LA MIA FAVOLA MODERNA. PARTE 2° (TO BE CONTINUED)

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La storia si complica.

Dopo il secondo messaggio trovato da Toso, non ho perso tempo e ho inviato la cartolina.

Ovviamente la scelta non è stata casuale, una bella immagine di donna, dalla mostra di Man Ray, recentemente visitata.

Potevo scriverci su i miei recapiti poichè, una cosa che non mi fa di certo difetto, sono i modi/luoghi (virtuali e non ) in cui, chi lo desidera, si può mettere in contatto con me.

No. Troppo facile.

Nella missiva suggerivo di recarsi nel nostro luogo, dove, colà sì, avrebbe trovato mie notizie.

Un piano perfettamente architettato, non fosse che il diavolo ci mette lo zampino e, per una storia o per l’altra, mi sono potuta recare a consegnare la lettera solo questo fine settimana… (un bel 15 giorni dopo la di lui “convocazione”).

Arrivo al negozio e capisco immediatamente: il mio amico si era già presentato, andandosene però a mani vuote.

Mi riferiscono della sua mal celata delusione ma della gentilezza di aver lasciato loro in dono una bottiglia di vino di sua produzione, per la grande disponibilità a fare da ufficio postale.

“Chissà se tornerà più” dico loro, i quali mi rassicurano “Certo che lo farà, si è tanto raccomandato il vuoto a rendere della bottiglia!”.

Ci siamo guardati e abbiamo riso.

Sulle prime ci sono rimasta molto male, dispiaciuta di avere dato una buca. Poi,  però  ho pensato che, più la conquista è difficile, più la vittoria è gustosa:  avvicinarmi non sarà facile!

Ho lasciato la mia lettera, nella quale ho, comunque, aggiunto un biglietto di scuse per il ritardo nella consegna e… vedremo che succederà.

Con i titolari della drogheria abbiamo fatto illazioni sul modo in cui Egli sceglierà di prendere contatto.

Loro sono certi mi scriverà “Ha bisogno di tempo e di distanza” … io mi astengo dal fare ipotesi…

Sarà quel che sarà…

TO BE CONTINUED…

Pimpra

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LA MIA FAVOLA MODERNA – (post lunghissimo!!!)

Drogheria da Toso Trieste

Se non siete mai passati a Trieste, vale una gita.

Non solo il meraviglioso castello bianco di Miramare, i culetti, le tettine al vento e gli addominali scolpiti della “Muleria” della riviera barcolana, un paninazzo di cotto caldo in crosta di pane, kren e senape o una frittolina con la crema, solo per citarne –  casualmente – alcuni.

A Trieste bisogna venire per fare un tuffo dove il tempo si è fermato, la drogheria da Toso.

Ci scrissi già tempo addietro, qui, perchè nella più bella drogheria che io conosca, accadono sempre cose mirabolanti…

La mia favola moderna.

Sotto le feste ci vado a fare la mia spesa di spezie ed altre amenità, ben consapevole che, entro con una lista di cose, ed esco con una quintalata di roba in più. Perchè il bello di Toso è che, mentre sei in fila, ascolti la comanda delle altre persone che, di norma, acquistano sempre articoli strani, di cui tu non eri a conoscenza, allora chiedi loro a che servono e, ovviamente, ringraziando per il consiglio, ordini anche te lo stesso.

Stavo per pagare il mio conto, dopo aver disquisito con una fila di signore in attesa delle proprietà e del modo d’uso della paprika. (Per la cronaca, ho scoperto che esiste anche quella “affumicata”).

Ad un certo punto vengo rapita dalla voce profonda e senza accento di un signore che fa la sua comanda.

Una voce teatrale, densa, con una sfumatura nel timbro che richiama suoni dell’est europeo, chissà perchè ho immaginato potesse trattarsi di un interprete russo. Lo guardo, rimango colpita dal suo abito, sobrio, d’altri tempi, e da un paio di occhiali decisamente vintage che sembravano disegnati sul suo viso, regalandogli un aspetto ancora più affascinante.

