NON GIRO. NON INGRANO. POI RUGGISCO. #ditantointango

Image credit Marco Buoli

Il mio weekend di fuga era pronto, caricato in quella valigia grande che in treno non ingombra mai. Già pregustavo le soste golose al Mercato Centrale di Torino, il premio per la mia meta. Ma il risveglio è stato un trauma: la sveglia ha tagliato il sonno come una scudisciata. Non ero pronta, eppure sono scattata sull’attenti.

Cinque ore di binari e quattro biscottini senza glutine che risalgono, implacabili, a bussare alla bocca dello stomaco. Torino mi accoglie con un sole che morde l’asfalto, ma io tremo. La camminata verso l’appartamento, proprio davanti alla sede della maratona, è un calvario di brividi e digestione bloccata. La resa è inevitabile: chiudo fuori il mondo e mi infilo a letto fino all’alba.

Il mattino dopo scelgo colori chiari, cerco un’armonia cromatica che mi restituisca luce, ma è l’energia a mancare. Sono a un passo dall’autosabotaggio durante la pomeridiana col mio DJ icona.

Non giro. Non ingrano. Non è il corpo a essere rotto, è il processore interno che è andato in standby. Lo sguardo è acquoso, privo di quel laser necessario per intercettare l’altro; mi sento detronizzata da ballerine più affamate, più ‘accese’.

Potevo andarmene, ho scelto di restare.

Ho deciso di restare dove non funzionavo. E il miracolo è avvenuto: tande vibranti, una dopo l’altra, una connessione che finalmente fluiva. Su quel parquet, tra le grandi vetrate che filtrano la luce mutevole della Dora, mi sono ritrovata. Due giorni di rilassatezza assoluta, su assi che trasudano storie di balli passati. Vibrazioni che risalgono dalle gambe e si fermano al cuore.

Le maratone sono diventate un assedio psicofisico.

Non essere più nella categoria ‘giovani’ impone una ferocia diversa: bisogna avere fame per intercettare lo sguardo giusto in quella foresta di occhi che saettano sulla pista. È complicato, è tattico, è estenuante.

La fatica viene premiata dalle tande migliori che escono come un poker dal cilindro magico. E tutto torna al suo posto: sai perfettamente chi sei, e qual è il sapore del tuo abbraccio.

Il reset avviene in pochi attimi e recuperi connessioni perdute.

È quello l’istante in cui l’onda lunga della pista viene a prenderti e tu non puoi fare altro che seguire il flusso.

Giaguare si nasce.

Pimpra

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1 Commento

  1. Avatar di Enrique Martinez

    Enrique Martinez

     /  10 aprile 2026

    ò che descrivi qui tocca qualcosa di profondamente umano: quella sensazione di essere presenti fisicamente ma disconnessi da noi stessi. La resilienza non è sempre un salto energico — a volte è semplicemente restare, anche quando tutto sembra andare a vuoto. Nel tango, come nella vita interiore, l’autoconsapevolezza si sviluppa proprio nei momenti di stanca, quando il corpo e la mente imparano a riconoscere i propri limiti senza giudicarsi. Questo racconto è un bellissimo esempio di come il movimento diventi specchio dell’anima. Grazie per questa riflessione così autentica. — astroideal

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