova generazione di ballerine che alternano molto volentieri le scarpe da pratica a quelle più alte.

La dittatura del tacco è finita! Evviva la comodità!

E tu, che ballerina sei? 😉

Pimpra

1° maggio come si deve! La Revoltosa. #ditantointango

Tradizione vuole che, il 1 maggio, si faccia pic nic con gli amici, piuttosto che andare al concerto in piazza, o, comunque, fare una gita fuori porta, trascorrere il tempo possibilmente all’aperto. Spiace per tutti quelli che, loro malgrado, debbano lavorare durante le feste comandate. La vita non è affatto democratica, si sa.

Quest’anno ho seguito la tradizione, complice fra le altre una bellissima giornata di primavera molto avanzata e, con la solita truppa di oramai “congiunti” tangueri, abbiamo raggiunto la ridente Bassano del Grappa per recarci all’Hangar dove si è celebrata la consueta festa del 1 maggio insieme ai Revoltosi.

In questa occasione a tutti i partecipanti viene chiesto un piccolo contributo in cibo e bevande per creare un buffet super guarnito di prelibatezze “home made” e pure a Km zero, preparate dalle sapienti mani degli ospiti. Il tutto piacevolmente innaffiato, tra gli altri, da ettolitri di prosecco. Siamo in Veneto e bere è una religione.

Una pomeridiana lunga, iniziata mangiando dalle 12.30 che si è protratta fino alle 21.00. I tempi dilatati dall’ottimo cibo, dalle chiacchiere scambiate assaggiando le leccornie campestri, in una modalità di “chill out” che sempre dovrebbe caratterizzare le milonghe.

Il significato di incontrarsi è pur questo: una chiacchiera, una bevuta, una tanda. In totale relax.

Sarà che la sede dell’Hangar, specie nella sua versione estiva con lo spazio all’aperto, si presta particolarmente, sarà che i Revoltosi sono uno squadrone oramai più che affiatato e collaudato, sarà che gli uccellini cinguettavano, l’aria profumava di fiori, il prosecco idratava la gola assetata e golosa, sarà che oramai – almeno di vista- conoscevo tutti, ma la giornata è stata davvero piacevole.

Stavamo così bene all’aria aperta che hanno dovuto suonare le trombe per farci entrare in pista, per poi uscirne poco dopo che ancora quell’assaggino lì al buffet ci mancava. Così per tutto il pomeriggio.

Cosa lasciano milonghe del genere? Un sapore di buono, non solo per l’ottimo cibo, ma per l’atmosfera davvero amicale che si crea. Non è sempre facile percepire quella bella sensazione di stare in un luogo dove si sta bene, dove ci si sente parte di un tutto, dove l’energia fluisce leggera.

Quando poi si balla con questa modalità di spirito, anche il tango ne beneficia, come se si accordasse al benessere generale.

Spesso ci penso quando vado in giro a ballare, quale è quell’ingrediente speciale che crea quel certo non so che di cui tutti godono. Una risposta me la sono data: i padroni di casa, quello che ci mettono, l’idea che hanno in mente quando organizzano l’evento, la loro modalità di “stare insieme” agli amici, agli ospiti, anche agli sconosciuti.

Maggio è iniziato con una sferzata di allegria, speriamo continui così!

Pimpra

AVVISO AI NAVIGANTI. Milonghe primaverili: vantaggi e sfide.#ditantointango

La stagione delle milonghe entra nel cuore pulsante dell’attività, il bel tempo invoglia ad organizzare ogni ben di dio tanguero e non si può che esserne felici.

Tutto il fiorire di eventi, come più volte espresso, porta con sè benefici e svantaggi: di certo una grande offerta può soddisfare i diversi palati ma, il rovescio della medaglia è che gli eventi stessi per “stare a galla” e non autosabotarsi devono raccogliere un plafond minimo di partecipanti. Ecco che sfioriamo il primo problema: troppa offerta, minore quantità di persone a singolo evento, rischio imprenditoriale più alto e possibilità di fallimento.

Un altro punto su cui prestare attenzione è che il “pacchetto milonga”, sia che si tratti di una serata o più serate legate insieme quindi chiamiamolo “maratona” o “encuentro” debbono fronteggiare ulteriori sfide.

L’abc è la solita trinità: pavimento, musica, location a cui però si vanno ad aggiungere i “servizi”, intesi come buffet, spazi sociali, ambiente, comodità di raggiungimento della sede ecc.

Come scegliamo, di solito, un evento a cui partecipare? Il più delle volte per sentito dire, perchè se ne dice bene, perchè le foto che abbiamo visto ci ispirano per location e partecipanti.

Basandomi su questi principi, insieme ad amici ho partecipato al fine settimana della SUPERSONICA, di cui avevo sentito parlare un gran bene.

La prima sorpresa è stata il cambiamento di sede, si tratta della terza organizzata, che da Padova si è spostata a Mestre, al Museo M9. Fin qui, per la sottoscritta, nulla da obiettare, premesso che non ero mai stata nella sede precedente. Lo stupore si è paventato agli occhi quando la milonga, di fatto, è stata organizzata in un luogo sicuramente piacevole ma semi all’aperto. Trattandosi della fine del mese di aprile a noi tangueras è preso un coccolone: molto meno vestite del pubblico maschile ci sono venuti i brividi fin sotto le unghie dei piedi ad immaginare come avremmo affrontato il freddo del pomeriggio sera.