Ha un’età indefinita, tra i 50 e 60 anni.

Chiede dei semi di senape, maledicendo la volta in cui ha comprato un vasetto di Maille che ha trovato disgustosa. Non riesco a farmi gli affari miei, ascolto e, quando l’uomo sta pagando il conto, mi permetto di chiedergli: “Mi scusi la domanda, ma dai semi di senape, come riesce a creare la crema?”. La reazione dell’uomo mi lascia basita, vedo che mi osserva infastidito, come fosse un animale distrubato nel momento del pasto, mi risponde con freddezza e distacco “Bisogna pestare i semi a lungo con il pestello”.

Lo guardo fisso negli occhi e… bam! capisco di chi si tratta ed esclamo “Ma noi ci conosciamo! Università di lettere!”, l’uomo, come fosse colpito da un bastone in pieno viso, indietreggia, fa come per scansarsi e risponde “Non ricordo, non credo”, io insisto “Ma sì certo, lei mi ha regalato una stilografica, una Verbena che ho ancora!!!”.

Al mio entusiasmo corrisponde il suo schernirsi con un “Mi spiace per lei se ci conosciamo” si gira sui tacchi e se ne va, lasciando tutti coloro che hanno assistito alla scena, senza parole.

Mi sono sentita davvero a disagio, perchè non ero stata sgradevole nè maleducata, infatti i gentili titolari della drogheria mi hanno subito rinfrancata dicendomi che quel cliente è una persona davvero particolare.

Non passa molto tempo che torno in drogheria, con mia madre stavolta e… i tre titolari di Toso, felicissimi di rivedermi, mi dicono di avere un biglietto per me, scritto da quel signore così poco gentile che, il giorno dopo era tornato in negozio ed aveva passato almeno mezz’ora a scusarsi per la cafonaggine con cui mi aveva trattato, dicendo che poco dopo essere uscito si era ricordato di me, ma era troppo tardi per tornare indietro a scusarsi.

Ha lasciato un biglietto nel quale mi chiama per nome, cosa che io di lui non ricordo assolutamente, e si scusa per il modo poco gentile che mi ha riservato. Mi lascia il suo indirizzo.

Nessun numero di telefono e a me viene da ridere perchè, una persona così attenta alla privacy, mai e poi mai l’avrebbe dato ad un estraneo.

La situazione accende in me tutte le lampadine dell’allegria: scrivere a un compagno di università che è sempre stato “fuori dal tempo” che non ha mai accettato la modernità che ha sempre detestato la società attuale… lo ricordo bene in sala di lettura, lui ci veniva per scrivere, era già laureato da tempo, è molto più grande di me. Odorava di sapone di marsiglia, nulla più, vestito da uomo di sinistra, con i maglioncini a maglia rasata fatti a mano, la camicia blu, i jeans a tubo blu scuro e le clark.

Anche allora indossava occhiali da lettura molto particolari e scriveva con stilografiche di inizio secolo. Ne ero affascinata, era così diverso da tutti gli altri che vedevo e poi, i suoi quaderni, la carta che avevano. Erano speciali perchè, come molte altre cose, se li fabbricava lui.

Lo avevo approcciato, perchè la mia curiosità non poteva prescindere da quell’essere umano così diverso e speciale, di una timidezza apocalittica che seppi smantellare con il sorriso.

Mi regalò una stilografica che posseggo ancora, e uno dei suoi meravigliosi quaderni. Parlammo di filosofia, di vita, della società.

All’inizio pensavo fosse omosessuale, per certo tipo di delicatezza nei modi, per quella sua “abilità manuale” nel fare tantissime cose (i maglioni, ad esempio), poi, in realtà, ci fu il giorno in cui capii che si stava innamorando di me, putroppo non corrisposto, perchè io amavo sì la sua anima così particolare, ma ero troppo giovane per un uomo tanto complicato.

