RE E REGINE E UNA MARATONA DI TANGO

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Le prime volte partecipare ad una maratona tanguera era più cercare di sopravvivere agli stimoli, all’adrenalina dell’attesa, alla scommessa della tanda perfetta,  riuscire a catturare “quel” ballerino, mettere “bandierina” perchè – finalmente -ti ha invitato.

Andare in maratona era come andare in “guerra”. Più con se stessi che con altri, in verità, combattere con le proprie insicurezze e dubbi di ballerina e, perchè no, anche di donna…

Poi, maratona dopo maratona, entra un sapore nuovo, più maturo.

Forse ora sanno chi sei e ti vengono a prendere anche senza fare tanti sforzi. Poi sei felice di rivedere persone che vivono molto distanti ma con le quali hai un gran piacere a stare e godi nello scambiare parole, non solo abbracci.

Si evolve e, sempre di più, si cerca una qualità particolare in ogni singola tanda. Perchè, in maratona, normalmente i brocchi non li trovi, e puoi goderti le essenze raffinate di ogni singolo danzatore. Il discorso, vale – ovviamente – anche per l’altro sesso.

La “Queen of the night tango marathon” ha fatto sentire anche me, una regina della pista. Mi ha regalato tandas che porterò nel cuore. Grandi musicalizadores che, con diversissime sensibilità,  mi hanno portata in un viaggio dentro e fuori dal tempo.

Una goduria. Una massima goduria.

Non eravamo in molti, anzi, ma, proprio per questo, ho potuto apprezzare un altro aspetto di questo genere di manifestazioni, ovvero “l’incontro con l’altro”, fatto non solo di approccio “fisico”, regalato dall’abbraccio tanguero, ma una vicinanza “emotiva”, di scambio dialettico, di risate e di discorsi più profondi.

Anche questa maratona si è chiusa lasciandomi una scintilla, come sempre mi accade, che illuminerà questi prossimi giorni, in attesa che arrivino altre tandas, altri abbracci…

Pimpra

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DA SATURNO CON AMORE

 

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Ci pensavo stamattina, a colazione, leggendo l’oroscopo mensile che, per puro caso, si è paventato sulla finestra del tablet.

Pare che Saturno si levi dalle palle per un po’, sollevando noi tutti dalle sua pesante presenza.

Cosa vorrà dire mai? Finalmente si portà godere di un po’ di “discesa”? Lo spero. Questi recenti sono stati anni pesanti, sicuramente ricchi di stimoli, ma difficili da gestire, a volte assurdi, contraddittori.

A quanto pare si va verso un periodo di maggiore “leggerezza” (che mi auguro non sia di portafogli che, quello, tra poco vola via tanto è “leggero”!!!), e di consapevolezza acquisita.

Per me è così.

Ho imparato tanto, fuori e dentro di me.

Credo che l’insegnamento più bello che ho ricevuto sia questo: ho appreso a vedere, a riconoscere, ad amare e ad apprezzare la forza incredibile dell’energia femminile.

L’avevo già percepito, ne ho avuto conferma proprio in questi recentissimi tempi, quando, una cara amica sta affrontando una dura prova e, l’universo femminile, si è unito come una falange romana, intorno a lei, per sostenerla e per darle tutta l’energia, la positività, l’amore e l’amicizia che le servono per avere le pile ben cariche ed affrontare la difficile prova.

Le donne sono questo. Tutto e il contrario di tutto.

Possono innescare le peggio guerre, creare le più spiacevoli situazioni, possono odiarsi tra di loro, farsi i dispetti (più o meno gravi) ma, quando serve, sanno come agire per il bene.

E’ come tornare alla Grande Madre, a quella radice animistica che noi tutte abbiamo, e che, alla bisogna, ci richiama all’ordine per proteggere, difendere, accudire una di noi.

E’ questo, probabilmente, il dono più grande che ho ricevuto da questo transito così pesante. Questa consapevolezza, alla quale più volte ho provato ad avvicinarmi, ma dalla quale ho sempre preso le distanze.

Oggi non è più così. E mi piace poter gridare al mondo: VIVA LE DONNE!

