SIX.Q TANGO INTERVISTE. PEPPE DI GENNARO E ADELMA RAGO

Faccio fatica a restare imparziale e a presentare questa coppia nel modo più neutrale possibile.

Il loro tango, per me, è il sale che va nell’acqua di cottura degli spaghetti: imprescindibile. Godetevi questa intervista, ricchissima di spunti e di consigli.

***

SIX.Q

  1. Nome e città di provenienza


Peppe Di Gennaro, di Giugliano in Campania 

Adelma Rago, Napoli.

2. Lo stop forzato dalle milonghe ci costringe, se lo vogliamo, a praticare la tecnica. Definisci le priorità a cui prestare attenzione: piedi, gambe, asse, abbraccio…


P. Credo di aver vissuto una quarantena entusiasmante. Date le circostanze, la più bella che potesse capitarmi.

Perché ero nelle condizioni di poter ballare e soprattutto praticare molto spesso. C’era questa cosa immane: il tempo.

Proprio rispetto al ballare ho avuto un tempo senza fretta, senza competizione e per certi versi senza obiettivi, se non la semplice domanda: “che succede se…?”. Lo stop forzato è stato una esperienza, qualcosa di  fondamentale per compiere un’indagine profonda su quello che sono gli strumenti dell’apprendimento corporeo, poter fare degli “esperimenti in vivo”, avere giornate intere a disposizione per riformulare e comprendere moltissimo della percezione dello spazio.

E per quello che io ritengo tra le cose più preziose, ancora un volta, fare un nuovo tentativo, provare a comprendere il Vuoto, la Caduta. Studiare entro certi limiti in che modo l’Apparato Umano reagisce rispetto a queste cose.

Quello che posso dirti, allo stato attuale delle mie conoscenze è proprio questo, di svincolarsi da un’idea per compartimenti del nostro corpo. L’Insieme, che è ben oltre la somma delle sue parti, mi piace pensarlo come qualcosa che sia ben oltre anche la moltiplicazione delle sue parti.

La priorità rimane per me, sempre la stessa, comprendere il non-equilibrio, nel senso più ampio possibile.

A. Siamo tutti consapevoli del fatto che l’essenza del tango risieda in parte nell’abbraccio, in parte nella sua forte componente sociale. Insegnando tango da qualche anno, ho appreso che non tutti coloro che si avvicinano ad esso ricercano una tecnica impeccabile per poterlo fruire e praticare. Molti ne apprezzano quasi esclusivamente il lato sociale, dedicando alla tecnica un minuscolo spazio, salvo poi lamentare intere serate trascorse a non essere invitate o ad essere rifiutati. Nessuno lo ammetterebbe mai con tanto candore, ma un abbraccio e un tango “indimenticabili” non nascono dal nulla: l’intimità e la piacevolezza di un momento, la chimica tra due corpi che si muovono nella musica, sono frutto di tanto impegno e tanto studio.

Le mie basi e il mio approccio (del tutto personale), sono il prodotto di un percorso lungo, accurato, nel quale mi sono creata la possibilità di studiare con i migliori ballerini al mondo. Gli stessi, non mi hanno mai “fatto sconti”, sono stati ligi ed inflessibili, mi hanno sempre lasciata a fine lezione con degli interrogativi e, alcuni di questi “enigmi”, il mio corpo è riuscito a risolverli solo anni più tardi. Anni…non settimane, non mesi. Anni.
In tanti apprezzano nel tango la possibilità di passare delle serate in compagnia, rilassandosi, divertendosi, chiacchierando, bevendo/mangiando insieme poi, ad un certo punto si balla e, magari, a fine serata, c’è chi è più soddisfatto e appagato e chi meno: ecco, a “chi meno” consiglio, in questo periodo, di concentrarsi tanto sulle basi tecniche in generale quanto sull’asse, in particolare. La sua conquista (in staticità e in dinamica), dà accesso a possibilità infinite e a tande davvero indimenticabili.

3. Quando insegni, quale è l’errore tecnico che ritieni imperativo correggere nei ballerini/e?

P. La paura.

Che è quanto di più tecnico ci sia, a dispetto dei sofismi emotivi.