Rivederlo è stato come essere proiettata negli anni verdi, quelli in cui la tua vita è nella primavera più bella.

Non gli ho scritto perchè il cognome era illeggibile. L’ho cercato in ogni pixel a me noto sul web e nulla, nessuna traccia, nessun segno. Peccato, mi  sono detta.

Ma, il destino ci mette lo zampino e, ieri, ho trovato un suo nuovo messaggio, nel luogo che entrambi amiamo, la nostra drogheria preferita.

Mi dice che non possiede telefono nè cellulare, mi dice di scrivergli.

Oggi ho preso una cartolina che gli spedirò, dicendogli che una lettera lo aspetta, dove lui sa.

TO BE CONTINUED…

Pimpra

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QUEL SOTTILE FILO DI SETA

nastrino-seta-habotaiA volte è così difficile immaginare un istante dopo lo spazio e il tempo oltre il nostro naso.

Come se una materia di colla appiccicosa tenesse gli occhi socchiusi ed impedisse alla luce e al panorama di colpire la retina e donare nuove immagini al nostro cervello.

Si fa, o resta, tutto grigio intorno. Quando va bene. Altrimenti è un bel nero pece diffuso.

Ne so qualcosa. Oggi, in  modo particolare.

Per fortuna non ci sono solo i nostri occhi che, molto spesso, possono essere stanchi di vedere più in là, o essere diventati miopi.

C’è una cosa che ci abita nelle profondità, un elemento etereo eppure incredibilmente forte, presente, essenziale alla nostra vita qui: la nostra Anima pulsante.

Accade che questi occhi fisici siano troppo presi a trasmettere immagini da farci distogliere l’attenzione a quanto e quando l’Anima ci parla.

Sì, perchè è quello che fa Lei. L’Anima è una donna, ne sono certa. Non urla, non brandeggia bastoni, non piange.

L’Anima sussurra lieve e noi dobbiamo ascoltarla. Se ne siamo capaci. Altrimenti, dobbiamo imparare.

Ecco che, se ci connettiamo a quel sottile filo di seta che ci lega a lei, possiamo renderci conto che il grigiore dei nostri occhi, in realtà, non esiste. Lì davanti a quello sguardo spento c’è una bella luce. Quella di cui abbiamo bisogno.

E riesci a trovare dei messaggi che ti servono nei luoghi più impensati, e che entrano in profondità, connettendoti agli anfratti più nascosti di te stesso. Ed ogni volta è una meraviglia nuova.

Riprendi il tuo filo di seta tra le mani e guardi sereno davanti a te.

Pimpra

 

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RE E REGINE E UNA MARATONA DI TANGO

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Le prime volte partecipare ad una maratona tanguera era più cercare di sopravvivere agli stimoli, all’adrenalina dell’attesa, alla scommessa della tanda perfetta,  riuscire a catturare “quel” ballerino, mettere “bandierina” perchè – finalmente -ti ha invitato.

Andare in maratona era come andare in “guerra”. Più con se stessi che con altri, in verità, combattere con le proprie insicurezze e dubbi di ballerina e, perchè no, anche di donna…

Poi, maratona dopo maratona, entra un sapore nuovo, più maturo.

Forse ora sanno chi sei e ti vengono a prendere anche senza fare tanti sforzi. Poi sei felice di rivedere persone che vivono molto distanti ma con le quali hai un gran piacere a stare e godi nello scambiare parole, non solo abbracci.

Si evolve e, sempre di più, si cerca una qualità particolare in ogni singola tanda. Perchè, in maratona, normalmente i brocchi non li trovi, e puoi goderti le essenze raffinate di ogni singolo danzatore. Il discorso, vale – ovviamente – anche per l’altro sesso.