Pimpra

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PROFUMO DI CASTAGNE E DI VENTO

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E’arrivato così, senza tanti complimenti, da un giorno all’altro.

Ti addormenti dentro a un autunno colorato di foglie di sambuco, odoroso di muschio e quercino e ti risvegli una mattina che le tapparelle della stanza suonano il ritmico “tam tam” delle raffiche di bora.

E’ arrivato, l’inverno si annuncia così.

In scooter comincia la danza degli equilibrismi, perchè la bora ama giocare d’improvvisazione e, d’un tratto, ti ritrovi dentro la raffica e fatichi a non farti tirare giù.

Ho cambiato abbigliamento tecnologico, sono passata dal piumino autunnale, ovversia corto a giacca, a quello che copre fino al ginocchio. Mi piacerebbe averne uno ancora più lungo.

E’ questa la magia dell’inverno al nord est, si vive nelle folate d’aria che spezzano  – apparentemente – l’inquinamento. Certo, fa un freddo difficile da gestire, per chi non è abituato, perchè punge e s’insinua ovunque.

A Trieste ci si deve letteralmente “blindare” oppure vince lei, la nostra amatissima bora, manifesto e simbolo di questa città.

A riscaldare gli animi ci pensano i venditori di castagne che sono i nuovi ricchi, perchè, mi chiedo, come sia possibile che trovino ancora clienti a cui vendere i preziosi frutti alla modica cifra di 6 euro per 4 castagne. A me sembra una follia, non vi pare?

L’aroma delle caldarroste però è impagabile, riporta, a suon di olfatto, a tutti gli inverni che sono già passati e con essi si snoda la malinconia dei ricordi.

Amo questo farsi delle stagioni, mi piace immettermi nel flusso della natura senza ostacolarlo.

Aspetto il freddo, più freddo ancora. Poi ci saranno le luci di natale, i botti di capodanno e via, verso il nuovo, verso una stagione rinnovata, verso il domani che, forse, è già qui…

 

Pimpra

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SIAMO CIO’ CHE MANGIAMO

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Dovendo ricaricare le batterie fisiche e non disponendo di liquidità monetaria per darmi alla pazza gioia folleggiando tra le note e gli abbracci di un bellissimo festival di tango nella vicina Lubiana, mi son dedicata a fare biscotti.

Adoro prepararli.

Amo mettere mano all’impasto, scegliere le farine – di grani rigorosamente bio e “antichi” (kamut, farro…), giocare con gli stampini, glassarli di cioccolato fondente…

Un godimento per tutti i sensi e, incredibilmente, un profondo momento di relax, anche se la seduta di preparazione, tra una cosa e l’altra, non è durata meno di 4 ore… in piedi, in cucina…!

Alla sera, mollemente distesa sul divano, il tecomando mi porta a scegliere il film “Something good” prodotto e diretto da Luca Barbareschi e uscito a novembre dell’anno scorso.

Trattasi di “food thriller”, ispirato al libro “Mi fido di te” di Abate e Carlotto che ha come tema la sofisticazione alimentare e i danni, a livello globale, che sta producendo.

Ok, è un film, ma sono certa che molto di quanto passato a schermo, raccontasse di avvenimenti reali, tristemente reali. Nuovi mercati, come l’Africa, dove vendere latte in polvere destinato ai bambini che di “latte” ha solo il colore, maiali così infestati di antibiotici da essere tossici anche solo a toccarli, pesci radioattivi di Fukushima venduti in tutto il mondo, scarti di cuoio russo esportati nei mercati dell’America Latina per farne poi mangime per animali… e qui mi fermo…

Allucinante. Non ho altre parole.

Non riesco neppure ad immaginare cosa entra nei nostri corpi a nostra completa insaputa… e poi rimaniamo stupiti se ci ammaliamo????