Sono ormai otto anni che mi dedico ad una cosa che si chiama Tangoletics, all’inizio non la chiamavo così, l’avevo chiamata Brutale_T, era una cosa informe, una sorta di brodo primordiale in cui confluivano alcune discipline, anche distanti tra loro. Nata da una folgorazione quasi per caso avuta dentro al Lincoln Center in una giornata di fine dicembre 2012 mentre ascoltavo una conferenza, una retrospettiva sulla vita e l’opera di George Balanchine.

La parola greca, τέχνη, la cui traduzione inesatta è proprio Tecnica, porta con sé un bagaglio gigantesco, urgentemente da recuperare.

Intanto il senso ultra-specialistico con cui oggi si intende la Tecnica, e questo esulando dal tango chiaramente, possiede lacune che esplodono proprio in prossimità della interazione umana. Per il Greco del V secolo la τέχνη non era solo uno strumento per risolvere il problema, ma era un modo di essere, di approcciare a tutte le cose. La forza della τέχνη è di accettare l’errore, conviverci per un pò e poi eventualmente sottrarre l’errore, ma non con l’ossessività o con forzature, ma come qualcosa di inevitabile. Ecco, la sottrazione dell’errore è un fatto procedurale in cui per un pò si convive con lo stesso. Il rifiuto immediato, la non accettazione porta alla frustrazione (che può essere in certi casi, ma solo in certi casi e per un tempo limitato, motivante) ma soprattutto può portare alla confusione.

La paura dunque, quella vera, che nel Tango non è data dal non comprendere in dato momento l’esatta postura o dagli angoli di dissociazione, dalla posizione della testa o delle mani etc.

La paura è il vuoto, cadere, perdere l’equilibrio, è il non percepirsi nello spazio, smarrire l’altro, che è attaccato a noi ma pericolosamente invisibile.

Con gli esercizi di Tangoletics ad esempio si cerca in maniera graduale, (alcune sessioni possono durare 3-4 ore), di perdere l’equilibrio, da soli o in connessione, di sottrarre delle leve e recuperare l’equilibrio per non cadere.

Il fatto è che si può cadere, (non parliamo delle cadute delle arti marziali), e questa cosa, il cadere, non ha nulla di scandaloso. Il corpo umano quando è sottosto a “g” in forma libera e non prevista reagisce con una unità di crisi che nel giro di pochi millisecondi attua una serie di procedure per limitare o evitare il danno. Basti pensare alla nostra reazione quando si cade nel sonno.

Muoversi nello spazio, in due, in presenza di molte altre coppie, in una modalità che è quanto di più complesso ci sia, modalità che prevede una dominanza dionisiaca su quella apollinea (che però non cessa mai di esistere), che è data dal rapporto funzionale che le geometrie corporee hanno con la musica, un ballo che non ha nulla di “standard” e di prefigurato, proprio per il prevalere della cromaticità musicale su tutto il resto, e che prevede un numero di combinazioni praticamente illimitato come un albero frattale. Ecco in tutta questa faccenda bisogna quanto minimo convivere con la paura di sbagliare ed armarsi di tanto coraggio

Soprattutto per chi segue, anche semplicemente il camminare all’indietro richiede da subito più un atto di coraggio che di tecnica.

A. La postura e l’uso scorretto dei piedi, non soltanto nella loro forma estetica, ma anche nella loro funzione dinamica, stabilizzante, propulsiva: la stabilità ma anche il grado di dinamicità del proprio tango, a mio avviso, dipendono completamente da essi. A differenza di ciò che possono ipotizzare i malpensanti, il tango si balla “in piedi”: sembrerà una banalità ma questa espressione rivela la loro importanza per l’asse. Volendo scendere ancora di più nel particolare, l’errore che mi piace correggere è quello che io definisco “piede pigro”, o “piede dormiente”, o “piede incosciente”…un errore che mi ha accompagnata nei miei primi anni di tango. Non riuscivo a capire come fosse possibile ampliare un passo o ridurlo a seconda delle necessità, senza far variare la quota, e come mai alcune ballerine riuscissero a realizzare passi giganteschi a dispetto della loro piccola statura. La risposta giunse in seguito ad un piccolo infortunio che mi tenne due mesi lontana dal tango: in quel periodo, attraverso alcuni esercizi di fisioterapia, ebbi modo di scoprire l’importanza dell’avampiede e delle sue molteplici funzioni. 