Primo avviso ai naviganti: nelle mail di informazioni non si è mai parlato di uno spazio all’aperto, informazione fondamentale per permettere ai partecipanti (specie alle signore) di arrivare preparati ed evitarsi raffreddori inutili.

Secondo avviso ai naviganti: il buffet ha previsto l’offerta di un primo piatto alla sera, cosa sicuramente graditissima ma il cui risultato è stato a dir poco catastrofico. Mai mangiato una pasta e/o un riso tanto terribili, crudi entrambi e freddi, per non parlare del pessimo condimento. Ora, considerato che il servizio è stato ben pagato dagli organizzatori al ristorante che l’ha servito, mi chiedo come sia potuto succedere che pure la serata successiva sia arrivata esattamente la stessa pasta (che nel frattempo, nel suo bagno d’olio si era ammorbidita) e lo stesso immangiabile riso. Uno scivolone da principianti, attenzione perchè se errare è umano (la prima sera uno svarione può accadere), perseverare nello stesso identico errore (e menu!) è diabolico…

Terzo avviso ai naviganti: la prossima volta, se la location sarà la medesima, provare a rendere il pavimento meno duro, utilizzando una soletta più spessa. Dopo qualche ora la popolazione in pista lamentava un dolore alle estremità piuttosto forte.

Nonostante alcuni dettagli da perfezionare, Supersonica è stato un evento molto riuscito lasciando i partecipanti sorridenti fino all’ultima tanda.

Buon parterre variegato di ballerini, ottimi tj con selezioni musicali che hanno reso la pista sempre affollata, per non parlare della chicca gelato artigianale che ha accarezzato felicemente le papille gustative facendo recuperare le forze con la sua energia zuccherina. Il meteo ha regalato due giornate di tempo primaverile splendido. Gli amici vicini e lontani. Che volere di più?

Aspetto con curiosità la prossima edizione sono certa che saprà superare le più rosee aspettative!

Pimpra

Image credit da qui

Weekend di Tango a Zola Predosa: la magia del ritorno. #ETDS2025

L’ho fatto di nuovo, stavolta la fuga dalla città per trascorrere il weekend nella provincia bolognese, a Zola Predosa.

L’albergo si affaccia sulla sinuosa collina che guarda al piccolo paesino ai suoi piedi, immerso in un drappeggio di prati delle più sgargianti sfumature di “verde primavera”.

Arrivarci mette in una dimensione d’animo rilassata, le nari si riempiono di quel profumo fresco di erba giovane, mista al dolce aroma dei fiori che sbocciano sugli alberi e sui prati. Una cornice bucolica che mette sempre di buonumore.

Ho perso il conto delle edizioni alle quali ho partecipato, a volte mi chiedo se non sia troppo abitudinaria nel frequentare i luoghi che mi piacciono. Poi penso che, se mi piacciono, il motivo c’è ed è piuttosto convincente se mi spinge sempre a tornare.

Quest’anno un giorno in più rispetto alla formula originale sabato e domenica, per me una proposta da cogliere. Partenza con gli amici al mattino, giretto-tortellino a Bologna city, e poi con calma in hotel, a prepararsi per la prima serata.

Al contrario di quello che si fa di solito, il venerdì era aperto al pubblico non maratona, consentendo a chi lo desiderava di assaggiare questo pasticcino delizioso che è “ETDS”. Una partenza per tutti piuttosto rilassata come dovrebbe essere il venerdì, quando ci si porta dietro la stanchezza della settimana di lavoro e le ore di viaggio. [Ore solo per la compagine triestina, ovviamente, tutti gli altri ospiti arrivano molto più veleocemente, ma tant’è].

Posso solo confermare la piacevolezza di ETDS, tutto è comfort, a partire dalla calorosa accoglienza dello staff degli organizzatori che ti fanno sentire veramente a casa.

Per le signore una sorpresa deliziosa che ci ha procurato grande eccitazione: il braccialetto maratona con dei carinissimi pendagli che, una volta concluso il loro utilizzo, diventeranno charms di qualche bracciale permanente. Che bella idea!

A sensazione, eravamo una compagine tanguera più ridotta rispetto alle edizioni del passato, ma molto ben assortita sicchè la pista meno sovraffollata ha permesso di concedersi – volendolo- anche qualche evoluzione garibaldina senza far danni.

Confermato invece l’ingrediente speciale dell’evento: le persone. Niente caste, niente gruppetti chiusi, tutti simpaticamente in compagnia di tutti. Questo fa la differenza, una grande differenza. Si sente, si percepisce anche ballando, i corpi sono rilassati, ricettivi, gli abbracci più calorosi e presenti.

Ho potuto ascoltare tj che conoscevo di fama ma non a mio orecchio e, devo dire, trovo molto interessante leggere le proposte musicali di professionisti provenienti da paesi stranieri, ognuno con il suo imprintig particolare, chissà se frutto esclusivo di ricerca personale, personalità e/o influenza della propria nazionalità. Sarebbe interessante indagare.

Un weekend così armonioso con tande così tanto belle, godute, allegre, passionali e quante altre sfumature il tango sa regalare, che sono tornata a casa dentro una bolla di beatitudine e sto sorridendo alla giornata uggiosa che non racconta affatto primavera.

Grazie a Simona e a tutti i meravigliosi componenti dello staff di averci regalato un’altra squisitezza tanghera, come sapete fare voi ❤

Pimpra

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