Un amico, stimatissimo fotografo, mi ha chiesto di collaborare ad un suo progetto. “A me?” mi sono detta, appena ricevuta la convocazione.
Troppo curiosa per perdermi ghiotte occasioni di sperimentazione, mi sono presentata allo shooting.
Imbarazzo ultrasonico a stare dalla parte opposta all’obiettivo che ti guarda dritto negli occhi e riflette tutto quello che non sei disposta a vedere.
Avevo dato la parola e non mi sono tirata indietro.
Il tutto è durato un lasso di tempo ragionevole, non troppo lungo.
La fotografia di ritratto costringe ad assumere emozioni di cui puoi e vuoi fare volentieri a meno.
Sticazzi.
Una furtiva sbirciatina al lavoro, una risatina isterica e liberatoria dinnanzi alla mia totale mancanza di fotogenia e una catena di perle di pensiero negativo a seguire.
Il fotografo, in tutto questo, non ha colpa. Non doveva usare la sua arte per farmi apparire “bella”.
Sticazzi.
E poi mi parlano di personalità, di fascino, di cervello, di intuizioni e di stupore. Se sei vecchia e cadi a pezzi il risultato è solo questo: sticazzi.
E che non sono capace di portare in giro per il mondo le rughe che disegnano la mia storia che, come dire, non vorrei mettere in mostra, così senza riguardo, per pudore.
Portare una faccia segnata è andare per il mondo nudi. Si vede tutto: la gioia, il dolore, se hai bevuto la sera prima, se hai fatto sesso fino all’alba, se sei triste, depressa, innamorata, felice, magra, grassa. E’ tutto lì, scolpito nei tuoi solchi profondi.
Il viso mappa tutto questo e restituisce la foto, limpida, cristallina di chi sei e come sei in quel momento.
E’ che non vorrei mettere tutto in piazza, si capisce, no? Che so, avere un pochino di privacy su quanto mi accade.
Sticazzi.
La faccia non me lo permette.
Sticazzi.
Pimpra












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