Fu una vera e propria scoperta per me, il mio modo di ballare cambiò completamente nel giro di pochissimo tempo

4. Il tuo esercizio preferito da fare a casa per mantenere il corpo agile e abile al tango.


P. Io vivo di Ochos.

Chi mi conosce sa di questa mia ossessione.

Molte persone che oggi ballano, e che hanno studiato con me, ecco tutte queste persone hanno vissuto del tempo con me facendo Ochos. Intere giornate per alcuni mesi a fare solo questo e si esce trasformati.

Sempre in asse senza sostegno, sin dal primo giorno. In modo brutale.

L’otto all’indietro

Su una base data da un Di Sarli strumentale del 50-52, o su Canaro strumentale 28-33, per farne 1000 (senza adornos e controtempo) occorrono tra 26 e i 31 minuti. Per me questo è sballarsi.

Risale al luglio 2013 il mio record personale, quando insegnavo al mitico Mumble Rumble: 6700 Ochos Atras senza mai fermarmi in poco più di 3 ore.

A. Ho parlato dell’asse e dei piedi e, grazie a questa domanda, colgo l’occasione per parlare di un’altra parte fondamentale della tecnica di tango che più mi rappresenta: la dissociazione.

L’esercizio che amo maggiormente praticare, quello che ho indagato di più e che ha notevolmente migliorato il mio tango insieme all’improvvisazione musicale, è senza dubbio l’ocho. Avanti o atras, con scarpe basse o alte, inizialmente al muro, poi senza sostegno. Praticarlo è indispensabile, non solo come allenamento ma soprattutto per risvegliare la coscienza corporea e, quindi, capire come funziona la famosa “spirale” interna, come ogni sezione del nostro corpo, nella rotazione, segua quella che la precede, come ognuna di esse sia al tempo stesso collegata ma indipendente dalle altre.

È fondamentale comprenderlo, però, prima di praticarlo. Quindi, ancora una volta, si parte dal presupposto tecnico corretto e poi ci si esercita, altrimenti si rischia di accumulare degli errori e di far pratica su di essi.

5. I video quando si pratica a casa: sei favorevole o contrario?

P. Per anni avevo smesso di vederli e di farne. Da circa un anno ho ripreso ad avere curiosità al riguardo. 

In passato avevo sempre trovato stimolante vedere e rivedere quelle cose rare, fatte di potenza e rischio, irruenti ed in grado di evocare qualcosa.

Oggi mi sento più ispirato dal guardare la costruzione dell’insieme, ballare è raccontare una storia.

La vera novità è che spesso guardo anche cose che non mi piacciono, provando ove possibile, a capire perché non mi piacciono.

Riprendersi con una videocamera è un fatto molto delicato, non sempre ha senso

Dopo tanti anni trovo che abbia senso se lo si fa per lunghissime sessioni, in cui ci si dimentica dell’Effetto McLuhan. Ci vorrebbe una videocamera segreta che isoli il Medium dal Messaggio.

E’ un fatto delicato quello del riprendersi,  perchè vedere un errore, il proprio, non coincide con la sua eliminazione. Il voler eliminare un proprio errore introduce talvolta cecità rispetto al nostro partner, ed un senso di rifiuto che può avere origini che non risiedono necessariamente nel tango.

Solo quando si è disposti ad avere tolleranza verso se stessi io lo consiglio, e se ne sono capace, lo faccio.