La “Queen of the night tango marathon” ha fatto sentire anche me, una regina della pista. Mi ha regalato tandas che porterò nel cuore. Grandi musicalizadores che, con diversissime sensibilità,  mi hanno portata in un viaggio dentro e fuori dal tempo.

Una goduria. Una massima goduria.

Non eravamo in molti, anzi, ma, proprio per questo, ho potuto apprezzare un altro aspetto di questo genere di manifestazioni, ovvero “l’incontro con l’altro”, fatto non solo di approccio “fisico”, regalato dall’abbraccio tanguero, ma una vicinanza “emotiva”, di scambio dialettico, di risate e di discorsi più profondi.

Anche questa maratona si è chiusa lasciandomi una scintilla, come sempre mi accade, che illuminerà questi prossimi giorni, in attesa che arrivino altre tandas, altri abbracci…

Pimpra

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DA SATURNO CON AMORE

 

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Ci pensavo stamattina, a colazione, leggendo l’oroscopo mensile che, per puro caso, si è paventato sulla finestra del tablet.

Pare che Saturno si levi dalle palle per un po’, sollevando noi tutti dalle sua pesante presenza.

Cosa vorrà dire mai? Finalmente si portà godere di un po’ di “discesa”? Lo spero. Questi recenti sono stati anni pesanti, sicuramente ricchi di stimoli, ma difficili da gestire, a volte assurdi, contraddittori.

A quanto pare si va verso un periodo di maggiore “leggerezza” (che mi auguro non sia di portafogli che, quello, tra poco vola via tanto è “leggero”!!!), e di consapevolezza acquisita.

Per me è così.

Ho imparato tanto, fuori e dentro di me.

Credo che l’insegnamento più bello che ho ricevuto sia questo: ho appreso a vedere, a riconoscere, ad amare e ad apprezzare la forza incredibile dell’energia femminile.

L’avevo già percepito, ne ho avuto conferma proprio in questi recentissimi tempi, quando, una cara amica sta affrontando una dura prova e, l’universo femminile, si è unito come una falange romana, intorno a lei, per sostenerla e per darle tutta l’energia, la positività, l’amore e l’amicizia che le servono per avere le pile ben cariche ed affrontare la difficile prova.

Le donne sono questo. Tutto e il contrario di tutto.

Possono innescare le peggio guerre, creare le più spiacevoli situazioni, possono odiarsi tra di loro, farsi i dispetti (più o meno gravi) ma, quando serve, sanno come agire per il bene.

E’ come tornare alla Grande Madre, a quella radice animistica che noi tutte abbiamo, e che, alla bisogna, ci richiama all’ordine per proteggere, difendere, accudire una di noi.

E’ questo, probabilmente, il dono più grande che ho ricevuto da questo transito così pesante. Questa consapevolezza, alla quale più volte ho provato ad avvicinarmi, ma dalla quale ho sempre preso le distanze.

Oggi non è più così. E mi piace poter gridare al mondo: VIVA LE DONNE!

Pimpra

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DONNE, PROFESSIONI E TACCHI

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Quest’oggi, mentre transitavo da un piano all’altro della gabbietta, sono stata letteralmente folgorata dal tacco 12 di una ospite del palazzo.

Qui da me, spesso accade che si svolgano eventi di rappresentanza, ed oggi era un giorno di questi.

Dallo stiletto risalgo alla gamba e su su fino ad avere la visione completa dell’insieme. Un abito nero ben segnato nei punti giusti, issato su un paio di stabilianti decolleté dal tacco altissimo.

Oggi ospitavamo la categoria “legulei” in svariate declinazioni: avvocati, magistrati, consiglieri, praticanti, professori… insomma la variopinta umanità che ruota attorno al macrocosmo della “Legge”.

A parte il solito abito da lavoro degli uomini, su cui non mi soffermerò (benchè ci sarebbe, comunque, tanto da dire), sono rimasta colpita dalle calzature sfoggiate dal gentil sesso.