Un tempo, un innamorato che lavorava proprio nel settore alimentare, quando andavo a far la spesa di pesce surgelato mi insegnò a leggere le etichette “Non acquistare assolutamente se proviene dalle zone: 57 71 61 51”, ed io “ma che sono queste zone?”, lui mi spiegò che i mari sono divisi in settori e ad ognuno di essi corrisponde una o più zone del globo. I numeri da evitare, guarda caso, riferiscono tutti ai bacini asiatici…

Guardo i miei biscottini “home and hand made” così imperfetti eppur fragranti e profumati di buono, oserei dire “belli” perchè, almeno, so perfettamente quali ingredienti ho utilizzato e, mi auguro, che le materie prime fossero di qualità, considerato il prezzo a cui le ho pagate.

Di sicuro non ho più voglia di andare per ristoranti… non sai mai quali schifezze di infima qualità ti mettono nel piatto…

Che tristezza… che grande tristezza.

Pimpra

Ps: il salmone di qualsiasi ristorante cino/giapponese in cui sono stata, non lo digerisco, mi si ripresenta per ore. Il trancio di salmone acquistato dal pescivendolo, quello, in qualsiasi preparazione, lo digerisco perfettamente.

Strano no?

 

 

DONNE, PROFESSIONI E TACCHI

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Quest’oggi, mentre transitavo da un piano all’altro della gabbietta, sono stata letteralmente folgorata dal tacco 12 di una ospite del palazzo.

Qui da me, spesso accade che si svolgano eventi di rappresentanza, ed oggi era un giorno di questi.

Dallo stiletto risalgo alla gamba e su su fino ad avere la visione completa dell’insieme. Un abito nero ben segnato nei punti giusti, issato su un paio di stabilianti decolleté dal tacco altissimo.

Oggi ospitavamo la categoria “legulei” in svariate declinazioni: avvocati, magistrati, consiglieri, praticanti, professori… insomma la variopinta umanità che ruota attorno al macrocosmo della “Legge”.

A parte il solito abito da lavoro degli uomini, su cui non mi soffermerò (benchè ci sarebbe, comunque, tanto da dire), sono rimasta colpita dalle calzature sfoggiate dal gentil sesso.

Tutti voi conoscete la mia passione radicale per i tacchi, i tacchi a stiletto, per la precisione, quelli aguzzi, affilatissimi, sottili e pericolosi. Li adoro. Venderei la macchina per potermi permettere un paio di Louboutin. Un paio a settimana. 🙂

Ciò detto e premesso, le signore presenti mi hanno inondato di non poche perplessità.

Ho notato che, brutte o belle fossero, tutte indossavano scarpe da capogiro (anche per l’altezza!). Adirittura fuori contesto tanto erano eleganti e/o evidentemente da sera.

Molto spesso le ho viste traballare e avere un portamento non precisamente da danzatrici classiche ma, loro, se ne fregavano assai di ciò. L’importante era svettare, elevarsi, farsi notare, rubare gli sguardi.

Non posso negare che le ho pure invidiate un po’, perchè, in sala, ho visto più d’una suola rossa…

Nello stesso momento mi ponevo una domanda: “Come mai, dai tempi dell’Università le studentesse di legge erano sempre le più fighe di tutte, quelle tiratissime (e che se la tiravano anche…) a dispetto di tutte le altre?”

[Per inciso quelle di lettere erano considerate ottimo territorio di caccia, ma più per il concetto che a lettere i “costumi” erano più lassi ovvero vigeva l’allegro motto del “darla_via” (e di non doverlo nascondere che la vita è bella e va vissuta pienamente)].

A ben pensarci, non credo che le future avvocatesse, notaio, magistrato lo fossero meno, zoccole, intendo, solo che, nel loro caso, vigeva il codice d’onore del darla_via “segretamente” e – così i malevoli vociferano – solo a quelli da cui poter ricavare un qualche vantaggio. Ma si sa queste sono dicerie di campanile, perciò lasciano il tempo che trovano… 🙂

Tornando all’oggi, eppure mi chiedo, dove risieda il bisogno di “esagerare” così tanto, di manifestare una femminilità talmente eccessiva da essere quasi violenta.

Che sia per far paura ai colleghi maschi, incutendo in siffatta maniera, una sorta di rispetto professionale che, altrimenti, non sarebbe altrettanto riconosciuto?

Perchè, le signore, più che “normali” professioniste, davano la sensazione di essere delle tigri appena uscite di gabbia.

