LA POETICA DI UN BISCOTTO AL CIOCCOLATO

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Ho voglia di leggerezza.

Stanca del cappello di muffo grigiore che mi pesa sulla testa e, soprattutto, sull’umore.

Ma che fine ha fatto l’amata bora? Nonappena se ne va, cala un manto di foschia appiccicosa e inquinata che contamina l’aria e toglie vivacità.

Ho trovato il rimedio. Vado a fare la spesa, riempio il carrello delle peggio cose e mi chiudo in cucina. Non è che ho voglia di mangiare, ho desiderio di creare, ho piacere di usare le mani, per una volta, lontane dai tasti del pc.

E mi metto a fare biscotti che poi regalo e non mangio mai.

L’ultima scoperta sono i #pepitoni al cioccolato. Mi sono guadagnata sul campo un bel “strabuoni” detto da un bimbo di 9 anni che equivale  a ricevere una stella Michelin!

La casa viene abbracciata dal calore del forno e inondata di un sublime profumo di cioccolato e vaniglia che ti proietta  immediatamente alla tua infanzia.

E non è una bella sensazione per tutti, quella di ritrovare nel cuore le medesime sensazioni di quando eravamo mocciosi, le stesse emozioni semplici e profonde?

Embè la poetica dei biscotti al cioccolato è proprio questa: ti regalano un viaggio nel tempo…

Peccato che oggi sia solo martedì e la gioia della creazione me la posso concedere solo nel fine settimana… Intanto cerco e stampo nuove ricette…

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

ALLA FACCIA DELLA GUIDA MICHELIN

Scopro di avere un lato profondamente reazionario, nascosto nelle pieghe del mio carattere.

Me ne rendo conto ogni giorno un poco di più. Inizio a sentire prurito per gli eccessi vuoti (di contenuto) di tante persone e situazioni e modi e mondi.

Non percepisco il seme della vera originalità, dell’anticonformismo, dell’eccentricità profonda e pregna di ricerca concettuale, in coloro che tali amano definirsi e che credono di vivere vite all’insegna di queste bandiere.

Il vuoto pneumatico, cosmico.

E così accade che, nel pragmatismo duro della vita reale,  ti presentino un risotto che a guardarlo, ti viene da vomitare.

Ad Assisi, qualche giorno fa, in un sedicente ristorante “marchiato” con tanto di adesivo rosso Michelin ed altri, “prestigiosi” riconoscimenti, mi sono vista servire un risotto allo zafferano con finferli che aveva un aspetto (e un gusto) abominevoli.

Nella civiltà dell’immagine a tutti i costi, dove “sostanza” è divenuta semplice attributo della “forma”, mi hanno servito un piatto che non si poteva guardare, tanto era brutto!

In cima a una micro porzione (ci vogliono tutti magri), campeggiava istrionica e sfottitrice una schiuma biancastra e oleosa che nemmeno Seveso ai tempi della diossina era così.

risottozafferanoporciniIl contorno semicremoso del risotto, colorato con lo zafferano, aveva l’aria di essere tuorlo d’uovo crudo.

A vedere il bizzarro accostamento, mi è scappata una faccia di disgusto (detesto l’odore e il sapore dell’uovo crudo) ma mi sono fatta coraggio e ho portato alla bocca un bocconcino semicolloso, dai colore variegato e lucido di unto.

Dolore alle papille percependo che la schifezza non sapeva d’uovo (meno male), ma non aveva proprio nessun sapore!

Ho corretto con abbondante pepe e mi sono sentita chiedere dal cameriere come mai. Imbarazzante.

Nel pomeriggio, avevo mal di pancia e così il mio compagno di avventura.

Immagino i funghi non fossero freschi e l’imbarazzante schiuma di grasso abbia fatto il suo per rendere la portata ancora più indigesta.

… e continuo a non capire perchè continuiamo a farci prendere in giro in questo modo.

Pimpra

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