E’ una curiosa sensazione quella che mi assale da un po’ di tempo a questa parte, come se la mia vita non scorresse dentro il letto di un fiume, agitata ma confortevole, mossa con brio, ma dentro parametri di “sicurezza”.
Niente di tutto questo.
Fluttua un po’ nell’etere (che a volte regala la sensazione dell’etere usato in chirurgia), inebriando o anestetizzando, altre volte galleggia in uno stagno dall’acqua non proprio limpida.
Penso che si tratti di un fenomeno naturale, a seguito di grandi cambiamenti esistenziali e di vita.
Già, perchè crediamo che tutto passi senza lasciare segni di sé, ma non è precisamente così.
Saltiamo l’ostacolo, hop – hop, e siamo di nuovo in carreggiata. Lo strappo muscolare magari arriva poi, quando non ce lo aspettiamo e, il più delle volte, non riusciamo a ricordare il movimento che può averlo causato.
Memoria del corpo.
Anche quando si danza. Ma quella è un obiettivo da raggiungere con ore e ore di studio, poi lui impara, e noi, che viviamo dentro di lui, possiamo finalmente divertirci a dare le nostre interpretazioni della musica, come l’anima le percepisce.
L’anima e la sua memoria.
La differenza è che, dentro e sulla sua superficie, ben poco possiamo agire noi con lo studio, l’allenamento al fare (forse meglio al “sentire”), mi sa che la memoria dell’anima sfugge al nostro controllo.
E tutto torna.
Il letto del fiume non ha più gli argini, l’etere provoca effetti imprevedibili, lo stagno a volte è popolato di rane a volte di pesci.
E noi, altro non possiamo fare che restare a guardare. E cercare di vivere, ballando…
Pimpra












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