Belle, ma tremendamente pericolose.

Quindi, donne all’ascolto, adesso guardatevi i piedi e ditemi che cosa indossate. Da lì saremo in grado di capire il vostro livello di prestigio sociale, di volontà di emergere,  di realizzazione professionale, l’aggressività presunta o latente,  e un sacco di altre cose belle!

😉

Pimpra

UN MONDO DI MERDA

Mendicante-ginocchia-memoria_540 Stamattina, ancora completamente immersa nei recenti sogni notturni, mentre percorro i pochi metri mancanti all’ingresso in gabbietta, vedo, ancora, una donna, mia coetanea, accovacciata a terra, con un fazzoletto in testa e un piccolo cestino di vimini davanti a sè, mentre aspetta che qualche passante le dia qualcosa.

E’ quasi “invisibile”, nel senso che la logora giacca blu che indossa (anche d’estate) la mimetizza pressocchè completamente con l’asfalto che la ospita.

Vedendola la prima volta, mi sono chiesta perchè non cercasse una posizione dove fosse più “visibile”.

Le ho dato più volte denari. Non so resistere alla tristezza e al vuoto di certi sguardi, a certa condizione in-umana.

Quando non c’è, mi chiedo dove sia finita. Lei non è di quei poveri insistenti, questuanti, lei è il Silenzio.

Stamattina l’ho rivista.

Tra me e me ho pensato che non ho il potere di risolverle la vita con i pochi euro che sono in grado di lasciarle.

Ho proseguito e sono entrata dal “gioielliere” (il fruttivendolo più caro della città), dove ho acquistato una mela. Di lì a qualche passo avrei speso € 3,5 di cingomme, droga che mi serve per sopravvivere alle mie quotidiane frustrazioni in gabbietta.

Mi sono fermata dopo due passi, dietrofront, e sono rientrata dal gioielliere. Ho deciso di offrirle del cibo, non qualche misero euro, e così ho fatto.

Passandole davanti, le ho lasciato il pacchettino di frutta, i suoi occhi si sono illuminati e mi ha ringraziato tantissimo.

Non mi sono sentita bene, nè un essere umano migliore. Affatto. Nè, tantomeno, ho pensato di avere ottenuto un piccolo “credito” per la mia anima, all’induista maniera.

Sono entrata nel tabacchino e ho acquistato ciò che dovevo.

Pimpra

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COUNTDOWN

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Bisogna prepararsi. Mentalmente, fisicamente, emotivamente.

Tra poco più di un mese è natale. Stiamo entrando di prepotenza dentro all’inverno anche se, al momento, le temperature non sono affatto punitive, ma, solo – troppo- umide.

Sento un profondo cambiamento, non so se legato esclusivamente alla stagione, al quadro astrale, a chissacosa. Ma lo sento. Profondo, intenso ed impegnativo.

Al momento il mio corpo si è messo in “tilt”, regalandomi una nutrita serie di fastidi che mi servono a fermarmi per fare il punto.

Non potendo oppormi, eccomi qua.

In fondo non è male, una sorta di brainstorming esistenziale, in cui, volente o nolente, mi tocca guardare dentro le stanze buie. Credevo peggio. Paura immotivata.

Ho un bisogno indicibile di sfogare energia vitale che mi rimane dentro e mi “infiamma” (nel vero senso).

Le gambe, appesantite e dolenti, vogliono muoversi. Ho bisogno di letti di foglie umide e odore di bosco. Voglio l’aria che profuma di muschio, il sudore che mi imperla la fronte, voglio sentire male ovunque, perchè quello è un male che è bene e poi passa e mi fa sentire viva.

Voglio respirare, a fondo, profondamente, dentro di me.

Aspetto con una gioia infantile le prossime maratone, dove mi riempirò l’anima di abbracci e la felicità che mi regala ballare potrà, finalmente, trovare la sua giusta dimensione.

Ci siamo quasi, manca poco, il countdown è già partito.