A. In tempi di Covid li trovo una vera e propria “mano santa”, sia per chi vuole migliorare la qualità del proprio tango, sia per quanti non vogliono perdere il lavoro fatto in mesi o anni di pratica. Per questo durante la quarantena è nato “Tango Arteteca”, un piccolo canale You Tube nel quale propongo video tematici brevi (10/11 minuti), e do alcuni consigli utili per chi vuole praticare a casa divertendosi. Inoltre, sempre durante il lockdown, sono stata a disposizione delle mie allieve su Zoom: abbiamo lavorato sulla tecnica e sono riuscita a correggerle nonostante la distanza. È stata un’esperienza nuova per me, del tutto particolare. Non c’è niente da fare: l’essere umano, quando vuole, riesce ad adattarsi al nuovo, per quanto bizzarro esso sia

In ogni caso, come ho detto all’inizio, dal momento che il tango non è fatto solo di tecnica, posso comprendere anche il discorso di chi si è fermato totalmente, in attesa di tempi migliori. Ma trovo che, per alcuni, la quarantena sia stata un’occasione incredibile per colmare le lacune tecniche: spesso lamentiamo proprio la scarsa disponibilità di tempo, per occuparci di noi e delle cose che, per via del lavoro o della famiglia, tendiamo a trascurare. Chi ha speso questo tempo studiando, non solo tango ma qualsiasi altra cosa lo appassioni, ne ha fatto sicuramente un buon uso.

6. Dì quella cosa che avresti sempre voluto dire ma che non hanno mai osato chiederti.


P. C’è un argomento su cui mi sono totalmente ricreduto, ma già da anni, il cosiddetto talento

“I talenti del giorno o del mese”.

C’è una statistica che ha dell’incredibile. La maggior parte delle persone a cui si dice che “sono portate”,  che sono talentuose: o lasciano il tango o smettono in breve di studiare per defluire in una mediocrità mista a supponenza.

C’è una parola che assume sempre di più una aurea magica, mai scontata, mai banale: impegno.

L’impegno è fatto di precisione, di ripetizione, di sistematicità. Parole noiose ed in disuso nell’era della noia infeconda e dell’immediatezza compulsiva.

Prima abbiamo parlato di τέχνη. C’è un termine molto caro al mondo Greco e che abbiamo ereditato solo nel suo aspetto più immediato, εὕρηκα, èureka.

E’ impensabile convivere con questo stato, quello di εὕρηκα, senza trascorrere del tempo immenso in sane opere di fallimento.

La bellezza intrinseca della quarantena, che ha dato una nobilissima abitudine a tante persone, è stata proprio quella di consentire a ciascuno di noi di prendere appuntamenti con noi stessi, ad una certa ora del giorno, svolgere il compito, fare le cose prefissate.

Cose fatte di esercizi e di ripetizioni, come un mantra. Tutti i giorni più o meno alla stessa ora, la stessa cosa alla stessa ora, senza annoiarsi.

I “talenti del giorno” nel tango sono per lo più un danno, a loro e agli altri.

A. “Cosa ne pensi del tango escenario?”
Per me adattarsi è importante, lo dicevo prima. Senza l’adattamento, l’essere umano non sarebbe sopravvissuto tanto a lungo. Eppure, trovo che il fondamento di una forte personalità sia insito soprattutto nella coerenza. La coerenza caratterizza e definisce l’essere umano che ha preso coscienza di sé, non solo delle proprie capacità ma soprattutto dei propri limiti. Ciò che adesso è ampiamente diffuso e sdoganato (il tango escenario), quindici anni fa era un aspetto del tango totalmente di nicchia, praticato da pochi, volenterosi, determinati ballerini

Personalmente, ieri come oggi, trovo che sia un tipo di tango che non mi rappresenta per nulla e che non avrei piacere ad indagare: a volte resto impressionata, come tutti, da alcune dinamiche “supereroistiche”, “aliene”, prodezze inconcepibili per chi, come me, ha ballato tango per anni cercando la naturalezza del movimento e, soprattutto, tentando nel modo più assoluto di sgombrare la mente per evitare “prefigurazioni”. Sono cresciuta sulla pista, non sul palcoscenico, perciò quello è stato, è e resterà il mio mondo.

In breve, stimo chi lo pratica ma non fa e non farà mai per me

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Per studiare e per contattare i Maestri:

Profilo FB: Peppe di Gennaro, Adelma Rago

Pagina FB: Tango Bar

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Ringrazio davvero molto Peppe e Adelma di aver partecipato all’intervista e di averci offerto molto su cui riflettere e… studiare!

Pimpra

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