CAMPAGNA VACCINALE IN FVG. Dare a Cesare quello che è di Cesare.

Domenica è stato il V-Day per la mamma.

Vado a prenderla al mattino presto, era già pronta e piuttosto gasata. “Mamma sei particolarmente elettrizzata stamattina” e lei “Certo, non vedo l’ora di farmi il vaccino così potrò ripensare di organizzare i miei viaggetti con le amiche, non so fino a quando riuscirò ancora a muovermi!”

La giornata primaverile ci saluta mentre, con la macchina, percorriamo le strade di una città che si sta risvegliando.

Il Porto Vecchio, uno dei luoghi a me più cari di Trieste, ci accoglie nella gincana dei suoi magazzini rimessi a nuovo, dove, nelle strade che li scandiscono, trovano spazio gli sportivi della città che, di buon mattino, macinano chilometri a piedi e in bicicletta.

Un bel vedere, penso tra me e me, mentre parcheggio comodamente di fronte alla Centrale Idrodinamica. L’ultima volta che ci sono stata era per una meravigliosa maratona di tango argentino, oggi per vaccinare mia madre. Come è sorprendente la vita, penso.

Nello spazio adiacente l’ingresso, un gruppetto di vaccinandi tutti distanziati, mascherati, ligi alle regole. Dopo pochissimo all’ingresso si affaccia un addetto alla sicurezza che, megafono alla mano, chiama gli orari degli appuntamenti “Entrino le ore 9.30 – 9.35- 9.40” e, in religiosa fila, si presentano le persone e si incamminano nella grande struttura deputata al primo accoglimento. Controllo dei documenti da presentare, offerta di aiuto per compilarli e indirizzamento alle sedie predisposte per i gruppi in attesa.

Quando tocca a noi, vedendo il percorso che è stato organizzato mi scappa un’esclamazione di entusiastico stupore “questa sì che è organizzazione asburgica” e, ridendo con mamma, procediamo nelle tappe.

Pochi minuti di attesa, sedute e distanziate, poi annunciano nuovamente il gruppo della nostra ora e si entra nel complesso vaccinale. Anche nei padiglioni destinati all’inoculazione del vaccino, si respira efficienza. Va detto che i vecchini (la fascia 70-77 e categorie deboli) stranamente non sono esagitati, ma piuttosto tranquilli, aspettano il loro turno, senza infastidirsi. Bravi, penso.

Sono gli Scout adulti che si occupano di indirizzare le persone nelle postazioni: prima a farsi mettere sulle carte l’adesivo che stabilisce quale vaccino si riceverà, chi, prima di riceverlo deve passare dalla postazione medico (patologie particolari farmaci ecc.), oppure recarsi direttamente alla fila che precede la punturina.

Percepisco immediatamente una cosa: la stanchezza del personale, dagli amministrativi che controllano i documenti, agli scout che regolarizzano i flussi, agli infermieri, ai medici. Oggi (ieri ndr) è domenica e i turni che il personale fa vanno dalle 9 alle 12 ore di fila. E sono mesi che è così e la fine non si intravvede ancora.

Mi rendo conto che sto assistendo a un evento di portata storica, un intero paese che si vaccina, una situazione mai vissuta prima.

L’infermiera che riceve mia madre ha occhi verdi bellissimi che risaltano ancora di più con il colore del camice. Indossa scarpe da ginnastica perché un sacco di volte deve correre a fare una fotocopia per il vaccinando.

Le chiedo quante ore fa di turno, “dodici di fila” mi risponde. Sgrano gli occhi. Nel mentre ha già fatto la punturina a mia madre che nemmeno se ne è accorta.

Mamma la ringrazia tanto per la mano piumata e per il lavoro che fa, “Grazie” risponde con un sorriso l’infermiera “fa bene sentirselo dire, ci dà forza per non cedere alla pressione di queste giornate infinite”.

Passiamo alla sala del 15′ dove i vaccinati aspettano la remota possibile reazione anafilattica, infatti leggo un cartello che riporta “adrenalina”, poi, passata la manciata di minuti, ritiriamo il promemoria per il secondo appuntamento che è già fissato in agenda.

Lo consegna un team di infermiere che ho visto correre di qua e di là senza sosta per rispondere, risolvere, consolare a tutti coloro che ne avevano bisogno. Così stanche da faticare a leggere i nomi degli utenti sui fogli da consegnare per l’appuntamento.

Siamo uscite felici, mamma ed io, che il primo passo verso un futuro ritorno alla “normalità” era compiuto.

Guidando verso casa, ho attraversato una città bagnata dalla luce primaverile di una domenica di marzo, ma il mio pensiero riconoscente va a tutta l’umanità gentile di professionisti e volontari che ho incontrato nel comprensorio dedicato alla vaccinazione di massa.

Pimpra

IMAGE CREDIT DA QUI

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