Ed io, felicemente, mi sto preparando…

Pimpra

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VAGA_(AB) BONDANDO

MOLO AUDACE DI PIMPRA(Trieste, Molo Audace. Uno dei miei luoghi preferiti. Oggi, 30 ottobre 2014)

* * *

Quanto mi è mancato il mio “momento Panda” quando, nel raptus di una visione mentale, mi metto davanti alla pagina bianca e faccio partire le dita sulla tastiera.

E’ un attimo e sparo nell’etere il mio pezzo. Bello/brutto/interessante/leggero non importa, è un bisogno energetico, un fluire che mi è vitale.

Son due mesi che, tra il lusco e il brusco, sono molto spesso in giro per lavoro, in Toscana, Emilia Romagna e, tra breve, Liguria. Talmente presa che, pur vivendo una sfavillante orchestra di stimoli, non trovo materialmente il tempo di mettermi alla tastiera e … scrivere.

Mi stanno per venire i brufoli, perchè, da qualche parte, le parole, devono pur uscire!

La mia vita vagabonda, benchè faticosissima da un lato, mi riempie la testa di gioia. Ogni volta che arrivo in una nuova città mi lascio pervadere da tutto ciò che di sensibile possa esserci: siano colori, suoni, rumori, forme e, per definizione, l’energia stessa del luogo.

A sera, nella solitaria camera d’albergo, mi “raccolgo”, cercando di catalogare la quantità di stimoli che mi hanno raggiunta.

E’ sempre una grande abbondanza, perchè, nulla di più straordinario esiste per me oltre “Il viaggio”.

Così la Toscana si sta rubando la mia anima, entrata in modo sottile e profondo dentro ogni filamento dell’ essere. Mi piace tutto, ritrovo me stessa in ogni cosa. Adoro la parlata morbida e flautata della gente, i colori delle città, il cibo, l’arte e la natura.

Sto invecchiando, è un chiaro segno. Adesso cerco la qualità delle cose.

L’Emilia Romagna mi ha accolta nel suo caldo e festoso abbraccio. Una terra che non si dimentica, entra, prepotente, con l’energia del fanciullo, la giocosità di un cagnolone che ti viene incontro a farti la festa. Sono stati giorni di godimento, dove ho rubato con gli occhi la passione per la vita e per i suoi sapori.

Non so, invero, quanti bolognesi veraci ho potuto incontrare, ma, di certo, la terra di Emilia e di Romagna entrano, violentemente gaie, con tutto il loro portato di naturalezza. Che resta un bene prezioso.

Mi aspetta la Liguria, ferita duramente dalle recenti vicissitudini. Non so cosa aspettarmi, ma credo che troverò delle affinità con la mia terra di mare e di vento.

In tutto questo andare, non mi pesano le levatacce mattutine per avviarmi alla stazione, nè, tantomeno, le lunghissime giornate di lavoro.

La tortura di ogni viaggio, ebbene sì, è … prepararmi la valigia! 🙂

Io vado, ma tanto torno!

Pimpra

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FIORI D’ARANCIO

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Crescere, dopo gli “anta”, non significa solo invecchiare, è scoprire nuovi aspetti di sè stessi e, a volte, rimanerne piacevolmente stupiti.

E’ accaduto alla sottoscritta proprio questo fine settimana.

Ospite a un graditissimo matrimonio di una coppia di amici che hanno superato i 30 anni, perciò – oserei dire – ben più consapevoli del passo che si accingevano a fare.

Cos’ho scoperto?

Quello che credevo un rito assolutamente inutile, superfluo, solo un gran baccanale, una pseudofesta comandata, una tappa obbligata nel percorso di una coppia, ha – inaspettatamente –  prodotto in me, una eco molto positiva.

Ho visto due persone scambiarsi una promessa davanti a tutti i loro amici e parenti, le ho viste guardarsi profondamente negli occhi e formulare un credo sentito (il matrimionio era civile), le ho viste convinte, e, soprattutto, ho percepito la sicurezza nel voler mettere un sigillo alla loro unione, così, dinnanzi al mondo.

I detrattori del matrimonio mi prenderanno a sassate, già lo so.

Si tratta di avere coraggio. Di rischiare lanciandosi in una promessa di “eternità” legata a un sentimento che, per sua natura, è tutto, fuorchè “eterno”. L’amore.