Tutti voi conoscete la mia passione radicale per i tacchi, i tacchi a stiletto, per la precisione, quelli aguzzi, affilatissimi, sottili e pericolosi. Li adoro. Venderei la macchina per potermi permettere un paio di Louboutin. Un paio a settimana. 🙂

Ciò detto e premesso, le signore presenti mi hanno inondato di non poche perplessità.

Ho notato che, brutte o belle fossero, tutte indossavano scarpe da capogiro (anche per l’altezza!). Adirittura fuori contesto tanto erano eleganti e/o evidentemente da sera.

Molto spesso le ho viste traballare e avere un portamento non precisamente da danzatrici classiche ma, loro, se ne fregavano assai di ciò. L’importante era svettare, elevarsi, farsi notare, rubare gli sguardi.

Non posso negare che le ho pure invidiate un po’, perchè, in sala, ho visto più d’una suola rossa…

Nello stesso momento mi ponevo una domanda: “Come mai, dai tempi dell’Università le studentesse di legge erano sempre le più fighe di tutte, quelle tiratissime (e che se la tiravano anche…) a dispetto di tutte le altre?”

[Per inciso quelle di lettere erano considerate ottimo territorio di caccia, ma più per il concetto che a lettere i “costumi” erano più lassi ovvero vigeva l’allegro motto del “darla_via” (e di non doverlo nascondere che la vita è bella e va vissuta pienamente)].

A ben pensarci, non credo che le future avvocatesse, notaio, magistrato lo fossero meno, zoccole, intendo, solo che, nel loro caso, vigeva il codice d’onore del darla_via “segretamente” e – così i malevoli vociferano – solo a quelli da cui poter ricavare un qualche vantaggio. Ma si sa queste sono dicerie di campanile, perciò lasciano il tempo che trovano… 🙂

Tornando all’oggi, eppure mi chiedo, dove risieda il bisogno di “esagerare” così tanto, di manifestare una femminilità talmente eccessiva da essere quasi violenta.

Che sia per far paura ai colleghi maschi, incutendo in siffatta maniera, una sorta di rispetto professionale che, altrimenti, non sarebbe altrettanto riconosciuto?

Perchè, le signore, più che “normali” professioniste, davano la sensazione di essere delle tigri appena uscite di gabbia.

Belle, ma tremendamente pericolose.

Quindi, donne all’ascolto, adesso guardatevi i piedi e ditemi che cosa indossate. Da lì saremo in grado di capire il vostro livello di prestigio sociale, di volontà di emergere,  di realizzazione professionale, l’aggressività presunta o latente,  e un sacco di altre cose belle!

😉

Pimpra

UN MONDO DI MERDA

Mendicante-ginocchia-memoria_540 Stamattina, ancora completamente immersa nei recenti sogni notturni, mentre percorro i pochi metri mancanti all’ingresso in gabbietta, vedo, ancora, una donna, mia coetanea, accovacciata a terra, con un fazzoletto in testa e un piccolo cestino di vimini davanti a sè, mentre aspetta che qualche passante le dia qualcosa.

E’ quasi “invisibile”, nel senso che la logora giacca blu che indossa (anche d’estate) la mimetizza pressocchè completamente con l’asfalto che la ospita.

Vedendola la prima volta, mi sono chiesta perchè non cercasse una posizione dove fosse più “visibile”.

Le ho dato più volte denari. Non so resistere alla tristezza e al vuoto di certi sguardi, a certa condizione in-umana.

Quando non c’è, mi chiedo dove sia finita. Lei non è di quei poveri insistenti, questuanti, lei è il Silenzio.

Stamattina l’ho rivista.

Tra me e me ho pensato che non ho il potere di risolverle la vita con i pochi euro che sono in grado di lasciarle.