Eppure è tanto bello crederci, impegnarsi e provare a far funzionare il rapporto in un percorso sulla lunga distanza, e provarci con il cuore puro, convinto, sperando di potersi tenere per mano fino alla fine.

Gli sposi mi sono piaciuti tantissimo. Perchè erano sposi “adulti”. Hanno aspettato di incontrarsi per potersi scambiare le promesse con convinzione, senza le giovanili illusioni emotive della verde età.

Ho visto negli occhi della sposa una luce che mi è entrata in profondità, sì, l’ho invidiata anche, ma di quell’invidia che è solo bella, senza retropensieri, perchè lei ha trovato la sua metà di mela.

Lui è un uomo di poche parole, ma di molti fatti, così come la novella moglie ha più volte espresso, con tanta commozione, durante la giornata di festa.

Come erano belli, come erano felici, come erano consapevoli.

E mi riscopro amante di questa tradizione tanto antica, che tutto evoca in me, meno che sciatteria o illusione.

Perchè, nulla di più dolce hanno visto i miei occhi che lo sguardo innamorato e profondo degli sposi, e immaginare me al posto loro è stato un attimo…

BUONA VITA!!!

 

Pimpra

 

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CAMBIO DI STAGIONE. CAMBIO DELL’ARMADIO. CAMBIO DI VITA.

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Bisogna essere preparati. Attrezzarsi, non farsi prendere alla sprovvista.

L’autunno è già tra di noi. Verrebbe da dire che si è mascherato da primavera, ha giocato con gli abiti dell’estate per poi svestirsi e farsi vedere per quello che è, solo adesso.

Autunno è una stagione di mezzo, una delle due più difficili, in realtà, perchè non si ciba nè di carne nè di pesce, non profuma di neve e nemmeno di caldo sole.

Ma, autunno rappresenta un cambiamento e un inizio. Ci avete mai pensato?

Riprendono tutte le attività invernali, dalla scuola ai corsi, le ferie di solito sono finite e si entra, di prepotenza, nel ritmo conosciuto delle nostre vite.

Si chiude la stagione della festa, del colore e del tepore, si accende quella della malinconia, del ricordo e del progetto.

Chi scrive è donna di luce, perciò sarà facile intuire che, in questa mutazione, non mi sento a mio agio ma… ho imparato a gestirla.

Così, non mi faccio più prendere dallo sconforto, legandomi ai ricordi di “ciò che è stato”, non tengo più ferma la mente su immagini e momenti che non ci sono più.

Io direziono lo sguardo davanti a me, vivo il presente. E cerco di scorgere ogni delicata scintilla che mi riscaldi il cuore e la mente.

Cambiamento. E’ la parola chiave di oggi. Per assecondarlo bisogna viaggiare leggeri, abbandonare, anche fisicamente, abiti/oggetti/situazioni che non ci rappresentano più ma che mantengono un’energia pesante, troppo onerosa per non disfarsene.

Ordine. Quando una cosa cambia, necessita della costruzione o creazione di un nuovo ordine. Solo oggetti/sentimenti/emozioni non affastellate casualmente, permettono la visione di un nuovo scenario.

Volontà. L’operazione di “muta” è tutta a carico nostro. Non si può delegare. Ognuno deve occuparsi delle sue priorità, deve decidere quali scatole riempire per prime e (ri)sistemarsi la casa.

Scelta. Nel nuovo disegno delle cose solo la capacità di sapere e volere scegliere ciò che è meglio per noi, ci sarà da faro e guida verso il migliore dei mondi possibili.

A pensarci bene, abbiamo davanti una piacevole sfida. Il pennarello è già nelle nostre mani, pronto per essere utilizzato.

Non mi resta, non ci resta, che iniziare a colorare.

Se pensiamo all’autunno, al cambiamento così, fa meno paura. E’ molto meno faticoso e perde tutta la connotazione triste e malinconica che, si solito, siamo usi affibbiargli…

Parola d’ordine: RIMBOCCARSI LE MANICHE!

Pimpra

 

 

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