Ho proseguito e sono entrata dal “gioielliere” (il fruttivendolo più caro della città), dove ho acquistato una mela. Di lì a qualche passo avrei speso € 3,5 di cingomme, droga che mi serve per sopravvivere alle mie quotidiane frustrazioni in gabbietta.

Mi sono fermata dopo due passi, dietrofront, e sono rientrata dal gioielliere. Ho deciso di offrirle del cibo, non qualche misero euro, e così ho fatto.

Passandole davanti, le ho lasciato il pacchettino di frutta, i suoi occhi si sono illuminati e mi ha ringraziato tantissimo.

Non mi sono sentita bene, nè un essere umano migliore. Affatto. Nè, tantomeno, ho pensato di avere ottenuto un piccolo “credito” per la mia anima, all’induista maniera.

Sono entrata nel tabacchino e ho acquistato ciò che dovevo.

Pimpra

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DALLO SCOMPARTIMENTO DEL TRENO

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Non immaginavo come un banale viaggio in treno, potesse raccontare così tanto.

Illuminata d’immenso, sul sudicio sedile di un vagone.

In principio sono rimasta colpita dalla perdita di quella che, un tempo, veniva definita “cavalleria”. L’aiuto, oggi, si deve chiedere e non è affatto scontato che si ottenga. Certo, dipende da come ci si pone. Un sorriso, un “per favore”, sono sempre elementi necessari, ma di qui a vedere negli occhi dell’altro la più totale indifferenza… caspita, è incredibile.

Credo si tratti di educazione, di sensibilità, di senso civico, di solidarietà. Nessuno vince stellette al merito, certo, ma se TUTTI fossimo almeno un po’ più aperti verso l’altro, staremmo TUTTI certamente meglio.

E’ come se fossimo assetati e nessuno disposto a condividere una goccia d’acqua, perchè “è mia”, è la “mia” vita, è il “mio” mondo.

Si è perso il rispetto e l’educazione verso il prossimo, non si insegna ai giovani come comportarsi in modo civile.

Nello scompartimento, una ragazzina sui 10 anni, stufa di dover stare seduta, ha preso il corridoio del regionale per la sua pista di atletica, mettendosi a correre su e giù come una pazza, saltando e dimenandosi. Non serve dire che rompeva i maroni a tutti gli adulti seduti, creando una sorta di elastico rumorosissimo sul pavimento dello scompartimento.

Al terzo passaggio, lei mi guarda con aria di sfida e io le rispondo con uno sguardo “adulto” molto convincente. Non serve, continua. Al che, cerco gli occhi degli altri viaggiatori, che condividono con me il fastidio, per capire se la pazza sono io. Non è così, ovivamente.

Avevo l’ipod e non so se qualcuno le ha detto di smettere, ma dopo qualche altro avanti e indietro, finalmente si è quietata. Non l’avesse fatto, avrei allungato il piede per farle lo sgambetto e mettere fine al fastidio. Insegnandole, peraltro, che correre nel corridoio di un treno in corsa non è precisamente esente da rischi. Per poco non l’ho fatto, ma ci è mancato un soffio.

E’ così che di noi diamo il peggio del peggio, quando altri esseri umani non rispettano il limite della loro libertà, infrangendo pesantemente il nostro.

Ma la colpa non è della ragazzina vivace, è di sua madre che non le insegna a comportarsi in modo educato.

E con questo, ho detto tutto…

Pimpra

LA MIA VITA “SOCIAL”

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Devo prendere atto che, la mia vita, ha preso una forte impronta “social”, nel senso che, una buona parte della mia esistenza “vera” filtra anche dentro pixel virtuali.

Nell’analisi dei costi/benefici di questo che, per la sottoscritta, è una presa d’atto di una mutata realtà esistenziale e, soprattutto, comportamentale, a fronte delle critiche molto pesanti dei miei cari, mi sento di difendere questo aspetto nuovo di me.

Premesso che il narcisismo dilagante della società si è preso anche me, abbattendo ogni inibizione a “mostrarmi” che sia scrivendo, fotografando, ebbene qualcosa ha funzionato in modo egregio.

Chi mi segue conosce la mia passione per il tango argentino, il piacere di andare a ballare in molti luoghi, spesso lontani dalla propria città. È noto anche che, il lavoro che faccio, in certi periodi, mi porta a frequentare città diverse, all’esterno della mia regione.

Il miracolo social che sto vivendo è questo: amici, molto spesso solo “virtuali”, sapendo, via web, che mi trovo nei loro luoghi, si offrono di aiutarmi in tutti i modi a loro noti. Regalandomi preziose informazioni, offrendosi come ciceroni delle loro città, in modo che, nel pochissimo tempo libero che mi resta dal lavoro, mi possa fare un’ idea vera della realtà del luogo.

Vi rendete conto di quanto ciò sia prezioso?

Bisogna che i detrattori della vita virtuale facciano un passo indietro, accettando l’assunto che, dietro uno schermo, sia di un pc che di uno smartphone, c’ è una persona viva e vera.

Da questo blog, a FB a instagram, ho ricevuto il dono di “conoscere” meravigliosi essere umani che mi hanno donato molto, non fosse altro che il loro tempo e la loro attenzione.

Ecchevelodicoafare mi reputo una persona davvero molto fortunata!

GRAZIE AMICI!!!

Pimpra

FIORI D’ARANCIO

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Crescere, dopo gli “anta”, non significa solo invecchiare, è scoprire nuovi aspetti di sè stessi e, a volte, rimanerne piacevolmente stupiti.

E’ accaduto alla sottoscritta proprio questo fine settimana.

Ospite a un graditissimo matrimonio di una coppia di amici che hanno superato i 30 anni, perciò – oserei dire – ben più consapevoli del passo che si accingevano a fare.

Cos’ho scoperto?

Quello che credevo un rito assolutamente inutile, superfluo, solo un gran baccanale, una pseudofesta comandata, una tappa obbligata nel percorso di una coppia, ha – inaspettatamente –  prodotto in me, una eco molto positiva.

Ho visto due persone scambiarsi una promessa davanti a tutti i loro amici e parenti, le ho viste guardarsi profondamente negli occhi e formulare un credo sentito (il matrimionio era civile), le ho viste convinte, e, soprattutto, ho percepito la sicurezza nel voler mettere un sigillo alla loro unione, così, dinnanzi al mondo.

I detrattori del matrimonio mi prenderanno a sassate, già lo so.

Si tratta di avere coraggio. Di rischiare lanciandosi in una promessa di “eternità” legata a un sentimento che, per sua natura, è tutto, fuorchè “eterno”. L’amore.

Eppure è tanto bello crederci, impegnarsi e provare a far funzionare il rapporto in un percorso sulla lunga distanza, e provarci con il cuore puro, convinto, sperando di potersi tenere per mano fino alla fine.

Gli sposi mi sono piaciuti tantissimo. Perchè erano sposi “adulti”. Hanno aspettato di incontrarsi per potersi scambiare le promesse con convinzione, senza le giovanili illusioni emotive della verde età.

Ho visto negli occhi della sposa una luce che mi è entrata in profondità, sì, l’ho invidiata anche, ma di quell’invidia che è solo bella, senza retropensieri, perchè lei ha trovato la sua metà di mela.

Lui è un uomo di poche parole, ma di molti fatti, così come la novella moglie ha più volte espresso, con tanta commozione, durante la giornata di festa.

Come erano belli, come erano felici, come erano consapevoli.

E mi riscopro amante di questa tradizione tanto antica, che tutto evoca in me, meno che sciatteria o illusione.

Perchè, nulla di più dolce hanno visto i miei occhi che lo sguardo innamorato e profondo degli sposi, e immaginare me al posto loro è stato un attimo…

BUONA VITA!!!

 

Pimpra

 

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